Storia/Saluzzo riformata/XI Il Marchesato durante la rivolta del Maresciallo di Bellegarde (gennaio-luglio 1579)

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Riforma


Capitolo Undici

Il Marchesato durante la rivolta del Maresciallo di Bellegarde (gennaio-luglio 1579)

Inquietudini della Corte francese per la minacciosa discesa del Bellegarde. Preparativi militari del maresciallo e protesta del Birago. Vane missioni del re per comporre il dissidio. La felice mediazione del duca di Savoia e l'accordo di Carmagnola tra il Bellegarde ed il Birago. Il duca sospettato di mire segrete si giustifica alla Corte di Parigi. Inquietudini del papa e dei principi italiani. Il maresciallo, venendo meno all'accordo, allaccia relazioni col governatore di Milano e con l'agente mantovano Calandra. La promessa del ruolino degli eretici d'Italia. I segreti maneggi di E. Filiberto. Il Bellegarde ed il Birago ricercano l'aiuto degli ugonotti. Bellegarde, insoddisfatto delle promesse del re, rompe in aperta ribellione, occupa Saluzzo, caccia il rivale e prende possesso del governo. Le giustificazioni della sua rivolta.  Il maresciallo si scagiona dell'accusa di ugonotteria. Il duca di Savoia ed il Nunzio torinese premono sul Bellegarde, affinché congedi le truppe ugonotte, che compiono violenze e seminano l'eresia. Ripercussioni della rivolta sugli Stati italiani.

La mossa del Bellegarde coglieva la Corte ed il regno di Francia in un momento particolarmente propizio per la sua felice attuazione [1].

L'autorità, infatti, del re andava di giorno in giorno scemando: a corte spadroneggiavano i «mignons» ed i favoriti, e la penuria del danaro, sperperato in un lusso fastoso, costringeva il re a continue richieste di prestiti, che non venivano rimborsati e gravavano pesantemente con i loro interessi sull'erario immiserito dello Stato. Le milizie, non più stipendiate, tumultuavano e si abbandonavano a saccheggi e violenze, ed i fnnzionari, costretti a provvedere da soli al proprio sostentamento, gettavano l'amministrazione del regno in un caotico disordine, dilapidando a proprio vantaggio le entrate del regno, senza che il governo avesse l'autorità sufficiente per punirli, In molte province poi scoppiavano aperte sommosse e rivolte, ora per strettezze economiche, ora per motivi politici o religiosi, e di esse approfittavano gli ambiziosi, cattolici o protestanti, per crearsi governatori e signori e per spadroneggiare, incuranti di ogni rimostranza del re. Al disordine politico e civile si aggiungevano, non meno gravi, le discordie familiari. Il duca di Alençon, ora duca d'Angiò, fratello del re, creava seri imbarazzi alla Corte, perché, trattando con la regina Elisabetta d'Inghilterra, col principe di Orange e con gli Stati di Fiandra, per promuovere una lega contro il re di Spagna, metteva Enrico III nella dolorosa necessità o di far guerra al fratello o di inimicarsi il re di Spagna, in un momento decisamente poco favorevole a causa delle discordie intestine e delle strettezze finanziarie del regno. In queste condizioni ogni azione violenta ed improvvisa aveva forti probabilità di riuscire e di rimanere impunita.

Le mire segrete del Bellegarde, già sospettate per i precedenti intrighi, non tardarono ad essere fatte palesi [2]. Il re, in preda all'ira, radunò per due giorni di seguito il Consiglio del Regno, protraendo le sedute fino alle tre della notte. In esse risuonarono gravi parole di minaccia e di vendetta contro il maresciallo, e furono escogitati tutti i mezzi più efficaci per parare il nuovo colpo, che veniva inferto alla vacillante autorità della monarchia. Non si osò rompere in aperte recriminazioni contro E. Filiberto; ma fu convincimento di tutti che l'impresa del Bellegarde non poteva essere stata pensata senza la guida del duca di Savoia e senza l'istigazione del re di Spagna [3].

Come primo provvedimento il re fece chiamare a sé il conte di Scarnafigi, che si trovava a Corte, e si informò da lui dello stato della città di Carmagnola e del Marchesato; di quali forze disponesse il Birago e su quali aiuti potesse contare per garantire la sicurezza e l'integrità di quel dominio. Fu deciso d'inviare lettere al Birago ed al Bellegarde, per esortarli a rappacificarsi l'uno con l'altro ed a sottoporre alla Corte i loro privati dissensi; anzi, per raggiungere più facilmente l'intento, il consigliere Mario Birago ebbe ordine dal re di recarsi immediatamente in Piemonte per abboccarsi con i due contendenti e per sentire le ragioni dell'uno e dell'altro. In virtù delle sue istruzioni, l'inviato doveva abboccarsi anche con il duca di Savoia ed esortarlo a porre la sua autorevole mediazione fra i due rivali, sebbene il cancelliere Renato Birago, il quale ben conosceva quanta parte il duca aveva nel disegno del maresciallo, ammonisse che era meglio non dir nulla di questa faccenda ad E. Filiberto, perché «non c'è nulla che più stimoli a fare che il sentirsi scoperto», e perché: «ce prince là met le netz partout et a intelligence avec tous ceux de part et d'autre, qui troublent les affaires du Roy» [4].

Intanto il Bellegarde, incurante dei risentimenti e delle minacce della Corte parigina, dopo essersi insediato. a quanto pare [5] non senza difficoltà in Carmagnola, continuava di là a tendere instancabilmente i fili della sua trama. Da un lato, si adoperava per stringere sempre più salde intelligenze con tutti gli ambiziosi e malcontenti, che risiedevano alla Corte o nel regno, e con gli ugonotti, che occupavano la frontiera del Marchesato, affinché, se il re si decidesse a scendere in Piemonte, gli creassero difficoltà con sommosse e con rivolte o gli sbarrassero la via con le loro truppe: ma, dall'altro, attendeva, con sottile diplomazia, a manovrare anche al di qua delle Alpi per attutire sospetti e gelosie e per sfruttare a suo vantaggio le mire di coloro, che già da tempo avevano posto l'occhio sul Marchesato e ne seguivano vigilanti le vicende. Poco scrupoloso per natura, con un'abile alternativa di simulazioni e di promesse, di giuramenti e di spergiuri, egli si proponeva di fare in modo che, pur alleandosi con gli ugonotti, la sua impresa apparisse come fatta in odio all'eresia, e, pur sottraendo al re una provincia, la sua usurpazione sembrasse come fatta in servizio del re.

Mentre così gettava i suoi tentacoli, al di là come al di qua delle Alpi, egli, nello stesso tempo, non ristava dal rifornire Carmagnola di viveri e di munizioni, di riattare mura e fortezze, di raccogliere soldati ed aderenti, ostentando una grande affabilità in contrapposizione ai modi rudi ed autoritari del Birago. Il duca di Savoia segretamente lo sovvenzionava con danaro suo o del re di Spagna [6].

Il governatore Carlo Birago, accortosi dei preparativi militari del maresciallo, gli mandò a chiedere spiegazioni; ma si ebbe questa secca risposta: «che egli non era tenuto a dare conto delle cose sue a chi gli era inferiore di grado». Inquieto, il governatore mandò lettere e corrieri alla Corte, protestando contro la condotta del Bellegarde e chiedendo istruzioni. In pari tempo si rivolse al duca di Savoia per aiuto di truppe e di danaro [7].

E. Filiberto seguiva attentamente tanto le mosse del maresciallo quanto quelle del re. Saputo che truppe regie si andavano ammassando in Provenza e sui confini della Vicaria di Barcellonetta, diede ordine ai suoi governatori e comandanti di tenersi pronti per ogni evenienza. Uguali precauzioni prese il duca di Mantova, rafforzando i castelli ed i presidî, che teneva sulle terre del Monferrato più prossime al Saluzzese [8].

Sui motivi, che spingevano il Bellegarde ad insorgere contro il Birago, correvano voci incerte e disparate. A Parigi si diceva che il maresciallo volesse creare difficoltà al re, per vendicarsi di essere stato ingiustamente rimosso dalla Corte e dagli alti comandi, che agisse d'intesa con i riformati di Francia, di Germania e d'Inghilterra, dai quali aveva ottenuto segrete promesse di uomini e di danari [9]; si vociferava perfino ch'egli congiurasse d'intesa coi Fiamminghi, i quali, abbandonati dal duca di Alençon, temevano le rappresaglie del re Filippo e sobillavano il maresciallo alla rivolta per creare un diversivo alle armi spagnole al di qua delle Alpi.

Per parte sua il Bellegarde giustificava le sue mene ed i suoi preparativi militari, ora dicendo che il re, in cambio dei servigi resi, lo aveva vergognosamente privato della sua grazia ed aveva attentato alla sua vita per mezzo di sicari, mentre, per ordine suo, andava in Polonia; ora sostenendo che anche il Birago gli aveva tese parecchie insidie, sia col pretesto di un abboccamento, sia cercando di corrompere il conte di Baudissè (Baldissero), suo famigliare, affinché gli propinasse segretamente un veleno; che inoltre il governatore, durante la sua assenza, aveva cercato di occupare Carmagnola, facendo prigioniero il capitano La Volvera ed istigando il re a porre al comando di quella fortezza il capitano Giulio Centurione [10].

A cominciare dal mese di marzo i maneggi diplomatici e militari del Bellegarde si fecero sempre più intensi e palesi, specialmente col governatore spagnolo di Milano, marchese di Ayamonte, col quale trattò confidenzialmente per mezzo del conte di Baudissè. Davanti a lui il maresciallo si vantava di poter far cadere il Marchesato nelle mani del re di Spagna senza perdere un solo uomo, perché già aveva saldamente in pugno le principali fortezze: Carmagnola, Revello, Demonte e Dronero. Con le lusinghe e con le vanterie ottenne dal troppo credulo governatore promesse e sovvenzioni di uomini e di danari, nonché la facoltà di reclutare in terra spagnola armi, cavalli e munizioni per l'esercito, ch'egli veniva allestendo a danno del Birago [11].

Che esistessero salde intese fra l'Ayamonte ed il maresciallo era provato dal fatto che il governatore di Milano, sebbene sapesse che già molti soldati francesi erano scesi nel Marchesato in aiuto del Bellegarde e che altri 10.000, come si diceva, si stessero raccogliendo per lui sui confini della Provenza e della Vicaria di Barcellonetta, non dava affatto segni di inquietudine, né pensava a rafforzare i presidî spagnoli presso la frontiera del Marchesato [12].

Più accorto il duca di Savoia, senza scoprirsi, osservava le mosse dell'uno e dell'altro contendente, pronto a cogliere, se gli fosse possibile, qualche buon frutto da questa contesa di ambiziosi. Rivaleggiava col maresciallo in una politica d'intrighi e di duplici giochi, ora prestando i suoi servigi al Birago ed ora al Bellegarde, ora protestando la sua devozione al re di Francia ed ora tramando con gli agenti spagnoli contro di lui e contro la Francia. Nel mese di marzo, ad esempio, informava la corte parigina che il Birago gli aveva chiesto il permesso di arruolare 1.000 fanti sulle sue terre ed il Bellegarde, per parte sua, altri 2 o 3.000; e, fingendosi perplesso, chiedeva alla Corte come dovesse comportarsi tra i due contendenti. Il re rispose per mezzo del conte di Biandrà, agente ducale a Parigi, lamentando che i suoi ufficiali reclutassero milizie sulle terre altrui senza il suo consenso e senza che se ne sapessero gli scopi precisi. Esortava tuttavia il duca a favorire piuttosto il Birago, che era suo luogotenente generale, che non il Bellegarde, semplice governatore di una città, ed a fornire al primo tutti quegli aiuti di soldati e di danaro, ch'egli ritenesse opportuni, poiché constava che il maresciallo allestiva un forte esercito nella Provenza e nel Delfinato, senza permesso del re e con misteriosi disegni [13].

Ritornava frattanto alla Corte di Francia il cav. Mario Birago, che il re aveva mandato in Piemonte alle prime notizie di dissenso tra Carlo Birago ed il maresciallo. Mario Birago, informando il re della torbida situazione creatasi nel Marchesato e dell'esito dei suoi colloqui con i due rivali e col duca di Savoia, riferiva anche la fiera risposta che gli era stata data dal maresciallo: «che, se il re nel termine di un mese o di sei settimane non gli avesse conferito un impiego quale meritava il suo alto grado, egli avrebbe scelto il suo partito, non potendo rassegnarsi a vivere così umiliato e disonorato, lui che era uno dei primi ufficiali della Corona e che tanti servigi aveva reso al regno di Francia». La minaccia, per quanto evasiva, parve tanto più gravida di pericoli, perché alla Corte circolavano insistenti e precise notizie sulle trame, che il Bellegarde stava tessendo col re di Spagna o meglio col suo governatore di Milano, per fargli cadere nelle mani il Marchesato di Saluzzo e sulle sovvenzioni di danaro e di armi, che in parte già aveva ricevute, in parte doveva ricevere dagli agenti del re cattolico. Con l'oro spagnolo si diceva che fossero assoldate le milizie che il maresciallo raccoglieva in Provenza e Delfinato 14.

Vedendo che la situazione del Marchesato precipitava di giorno in giorno e che, se non si fosse posto sollecito rimedio [15], sarebbe diventata presto insanabile, il re si decise finalmente a mandare in Piemonte, come paciere fra i due contendenti, un suo favorito, il signore de La Valette [16], dal quale il re si riprometteva molto per essere nipote, per parte di madre, del maresciallo di Bellegarde [17] e da lui ben voluto. Ma incertezze ed intrighi di ministri fecero sì che la partenza del La Valette non potesse essere attuata che con notevole ritardo Frattanto a Parigi si facevano sempre più contradittorie e confuse le notizie sulle vere intenzioni del maresciallo: chi diceva che il re stesso sobillava segretamente il Bellegarde ad intraprendere un clamoroso colpo di mano sul Marchesato per sviare l'attenzione dal progettato assalto contro Ginevra, e che perciò il suo sdegno e le sue minacce contro il maresciallo non erano altro che una semplice finta: chi asseriva che il Bellegarde non agiva di propria iniziativa, ma per istigazione del duca di Savoia, al quale aveva promesso di rimettere il Marchesato dietro adeguato compenso; chi ancora che il Bellegarde minacciava tutto questo sconquasso per costringere il re a dare a Carlo Birago un altro impiego al di là delle Alpi ed a lasciare a lui il governo del Marchesato secondo il desiderio del duca [18].

Il La Valette partì per il Piemonte verso la fine di marzo <l'Istruzioni»> [19] ben definite (29 marzo 1579): indagare attentamente le vere ragioni del dissenso fra il Birago ed il Bellegarde e procurare la loro riconciliazione; togliere ogni altra ragione di tumulto e di guerra nel Marchesato, assicurare con ogni mezzo l'integrità e la tranquillità della provincia transalpina. Per meglio ottenere lo scopo, gli era ordinato di valersi del consiglio e dell'autorità del duca di Savoia, ch'egli doveva invitare ad intervenire come paciere fra i due contendenti. Era appunto questo che E. Filiberto da gran tempo desiderava: poiché un tale intervento gli permetteva di nascondere le sue segrete intese col re di Spagna e la sua sorda ostilità contro il re di Francia, ma soprattutto gli dava modo di meglio spiare le intenzioni dell'uno e dell'altro dei contendenti e di volgere, se possibile, gli avvenimenti a suo vantaggio.

Aderendo alle sollecitazioni della Corte francese, il duca mandò a Carmagnola due dei suoi più abili diplomatici, il Presidente Porporato e l'ammiraglio Andrea di Leyni, per tentare una stabile intesa fra il Birago ed il Bellegarde. I due rivali, mercè l'abile condotta del duca e dei suoi ministri, sembrarono rappacificarsi ed il 29 marzo firmarono un accordo o compromesso privato da sottoporre all'approvazione del re. In virtù di esso il Birago rimaneva al governo del Marchesato, ma il duca s'impegnava a fare avere al maresciallo, da parte del re, un importante governo al di là delle Alpi; Carmagnola e Revello venivano staccate dal Marchesato ed assegnate in governo al figlio del maresciallo; le milizie arruolate dalle due parti rimanevano ferme nel luogo, in cui si trovavano alla data dell'accordo, per essere in seguito licenziate; i castelli e le fortezze del Marchesato dovevano ritornare allo stato di prima. Per evitare poi che le milizie, non pagate al momento del licenziamento, provocassero qualche sommossa, il duca anticipava 4.000 scudi d'oro su garanzia offertagli dalla città di Saluzzo [20].

L'accordo di Carmagnola, per avere validità, doveva essere sottoposto all'approvazione di Enrico III. Il duca spedì a Parigi il suo ambasciatore, conte di Monreale, con apposite istruzioni [21]. Il conte, dopo aver esposto al re le conclusioni del trattato ed aver messo in evidenza la parte efficace avuta dal duca nelle felici trattative fra il Birago ed il maresciallo, doveva far presenti al sovrano queste tre considerazioni: 1º) che non era possibile che il Birago ed il Bellegarde andassero d'accordo in avvenire, poiché uno aveva, sì, il titolo di governatore e di luogotenente del re, ma l'altro aveva nelle sue mani le migliori fortezze del Marchesato, ciò che valeva assai di più; 2º) che, rimanendo immutate queste condizioni, non era possibile che il servizio del re fosse curato con sufficiente sicurezza e diligenza; 3a) che il re doveva far scelta di uno dei due, per affidargli intero il governo, e dare all'altro un'adeguata ricompensa, in modo che tutti e due i contendenti rimanessero soddisfatti. Doveva inoltre ricordare al re come il duca già più volte, nelle sue precedenti ambascerie aveva insistito presso di lui, affinché, dopo avere di sua propria volontà onorato il Bellegarde del titolo di maresciallo, se ne volesse servire in qualche onorata carica o impresa «a faute de quoy nous l'avons veu dempuis bien souvent tellement travaillé d'esprit que si nous ne luy eussions remonstré les grandes obbligations qu'il avoit à sa dicte Majesté et à sa Courone, il eust esté peult-estre pour se perdre, se voiant destitué de crédit, autorité et moiens, en quoy nous avons fait tous les offices que nous avons estimé plus propes et avantageux pour le service de sa dicte Majesté».

duca In questo modo, alterando sensibilmente i fatti, magnificava i servigi da lui resi alla Corona di Francia e cercava di allontanare da sé qualsiasi sospetto di complicità col maresciallo di Bellegarde [22].

Appena giunto a Parigi il Monreale chiese ed ottenne pronta udienza dal re. Enrico III, visto il testo dell'accordo e sentita la relazione orale dell'inviato ducale, si dichiarò soddisfatto e grato dei servigi prestati dal duca e di quanto egli aveva negoziato per la tranquillità del Marchesato. Ma non poté trattenere un impeto di collera contro il maresciallo, dichiarando d'ignorare quali motivi egli avesse per ribellarsi al suo sovrano, dal momento ch'egli lo aveva favorito in ogni occasione, gli aveva largito del suo 20.000 scudi e si era mostrato disposto a dargli il governo della Linguadoca, se il Danvilla avesse voluto accettare il cambio col Marchesato. A conclusione della sua sfuriata, il re pregò il Monreale di scrivere al duca, perché si degnasse di continuare i suoi preziosi servigi a favore della Francia e contribuisse ad eliminare ogni motivo di controversia fra il Birago ed il Bellegarde.

Il Monreale notò con sorpresa che il maresciallo aveva a Corte moltissimi nemici ed invidiosi e che nessuno osava prendere la difesa delle sue ragioni, sebbene egli avesse mandato al re un Memoriale per giustificare la sua condotta ed avesse promesso anche di deputare a Parigi un suo gentiluomo per dargli più minuti ragguagli.

Dai suoi colloqui col re, col cardinale Renato Birago [23] e con altri personaggi influenti alla Corte, l'ambasciatore sabaudo trasse la convinzione che si avessero fondati sospetti sulle pratiche che il Bellegarde intratteneva col marchese di Ayamonte, governatore di Milano, e che un malcelato malumore serpeggiasse anche contro il duca stesso. A lui si rimproverava di aver consigliato Carlo Birago a consegnare Dronero nelle mani del Bellegarde e di aver sborsato a quest'ultimo la somma di 4.000 scudi, perché potesse allestire e mantenere un esercito a danno del governatore del Marchesato.

Il Monreale si sforzò di sfatare queste dicerie, mostrando che nella cessione di Dronero il duca aveva agito in perfetta buona fede, attenendosi alle clausole del trattato approvato dal La Valetta; in secondo luogo, che se non si fosse raggiunto un compromesso, il Marchesato, per confessione stessa del Birago, «l'sarebbe andato perduto per il re»; in terzo luogo, che il trattato, per quanto potesse sembrare duro alla Corona di Francia, era in realtà il minore dei mali, perché ogni decisione finale era lasciata all'arbitrio del sovrano e questi nel frattempo aveva modo di rinforzare i presidî e di riassettare, come meglio credeva, le cose del Marchesato.

Chi soffiava nel fuoco delle passioni e cercava d' ingarbugliare sempre più la matassa era il cardinale Birago, che si credeva in obbligo di tutelare con ogni mezzo gl'interessi ed il decoro dei membri della sua famiglia. Il Monreale, infatti, così scriveva [24], alludendo alle mene dei Biraghi di Francia e di Piemonte: «Je ne croirez iamais ilz veullent par chose quelle qu'elle soit habandonner ce lieu (cioè il Marchesato di Saluzzo), qui leur est comme patrimoine et au sortir du quel ilz ne scauroient esperer aulcune comodité dans ce Royaulme pour le moings, qui aprochast celle-là, estans beaucoup dechus de leur credit». E mentre con l'ambasciatore sabaudo a Parigi e con abili emissari a Torino i Biraghi cercavano di conciliare la benevolenza ed il favore di E.Filiberto alla loro causa, dichiarando di volersi adoperare per «far cadere il Marchesato nelle sue mani», segretamente invece acuivano i sospetti del re contro il Bellegarde e contro il duca e si sforzavano di spingere il sovrano sabaudo in una condotta, dalla quale apparisse manifesta la sua intesa col maresciallo. Al re ricordavano come il Bellegarde già nel passato aveva annodato pratiche col fu imperatore Massimiliano per ottenere l'infeudazione del Marchesato; al duca proponevano di inserirsi come paciere nella contesa tra Carlo Birago ed il maresciallo e di far uso, se neces sario, delle sue truppe, nella speranza che il principe, una volta entrato nel vivo della controversia, per l'onore della sua persona e per il felice esito della sua negoziazione, sarebbe stato obbligato a svelare le sue inclinazioni ed i suoi scopi ed a metterci del suo». Con altri ministri, ostili al maresciallo, suggerivano al re di tirar in lungo la cosa, prevedendo che il Bellegarde non avrebbe avuto danaro per pagare a lungo le milizie raccolte da più parti e che queste, non pagate, o si sarebbero rivoltate contro il loro comandante o si sarebbero gettate, per amore di saccheggi, sulle terre del duca, ed avrebbero costretto quest'ultimo a prendere le armi in difesa dei suoi popoli ed a mettersi in urto col Bellegarde, rompendo le intese che avevano tra loro. Astutamente avevano anche proposto al re di togliere dal Marchesato Carlo Birago, assicurando che egli, assai docile ed affezionato al servizio del re, avrebbe facilmente ubbidito all'intimazione del sovrano, qualora ricevesse un'adeguata ricompensa; ma il re aveva risposto ch'egli non voleva innovazioni nel governo del Marchesato, sia perché Carlo lo aveva sempre fedelmente servito, sia perché desiderava togliere ai marescialli ed agli altri facinorosi ogni pretesto di usurpare in questo modo le province del regno.

Nell'incertezza della situazione e nell'impossibilità di una rapida e pratica soluzione per mancanza di danaro e di milizie, il re, protestando di serbare amore al Bellegarde e di volerlo onorare come meritava il suo grado ed il suo valore, supplicava il duca di Savoia di adoperarsi con ogni mezzo a contenere i due rivali e lo pregava di suggerirgli qualche espediente, che potesse far pago il maresciallo ed allontanare qualsiasi pericolo dal Marchesato.

Mentre a Parigi incertezze, intrighi e strettezze finanziarie irretivano l'azione del re e lasciavano il male diventare insanabile, il Bellegarde, per parte sua, non perdeva tempo, risoluto a venire a capo della sua impresa con ogni mezzo. Non solo cercava affannosamente sovvenzioni da molti principi d' Italia per procurarsi le truppe necessarie, ma si sforzava, in pari tempo, di sfatare la diceria ch'egli fosse ugonotto e che ugonotte fossero le milizie calate con lui nel Marchesato. Anzi con ragionamenti artificiosi protestava che la sua azione aveva per scopo non solo la sicurezza e la tranquillità d'Italia, ma la difesa stessa della fede cattolica, perché l'occupazione del Marchesato da parte sua non mirava ad altro che ad impedire la discesa, tante volte minacciata, dei capi ugonotti e il divampare anche al di qua dei monti di quelle funeste guerre civili, che come già in Francia, avrebbero straziato gran parte delle città d'Italia. Ma le sue proteste non erano credute dai più, perché si sapevano i suoi rapporti con gli ugonotti del Delfinato e delle Valli Valdesi e si aveva notizia di alcune lettere intercettate, nelle quali il Lesdiguières, capo degli ugonotti del Delfinato, dava formale promessa al maresciallo «que luy et toutes ses forces sont à son comandement» [25].

Viva inquietudine i torbidi del Marchesato avevano suscitato, fin dal loro inizio, presso la repubblica veneta, la quale temeva, non senza ragione, che la mossa del Bellegarde non fosse una semplice questione di vendetta personale contro il Birago, ma un meditato complotto per accendere al di qua delle Alpi un vasto incendio. Il Belli, agente sabaudo presso la Serenissima, raccoglieva queste voci d'inquietudine dei Signori veneziani e le trasmetteva a Torino, pregando il duca di dargli più precise e tranquillanti notizie sui fatti del Marchesato [26].

Il Bellegarde, informatone, cercò di scolparsi, inviando lettere al Nunzio papale di Torino e al Barbaro, oratore veneto presso la Corte piemontese. Dichiarava solennemente che non avrebbe mai fatto nulla né contro la fede cattolica né contro la tranquillità d'Italia, poiché le sue ire non erano contro il re, ma esclusivamente contro il Birago, che l'aveva offeso [27]. Il Barbaro fu pronto ad inviare al maresciallo un suo gentiluomo, Alvise Foscarini, per ringraziarlo dell'amichevole comunicazione e per avere da lui più precise notizie sui fatti e sulle intenzioni. Davanti al Foscarini, il Bellegarde versò tutta l'amarezza del suo animo esacerbato per l'ingratitudine del re e per l'umiliante abbandono, in cui era lasciato dalla Corte, e rinnovò l'assicurazione ch'egli non voleva turbare l'assetto dell'Italia e tanto meno far novità politiche e religiose, ma solo assicurare il Marchesato di Saluzzo alla Corona di Francia vendicarsi delle offese ricevute dai Biraghi, suoi implacabili ne. mici. Offerse anzi di tener informato diligentemente il Barbaro di ogni sua ulteriore decisione. Ma l'ambasciatore, non avendo istruzioni in proposito dalla Signoria Veneta e temendo che i suoi rapporti col Bellegarde potessero essere interpretati come prova della sua partecipazione agli intrighi del maresciallo, credette più opportuno troncare ogni colloquio con lui e rimettersi alle decisioni del Gran Consiglio. Il quale approvò la sua prudente condotta, ma non tralasciò di aver l'occhio a quanto avveniva nel Marchesato, persuaso che il Bellegarde non agisse senza il consiglio, senza il danaro e senza l'assistenza di qualche principe più potente. La repubblica sospettava infatti che i torbidi del Marchesato fossero voluti e guidati sottomano da una nazione straniera, la Spagna, vogliosa di chiudere alla Francia ogni porta d'accesso al di qua delle Alpi.

Mentre in tal modo, con promesse e giustificazioni, il Bellegarde cercava di acquetare le apprensioni della repubblica veneta, il suo più intimo confidente, il signor di Baudissè, visitava Milano, Mantova, Parma ed altre città, per raccogliere aiuti di uomini e di danaro [28], mutando di volta in volta gli scopi della congiura. All'Ayamonte, governatore spagnolo di Milano, il maresciallo, per bocca del Baudissé, dichiarava di voler occupare il Marchesato di Saluzzo per tenerlo a disposizione del re di Spagna; e al duca di Mantova [29], di volerlo tenere in suo nome, come un pegno, che garantisse la restituzione di quelle terre delle Langhe, che erano state sottratte al Monferrato ed incorporate nel Marchesato e delle quali il Gonzaga aveva fino allora chiesto invano la retrocessione al re di Francia. A tutti il Baudissé mostrava che l'impresa del maresciallo era facile e di esito sicuro, perché il regno di Francia era in piena anarchia, perché il re non aveva eserciti pronti né danaro sufficiente per raccoglierne e perché il maresciallo aveva al di là delle Alpi e sulla frontiera potenti amici, pronti a prestargli assistenza.

L'Ayamonte, più di ogni altro, abboccò all'amo e s' impegnò a fornire al maresciallo aiuti di uomini, di armi e di danaro, lusingandosi di poter volgere gli avvenimenti a vantaggio della Corona di Spagna ed a gloria del proprio nome. E, in attesa delle decisioni di Madrid, promise al Bellegarde una sovvenzione di 4.000 scudi al mese.

A questi primi contatti del Bellegarde e del Baudissé con il governatore di Milano e col duca di Mantova, altri tennero dietro, sempre più intimi e più complessi, minutamente annotati nell'epistolario di Antonio Calandra, agente del duca mantovano [30].

Data la natura del nostro studio, noi non ci addentreremo nella folta selva di questi intrighi, contentandoci di raccogliere gli elementi, che riguardano più direttamente le vicende della Riforma protestante nel Marchesato di Saluzzo.

Al ritorno da un viaggio a Parma, il Baudissé aveva un segreto colloquio con l'agente mantovano, Antonio Calandra, e a lui faceva una sensazionale rivelazione. Gli confidava, in tutta segretezza, che gli ugonotti di Francia avevano progettato di scendere quanto prima in Italia con grandi forze e di volerne affidare il comando al maresciallo di Bellegarde. Assicurò che l'impresa era facile e sicura, perché gli ugonotti avevano al di qua delle Alpi molti e potenti seguaci, i quali per il momento si tenevano nascosti per timore dell'Inquisizione, ma, alla comparsa delle truppe ugonotte, avrebbero gettata la maschera e prestato man forte col proprio braccio e con le proprie schiere. E, per dare più credito alla confessione, aggiunse che il maresciallo era in grado di fornire un «rollo»> o ruolino di tutti questi ugonotti clandestini, con nome e cognome.

La rivelazione parve di tale importanza al Calandra, ch'egli promise senz'altro al Baudissé le più vistose ricompense da parte del Papa e dei principi italiani, se fosse riuscito a dargli nelle mani il prezioso ruolino. Il Baudissé diede buone speranze e fissò, a questo scopo, un appuntamento al Calandra, per il 28 aprile, al Santuario della Madonna della Crea, presso Carmagnola.

Il colloquio fu dal Calandra comunicato al marchese di Ayamonte, il quale, persuaso, a sua volta, dell'importanza della rivelazione, esortò vivamente l'agente mantovano a continuare la pratica con l'emissario del Bellegarde, e ad adoperarsi con ogni lusinga per avere nelle mani il documento delatore di così intensa eresia. Il marchese temeva che la calata ugonotta in Piemonte offrisse non solo un mezzo potentissimo per ravvivare il calvinismo in Italia, dando ardire a tutti coloro, che fino allora erano vissuti occultando la loro fede per paura del S. Offizio: ma anche un ottimo pretesto per attrarre sotto le insegne ugonotte tutti i sediziosi e malcontenti, tutti i proscritti di varia natura, che si annidavano in ogni terra d'Italia. Il che avrebbe provocato ovunque sollevazioni e tumulti contro i propri sovrani e specialmente contro il governo spagnolo, ritenuto dagli ugonotti come il più duro ed ostile alla loro religione.

L'inquietudine dell'Ayamonte era tanto più giustificata, perché Bellegarde, vedendo quanto la rivelazione del pericolo dell'infezione ereticale poteva servire a stringere attorno a lui i principi cattolici e sviare dalla sua persona i sospetti di ugonotteria, aveva strombazzato nelle sue lettere al papa e nelle sue trattative col Calandra e con l'Ayamonte, che soltanto fra Carmagnola e Bologna vi erano più di 100.000 eretici dissimulati, i quali, con la speranza di ottenere il pacifico esercizio della loro religione, istigavano gli ugonotti a scendere in Italia e promettevano di far causa comune con loro e di trascinare con sé molti altri malcontenti del proprio sovrano. Né a questo si sarebbe fermata la fertile fantasia del Bellegarde. A detta del Calandra, egli avrebbe addirittura proposto all'Inquisizione un piano doloso per smascherare e colpire gli eretici: piano tuttavia che, mentre sembrava perseguire il vantaggio della fede cattolica, poteva, abilmente sfruttato, ridondare a tutto beneficio della congiura del Bellegarde. L'Inquisizione avrebbe dovuto infierire contro quei «l'mali cristiani»; il maresciallo avrebbe finto di dare ad essi un sicuro ricetto nella sua terra di Carmagnola e di voler fare di quella città una seconda Ginevra a protezione della fede ugonotta; poi, tratti quegli infelici sulle sue terre, avrebbe cercato, con le buone o con le cattive, di ottenere da essi preziose rivelazioni intorno al loro numero effettivo, alle loro trame ed ai loro complici, informandone il S. Offizio. Ma c'era da dubitare che gli eretici ed fuorusciti, una volta accolti in Carmagnola, non sarebbero più stati rimandati dal Bellegarde ed avrebbero così aumentato i contingenti delle truppe ribelli.

Roma intanto, informata di questi fatti per mezzo di una lettera del Calandra al card. Savelli, fu pronta ad incoraggiare il mantovano a proseguire nella sua delicata missione; e, in attesa di avere nelle mani il sospirato ruolo degli eretici, prometteva al Calandra, al Bellegarde ed a qualsiasi altro, che cooperasse a questo scopo, «una honoratissima ricognitione in maniera che si loderanno di Sua Beatitudine, la quale anchora gli avrà in protetione in tutte le loro occorrenze».

Spinto dalle esortazioni e dalle ricompense del papa e lusingato nell'animo da una dolce speranza di fama, il Calandra si accinse con rinnovato zelo ad intensificare le pratiche con il sig.r di Baudissé. Nel recarsi al luogo del convegno, nel Santuario della Madonna della Crea, l'agente mantovano credette opportuno passare per Torino, dove ebbe un abboccamento col duca di Savoia. Per sondare le sue intenzioni, il Calandra gli parlò del grave pericolo ugonotto e della convenienza di formare al più presto una potente lega di Principi Cattolici, sotto la protezione del pontefice, per opporsi agli ugonotti, se ardissero calare con grandi forze in Piemonte o nel Marchesato di Saluzzo. Il duca approvò il progetto della lega, che già più volte lui stesso aveva proposto alla S. Sede e si dichiarò propenso ad aderirvi. Parlando poi del Bellegarde, il duca lasciò trapelare il sospetto che il dissenso fra il maresciallo e il Birago non fosse che un semplice pretesto e nascondesse un disegno più vasto, perché il Bellegarde aveva al suo comando già più di 3.000 uomini ed altri ne aspettava dai Valdesi di Angrogna e dai riformati del Delfinato e della Provenza. Aggiunse che il maresciallo poteva essere fermato nella sua rivolta, solo a patto che non ricevesse più né aiuto né promesse di aiuto dal ministro del re di Spagna; ma che non bisognava illudersi che egli, una volta occupato il Marchesato, fosse disposto a cederlo al re o ad altri ed a rinviare le truppe ugonotte. Infine conchiuse che, se il Bellegarde era sincero e cattolico, come si proclamava, egli lo doveva dimostrare, mandando il ruolo promesso degli eretici italiani: ruolo così desiderato dai principi, che tutti volentieri si sarebbero «tassati fargli una honorata recognitione >>. per

Da Torino il Calandra proseguì il suo viaggio verso Carmagnola, pieno di speranza e d'impazienza. Si abboccò col Baudissé e col maresciallo stesso di Bellegarde, e apprese da essi molte cose, ma non poté avere né dall'uno né dall'altro alcun ruolo di eretici. Il maresciallo, continuando destramente a sfruttare il pericolo dell'infezione ugonotta a giustificazione della sua condotta pericolo che già gli aveva fruttato numerosi consensi gli rivelò un grave complotto, che si stava tessendo tra il Lesdiguières ed il duca di Savoia. Secondo il racconto del Bellegarde, il Lesdiguières aveva mandato ad E. Filiberto il signor di Servet per proporgli un piano atto a renderlo padrone del Marchesato. Gli ugonotti si sarebbero impadroniti di due o tre piccole terre nei dominî sabaudi, per dare ad intendere che non erano d'accordo col duca; poi si sarebbero volti decisamente contro il Marchesato di Saluzzo, occupando quante più terre potessero. Il duca, a sua volta, si sarebbe impegnato a pagare alle truppe ugonotte una sovvenzione mensile di 20.000 scudi per il loro trattenimento, e, dopo aver finto qualche ostilità contro il Lesdiguières, avrebbe concluso la pace con lui, conservando per sé quanto gli ugonotti avessero occupato e pagando loro, per ricompensa, un'adeguata somma di danaro. Ma, a detta del Bellegarde, il duca non avrebbe trovato buono questo progetto e ne avrebbe a sua volta proposto un altro. Il Lesdiguières avrebbe fatto scendere nel Marchesato un numero di soldati di gran lunga superiore a quello di cui disponeva il governatore Birago: questi, vedendosi sopraffatto e non potendo ricevere pronti aiuti dalla Francia, sarebbe inevitabilmente ricorso al duca per averne soccorso ed il duca, aderendo all'invito, avrebbe introdotto in tutte le maggiori piazze del Marchesato un numero tale di milizie fidate da soverchiare quelle del Birago e da rendersi in poco tempo padrone della terra agognata.

Non è possibile dire quanto di vero ci fosse in questo complotto tra il duca e gli ugonotti: ma, date le amichevoli relazioni, che allora correvano fra E. Filiberto e il Lesdiguières e dati i continui intrighi della politica ducale per impadronirsi, in qualunque modo, del Marchesato, questo, come altri simili complotti, non può essere negato in modo assoluto, anche se possa sembrare inventato dalla fervida mente del Bellegarde per novare una giustificazione alle sue ostilità contro il Birago ed alla successiva occupazione del Marchesato.

Si avvicinava intanto il termine, che il Bellegarde aveva spavaldamente fissato al re [31] per una dignitosa soluzione del suo conflitto col governatore Birago. Ma il re, impotente ad intraprendere qualsiasi provvedimento di forza contro il maresciallo ribelle, rimaneva irretito dagli intrighi di Corte, illudendosi che la sua autorità, ormai scaduta, le sue larvate minacce e le sue ambascerie al duca, al Bellegarde ed al Birago fossero sufficienti a rimuovere ogni motivo di dissenso ed a ricondurre la pace nel Marchesato.

Sulla fine di aprile re, dichiarando inaccettabili ed indecorose per la Corona le condizioni di pacificazione proposte dal La Valetta, mandava in Piemonte un suo confidente, il Sig. di Santa Maria [32], gentiluomo del Delfinato. La sua missione era duplice: abboccarsi anzitutto col duca di Savoia per ringraziarlo, a nome del re, dei grandi servigi, che già aveva reso in questa dolorosa contingenza, e per esortarlo a perseverare in queste buone disposizioni verso la Corona di Francia, suggerendo i mezzi più efficaci per ottenere la pacificazione del Marchesato e per dare al Bellegarde la soddisfazione richiesta; recarsi in seguito dal maresciallo, per intimargli, a nome del re, di uscire al più presto dal Marchesato e di venire a giustificarsi davanti a lui o davanti alla regina madre, che stava percorrendo la Francia meridionale per sedare le discordie e per fare scrupolosamente eseguire l'ultimo editto di pacificazione. In caso di rifiuto, il Santa Maria doveva avvertire il maresciallo che il re aveva giurato di mettere in opera ogni mezzo per cacciarlo dal Marchesato.

Ma il Bellegarde accolse freddamente l'inviato del re, a lui inviso come creatura del duca di Nevers [33], suo costante nemico, e ricusò di uscire dal sicuro riparo delle sue fortezze, nonostante che il duca stesso di Savoia si offrisse mallevare dell'incolumità della sua persona. Protestò al Santa Maria che il re non era stato bene informato dei fatti e che pertanto non doveva prestare ascolto alle calunnie dei suoi nemici né gettarlo nell'ultima disperazione, perché, se nel passato egli aveva reso al sovrano grandi servigi, ora, con altrettanta facilità, avrebbe potuto arrecargli i più grandi mali.

Il Santa Maria, non avendo potuto piegare il maresciallo all'ubbidienza e non avendo, d'altra parte, né autorità né mezzi per punirlo come ribelle, si limitò ad ordinare da parte del re che nel Marchesato si ubbidisse al Birago, legittimo rappresentante del potere regio; esortò in pari tempo anche il duca a volerlo tenere lontano dai suoi Stati. Ma il duca rispose di non poterlo fare senza l'aiuto del re, lasciando così trapelare assai chiaramente ch'egli aveva qualche intesa col maresciallo ribelle.

Il Santa Maria era venuto in Piemonte con grandi speranze, vantandosi di voler fare colà grandi cose «tant en corompre gens que a faire revolter et distraire les soldatz»: pare che si lusingasse perfino di poter trarre dalla sua il segretario stesso del maresciallo, il sig.r di Charretier (Chartier), il quale, a quanto si diceva, si era impegnato per 12 o 14.000 scudi a far sì che il suo padrone desse piena soddisfazione al re. Ma anche col danaro Santa Maria non poté né sanare il disaccordo né intralciare i preparativi militari del Bellegarde.

Dopo di lui il re rinnovò il tentativo, inviando al maresciallo il sig. di Ruffy (o Ruffia) di Borgogna [34], che aveva fama di essere amico suo da vecchia data. Il Ruffia doveva anche lui persuadere il Bellegarde ad uscire dal Marchesato ed a presentarsi alla regina madre, ma in una maniera più blanda, proponendogli di lasciare le fortezze, che aveva nel Marchesato, nelle mani del proprio figlio Cesare o di un altro suo confidente e facendogli sperare il pagamento di 20, o, 30.000 scudi dei suoi stipendi arretrati e delle sue pensioni quale risarcimento delle spese di viaggio. Doveva inoltre fargli intendere che il re era fermamente deciso a servirsi di lui come maresciallo, ma «qu'il ne vouloit estre gehenné ny que l'on puisse dire qu'il ha contrainte sa Majeste à quelque chose». Il Ruffia partì dalla Corte con queste istruzioni, ma non sappiamo se la sua missione fu realmente portata a termine od interrotta alla notizia dell'insuccesso della precedente ambasceria [35].

Non ebbe miglior esito l'altro espediente escogitato dal re con l'invio nel Marchesato del sig. di Lussan [36], luogotenente e mastro di Campo del Conte di Brissac. La sua missione era prettamente militare [37]: ritogliere al Bellegarde il reggimento di Brissac, che presidiava Carmagnola e che, alla venuta del maresciallo, aveva fatto causa comune con lui; prendere il comando di tutte le milizie francesi, che presidiavano il Marchesato ed impedire che passassero dalla parte del maresciallo ribelle. Ma gli ufficiali del reggimento Brissac rimasero tutti fedeli al Bellegarde, ad eccezione di un solo, il cap. La Bastide, cosicché al Lussan non rimase altro da fare che ritirarsi a Saluzzo per presidiare quel castello. Col Lussan il re mandò al Birago 6.000 scudi, perché provvedesse alle necessità del momento; ma anche questa somma, male spesa, non portò alcun frutto alla causa del re.

Intanto il Bellegarde, insensibile ad ogni esortazione come ad ogni minaccia, e sempre più deciso ad effettuare il piano da lunga data accarezzato, accelerava i suoi preparativi militari, facendo affluire truppe da ogni parte. Il Lesdiguières gli mandava 1.200 fanti e 300 cavalieri sotto il comando del prode capitano La Tour Gouvernet e si diceva che egli stesso stesse passando in rassegna un altro esercito di 700 fanti e di 2500 cavalli, comandati dal sig. Francesco di Châtillon, figlio dell'ammiraglio di Coligny, per prestare man forte al suo luogotenente: più di ottocento valdesi erano stati reclutati nelle valli di Luserna e di San Martino, nel Pragelato e nel Queyras, nonostante gli ordini proibitivi del duca e del re [38]. Dieci compagnie di Provenzali erano state assoldate fra le milizie, che avevano combattuto sotto il maresciallo all'assedio della città di Nîmes. Ne avevano il comando i capitani Anselme, Gaut, Besserie, e Flote, conte de La Roche. Si calcolava che il maresciallo, per la vagheggiata impresa, potesse ormai fare assegnamento sopra un esercito di 7 o 10.000 uomini ed anche di più [39], perché, una volta occupate le valli della Macra e della Varaita, coi relativi valichi alpini, egli avrebbe avuto modo di far affluire altre truppe a suo sostegno.

Al Bellegarde però non sfuggiva che la presenza di tanti ugonotti nelle sue milizie poteva alienargli gli animi e gli aiuti di molti principi italiani: perciò si sforzava di dimostrare al Nunzio pontificio di Torino [40] ed ai potentati d' Italia ch'egli non era ugonotto, ma buon cattolico, disposto a spargere il suo sangue per la fede cattolica e che, se per necessità di cose doveva servirsi di capitani e di milizie ugonotte, ciò non voleva dire ch'egli ne condividesse le dottrine e tanto meno ch'egli volesse creare pericolose novità religiose al di qua delle Alpi.

Una condotta affatto diversa teneva invece il Birago [41]. Egli, che negli anni precedenti si era spesso dimostrato duro ed intollerante verso i riformati del Marchesato e verso i Valdesi di Val Perosa, comprimendo la loro libertà di coscienza e di culto, ora, invece, inquieto per gli armamenti del Bellegarde e per l'impotenza sua e del re, si atteggiava a patrocinatore e difensore della nuova fede. Mandando emissari e confidenti ai ministri ed ai capitani ugonotti, prometteva il libero esercizio del culto riformato in tutte le valli pinerolesi e nel Marchesato, a patto che essi prendessero le armi a sua difesa e non assecondassero la rivolta del Bellegarde. Della sincerità delle sue

promesse si dichiarava pronto a dare le più ampie garanzie. Ma gli ugonotti gli fecero rispondere che non potevano decidere nulla prima della congregazione generale delle loro chiese. Come intermediario tra il Birago e gli ugonotti, fungeva quell'Alfonso Biandrata, già ricordato negli anni precedenti, il quale, ritornato momentaneamente dalla Svizzera, percorreva infaticabile le valli di Luserna, di Perosa e di Pragelato, cercando di assoldare riformati per le truppe del governatore.

La condotta del Birago fu risaputa dal Nunzio di Torino, il quale, giudicandola contraria agli interessi della fede cattolica, gliene mosse aspro rimprovero. Il Birago si difese, asserendo di aver agito così soltanto per non aver nemici i riformati e per allontanarli dal Bellegarde, il quale aveva fatto ad essi le medesime promesse. E, smascherando il suo rivale, avvertì che non bisognava farsi alcuna illusione sulla proclamata cattolicità del Bellegarde, poiché era noto a tutti ch'egli aveva come intimi consiglieri quattro di quelli stessi, che avevano preso parte all'assalto ugonotto contro la città papale di Avignone ed alla congiura contro il Card. D'Armagnac [42].

Ai preparativi militari del Bellegarde il Birago contrapponeva, come poteva, i suoi, ma lentamente e con scarso successo. Assoldava volontari nelle terre del duca, il quale lasciava fare, perché non si scoprisse la sua segreta intesa col maresciallo e non crescessero i sospetti, che già si nutrivano alla Corte francese sul doppio gioco della sua politica. Ma, non avendo artiglieria, la quale era tutta chiusa nelle fortezze di Carmagnola [43] e di Revello, in mano cioè del suo nemico, il governatore era costretto a supplicare il duca di non permettere che il Bellegarde potesse trarre le artiglierie da Carmagnola, tutta circondata da terre sabaude, né farle transitare sopra i suoi Stati, poiché soltanto con questo espediente egli avrebbe potuto annullare od almeno attenuare la soverchiante superiorità dell'avversario. Nessun aiuto il Birago poteva aspettare dal re di Francia, perché il sig. di Mandelot, governatore di Lione,

il quale aveva ricevuto ordine dal re di marciare con milizie alla difesa del Marchesato, non lo poteva fare per mancanza di danaro, e perché il duca di Nevers, il quale era stato invitato anch'egli a mettersi a capo di un esercito regio, aveva preferito declinare l'incarico considerando inadeguati i mezzi messi a sua disposizione [44]. Né miglior esito avevano le pressioni del re sul governatore di Milano, marchese di Ayamonte, affinché sospendesse gli aiuti e le sovvenzioni al temerario maresciallo.

Intanto a Parigi Enrico III continuava a tergiversare, vittima degli intrighi di Corte e delle contrastanti notizie che gli giungevano dal Marchesato. Si diceva che il Bellegarde avesse, sì, nelle sue mani l'artiglieria, ma non più di 300 colpi da sparare, mentre il Birago aveva polvere per 10.000 colpi; che egli non avesse danaro per pagare le truppe, le quali insoddisfatte si sarebbero sollevate quanto prima contro di lui; e che infine per la sconfitta recente del sig.r di Vins fosse privato di ogni ulteriore speranza di aiuto dalla parte della Provenza [45]. Uguale incertezza regnava riguardo ai veri sentimenti ed alle reali intenzioni di E. Filiberto. Il Santa Maria al ritorno della sua missione pare avesse accreditata la voce che «l'S. A. entretenoit ces choses affin que le roy fust réduit en ceste necessité de remettre ce marquisat entre ses mains» [46]. E parecchi ministri, gli uni sinceramente, i più con fini riposti, consigliavano questa soluzione al re, come la sola che potesse evitare la guerra nel Marchesato. Il re ora ringraziava il duca per i suoi servigi e proclamava di amarlo più che se fosse suo padre; ora invece, prestando ascolto ai molti nemici, aperti o dissimulati, che il principe sabaudo aveva a Corte, sospettava della sua fedeltà e lo rimproverava perché forniva al Bellegarde una sovvenzione di 4.000 scudi [47] per mantenere truppe ribelli al re. Il Monreale, ambasciatore piemontese a Parigi, durava fatica a raccapezzarsi in mezzo a tanta ridda di umori e di fini disparati e a dissipare i sospetti e le malevolenze, che serpeggiavano contro il suo sovrano. Ma ormai i fatti precipitavano nel Marchesato verso quella soluzione deprecata, che la irresolutezza, l'insipienza e l'impotenza della Corte e gli intrighi di molti avevano reso fatalmente inevitabile.

Verso la metà di giugno il Bellegarde si decise finalmente a dare piena attuazione al suo piano di guerra [48]. Il giorno 14 [49] fece uscire dalla fortezza di Carmagnola la fanteria e l'artiglieria e le avviò verso Saluzzo, burlandosi dell'intimazione del duca di Savoia di non transitare truppe né cannoni sulle terre del proprio dominio [50] divieto, in verità, fatto più per mascherare l'intesa col maresciallo e salvare la responsabilità di fronte al re di Francia che per fermo proposito di farlo eseguire. La sera dello stesso giorno, alle ore 21, anche il Bellegarde uscì da Carmagnola, alla testa di uno squadrone di 300 cavalieri, che formavano la sua guardia d'onore, e raggiunse il grosso delle milizie nell'abitato di Ruffia, dove il cattivo tempo lo obbligò a sostare. Qui vennero a riverirlo i deputati della città di Saluzzo, che gli offrirono in segno di obbedienza le chiavi della città. Ma il maresciallo rifiutò di riceverle e le lasciò nelle loro mani, volendo togliere alla sua impresa qualsiasi carattere di conquista. Tre giorni dopo la sua partenza da Carmagnola, senza trovare resistenza, il Bellegarde faceva il suo solenne ingresso in Saluzzo, la capitale del Mar. chesato.

Il Birago, colto di sorpresa ed abbandonato da molti ch'egli credeva a sé fedeli, non aveva forze sufficienti per contrastare la marcia dell'avversario. Non appena seppe che il Bellegarde era a Cavallermaggiore, a tre leghe da Saluzzo, abbandonò frettolosamente la sua residenza e, con la scorta di 500 cavalli leggeri, si ritirò a Lagnasco con l'intenzione di valicare le Alpi. Ma, saputo che i passi delle valli erano chiusi dalle milizie nemiche e temendo di esser fatto prigioniero, se ne fuggì a Torino, per mettersi sotto la protezione del duca di Savoia o sollecitare il suo aiuto. Il duca rifiutò il soccorso, adducendo a pretesto l'impreparazione delle sue truppe; ma gli concesse il soggiorno nella capitale, per non tradire la sua complicità col maresciallo ribelle.

Intanto in Saluzzo il capitano Lussan, chiusosi nel castello con una compagnia di 20 francesi e di 80 italiani, si sforzava di conservare al re quest'ultimo baluardo del dominio regio sul Marchesato. Ma le cannonate del Bellegarde e la penuria di viveri e di munizioni lo costrinsero a capitolare dopo appena otto giorni di assedio, il 27 giugno. Nel congedarlo, il maresciallo lo incaricò di scusarlo presso il re, protestando ancora una volta che la spedizione militare era stata fatta solo per vendicarsi dei Biraghi, suoi nemici: che egli era e voleva rimanere francese ed ufficiale della Corona di Francia e che come tale custodirebbe il Marchesato assai meglio di quanto non avesse fatto in passato Carlo Birago [51].

Dopo Saluzzo, per completare l'occupazione del Marchesato, il Bellegarde fece occupare Verzuolo, Centallo e Dronero: si assicurò i passaggi dal Piemonte alla Provenza, per la valle della Stura, occupando Demonte e Rocca Sparviera, e quelli verso il Delfinato, presidiando Castel-Delfino ed il Colle dell'Agnello. Cosicché in poche settimane tutto il marchesato fu saldamente ridotto nelle mani del nuovo occupante.

Il colpo di mano del Bellegarde, per quanto atteso da lungo tempo [52], sorprese la Corte per la rapidità dell'esecuzione eper l'ignava condotta del Birago, che pochi giorni prima aveva scritto di avere 15.000 mila uomini già armati e di aspettarne altri e di poter sostenere con successo qualunque assedio. In preda alla collera il re minacciò di degradarlo per la sua fuga vergognosa, sebbene il Villequier insinuasse al re che forse questa pusillanimità era stata un bene, perché, asserendo il Bellegarde di non avere altro scopo che quello di cacciare il Birago, c'era da sperare che egli si fermasse li, senza più gravi conseguenze, e che la regina madre riuscisse con la sua arte sperimentata ad aggiustare ogni cosa 53.

Più grave fu il risentimento verso il Bellegarde ed il duca di Savoia [54].

Il re, radunato d'urgenza il Consiglio della Corona, si sfogò amaramente contro E. Filiberto. Lo accusò di aver favorito l'impresa, non solo mantenendo strette intelligenze col maresciallo e col marchese di Ayamonte e fornendo al ribelle consigli e danari, ma lasciando libero il transito alle artiglierie sulle proprie terre [55] e permettendo che i propri sudditi accorressero liberamente a rinforzare le truppe ribelli. E, mentre il re, disperando di riacquistare il Marchesato, intravedeva ormai la fine della sua riputazione in Italia ed imprecava contro se stesso per aver ceduto al duca le tre piazze piemontesi contro il parere avveduto del duca di Nevers, altri Consiglieri, tra i più bollenti, proponevano che si prendesse vendetta del duca, invadendo la Bressa e la Savoia. Alla fine però prevalsero più miti consigli. Si stabilì di mandare subito contro il Bellegarde un esercito sotto il comando del Nevers o del Mandelot, di assoldare truppe italiane e svizzere, stanziando all'uopo 60.000 scudi, e di spedire un'ambasceria al duca E. Filiberto, nella persona del sig.r de Lescosme, per invitarlo dapprima, con modi cortesi, a desistere da ogni favoreggiamento al maresciallo e ad adoperarsi, affinché il Marchesato di Saluzzo fosse conservato alla Corona di Francia: ma non trovando adeguata assicurazione «qu'il eut à braver S. A. et luy faire sentir le desplaisir qu' en reçoit le Roy».

Il Monreale, testimone di tutto lo sconquasso, che l'impresa del Bellegarde aveva recato al di là delle Alpi, sebbene comprendesse che molti dei propositi di vendetta erano per il momento inattuabili, tuttavia esortava vivamente il suo sovrano a parare i colpi dei numerosi nemici, che aveva alla Corte, abboccandosi al più presto con la regina madre o inviando a lei il ministro Andrea di Leyni per giustificare la sua condotta verso il Bellegarde e verso il re [56].

Intanto il maresciallo, preso possesso del Marchesato, si dava ad una politica più ambigua che mai. Occorreva mantenere buoni rapporti con gli ugonotti, che lo avevano aiutato nell'impresa ed ai quali aveva fatto solenni promesse in materia di religione; ma era necessario, d'altra parte, togliere anche al Nunzio torinese, al papa ed ai principi d'Italia ogni motivo di rinnovargli l'accusa di fautore dell'eresia, sotto pretesto che le sue truppe erano in gran parte ugonotte ed avevano commesso scandali e violenze a Saluzzo, a Dronero ed in altre località a danno del culto cattolico. A Saluzzo la tradizione narra che le prepotenze furono tali da provocare una sommossa popolare, durante la quale molti degli ugonotti più facinorosi furono barbaramente uccisi o precipitati nei fossati del castello [57].

Avendo saputo che parecchi religiosi erano fuggiti da Saluzzo per timore di violenze all'arrivo delle truppe ugonotte e che molte chiese erano state chiuse per evitare sacrilegî e profanazioni, il maresciallo ordinò per prima cosa che i sacerdoti ritornassero alle loro sedi sotto la sua salvaguardia e che le chiese fossero riaperte; poi con pubblici bandi vietò che si recasse offesa alle persone ecclesiastiche ed alle chiese e prescrisse che tutto il popolo vivesse cattolicamente ed in concordia come in passato. Ma sottomano permetteva che gli ugonotti del suo seguito ed i riformati del Marchesato celebrassero qua e là pubblicamente gli atti del loro culto. E per non urtare la suscettibilità dei suoi alleati ugonotti col mostrare di essere sovvenzionato dal re di Spagna, loro acerrimo nemico, andava loro dicendo che il danaro gli era fornito dal duca di Savoia, col quale gli ugonotti del Delfinato erano allora in buoni rapporti non solo per ragioni d'interesse, ma anche per le progettate nozze del principe di Piemonte con la sorella del re di Navarra, generale supremo degli ugonotti di Francia [58].

In pari tempo, per non accrescere le diffidenze del papa, di Mantova e di Venezia, i più interessati nella questione del Marchesato, il Bellegarde rifiutava l'ulteriore offerta, che gli ugonotti gli avevano fatta di 7.000 soldati per assicurare il suo possesso, e con lettere ed ambascerie si sforzava di dimostrare che i principi italiani nulla avevano da temere, né per la quiete d'Italia né per la fede cattolica, perché egli avrebbe tenuto il Marchesato nell'ubbidienza del re di Francia e tutelata la libertà del culto cattolico da ogni insidia e violenza.

A quest'uopo fin dal 27 giugno, giorno in cui cadeva il castello di Saluzzo, il maresciallo, prevedendo le recriminazioni, che gli sarebbero venute da Roma per essersi servito di truppe eretiche, aveva indirizzato al papa una lettera confidenziale [59], con la quale si giustificava dei fatti compiuti e rassicurava S. Santità intorno ai suoi futuri propositi. «.... Que encore que je me soys aydé et servy de toutes sortes de gens de guerre en mes exploitz-qui sont aujourdhy sy voluntaires en la France, que sans s' informer où ils vont ny pour quelz effects, se remettent à l'entière disposition de leurs chefs-je n'ay pourtant rien innové ny altéré en la religion, quoy que mes ennemys puissent faulcement dire ou escripre: se pouvant Vostre Saincteté asseurer que je n'ay jamès pensé à chose qui s'aprochast d'une innovation ny altération au préjudice de la religion catholique romaine ny du Sainct Siège apostolique, pour le service du quel jay toujours exposé ma vye aux hazards, qui se sont offertz, comme je feray tant que je vivray». E concludeva assicurando che il suo proposito nell'agire in tal modo era stato quello solo di vendicarsi delle offese ricevute dal Birago e delle ingiustizie patite da parte del re, e di non aver ora altro scopo che quello di ristabilire il Marchesato «en sa première liberté et hors de toute tyramnye soubz l'obéissance de Sa Majesté».

Ma le proteste e le giustificazioni del Bellegarde trovavano scarso credito, finché egli continuava a tenere al suo servizio le milizie ugonotte venute dal Delfinato, dalla Provenza e dalle Valli di Luserna e di Pragelato.

Fin dal principio di giugno, prima ancora che il Bellegarde effettuasse il suo ardito proposito, il duca E. Filiberto, saputo che una schiera di Valdesi, suoi sudditi, assoldata dal Bellegarde, aveva commesso ladrocinî ed omicidî in Val Varaita, aveva cercato di prevenire le recriminazioni del re e del Birago, intimando al Castrocaro, governatore delle Valli di Luserna e S. Martino, di prendere informazioni di quanti erano andati nel Marchesato e vi avevano compiuto atti di violenza, e d'impedire che altri in avvenire uscissero dalla valle [60]. Il governatore aveva radunato le Comunità, esortandole ad ubbidire al divieto del duca, a designare i colpevoli delle violenze e a restituire le cose rubate. Ma le Comunità avevano risposto, negando i fatti loro addebitati o rigettandoli su alcuni pochi facinorosi «l'che sarebbero contenti di veder castigati», ma, quanto al non uscir dalla valle, avevano fieramente dichiarato di essere legati da un patto solenne a soccorrere i propri fratelli in fede, dovunque e sempre fosse necessario, e che questo obbligo, provenendo da Dio, aveva per essi più valore di ogni comando umano.

Di fronte a queste recise dichiarazioni dei Valdesi, il duca non credette opportuno proseguire l'inchiesta, sia che egli stesso si sentisse responsabile dell'impresa del Bellegarde, sia che temesse qualche malcontento o qualche impensata rappresaglia da parte degli ugonotti del Delfinato. Preferì piuttosto adoperarsi, affinché il Bellegarde licenziasse le sue milizie transalpine e prime di tutte quelle ugonotte.

Il duca temeva infatti che il Bellegarde, inorgoglito del facile successo ed istigato dal marchese di Ayamonte, intraprendesse qualche azione più vasta in Piemonte e che il contagio ugonotto si propagasse nei suoi Stati, che con tanta fatica egli aveva quasi totalmente purgati dalla peste ereticale.

Assecondava il duca nel richiedere al maresciallo il licenziamento delle milizie eretiche anche il Nunzio torinese, il quale fin dal 18 giugno aveva denunciato a Roma [61] gli eccessi che i soldati ugonotti del Bellegarde avevano commesso in occasione dell'occupazione del Marchesato e che continuavano a commettere qua e là a danno delle persone ecclesiastiche e delle chiese cattoliche.

Di fronte alle ammonizioni del duca e del Nunzio, il maresciallo non poté opporre un rifiuto, sia per non smentire le solenni protestazioni di cattolicità fatte al papa ed ai principi d'Italia, sia perché il mantenimento di tanti soldati gli causava gravi difficoltà finanziarie. Cosicché già il 23 giugno [62] Nunzio poteva dare a Roma la consolante notizia che il Bellegarde stava congedando le sue milizie ugonotte per farle rimpatriare al di là delle Alpi. Ma una grave difficoltà rallentava le operazioni di congedo. Le milizie, prima di essere licenziate, chiedevano il regolare pagamento dello stipendio pattuito. Pur di raggiungere al più presto lo scopo, il duca fu pronto ad offrire le somme occorrenti. Ma poiché, anche così, il congedamento avveniva con troppa lentezza, sia per gli ostacoli frapposti dalle milizie, sia per lo scarso impegno del Bellegarde, il duca decise di mandare a Carmagnola il suo ministro Andrea Provana di Leyni, il quale dichiarò al Bellegarde che non sarebbe uscito dalla città, se non quando avesse veduto licenziate tutte le milizie ugonotte [63]. Il maresciallo si scusò, dicendo di aver già rinviate le soldatesche valdesi e promise di completare entro pochi giorni il licenziamento di tutte le altre milizie ugonotte. Ma intanto continuò a tenere al suo seguito parecchi ufficiali notoriamente ugonotti ed a servirsi di loro per presidio delle sue fortezze.

La partenza di una parte delle milizie, che oziose tumultuavano or qua or là nel Marchesato, ricondusse gradatamente la normalità sia nel campo politico sia in quello civile: ma la situazione religiosa continuò a rimanere incerta e fluttuante. La calata di tanti soldati ugonotti, accompagnati da ministri e predicatori eretici, e la protezione ricevuta da parecchi dei loro capi avevano riaccesa la speranza e la baldanza dei riformati del Marchesato, ora soprattutto che vedevano rimosso dal governo l'intollerante Birago ed insediato al suo posto il Bellegarde, bisognoso dell'aiuto ugonotto.

Infatti, il 2 luglio 1579 il Nunzio così scriveva a Roma: «Se ben non si predica pubblicamente, quei ugonotti tra loro privatamente fanno li lor esercitii et s'escusa Bellegarde che non gli ne può vetar tra loro, ma che li ritiene di far esercitio pubblico et non di meno, come possano, fan danno alle chiese et Religiosi et per il paese un mondo di assassinamenti et bruttezze.... Dicesi da due giorni (ma non ne ho riscontro sicuro) che in Droneso et Verzolo si predica pubblicamente da ministri. Certa cosa è che li Preti non sono ancora tornati ad offitiar in molti luoghi, né vi è chi tenga cura di farli andare».

Intanto la Santa Sede, preoccupata per la lentezza e le tergiversazioni del Bellegarde, provvedeva ad indirizzargli un Breve di rimprovero e di sollecitazione [64]. La lettera papale ricordava al maresciallo le solenni promesse di fede cattolica e di devozione alla Santa Sede ripetutamente fatte al papa ed ai principi cattolici e lo invitava a congedare immediatamente tutte le milizie ugonotte, che aveva al suo servizio, a vietare severamente ogni esercizio pubblico della fede riformata ed a cancellare qualsiasi traccia di eresia nelle terre del suo governo.

Le sollecitazioni papali, rafforzando quelle del Nunzio e del Duca di Savoia, finirono con l'aver ragione delle titubanze del Bellegarde, che non solo congedò la maggior parte delle truppe ugonotte, ma si accinse a reprimere seriamente ogni tentativo dei riformati di celebrare pubblicamente gli atti del loro culto. Già il 3 luglio il Nunzio [65] constatava che la situazione religiosa nel Marchesato era ormai ritornata quasi quella di prima. Come al tempo del Birago «si vive per tutto con libertà di coscienza conforme all'editto (di pacificazione); ma non si fa esercitio publico. È vero, per quanto intendo, che nella Val di Varaita et Maira dove è maggiore quantità d' Ugonotti et ve n'erano anche prima Isi vive un poco più licentiosamente et anco in case particolari si predica, ma non se ne può trovar il fondamento, perché le lettere che vengono, se sono d'affettionati del Birago, dicono un mondo di male, se di Bellegarde, bene».

L'ottimismo del Nunzio era però prematuro ed eccessivo. Non tutte le milizie erano state rimpatriate e nuclei più o meno numerosi continuavano ad annidarsi in varie terre del Marchesato, specialmente a Dronero, a Verzuolo, in Val Maira ed in Val Varaita, ora commettendo soprusi e profanazioni, ora cercando d' instaurare il pubblico esercizio del loro culto. Ciò darà ulteriore motivo al duca e al Nunzio di premere sul Bellegarde, per esortarlo all'adempimento delle sue promesse, e sul Vicesenescallo Porporato, affinché con la sua autorità impedisca anch'egli il diffondersi del contagio «delle prediche e degli esercizi di quei ribelli»> [66].

Posto in una condizione estremamente ambigua e tra promesse contrastanti fatte le une ai capi ugonotti e le altre al papa ed ai principi italiani il Bellegarde, che sapeva di essere esplicitamente accusato di ugonotteria da Carlo Birago e dai suoi fautori, sentì il dovere di discolparsi con una lettera [67] indirizzata al Nunzio torinese in data 8 luglio. In essa egli chiamava mere calunnie le accuse, che i suoi nemici spargevano, dipingendolo come ugonotto e fautore degli ugonotti e rinnovava solennemente le precedenti dichiarazioni di fede cattolica e l'impegno d'impedire nel Marchesato la pubblica affermazione della fede riformata. E questi propositi riconfermò anche più esplicitamente a viva voce alcuni giorni dopo.

Il 18 luglio, infatti, il maresciallo venne a Torino per abboccarsi col duca, in procinto di partire per Grenoble, dove doveva incontrare la regina madre e stabilire le modalità di un abboccamento tra essa ed il maresciallo ribelle. Il Bellegarde come vedremo ricusò di accompagnare il duca e rimase qualche giorno a Torino in casa del Leyni, a spese del duca [68]. Il Nunzio approfittò della sua venuta per incontrarsi con lui e per ripetergli le vecchie esortazioni [69]; ed ancora una volta il maresciallo rinnovò il giuramento di voler vivere e morire cattolicamente. Confessò che in Val Varaita ed in Val Maira erano state fatte alcune prediche pubblicamente, perché colà i riformati erano molto numerosi, ma negò recisamente di aver mai concesso agli ugonotti il libero esercizio della loro religione, come pretendevano i suoi denigratori. Aggiunse di essere sempre intervenuto energicamente per reprimere ogni abuso, non appena era stato informato che gli ugonotti tentavano di celebrare pubblicamente gli atti del loro culto e che, nel momento attuale, si poteva dire che il culto cattolico era liberamente e regolarmente restituito in tutte le terre del Marchesato, ad eccezione di Praviglielmo, in Val Paesana, dove vi erano eretici di antica data. Del cattivo stato della religione cattolica il maresciallo riversò la colpa sul clero stesso, lamentando che molti preti rimanessero assenti dalle loro chiese o fossero ignoranti e di mala vita.

Durante il soggiorno torinese il Bellegarde ebbe modo di abboccarsi anche con l'ambasciatore veneto Barbaro.

La repubblica veneta, sempre più allarmata dopo le operazioni guerresche del maresciallo e sollecitata ad intervenire dalle istanze del pontefice, aveva ordinato al suo Oratore a Torino [70] di sincerarsi dei sentimenti e dei propositi tanto del duca, quanto del Bellegarde, per impedire che guerra ed eresia dilagassero nelle altre terre d'Italia. Al duca il Barbaro doveva anzitutto far vedere «la somma importantia di quei moti et qual stragge apporterà all'Italia tutta et particolarmente alli soi stati una inondatione de Ugonotti»; poi esortarlo a considerare il pericolo suo ed altrui e ad adoperarsi presso il maresciallo, affinché volesse sottomettersi all'autorità del re per averne «perdono e ricompensa quale si conviene al grado suo». Era convinzione dei Signori Veneti che, se il maresciallo non fosse sostenuto da qualcuno, tutto si accomoderebbe rapidamente.

”Era," dice il Segre, "un'ammonizione velata per il duca, un consiglio ed una preghiera”. Il Barbaro assolse con grande tatto la sua missione e presso il duca e presso il Bellegarde, ottenendo da entrambi promesse ed assicurazioni 7. Intanto anche il Gonzaga di Mantova correva ai ripari, e, per premunirsi da eventuali sorprese da parte del Bellegarde, rinforzava i suoi presidî situati in prossimità della frontiera del Marchesato. Saputo poi che a Parigi regnava un forte malcontento contro di lui, perché erano state scoperte le trame del Calandra col maresciallo e le sue andate misteriose a Carmagnola, cercava di dimostrare la propria innocenza e disapprovazione, facendo arrestare di sorpresa il Calandra ed altri uomini influenti di Casale, che avevano avuto qualche parte nelle trattative segrete col Bellegarde. Ma pochi credettero alla sincerità dell'arresto [72].

Note

[1] Per un quadro sintetico delle condizioni della Francia in questo momento, cfr. ALBERI, op. cit., IV, 411 e segg. (Relazione dell'ambasciatore veneto Priuli); DAVILA, op. cit., II, 271 e segg.; QUAZZA, op. cit., pp. 185-86; LAVISSE, op. cit., VI, 192 e segg.

[2] Fin dal 23 gennaio il Neufville, sig.r de Villeroy, nuovo cancelliere del regno, ne aveva avvertito il re. Cfr. LA FERRIÈRE e DE PUCHESSE, Lettres de Catherine, cit., VII, 40. Il MAUROY, op. cit. (in SECOUSSE, op. cit., pp. 175-76) dice che il re fu sollecitamente informato dello screzio sorto fra il Bellegarde ed il Birago: ma che trascurò l'affare, credendo di essere sempre in tempo ad arrestarne le cattive conseguenze e non volendo dare agli ugonotti nuove ragioni di diffidenza. TONSI, op. cit., p. 214 e segg.

[3] A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. V, lett. del Biandrà alla Corte di Torino, 6 genn. 1579.

[4] La FERRIÈRE e DE PUCHESSE, op. cit., VII, p. 40 (nota alla lett. di Caterina al re, 9 luglio 1579).

[5] SECOUSSE, op. cit., I, 154-55.

[6] A. S. T., Lett. Ministri Spagna, m. 11, lett. del Pallavicino al duca, 6 dic. 1579; IBIDEM, Lett. Ministri Francia, m. V, lett. del Biandrà alla Corte, 22 e 24 marzo 1579; RICOTTI, op. cit., II, 454; RAULICH, C. Emanuele I, Milano, 1896, I, 16..

[7] QUAZZA, op. cit., p. 188.

[8] QUAZZA, op. cit., loc. cit.

[9] Nella lett. 7 maggio 1579 il Granduca di Toscana prospettava al papa la contesa Bellegarde-Birago come un pretesto per « annichilare la religione cattolica ». Cfr. THEINER, op. cit., III, 670.

[10] A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. V., lett. del Biandrà e del Monreale al duca (genn.-apr. 1579); QUAZZA, op. cit., pp. 186-87.

[11] RICOTTI, op. cit., II, 454; RAULICH, op. cit., I, 16; QUAZZA.

[12] QUAZZA, loc. cit. op. cit., p. 191.

[13] A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. V, lett. del Biandrà alla Corte (22-24 marzo 1579); QUAZZA, op. cit., p. 192. TONSL, op. cit., p. 217.

[14] Lett. del Biandrà alla Corte (24 marzo), già cit.

[15] Sembra che al principio dei moti il re Enrico III inclinasse a cedere, a certe condizioni, il Marchesato al duca di Savoia ed incaricasse alcuni suoi ministri di ricercare la formula di cessione più opportuna. Ma il cancelliere Birago ed il maresciallo di Retz, volendo rompere la pratica, che giudicavano lesiva ai loro interessi, tirarono le cose così in lungo, che non se ne fece più nulla. Il re lamentava che il Marchesato gli causasse forti spese e temeva che, se fosse andato perduto durante la contesa Birago-Bellegarde, tale perdita avrebbe gravemente pregiudicato il suo prestigio di sovrano. A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. V, lett. del Monreale alla Corte, 7 maggio 1579.

[16] C'è confusione fra gli storici riguardo al La Valette spedito in Piemonte dal re. Il BRANTÔME (op. cit., V, p. 203) asserisce che il mandato fu La Valette il giovane, cioè Giovan-Luigi, e che lo vide lui stesso partire per il Piemonte: ma il GOMBERVILLE (op. cit., I, 630), che pubblica le Istruzioni date in questa occasione, le attribuisce al La Valette il vecchio (l'aîné) cioè a Bernardo, maggiore di due anni del fratello. Conferma questa seconda versione una lettera dell'agente ducale a Parigi, il sig.r di Biandrà, il quale il 30 marzo così scrive alla Corte torinese: «S. Ma.té s'est resolu denvoyer le s.r de la Valette laisné present porteur pour plus particulierement scavoir les occasions qui ont esmeu s.r le Marescal a fere les levées que l'on dict icy quil faict, sans son adveu ny comandement; le susdict s.r de la Valette a comandement de visiter V. A. de la part de S. M.té et de negotier cette affere avec elle. Le Roy a ferme assurance que V. A. le peut beaucoup servir en cecy.... ». Si potrebbero conciliare le due versioni contrastanti supponendo che il primo designato fosse Bernardo, ma che all'ultimo momento gli fosse sostituito, per qualche caso improvviso, il fratello Giov. Luigi. Cfr. anche SECOUSSE, op. cit., p. 155.

[17] Giovanna di Saint-Lary, sorella del maresciallo Ruggero di Saint-Lary, signore di Bellegarde, sposò nel 1551 Giovanni di Nogaret, signore de La Valette, dal quale ebbe Bernardo e Giovan Luigi, sopra ricordati.

[18] A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. V, lett. del Biandrà alla Corte, 30 marzo e 7 apr. 1579.

[19] In GOMBERVILLE, op. cit., I, 630.

[20] QUAZZA, op. cit., pp. 192, 196-97. Sono riprodotte le clausole dell'accordo Birago-Bellegarde; TONSI, op. cit., pp. 215-16.

[21] A. S. T., I, Negoziazioni Francia, m. IV, n.º 10 e 13 (3 apr. 1579). Il Monreale doveva comunicare le sue istruzioni od almeno il contenuto di esse anche al cardinale Birago, all'ambasciatore veneto residente a Parigi, al maresciallo di Retz ed al fratello del re.

[22] A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. V, lett. del Monreale alla Corte (23, 27 e 28 apr. 1579).

[23] Il cancelliere Birago era stato creato cardinale l'anno precedente (1578), in riconoscimento dei servigi resi alla causa cattolica.

[24] Loc. cit. (lett. 23, 27 e 28 apr.).

[25] Loc. cit. (lett. 28 apr.).

[26] A. S. T., I, Lett. Ministri Venezia, m. II (lett. 3 e 17 apr.; 1 e 15 maggio 1579).

[27] Cfr. SEGRE, Emanuele Filiberto e la Repubblica di Venezia, in << Miscell. di Stor. Veneta ». Se 2ª, VII, 1901, p. 419; SECOUSSE, op. cit., I, 190-91; DAVILA, op. cit., II, pp. 278-79; TONSI, op. cit., p. 218.

[28]Storia/Saluzzo e la Riforma protestante A. S. T., I, Lett. Ministri Spagna, m. II, lett. del Marchese Pallavicino al duca di Savoia, 10 luglio 1579; LA FERRIÈRE e DE PUCHESSE, Lettres de Catherine, VII, p. 25 (lett. di Caterina al re, 24 giugno 1579); QUAZZA, op. cit., p. 198 e segg.

[29] A Parigi si diceva di avere lettere del Bellegarde al duca di Mantova, con le quali il maresciallo offriva a lui alcune piazze del Marchesato mediante compenso in danaro. A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. V, lett. del Monreale alla Corte, 4 giugno 1579.

[30] L'epistolario è ampiamente analizzato dal QUAZZA, op. cit., pp. 198206. Sono desunte da esso le notizie che seguono.

[31] V. lett. del Biandrà alla corte in data 24 marzo 1579, già cit., loc. cit.

[32] François de Rivière de St. Marie, che aveva portato a Corte le lettere intercettate del Lesdiguières al Bellegarde. Sulla sua missione in Piemonte, cfr. A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. V: lett. del Monreale alla Corte in data 29 apr., 2, 3, 4, 7, 10 maggio 1579; LÀ FERRIÈRE e DE PUCHESSE, Lettres de Catherine (lett. 13 maggio 1579 al re), VI, 363; QUAZZA, op. cit., p. 213; TONSI, op. cit., 216.

[33] Il Monreale aveva previsto che il Bellegarde non si sarebbe aperto col Santa-Maria, perché creatura del Nevers, e aveva osato far presente il fatto al re stesso, il quale dichiarò che il Santa-Maria era uomo d'onore e di tatto e che non avrebbe fatto nulla contro il servizio del re.

[34] Cfr. le lett. del Monreale, in loc. cit., 7, 10, 14, 20 maggio e 4 giugno 1579.

[35] Il 4 giugno il Ruffia era già partito, ma le sue istruzioni erano ancora a Parigi. Il re aspettava di sapere quanto aveva negoziato il Santa-Maria. Cfr. lett. del Monreale, loc. cit. (4 giugno 1579).

[36] Cioè Paul d'Esparbez de Lussan, morto nel 1616. TONSI, op. cit., p. 218.

[37] Lett. del Monreale alla Corte, 14 maggio 1579, in loc. cit.; BRANTÔME, op. cit., t. V, 203; MAUROY, op. cit., in SECOUSSE, op. cit., II, 176-77 e SECOUSSE, op. cit., I, 154-60.

[38] Relazione dell'ambasciatore veneto BARBARO, in loc. cit.; N. TOMMASEO, Relations des Ambassadeurs Vénitiens sur les affaires de France au VIe siècle, Parigi, 1838, II, pp. 436-440 (Viaggio dell'Ambas. Gerol. Lippomano); DUFAYARD, op. cit., p. 53; RICOTTI, op. cit., II, 453; JALLA, op. cit., I, 358; QUAZZA, op. cit., pp. 212-13; TONSI, op. cit., P. 218. 39 Non c'è concordia di cifre fra gli storici.

[40] PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. CLXXXIV: (lett. del Nunzio S. Croce al Card. di Como, 24 apr. 1579).

[41] PASCAL, loc. cit., doc. CLXXXV e CLXXXVI (9 giugno 1579).

[42] PASCAL, loc. cit., doc. CLXXXVI e CLXXXVII (17 giugno 1579). 43 Lett. del Monreale alla Corte, in loc. cit., 23 giugno 1579; SECOUSSE, op. cit., I, 160 e MAUROY, op. cit., in SECOUSSE, op. cit., II, 177. Il Mauroy crede che, se il duca di Savoia avesse mantenuta la sua promessa, l'impresa di Bellegarde sarebbe fallita, perché priva di artiglierie.

[44] Lett. del Monreale alla Corte, in loc. cit. (23 giugno 1579).

[45] Lett. del Monreale alla Corte, in loc. cit. (2 maggio 1579).

[46] Lett. del Monreale, in loc. cit. (12 giugno 1579).

[47] Lett. del Monreale alla Corte, in loc. cit. (4 maggio 1579). L'ambasciatore sabaudo spiegò al re che i 4.000 scudi in questione non erano stati dati al Bellegarde, ma al Presidente di Saluzzo Geronimo Porporato per pagare tanto i soldati, che dovevano essere congedati e che avevano dichiarato di non uscire dal Marchesato prima di aver ricevuto la loro paga regolare, quanto i soldati di stabile guarnigione, affinché non commettessero disordini.

[48] Su questi fatti guerreschi, cfr. TONSI, op. cit., p. 219; THUANI (DE THOU), Hist. libri, t. III, lib. 68, pp. 670-73; CAMBIANO, Memorabili, in «Miscell. di Stor. Ital. », IX, p. 208, e Historico Discorso, in loc. cit., col. 1206-1207; LUD. DELLA CHIESA, Dell' Historia di Piemonte, Torino, 1608, pp. 254 e seg.; VIDEL, op. cit., p. 34; MAUROY, op. cit., in SECOUSSE, op. cit., II, 176-77; SECOUSSE, op. cit., I, 152-57; GUICHENON, Hist. Généal. de la R. Maison de Savoye, Torino, 1778, pp. 26768; DUFAYARD, op. cit., p. 53; MANUEL DI S. GIOVANNI, op. cit., II, 85; QUAZZA, op. cit., pp. 212-13; SEGRE, Riacquisto ed Ingrandimento, in loc. cit., pp. 216-17; LA FERRIÈRE e DE PUCHESSE, op. cit., VII, p. 16 (nota alla lett. 17 giugno 1579); EGIDI, op. cit., p. 268.

[49] Alcuni storici (MAUROY, SECOUSSE, ecc.) danno come data della partenza da Carmagnola il 10 giugno (1579).

[50] II MAUROY, op. cit., in SECOUSSE, op. cit., II, 177-78, racconta che il duca mandò al maresciallo un messo per avvertirlo, che, se passava con l'artiglieria sui suoi Stati, lo avrebbe fatto pentire. A questa intimazione il Bellegarde fece rispondere «qu'il passeroit sur le ventre à tous ceux qui s'opposeroient à la marche de ses troupes ». Il GUICHENON, loc. cit., aggiunge che il maresciallo incontrò a Racconigi un messo della regina madre e che lo rimandò arrogantemente senza neppure aprire il plico delle lettere reali.

[51] MAUROY, in SECOUSSE, op. cit., I, 164, II, 178.

[52] Già fin dal 4 giugno circolava la notizia a Parigi che il Bellegarde, rotti i patti, aveva cercato di sorprendere alcune piazze del Marchesato e che aveva avuti parecchi soldati feriti. V. lett. del Monreale alla Corte, in loc. cit. (4 giugno 1579).

[53] Lett. del Monreale alla Corte, loc. cit. (20, 21, 23 giugno).

[54] Lett. del Monreale alla Corte, in in loc. cit., 21 e 23 giugno 1579

[55] A giustificazione del suo sovrano, il Monreale spiegò che il duca aveva fatta la promessa più per cercare d'intimorire il Bellegarde e trattenerlo, che perché fosse effettivamente in grado d'impedire il passaggio delle artiglierie e che aveva mandato ad avvertire Carlo Birago che gli era impossibile mettere insieme forze sufficienti in meno di due o tre settimane.

[56] Lett. del Monreale alla Corte, in loc. cit. (10 luglio 1579).

[57] F. A. DELLA CHIESA, Vita di Monsignor Giovenale Ancina, Torino, 1629, pp. 70-71; MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., pp. 85-89; SAVIO, op. cit., I, 287; FERRATO, La festa del Martedi Santo a Saluzzo, Saluzzo, 1897, cap. XV. Gli scrittori cattolici imputano queste violenze soltanto alle milizie ugonotte; ciò non è esatto, perché le milizie del Bellegarde erano frammiste di ugonotti e di cattolici e simili atti erano pressoché abituali nelle truppe del tempo, fossero esse cattoliche o protestanti.

[58] SECOUSSE, op. cit., I, 166-69.

[59] THEINER, op. cit., t. III, p. 672. Cfr. anche QUAZZA, op. cit., p. 218; EGIDI, op. cit., p. 268.

[60] A. S. T., I, Provincia di Pinerolo, Valli di Luserna, m. 15, n.º 5.; JALLA, op. cit., I, 359-61.

[61] PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. CLXXXVIII (18 giugno 1579).

[62] IBIDEM, doc. CLXXXIX (23 giugno 1579).

[63] IBIDEM, doc. CXC (2 luglio 1579); CLARETTA, Dell'Ordine Mauriziano ecc., Torino, 1890, p. 170; TONSI, op. cit., pp. 218-19; GUICHENON, op. cit., pp. 267-68.

[64] IBIDEM, doc. CXC e CXCI.

[65] IBIDEM, doc. CXCII (3 luglio 1579).

[66] IBIDEM, doc. CXCIII e CXCIV.

[67] IBIDEM, doc. CXCV (8 luglio 1579).

[68] L. E. PENNACCHINI, Itinerario del duca Em. Filiberto, in Stato Sabaudo (B. S. S. S., vol. CVII), p. 135. Nei colloqui col Bellegarde il duca esortò il maresciallo a pazientare, finché si conoscessero le decisioni del re e lo avvertì di non legarsi né obbligarsi con nessuno, prima ch'egli avesse parlato con la regina madre, dalla bontà della quale non si doveva sperare «que toute douceur et bon traittement ». A. S. T., I, Reg. lettere della Corte, vol. 22 (1574-79), fol. 50, bis e 51, lett. del duca alla regina madre e al Bellegarde. Inoltre: Lett. del Monreale alla Corte, in loc. cit. (17 agosto 1579).

[69] PASCAL, La lotta contro la Riforma in Piemonte, in loc. cit., doc. CXCVI (17 luglio) e CXCVIII (21 luglio).

[70] DAVILA, op. cit., II, p. 276; SEGRE, E. Filiberto e la repubblica di Venezia, in loc. cit., pp. 421-22.

[71] Le stesse pratiche la Repubblica svolse anche a Parigi, presso il re, per mezzo dell'oratore veneto Grimano. DAVILA, loc. cit.

[72] L'agente sabaudo a Milano, nel dare notizia dell'arresto del Calandra alla Corte torinese, così argutamente osservava: << Ma non crederò mai che l'ambasciatore Calandra fosse si schiocco (sciocco) che habbia volluto trattar cosa alcuna con Mons.r de Bellegarda, né andato parlar seco, senza saputa di suo Padrone ». Col Calandra furono posti in prigione, secondo il Della Torre, anche un senatore di Casale ad altre persone del Marchesato del Monferrato, sotto sospetto di aver ordita qualche trama. Si trattava assai probabilmente di ugonotti o di complici del Bellegarde. Infatti la notizia coincide con quella data dal Nunzio al Card. di Como il 17 luglio. Il Nunzio avvisa che a Casale è stato imprigionato il Presidente di quel senato e che si dubitava che vi fossero eretici o si tentasse d'introdurre degli ugonotti nella piazza. Cfr. A. S. T., I, Lett. Ministri Milano, m. I, lett. Della Torre alla Corte (1572-79): lett. 11 luglio 1579; PASCAL, op. cit., doc. CXCVI.