Storia/Saluzzo riformata/XV La riforma nel Marchesato durante gli ultini anni della dominazione francese (1583-1588)

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Capitolo 15

La riforma nel Marchesato durante gli ultini anni della dominazione francese (1583-1588)

Le missioni gesuitiche nell'anno 1583. Nuovi allarmi. Le Ordinanze e le Visite Pastorali del vescovo Pichot. Condizioni della Riforma nel Marchesato. - Le missioni gesuitiche nel 1585. L'arresto della marescialla di Bellegarde e suo trasferimento da Alessandria a Torino. Ordine di sfratto agli ugonotti stranieri. Le missioni gesuitiche a Piasco e in Val Varaita. Fine della settima guerra civile e trattato di Nemours. Sua esecuzione nel Marchesato. Supplica e deputazione dei riformati al La Valette. Moderazione del La Valette e di Michele Antonio della Manta. Pretese del S. Offizio sulle terre del Marchesato. Timori di calate ugonotte ed intrighi del sig. di Baudissé. La feroce incursione del capitano ugonotto Di Briquemault in Val Varaita. Proteste del duca, del vescovo di Saluzzo e del Nunzio. Gli ugonotti invadono la Castellata. I torbidi di Parigi ravvivano nel duca di Savoia la speranza del possesso del Marchesato. Falliti i tentativi pacifici per ottenerlo, C. Emanuele prepara l'azione armata e chiede aiuto al governatore di Milano. Tenta la temeraria impresa ed invade con le sue truppe il Marchesato, segnando la fine della dominazione francese (sett. 1588). Conclusione.

Anche l'anno 1583 trascorse assai tranquillo nel Marchesato, favorendo i progressi delle Missioni Gesuitiche.

Spigolando nelle «Litterae Annuae» di quell'anno, apprendiamo che i Missionari da sei furono portati a nove e che gli eretici demoralizzati per le larghe brecce, che la predicazione dei frati apriva nelle loro file, ostacolavano la venuta dei predicatori e minacciavano la morte a chiunque inclinasse ad abiurare l'eresia. Nonostante questa ostinata resistenza, qui una vedova, là dieci altre donne si convertirono alla fede cattolica. A detta dei Padri la venerazione, della quale Calvino aveva goduto per tanto tempo presso i riformati del Marchesato, andava ora rapidamente raffreddandosi: i suoi libri, prima avidamente ricercati, letti e meditati, ora cominciavano a perdere il loro credito, perché gli eretici sentivano confutare ogni giorno gli errori della sua dottrina e, mal soddisfatti dei suoi dommi, frequentavano essi stessi la Messa e mandavano i loro figlioli alle scuole di dottrina, ribattezzandoli secondo il rito cattolico. Molti poi riconoscevano interiormente i loro errori, anche se, per il momento, non osavano ancora confessarli apertamente. Il terreno si presentava a detta dei Padri particolarmente propizio per una messe abbondante; ma, nell'intimo dell'animo, essi paventavano la precarietà di molte di quelle conversioni e chiedevano la più efficace assistenza dei magistrati civili e del braccio secolare per mantenere i neofiti nell'ubbidienza della Chiesa e per costringere gli incerti a prendere una ferma e chiara decisione. Reclamavano pertanto dal re di Francia un editto, che, reprimendo ogni velleità di resistenza da parte degli eretici, agevolasse e proteggesse l'opera di riscossa della fede cattolica.

Parecchie puntate fruttuose furono fatte dai Padri in quest'anno anche nell'alta valle della Maira, dove da ventidue anni non si era più udito un predicatore cattolico. Qui, in virtù dell'accordo di tolleranza religiosa, stipulato fra le due fedi nell'anno 1580, gli eretici non solo permisero che i cattolici richiamassero nella quaresima il prete, che aveva predicato durante l'inverno, ma firmarono essi stessi, insieme con i cattolici, la richiesta di autorizzazione rivolta al re di Francia. Alle concioni dei Padri assistettero i fedeli delle due religioni con deferenza e rispetto. I cattolici, presi da nuovo zelo, dopo così lungo abbandono, non si stancavano di consultare il Padre sui punti più controversi delle due fedi, per avere argomenti efficaci da opporre ai riformati. Trentotto eretici ritornarono in grembo alla chiesa cattolica e più di cento persone, che erano rimaste incerte e vacillanti fra le due religioni, furono riconfermate e riguadagnate alla fede cattolica. La baldanza degli eretici a poco a poco si smorzò e si contenne. I frutti sarebbero stati anche più copiosi, se, durante la quaresima, non si fosse introdotto furtivamente nella valle un ministro ugonotto, il quale con segreti colloqui dissuase i fedeli dall'udire le prediche dei Padri ed arrestò momentaneamente i progressi della Missione. Ma alla fine il male si volse in bene per i cattolici, perché il ministro, secondo i Padri,  più volte invitato a disputare in pubblico delle dottrine di Calvino, ricusò di farlo, malgrado le ampie garanzie che gli erano date, e con la sua viltà contribuì a confermare sempre più i cattolici nella bontà della loro religione.

Il Ferrerio [1], all'anno 1583, afferma che il vescovo di Saluzzo, Antonio Pichot, ebbe a subire gravi persecuzioni e minacce da parte degli eretici a causa del fermo atteggiamento assunto contro il perdurare dell'eresia; ma le relazioni gesuitiche, pur così minute, non fanno alcuna menzione di violenze ereticali né contro il vescovo né contro i Padri predicatori: sicché non sembra che ai riformati del Marchesato si possano addebitare quelle violenze, che il Rorengo [2] in questo stesso anno rinfaccia ai Valdesi delle valli di Luserna e di San Martino a danno dei concionatori cattolici.

La mancata reazione degli eretici del Marchesato è forse dovuta in parte ai metodi stessi, con i quali i frati gesuiti procedevano nella loro opera di penetrazione e di conversione [3]. Giungendo in una città, la loro prima cura era quella di edificare il popolo con opportune istruzioni, con catechismi e con frequenti concioni, ristabilendo gli Uffici sacri là, dove da tempo erano stati interrotti o negletti, ridando decoro alle chiese, agli altari ed ai paramenti, che erano ridotti in vergognoso squallore o che erano stati profanati dagli eventi di guerra, da delitti passionali o dal fanatismo iconoclasta degli ugonotti. Più che agli adulti rivolgevano le loro cure ai fanciulli ed ai giovinetti, per mezzo dei quali speravano più facilmente e più durevolmente guadagnare le anime dei padri e delle madri. Li radunavano nelle scuole di dottrina, li conducevano processionalmente in chiesa, cantando laudi spirituali e recitando preghiere per la conversione degli eretici. Anzi, per fare più effetto sul popolo minuto, insegnavano spesso ai fanciulli preghiere in musica, ed al canto di queste li conducevano di chiesa in chiesa: altre volte radunavano il popolo sulla pubblica piazza per assistere ai saggi dei propri figlioli, i quali, vestiti da angeli, cantavano o dialogavano fra loro di cose sacre.

Ai Padri Gesuiti si attribuisce in gran parte il merito della

reintegrazione e diffusione del culto dell'Eucarestia, che in tanti anni di propaganda ereticale era sommamente decaduto nella massa del popolo. Parecchi indizi ne attestavano il rilassamento: la diserzione dei fedeli dalla confessione e dalla Comunione; la trascuratezza, con la quale l'ostia consacrata era conservata in chiesa o in sacristia, mescolata con arnesi e paramenti profani, in cassoni od armadi squallidi ed indecorosi; la negligenza infine, con la quale era servito il viatico agli infermi ed ai moribondi. Per rimediare a questi scandali i Padri Gesuiti suscitarono, in più terre del Marchesato, delle Compagnie o Confraternite del SS. Sacramento. Il Savio crede che ai Gesuiti, ad esempio, si debba l'uso di aggiungere al solito segno di croce l'altro segno, pure di croce, che in tempi posteriori si faceva ancora dal popolo in Val Varaita, segnatamente a Piasco, pronunciando le parole: «Verbum caro factum est et habitavit in nobis»; il qual segno precede immediatamente la genuflessione al SS. Sacramento [4]. Alla testa di queste confraternite e delle Compagnie dei Disciplinati, i PP. Predicatori, salmodiando, in lunghe processioni, si recavano da una chiesa all'altra e celebravano in ognuna la Comunione con solenne magnificenza. La coreografia dei paramenti sacri e la pompa delle processioni, accompagnate da musiche e canti liturgici, a detta dei Padri facevano grande impressione sul popolo, il quale, confrontando tanto splendore con la squallida nudità del culto riformato, sentiva rinascere in sé l'antico entusiasmo per la fede cattolica.

È ovvio che, per effetto del rinnovato spirito religioso del popolo e per la stretta sorveglianza ed ingerenza, che le Missioni gesuitiche a poco a poco esercitarono su tutta la vita civile e sociale del Marchesato, anche i Consigli Comunali ed i magistrati civili fossero indotti, nell'ambito delle loro mansioni, ad assecondare la restaurazione della fede cattolica e la repressione di ogni forma di eresia o di miscredenza. Pertanto non deve destare meraviglia, se il Consiglio Comunale di Saluzzo [5], prendendo in esame le domande di tre cittadini, i quali chiedevano di essere ammessi al notariato, deliberava che essi per prima cosa dovessero essere esenti da ogni sospetto di eresia e di fede riformata («etiam novae religionis suspicione penitus carere»).

I primi mesi del 1584 furono assai movimentati e fecero rinascere il timore di gravi fatti d'arme.

L'arresto di un avventuriero francese [6], il capitano Liège, (sett.-ott. 1583) e l'eccidio di una parte della sua schiera per opera delle truppe ducali, sotto accusa ch'egli meditasse qualche colpo sinistro contro il forte di Mommegliano ed il castello di Pinerolo od attentasse alla vita stessa del duca, fece esplodere l'ira della Corte parigina, dove il duca aveva fieri nemici e regnava una grande diffidenza verso di lui. Il più ardente ad eccitare gli spiriti bellicosi fu il sig. de la Valette, il quale dichiarò apertamente che, se l'offesa recata dal duca sabaudo fosse rimasta impunita, più nessun ostacolo avrebbe trattenuto Carlo Emanuele dal gettarsi sopra il Marchesato. E poiché non gli si dava sufficiente ascolto, minacciò perfino, per parte sua, qualche rappresaglia contro il duca, non appena avesse potuto ripassare le Alpi e riprendere il governo diretto del Marchesato.

I timori del La Valette non erano del tutto infondati. Il duca di Savoia, infatti, pentito di aver ceduto tre anni prima il Marchesato, che già quasi serrava in pugno, ed irritato contro i ministri, che lo avevano indotto ad un tale passo, meditava nuovi piani per rioccupare la piazza di Carmagnola e di là aprirsi la via al possesso totale del Marchesato [7]. Il re di Francia, informato delle segrete mire del Sabaudo, spediva frattanto nel Marchesato uno dei suoi capitani più valorosi, il napolitano Annibale di Chiaramonte, e rinforzava il presidio di Carmagnola introducendovi una guarnigione di 500 soldati fatti affluire dal Delfinato. Di essi parecchi erano della nuova religione. Altre truppe, già destinate alla Champagne ed alla Borgogna, furono anch'esse dirette in gran fretta verso il Marchesato a presidiare altre fortezze [8]; cosicché c'era da temere da un momento all'altro lo scoppio di una guerra aperta tra Francia e Savoia [9+. L'irritazione della Francia crebbe, quando, morto il capitano Spiard in seguito allo scoppio di un'arma da fuoco, un nipote di costui temette di essere coinvolto nelle responsabilità della congiura e denunció per filo e per segno alla Corte parigina le trattative, che correvano per far scoppiare una rivolta nel regno e sottrarre parecchie province alla giurisdizione del re [10]. Tra i congiurati apparivano il re di Spagna ed il suo governatore di Milano, marchese Sfondrati, il duca di Savoia, il Montmorency, il sig. di Vins e, con molta probabilità, anche il re di Navarra e il generale Lesdiguières [11].

Fortunatamente le passioni si calmarono ed a poco a poco dileguò il pericolo di una guerra tra la Francia ed il Piemonte; guerra, nella quale il Marchesato sarebbe stato la posta ed il diretto campo di battaglia. Contribuirono a smuovere il duca dai suoi propositi aggressivi anzitutto le recriminazioni e gli ammonimenti del pontefice e del Nunzio torinese, i quali temevano che da un piccolo incendio nascesse una conflagrazione generale al di qua delle Alpi e che la guerra franco-sabauda interrompesse nel regno la lotta repressiva ingaggiata contro l'eresia [12]; poi le trattative riprese per il matrimonio del duca con una principessa di Lorena [13], le titubanze della Corte spagnola, ed infine la morte del capitano LaVolvera, sul quale C. Emanuele faceva grande assegnamento per ricuperare il castello di Carmagnola [14].

Allontanato il rumore della guerra, la lotta contro la religione riformata riprese nuovo vigore in parecchie terre del Marchesato. Infatti, mentre a Dronero [15] i seguaci delle due religioni procedevano in piena armonia per quanto riguardava l'amministrazione del Comune ed incaricavano della riforma degli Statuti due cattolici e due riformati, perché fossero contemplate le esigenze delle due fedi, a Saluzzo invece, sede vescovile [16], il Consiglio Comunale eleggeva due dei suoi membri, Tommaso Gambaudo e Francesco Gayda, affinché si recassero dal senescallo, dal vicesenescallo e, se occorresse, dallo stesso mons.r La Fitte, che reggeva il governo nell'assenza del La Valette, «a pregarli et supplicarli in nome di questa città voglino esser contenti far absentare da detta città quelli della nova religione forestieri per beneficio pubblico» (22 marzo 1584). Trattavasi forse di eretici banditi dalle contigue terre sabaude, dal Monferrato e dallo Stato di Milano o di ugonotti che avevano accompagnato le truppe recentemente calate di Francia e che davano qualche noia alle autorità ecclesiastiche o alla tranquillità pubblica a causa di un troppo aperto proselitismo.

In quest'anno le Missioni gesuitiche trovarono un valido collaboratore per il rinnovo morale e religioso del Marchesato, nella persona del nuovo vescovo di Saluzzo, Antonio Pichot. Preso possesso definitivo della diocesi saluzzese nel novembre del 1583, una delle sue prime cure 17, nella primavera dell'anno seguente (8-9 maggio 1584), fu di convocare una solenne sinodo nella chiesa di San Sebastiano. Grande fu il concorso degli ecclesiastici. Gli scopi precipui della convocazione erano di mettere rimedio ai molti mali ed abusi, che si diffondevano fra il popolo e fra il clero stesso, e di promuovere una più stretta osservanza dei decreti del Concilio di Trento, i quali, sebbene pubblicati più volte dai vescovi precedenti, non avevano ottenuto che scarso ed effimero risultato.

Dagli Statuti Sinodali [18], pubblicati in Carmagnola l'anno seguente (1585), si ricava che furono date norme precise sulla foggia dei vestiti degli ecclesiastici, in modo che essa tornasse a differenziarsi da quella dei laici, alla quale si era adeguata. Fu proibito ai preti di andare armati, di portar spada e bastone ferrato, di lasciar scendere i capelli a ciuffo sulla fronte, di tenere barba prolissa e baffi spioventi sul labbro superiore <affinché niuna irriverenza fosse fatta alle Sacre Specie»; di andare mascherati in tempo di carnevale o di girare per le vie cantando e suonando. Altre norme invitavano parroci e curati ad una più diligente tenuta dei registri delle nascite, dei battesimi, dei matrimoni e dei decessi; a mantenere il decoro nelle processioni del Corpus Domini, nei paramenti, negli arredi sacri e nella custodia del SS. Sacramento; ad incrementare in tutte le parrocchie le Confraternite della Vergine e del SS. Sacramento.

Fra tante provvidenze sorprende non trovare nessuna prescrizione, che elimini od attenui lo scandalo del concubinaggio, pubblico e privato, che dilagava nel popolo come nel clero e che è attestato da indiscutibili documenti ecclesiastici, tanto negli anni precedenti come in quelli susseguenti; né contro la violata clausura e scandalosa licenza di alcuni monasteri ed Ordini monastici; né contro l'ignoranza e l'incuria di troppi membri del clero: scandali, che offrivano facile esca all'eresia, e, dando motivo al motteggio ed al disprezzo, diminuivano l'autorità e la dignità degli ecclesiastici davanti agli occhi dei fedeli.

Alla sinodo seguì, con breve intervallo, la visita pastorale della diocesi [19].

L'8 ottobre il vescovo Pichot iniziava il suo giro, portandosi da Saluzzo a Dronero e quindi alle parrocchie della Val Macra, della Val Varaita, della Val Grana, delle Langhe e di Carmagnola (24 nov.).

A Dronero gli fu fatto un solenne ricevimento: ma non risulta dagli atti della visita quali provvedimenti egli abbia presi in questa terra, eminentemente eretica, per porre un argine ai progressi della Riforma e per incrementare la fede cattolica. Nelle altre parrocchie fu sua cura informarsi sollecitamente del numero degli incomunicati, degli inconfessi e degli eretici, e, riguardo a questi ultimi, se facessero pubbliche congregazioni o se dommatizzassero pubblicamente i fedeli cattolici. Apprendiamo così che gli ugonotti dichiarati erano numerosi in Acceglio; che in Prazzo costituivano il terzo dell'intera popolazione, in San Michele la metà; che ve ne erano alquanti in San Damiano, Pagliero, Stroppo, Elva, Chianosio; nessuno invece in Marmora, in Celle [20], Alma e nella borgata dei Tetti di Dronero. Per Ussolo, Lottulo, e Paglieres mancano i dati: ma, considerando l'ubicazione di questi borghi, possiamo ritenere che gli eretici fossero molti in Ussolo, terra contigua a Prazzo ed a San Michele, pochi invece a Lottulo e Paglieres, vicini a San Damiano e Celle.

È un quadro purtroppo scheletrico ed impreciso, quello che noi possiamo ricavare dalle visite pastorali del vescovo Pichot visite, che, registrate con più diligenza e precisione, avrebbero potuto darci la fisionomia chiara e fedele della situazione religiosa del Marchesato nell'anno 1584, sia per quello che riguarda la consistenza della fede riformata, sia per quello che concerne la vitalità della fede cattolica.

Per aver notizie più particolareggiate siamo quindi obbligati a ricorrere alle annuali relazioni dei Padri Gesuiti. Ne stralciamo le notizie che riguardano il Marchesato, lasciando l'attendibilita dei fatti e delle cifre alla come è ovvio - responsabilità degli autori.

A Dronero anche in quest'anno la predicazione dei Padri [21] continuò a riportare buoni frutti: parecchi eretici furono ricondotti nel grembo della Chiesa o vennero a penitenza. Durante il Natale il frate percorse Val Grana, tenendo numerose concioni, alle quali intervennero promiscuamente cattolici e riformati. Nella valle vi erano molti eretici relapsi e preti apostati. Uno di questi un giorno interruppe il Padre nella spiegazione del Vangelo e della dottrina cattolica, opponendogli il dogma luterano della giustificazione per la sola fede. Ma il gesuita seppe rispondere con tale bontà di argomenti che l'indomani l'apostata intervenne alla predica del frate e confessò pubblicamente di assentire alle sue ragioni. Un valido appoggio i Padri trovarono nel signore stesso di quella valle [22], che per molti decenni aveva caldeggiata la riforma, ospitando nei suoi palazzi congreghe e sinodi di riformati, ma che ora se n'era staccato, dichiarando di odiare con tutto il cuore gli eretici e l'eresia. Fu lui che raccontò al Padre come un giorno una fanciulla di dodici anni, figlia di un eretico di Val Grana, trovandosi in punto di morte, si rizzasse improvvisamente sul suo letto, e, chiamati a sé i parenti calvinisti, gridasse loro: «Abbandonate questa setta, perché quelli, che l'osservano, sono schiavi di Satana e andranno nel fuoco eterno». Turbati da questo prodigio, tutti i parenti si convertirono alla fede cattolica.

- Da Dronero e Valgrana il frate concionatore si portò a San Peyre, in Val Varaita, dove vi erano numerose famiglie di eretici e dove un ministro ugonotto teneva pubbliche prediche. Il Padre parlò sull'Eucarestia e sui Sacramenti con tanta convinzione che 300 persone, vacillanti nella fede, furono confermate e gli eretici ammutolirono, non avendo nessun argomento valido da opporre alla Messa. Parecchi anzi di essi, persuasi, cominciarono ad assistervi in compagnia dei cattolici. Anche alla confessione cosa da tempo disusata si accostarono più di 120 persone. Con lo stesso frutto e con la stessa frequenza di uditori, il Padre percorse le altre località della valle. Un giovane si strinse in tale dimestichezza con lui, che non lo lasciava più né giorno né notte. Questo giovane, mentre poco tempo prima assisteva alla predica di un ministro ugonotto dice la relazione -, aveva visto improvvisamente apparire sulle spalle del predicatore un buffone deforme, che alzava la parte posteriore della toga del ministro e, rivolto al popolo, vomitava fiamme ardenti dagli occhi e dalla bocca. Spaventato dall'apparizione, il giovane era caduto a terra svenuto ed aveva giurato in cuor suo di ritornare all'antica fede.

A Verzuolo i Padri trovarono la «peste ereticale" molto diffusa e gli eretici più perfidi ed ostinati che altrove, tanto da dire che bisognava «sudare assai» per convertirne uno solo. Tuttavia anche colà finirono con l'ottenere che parecchi intervenissero regolarmente alle loro concioni: tra questi il Praefectus oppidi» (castellano o podestà), uomo buono e propenso alla fede cattolica, «sed qui tamen rumusculos metuit et sermones imperitorum». Gli abitanti accolsero i frati dapprima con diffidenza, e, secondo il loro costume, cominciarono ad indagare la vita e la disciplina morale dei Padri, per trovare in essi qualche motivo di scandalo. Ma non avendo trovato nulla da biasimare, mutarono il loro odio in ammirazione. Con gli eretici i frati ebbero frequenti discussioni pubbliche e private. «Nec magni negotii fuit vincere non eruditos, tales enim se profitebantur: nam cum ex pugna victi discederent, causabantur aliena studia, quod aliis se oblectassent in rebus, doctrinarum vero studia non attigissent: quae res tanto magis in sententia Catholicos confirmabat». Molti eretici, scossi da queste dispute, mostravano di apprezzare la dottrina e la predicazione dei Padri.

Di Carmagnola, altra fra le terre più contaminate del Marchesato, non è fatto cenno nelle «Litterae Annuae» del 1584.

Secondo il Sacchini [23], in questo stesso anno, il Padre Roseto, che predicava in Val Luserna, avrebbe ricevuto ordine di percorrere, predicando, l'alta valle di Paesana, dove numerosi erano i Valdesi, specialmente a Bietonetto, Bioletto e Praviglielmo. La visita avrebbe recato grande consolazione ai cattolici, che da tempo erano digiuni ed assetati della Parola Divina.

Un senzazionale arresto avvenne sulla fine di settembre o sul principio di ottobre. Il S. Offizio, che per le prerogative della chiesa gallicana era, almeno nominalmente, escluso dal Marchesato, riuscì a sorprendere in Acqui [24], mentre si trovava ai bagni, la nobile dama Margherita Saluzzo-Cardé, moglie in prime nozze del maresciallo di Thermes, ed in seconde nozze del maresciallo di Bellegarde, ugonotta zelante ed ostinata, generalmente chiamata «La marescialla».

L'inquisizione da tempo la teneva d'occhio ed aveva spesso fatto pressione sulla Corte torinese, perché fosse allontanata dagli Stati sabaudi, dove si era ritirata dopo la morte del secondo marito. Ora l'occasione di arrestarla si era presentata oltremodo propizia, perché Acqui era fuori dello Stato di Savoia e soggetta alla giurisdizione del duca di Mantova, assai ligio alla sede papale. L'arresto fu sollecitamente annunziato al duca mantovano dal Cardinale Savelli, membro del S. Offizio di Roma, con questo spaccio del 14 ottobre (1584): «Madama di Bellegarde si trova prigione per il S. Offizio in un monastero in Acqui; et perché a quel Vescovo potrebbe accadere bisogno del braccio di V. A. per la sicurezza della custodia di questa signora, la supplico si degni di comandare a quelli suoi ministri che non gli manchino di ogni aiuto et con quella diligentia, che richiede l'importanza del negotio». Ma al duca quella cattura non piacque, sia perché si trattava di una dama vedova di gentiluomini francesi, sia perché era persona di riguardo ed era da temere che suppliche, recriminazioni e brighe di vario genere gli fossero mosse da varie parti, specialmente dal re di Francia. Il malumore del sovrano fu fatto conoscere alla Corte romana dal residente mantovano Camillo Capilupi, ma senza frutto. Infatti il 10 novembre il residente dava relazione del suo operato in questi termini: «Il Cardinale Savelli mi rispose che il Vescovo di Acqui et l'Inquisitore del S. Offitio di là avisavano di haver havuto molta causa di haver fatta simile retentione per alcuno portamento di quella signora fatti in quel luogo di mala natura per conto di religione et de male esempio, ma che non poteva per hora dirmi li particolari et che questa captura non era fatta per far alcun male a quella Signora, non andandovi quì né vita né altra cosa simile, ma solo per beneficio della medesima Madama per procurar di ridurla et salvar l'anima sua, et che li ministri Reggi di qua non mostravano di sentirla tanto male, anzi che pareva s'intendesse che venissero mandate persino (persone?) di Francia per convertirla».

Le ragioni addotte dai cardinali romani non soddisfecero tuttavia il Gonzaga, il quale per il tramite del suo residente a Roma reiterò le ragioni della sua apprensione e le sue istanze per la sollecita liberazione della marescialla. Ma il S. Offizio non era disposto a lasciarsi sfuggire così facilmente di mano la preda agognata. Fece quindi rispondere al duca, per mezzo del Capilupi (19 nov.) che «quella signora haveva commesso delitto in quel luogo seminando cosa che non doveva contro la Religione, per lo qual delitto non poteva il Vescovo e l'Inquisitore di non fare quanto havevano fatto». Ma perché continuavano le proteste del duca e la Corte romana, se era risoluta a non cedere, neppure voleva provocare il risentimento del Gonzaga, si cercò un abile ripiego per salvaguardare in qualche modo i diritti dell'una e dell'altro. L'inquisitore di Acqui era in pari tempo Inquisitore di Alessandria. Il S. Offizio di Roma ordinò di trasferire la prigioniera da Acqui ad Alessandria, che era dominio spagnolo, liberando così il duca da ogni responsabilità e sollecitazione. Nel dar comunicazione del provvedimento, il cardinale Savelli aveva cura di rassicurare il duca sulla sorte futura della marescialla, lasciando credere prossima la sua abiura; ma, in pari tempo, scagionava tutti coloro che avevano cooperato al suo arresto, protestando che essi, così facendo, non avevano avuto la minima intenzione di recare offesa ai diritti del sovrano (30 nov.). «La quale Madama egli scriveva essendo ritenuta dal S.to Uffitio per haver peccato in quelli stati contro la Santa Sede et havendo già cominciato a confessare et mostrato anco segno di pentimento non si poteva né può in modo alcuno relasciare, se ella non confessa li suoi errori et domanda perdono con sincerità, perché altrimenti, oltra il diservitio del Signor Nostro, questi Ill.mi Signori et io caderessimo nelle censure, et per ogni tempo tenuti a render conto di ciò. Et sapendo l'Inquisitore d'Alessandria et Aqui tutto questo et vedendo che un giorno poteva essere violentata, per assicurarsi di ciò, et anco per la persona sua dovendo secondo l'occasione essere spesso in viaggio e tanto forse considerevole il travaglio che ne veniva a quelli popoli, ha fatto risolutione di ridurla in luogo della sua giurisditione et meno pericoloso; né qua è dispiaciuta tal attione. Et V. A. sia sicura che quei ministri non hanno havuto animo né d'offenderla in cosa veruna né di portarle poco rispetto; ma si bene di fuggire l'inconvenienti che potevano nascere, se si fosse usata qualche violenza; et se Nostro Signore havesse potuto satisfare al desiderio di V. A., sia certa che saria stata compiaciuta...».

In Alessandria la Bellegarde, nella speranza di riacquistare la libertà, si mostrò finalmente disposta a confessare i suoi errori e chiese di essere riammessa nel grembo della Chiesa. Ma la sua contrizione parve così poco sincera e duratura, da dare il dubbio che essa fosse stata simulata al solo scopo di riavere la libertà. Perciò la Corte romana, non osando per ovvie considerazioni procedere rigorosamente contro la marescialla e non potendo, d'altra parte, lasciarla libera ed incontrollata, pensò che sarebbe stato ottimo ripiego farla ritirare in qualche luogo, dove rimanesse sotto la stretta sorveglianza di un principe cattolico, per impedire che, abusando della libertà, «ritornasse al vomito», cioè all'antica eresia. Si sollecitò pertanto il Nunzio di Torino [25] a fare le pratiche necessarie presso il duca di Savoia Carlo Emanuele I (8 dic. 1584). Nel frattempo fu impartito l'ordine al Vescovo ed all'inquisitore di Acqui di non prendere alcuna decisione personale riguardo alla marescialla, ma di limitarsi a fare in modo che vivesse cattolicamente.

Per le insistenze del Nunzio il duca di Savoia finì col promettere di ospitare la marescialla nei suoi Stati, ma a condizione che essa fosse liberata dall'inquisitore di Acqui, non con la formola semplice ed ordinaria dell'abiura, ma con «buona sicurtà» e con «buona cauzione», temendo che, una volta liberata, se aveva simulata la conversione, potesse causare gravi mali, ovunque ponesse la sua residenza. Pretese pertanto che la dama fosse rilasciata sotto l'espressa minaccia che, rendendosi relapsa, avrebbe avuto confiscati tutti i suoi beni, i quali erano considerevoli e tali da lasciar supporre che essa non avrebbe mai voluto farne getto per una pervicace ostinazione nell'eresia. Ad agevolare la sua conversione fu mandata ad Alessandria la contessa di Crescentino, sua parente, e fu chiamato a Torino l'inquisitore di quella città, per concertare col duca stesso la formula precisa dell'abiura.

Le pratiche inerenti alla conversione richiesero assai tempo poiché solo sulla fine di febbraio la marescialla poté essere trasferita da Alessandria a Torino. E qui rimase, senza più fare parlare di sé, fino all'ultimo decennio del secolo [26].

In Francia erano frattanto maturati gravi eventi. La morte del duca di Angiò, fratello del re (10 giugno 1584) e la mancanza di prole da parte di Enrico III [27], avevano dischiusa la via del trono al giovane re di Navarra, capo del partito ugonotto. Il pericolo, che un eretico salisse sul trono di Francia, diede nuovo impulso alla Lega Cattolica, sobillata dal re di Spagna, il quale aspirava ad impadronirsi di alcune città e province sulla costa meridionale della Francia ed a vendicarsi del re cristianissimo per gli aiuti prestati agli insorti dei Paesi Bassi. A Jonville (31 dic. 1584) i membri della Lega, radunati con gli agenti del re di Spagna [28], si strinsero in un solenne giuramento, proclamando questi principi: esclusione del re di Navarra, come ugonotto, dalla successione al regno di Francia; designazione al posto suo del vecchio cardinale di Borbone, in attesa che gli eventi spianassero la via del trono al duca di Guisa; proclamazione della religione cattolica come unica religione dello Stato; difesa della fede cattolica e dei cattolici, dovunque incombesse una minaccia contro di essi; sterminio o bando di tutti gli ugonotti dal territorio del regno; riconoscimento, come legge fondamentale dello Stato, dei Decreti del Concilio di Trento; infine assistenza al Re Cattolico per domare le Fiandre insorte e per occupare alcune terre della Francia Meridionale, che gli stavano particolarmente a cuore. Filippo II si obbligò a sovvenzionare la Lega con forti somme di danaro.

Al patto aderì anche il duca di Savoia, il quale tra i disordini del regno contiguo sperava aprirsi più facilmente la via per raggiungere le due mire agognate: Ginevra e Saluzzo [29], ora soprattutto che il fallimento degli accordi col Navarra e le recenti nozze [30] con l'Infanta Caterina (11 marzo 1584) lo avevano stretto più saldamente alla Corona di Spagna e che in una guerra eventuale con la Francia poteva fare sicuro assegnamento sul danaro e sulle armi di un suocero temuto e potente.

È ovvio che l'acuirsi del fanatismo religioso e dell'odio civile nel regno di Francia dovesse avere assai presto le sue ripercussioni anche al di qua delle Alpi.

Il vescovo Pichot, nei primi mesi dell'anno 1585, si adoperò per ottenere ordini sempre più restrittivi contro i riformati e sollecitò tutti i magistrati ed ufficiali a voler collaborare con lui nella santa impresa. Pare che in questi ultimi mesi numerosi ugonotti, non sudditi del re di Francia, ma scampati alle persecuzioni, che di tanto in tanto infierivano alternativamente sulle terre ducali, spagnole e monferrine, avessero trovato comodo rifugio entro i confini del Marchesato di Saluzzo. Il vescovo, che da questo afflusso vedeva in parte frustrata l'opera sua e quella dei Padri Missionari, già così promettente, ne mosse lagnanza al La Valette, allora alla Corte di Francia. Il governatore rispose da Parigi alla sollecitazione del vescovo, inviando speciali istruzioni a Monsignor Michelantonio Saluzzo, signore della Manta, che comandava interinalmente il Marchesato in assenza del sig. de La Fitte, luogotenente del La Valette. Nelle sue istruzioni il governatore ordinava al La Manta di non permettere più d'ora innanzi a nessuno di entrare e di soggiornare nelle terre del Marchesato, se non fosse di provata fede cattolica, e di non concedere più passaporti e salvacondotti a persone sospette, eretiche o che comunque non dessero sicura garanzia in materia di fede. Lo invitava inoltre a porre tutta la sua autorità a disposizione del vescovo e ad assisterlo in tutto ciò che esigeva l'efficace esercizio della sua carica od il bene della religione cattolica, badando tuttavia che nulla fosse intrapreso dalle autorità ecclesiastiche a danno od a pregiudizio degli interessi del re [31].

Non sappiamo fino a qual punto i magistrati e gli ufficiali civili risposero all'appello ed alle esortazioni del Vescovo, Sappiamo però che lo assecondarono con frutto anche quest'anno le Missioni Gesuitiche [32,] le quali ebbero, come precipuo campo di azione, la città di Piasco, allo sbocco della valle della Varaita, e le terre adiacenti, dove gli ugonotti erano assai numerosi ed accreditati. Narrano le «Litterae Annuae» che i Padri nel corso di quest'anno (1585) ricevettero l'abiura di parecchi eretici, dei quali 12 erano calvinisti, e che poterono riconfermare nella fede cattolica più di 50 abitanti, i quali vivevano incerti e fluttuanti in materia di credenze religiose. Uno dei principali della «nuova religione», il quale era stato fino allora intimo e confidente dei ministri ugonotti, non solo si fece cattolico, ma si diede a disputare lui stesso contro gli eretici, suoi compagni d'un tempo ed a proteggere i Padri durante le loro peregrinazioni nelle terre più infette di eresia. Per meglio assicurare e ravvivare la fede cattolica, i Missionari istituirono anche a Piasco una confraternita del SS. Sacramento, alla quale si iscrissero 150 fedeli con grande disappunto e sgomento degli eretici.

Da Piasco un Padre si portò anche sugli alti monti circostanti, dove gli ugonotti erano assai numerosi e vi ottenne la conversione di due dei principali eretici e la promessa che molti altri avrebbero seguito il loro esempio. In un'altra cittadina, che non è nominata, ma dove «senza leggi, senza sacerdoti si viveva a guisa di bestie, perché gli abitanti erano rimoti dalla fede cattolica», il Padre predicò sul battesimo, mostrando la necessità di esso per la salvezza delle anime. Un eretico si lasciò persuadere e fece ribattezzare cattolicamente il proprio figliolo.

Purtroppo, dopo l'accenno alla missione di Piasco si interrompono, per quasi un decennio, le notizie delle «Litterae Annuae», concernenti la predicazione dei Padri Gesuiti nelle terre del Marchesato [33]. Il che cagiona una grave lacuna per la storia della Riforma saluzzese.

La situazione dei riformati del Marchesato si fece più dura nella seconda metà dell'anno (1585), in seguito agli avvenímenti tumultuosi del regno di Francia [34].

La Lega Cattolica, dopo l'accordo pattuito a Joinville (31 dic. 1584) e ripetuto a Péronne (31 marzo 1585) tra i duchi di Guisa e di Mayenne, il cardinale di Borbone e gli emissari di Filippo II, aveva ripreso più violenta che mai la lotta contro gli ugonotti per impedire che il re inclinasse a favorire i protestanti e che un principe ugonotto potesse salire sul trono di Francia [35]. Per reazione naturale il partito ugonotto impugnò le armi: ciò che fece scoppiare l'ottava guerra civile. Il re temette la crescente potenza della Lega e si accostò dapprima, o finse di accostarsi, al partito ugonotto, provocando lo sdegno della Lega Cattolica, la quale, per rappresaglia, occupò parecchie città e provincie del re. Nel giugno (10 giugno 1585) il re di Navarra, nella speranza di sopire l'odio religioso, di guadagnarsi l'animo della Corte e del popolo francese e di aprirsi la via al trono, pubblicava da Bergerac la famosa dichiarazione (detta appunto di Bergerac), nella quale, quasi anticipando di otto anni il compromesso del 1593, affermava di credere ai Simboli della fede cattolica, di osservare i decreti dei Concilî e di essere pronto a riconsegnare al re le piazze occupate, se il partito cattolico, a sua volta, avesse fatto altrettanto. Enrico III, sebbene avesse dapprima cercato intelligenze col partito navarrino per allentare la morsa, in cui era tenuto dalla Lega e dai Guisa, tuttavia, dopo qualche tentennamento finì, per gli intrighi di Caterina, col riconciliarsi con i Guisa e con la Lega. Travolto dallo spirito intollerante di essa, il 7 luglio 1585 sottoscrisse la convenzione o trattato di Nemours, seguito dall'editto del 18 luglio, che segnava il trionfo della politica dei Guisa e la più grave minaccia fino allora pronunciata contro gli ugonotti del regno.

In pari tempo da Roma papa Sisto V lanciava la scomunica contro il re di Navarra ed il principe di Condé, proclamava l'esclusione dal trono dei principi ugonotti e scioglieva i sudditi da ogni obbligo di giuramento e di obbedienza ad un eventuale monarca protestante.

In conseguenza del trattato di Nemours, le condizioni degli ugonotti francesi diventarono intollerabili ed inumane. Il re revocava tutti gli editti di tolleranza precedentemente emanati, aboliva le Camere Miste dei Parlamenti, rendeva legali ed impunite le violenze contro gli ugonotti, ordinava lo sfratto dal regno ad ogni protestante, che non volesse abiurare, fissando un mese di tempo ai ministri e sei mesi agli altri; toglieva le piazze di sicurezza ed escludeva i protestanti da qualsiasi carica od ufficio pubblico. Solo a speciali condizioni, difficilmente eseguibili, era concesso ai riformati di vendere od alienare i propri beni nel termine di tempo prescritto per lo sfratto.

Il trattato intollerante portò, com'era prevedibile, un nuovo e più grave scompiglio in tutte le province del regno. Infiammò il fanatismo dei cattolici, risoluti a far eseguire gli editti anche al di là dei termini prescritti dal trattato, ed armò di nuovo furore il partito ugonotto, costretto a lottare non più per le proprie libertà religiose, ma per la sua stessa esistenza. Sebbene più volte sconfitti, i protestanti non vollero sottostare alle durissime condizioni del trattato, aggravate dal successivo editto del 7 ottobre, e continuarono a combattere strenuamente per la salvaguardia dei loro diritti, finché il re, temendo un'altra volta la soverchia potenza dei Guisa e della Lega, non mutò nuovamente politica e non accondiscese prima ad attutire, poi a rinviare l'esecuzione del trattato ed infine a revocarla.

I precedenti editti di pacificazione, più tolleranti nei riguardi dei protestanti, non avevano quasi mai avuto un benefico effetto nelle terre del Marchesato per l'opposizione del clero e del duca stesso di Savoia: ma così non fu per il trattato di Nemours, la cui validità fu estesa anche a tutte le terre regie situate al di qua delle Alpi.

La pubblicazione e l'esecuzione del trattato fu affidata a Michel-Antonio Saluzzo, signor della Manta, che in quel tempo reggeva interinalmente il Marchesato, in assenza del La Fitte e del La Valette, entrambi impiegati per il servizio del re al di là dei monti. L'ordine di pubblicazione e di esecuzione del trattato venne al La Manta direttamente dal re con una lettera in data 27 agosto (1585), nella quale il sovrano conferiva pieni poteri al sostituto del governatore [36] e dichiarava di confidare nella sua lealtà e prudenza. In pari tempo gli rinnovava l'invito a cooperare col vescovo, con tutta la sua autorità e diligenza, per condurre a buon fine la lotta ingaggiata contro l'eresia; ma gli ripeteva l'ammonimento già fatto dal La Valette, di vigilare, affinché nulla fosse fatto contro il servizio e l'onore del re [37].

La minaccia del bando e delle altre pene comminate dal trattato gettarono lo sgomento tra le file dei riformati saluzzesi, determinando la fuga di alcuni e l'abiura di altri. Le loro condizioni si fecero anche più tragiche dopo l'editto di ottobre già ricordato. Infatti il 28 di quel mese il La Valette indirizzava una nuova lettera al La Manta [38], nella quale, dopo aver lodata la diligenza e la prudenza, con la quale egli aveva proceduto alla pubblicazione ed alla esecuzione del trattato di. Nemours, lo informava che il sovrano aveva recentemente fatta un'aggiunta, o dichiarazione suppletiva al trattato, riducendo a soli 15 giorni i sei mesi di tempo precedentemente concessi ai riformati per vendere i loro beni ed uscire dal regno. Aggiungeva che, scaduti questi termini, la volontà del re era che si procedesse inesorabilmente contro i renitenti con la confisca dei beni e della vita. Il La Valette si rendeva conto delle difficoltà e dei pericoli, che l'esecuzione di un tale ordine poteva presentare in molte terre fittamente popolate di riformati: perciò consigliava al La Manta di procedere per gradi, facendo partire per primi tutti coloro che, per quanto sudditi del re, non erano originari del Marchesato, ma vi si erano introdotti abusivamente, con vari pretesti. Riguardo ai religionari, invece, oriundi del Marchesato, il governatore suggeriva di soprassedere in attesa di ordini più precisi da parte del re e di prescrivere frattanto che ciascuno ritornasse nella propria casa e vi rimanesse tranquillo, senza ordire congiure o tumulti.

Gli eventi dolorosi di Francia persuasero i riformati del Marchesato che anche per loro si preparavano giorni duri e luttuosi e che non avrebbero avuto altra alternativa che l'abiura o l'esilio: perciò cercarono di correre ai ripari redigendo un Memoriale da presentare al re per il tramite del governatore La Valette. Il Memoriale fu consegnato al sig. di Lussan, segretario del governatore, insieme con una lettera raccomandatizia del signor de La Manta, che, intimamente non avverso alla riforma [39], patrocinava la tranquilla convivenza delle due fedi nelle terre del Marchesato.

Non sappiamo se il Memoriale giunse alla sua destinazione né quale accoglienza esso vi ottenne. Questo solo è certo: che il 13 novembre il La Valette informava per lettera il suo luogotenente [40] che per il momento non gli poteva dir nulla di nuovo; che rimaneva inalterato l'ordine di fare eseguire inflessibilmente ed ovunque tutti gli editti del re, specialmente l'ultimo, e che pertanto anche il La Manta aveva l'obbligo d'impegnare tutta la sua autorità, perché il volere sovrano fosse prontamente e scrupolosamente osservato in tutte le terre del Marchesato. Tuttavia, ancora una volta, gli consigliava di procedere all'esecuzione con somma circospezione e per gradi, facendo distinzione fra gli abitanti della pianura e quelli delle vallate alpine. Mentre, riguardo ai primi, meno numerosi e più disseminati, il governatore esigeva l'applicazione immediata ed integrale dell'editto; per gli altri, assai più numerosi e protetti dalle fortezze naturali dei monti, suggeriva di rinviare ogni decisione ad altro tempo, poiché sarebbe «chose très malaise et presque impossible de les tirer de là». Sapendo poi che parecchi dei riformati ricoprivano pubbliche cariche nelle amministrazioni comunali, lasciava alla prudenza del La Manta di decidere il da farsi caso per caso, facendogli notare che, poiché l'anno ormai volgeva alla fine, non sarebbe gran male, se essi continuassero nelle loro mansioni fino all'inizio del prossimo anno.

In dicembre il La Valette, impensierito per i tumulti, che avvenivano in Provenza e in Delfinato, inviava nuove raccomandazioni [41] al La Manta e gli ordinava di aver l'occhio aperto sulle piazze del Marchesato, perché nel «remouvement" non succedesse qualche indesiderata sorpresa: sorvegliasse specialmente le valli della Varaita e della Macra e le terre di Dronero, affinché i riformati di quelle valli non si arrischiassero a tentare qualche novità, che potesse turbare la tranquillità del paese.

Il malcontento ed il fermento cresceva infatti in questa parte del Marchesato a mano a mano, che si approssimava il termine estremo fissato per il bando. Non avendo rlcevuta nessuna risposta od almeno nessuna risposta favorevole al Memoriale presentato alcuni mesi prima, i riformati di Dronero, tanto a nome proprio quanto a nome di tutti i correligionari del Marchesato, decisero d'inviare una deputazione [42] al governatore La Valette, perché perorasse la loro causa presso il re. Il prescelto per questa missione fu Massimino Polloto, figlio di quel Vincenzo, che abbiamo avuto occasione di ricordare più volte come uno dei riformati più influenti di Dronero e di tutto il Marchesato. Le sue istruzioni gli facevano obbligo di portarsi dal governatore La Valette col pretesto di congratularsi con lui per la sua recente nomina a luogotenente e governatore del Delfinato, ma in realtà per pregarlo di voler interporre i suoi autorevoli uffici a favore dei protestanti del Marchesato, ricordandogli come essi erano sempre vissuti in pace con i cattolici, erano sempre stati fedeli al re ed affezionati al suo servizio e più volte avevano contribuito, con le armi alla mano, a difendere la propria terra e tutto il paese. Supplicavano perciò che, in cambio dei sei mesi concessi dall'editto regio per vendere i beni e ritirarsi fuori del regno, fossero loro assegnati tre o quattro anni, tanto più che i religionari costituivano in più terre la maggioranza o la quasi totalità degli abitanti e che perciò non era possibile trovare compratori cattolici in numero sufficiente ed in un tempo così ristretto.

Il viaggio, data la stagione invernale, fu forse ritardato o reso più lento di quanto si sperasse a causa della impraticabilità delle strade e dei passi alpini; forse l'abboccamento stesso fu fatto attendere per l'assenza del governatore o per i suoi forti impegni nella pacificazione del Delfinato. Sta il fatto che solo nel febbraio dell'anno seguente (1586) si poté conoscere l'esito della deputazione attraverso la lettera, che il segretario de La Valette, il sig. De Mauroy, indirizzò [43] da Valenza, il 15 febbraio, al sig. de La Manta. Nella lettera comunicava che il governatore aveva risposto riformati di Dronero e della Val Maira che egli non aveva veste per decidere in merito alla loro richiesta e che occorreva che essi inoltrassero la supplica direttamente al re; che tuttavia, in attesa della risposta del sovrano, avrebbe benignamente fatto sospendere ogni esecuzione a loro danno per un periodo di tre o quattro mesi. La promessa fu infatti confermata alcuni giorni dopo (23 febbr. 1586) dal governatore stesso con una lettera personale e confidenziale al La Manta [44].

In virtù di questa sospensione i riformati quelli delle vallate alpine poterono continuare a rimanere tranquilli nelle loro case, in attesa che nuovi eventi militari e politici mutassero a loro vantaggio la situazione religiosa e civile del regno di Francia ed inclinassero il re ad una nuova politica di tolleranza.

Ma se il trattato di Nemours non fu puntualmente eseguito nel Marchesato per la mitezza del La Valette o per altre ragioni contingenti alla sicurezza di quella terra, ciò non toglie che esso, per il semplice timore delle sanzioni, non producesse qualche vuoto nelle file dei riformati. Messi di fronte alla minaccia della confisca della vita e dei beni, dell'abiura o dello sfratto, non tutti i religionari ebbero la fermezza di perseverare nella loro fede e di sacrificare all'integrità delle loro coscienze i beni, spesso cospicui, che essi possedevano. Alcuni infatti piegarono e fecero abiura, sincera o simulata. Tra questi ci è ricordato un tale Benedetto Pagano, forse di Verzuolo, il quale, dopo aver personalmente abiurata la sua eresia, cercò di fare opera di persuasione anche presso i membri della sua famiglia. Infatti, scrivendo ad Adriano Saluzzo della Manta, prevosto di Verzuolo, lo informava che un suo fratello, Giovan Matteo, discorrendo con lui pochi giorni prima intorno all'editto del re, gli aveva dichiarato di essere anch'egli disposto ad ubbidire a quanto il prevosto gli avrebbe comandato. Benedetto pertanto pregava il Saluzzo, affinché volesse chiamare a sé Giov. Matteo e profittare delle sue buone disposizioni per ricondurlo sulla retta via [45].

Altra conseguenza dell'editto intollerante fu che esso risvegliò le pretese dell'Inquisizione sopra il Marchesato. Già abbiamo più volte ricordato come gli antichi privilegi, concessi dai marchesi di Saluzzo e confermati in seguito dai re di Francia, stabilivano che gli abitanti fossero giudicati in materia di fede dai giudici ecclesiastici locali con esclusione del S. Offizio e di qualsiasi autorità straniera. Solo incidentalmente ed abusivamente l'inquisitore aveva potuto esercitare la sua giurisdizione nelle terre del Marchesato e per lo più per interposta persona. Ma in questi anni di disordini e di sommosse, in questo momentaneo trionfo dell'intolleranza cattolica, l'inquisitore forse il Cicada credette giunto il momento propizio per estendere anche sul Marchesato i poteri e l'attività del S. Offizio torinese, nonostante i privilegi e gli usi della Chiesa gallicana colà vigenti.

Ma l'ingerenza dell'Inquisitore provocò il risentimento e l'opposizione del vicesenescallo, al quale era affidata la tutela delle antiche franchigie e libertà [46]. Impedito nel suo disegno, il P. Inquisitore presentò le sue lagnanze al governatore La Valette, chiedendo che non solo gli fosse lasciata piena libertà di azione nel Marchesato contro eretici e religiosi, ma che gli venisse prestata «man forte», cioè il braccio secolare in tutte le necessità, che poteva richiedere il disimpegno delle sue mansioni. Il La Valette, sia che, per la lontananza, non avesse elementi sufficienti a sentenziare sulla legittimità della richiesta, sia che volesse prima sincerarsi delle franchigie e delle libertà, di cui godeva il popolo del Marchesato, sia infine che non desiderasse compromettersi in una questione così delicata, per aver amici, all'occorrenza, cattolici e protestanti, preferì deferire al La Manta la soluzione del quesito: se ci dovesse essere o no inquisizione nel Marchesato. Gli raccomandava tuttavia di appianare questa controversia quanto più «doulcement» egli potesse, affinché l'inquisitore non avesse più motivo di ricorrere da lui per una tale questione (5 genn. 1586).

Non sappiamo quale fu la decisione definitiva del La Manta. Alcuni fatti, accaduti negli anni seguenti, lascerebbero supporre che si venne ad una soluzione di compromesso, escludendo bensì ufficialmente il S. Offizio dal Marchesato, ma permettendo all'inquisitore di esercitarvi la sua azione indirettamente per mezzo di suoi speciali delegati scelti fra il clero saluzzese.

Malgrado gli editti regi e il rinnovato zelo inquisitoriale ed i rumori di guerra, anche l'anno 1586 trascorse abbastanza calmo per i riformati del Marchesato, poiché non risulta che si sia dato esecuzione agli editti allo spirare della tregua concessa dal La Valette, né che si sia osato intraprendere qualche altra novità in materia religiosa, capace di alterare la tranquillità del Marchesato. Le Missioni cattoliche continuarono la loro attività, sebbene la lamentata interruzione delle «Litterae Annuae» ci privi di notizie particolareggiate. Sappiamo tuttavia che in quest'anno esse furono estese alla valle della Stura, dove parecchie terre, come Demonte e Festeona, erano largamente infette di eresia [47].

I tumulti di Francia e gli editti intolleranti avevano fatto affluire sulle terre ducali, al di qua delle Alpi, numerosi religionari, sudditi del re, oriundi della Provenza, del Delfinato e del Marchesato di Saluzzo. Lo spopolamento era nocivo agli interessi del re. Perciò il duca fu vivamente sollecitato dalla Corte ad impedire che il male, cacciato dal regno, si annidasse e si propagasse al di qua delle Alpi 48. Il duca accolse l'invito ed impartì gli ordini opportuni, tanto più volentieri, perché ciò era nell'interesse del suo Stato e della fede cattolica e perché a ciò lo obbligavano gl'impegni contratti con la Lega Cattolica 49, alla quale frattanto mandava truppe per contrastare i successi del Lesdiguières nel Delfinato [50].

In novembre ci fu qualche allarme nella Val Maira, essendosi sparsa la voce che emissari del capo ugonotto erano venuti ad ispezionare i luoghi forti della valle e ad annodare segrete intelligenze per preparare una calata nel Marchesato [51].

Altre apprensioni si ebbero anche per il castello di Carmagnola [52]. Un capitano francese, Simond, venuto a Torino, svelava al duca ed ai suoi ministri che il La Fitte aveva ordito un complotto per impadronirsi del castello ducale di Pinerolo; in pari tempo, si offriva, se fosse aiutato, a far cadere nelle mani del duca la piazza di Carmagnola, dove diceva di avere sicure intelligenze col caporale La Chambre ed altri soldati. Ma né il duca né i ministri vollero dargli credito. Il complotto doveva effettuarsi il 15 ottobre; ma il Simond fu tradito da alcuni suoi complici, il sergente Chiaberto ed il caporale Mercier della Compagnia del sig. di Comiers: i rei furono giustiziati sulla pubblica piazza, i delatori premiati con una ricompensa, e, per ringraziamento a Dio dello scampato pericolo, il La Fitte ordinò che ogni anno si facesse in quel giorno una solenne processione.

Al di là delle Alpi continuava frattanto la guerra civile [53] con alternative di battaglie e di tregue, di sconfitte e di vittorie, che stremavano gli eserciti e devastavano le province della Francia. Sulla fine dell'anno (1586) il re di Navarra, capo del partito ugonotto, accondiscese ad aprire trattative con la regina madre a Saint-Brice (18 ott. 1586), presso Cognac, e, nella primavera seguente (1587) a Fontenay, allo scopo di stabilire una nuova pace, che correggesse le ingiustizie e le insopportabili intolleranze sancite dal trattato di Nemours a danno dei protestanti. Ma i capi della Lega Cattolica, riunitisi a Ourscamp (ott. 1586) si opposero inflessibilmente ad ogni proposta di pace, volendo che fosse mantenuto intatto il trattato di Nemours. Le trattative pertanto fallirono e rinacquero più fiere le ostilità fra i due partiti. Dubitando che il re, soffocato dalla Lega, tentasse una riconciliazione con la fazione ugonotta, il Guisa, a quanto pare meditò perfino di impadronirsi della persona del sovrano per averlo cieco strumento della sua politica intollerante e della sua smisurata ambizione. La guerra divampò aperta nella Dordogna e nella Guascogna, ma non risparmiò neppure le contrade del regno più prossime alle frontiere del Marchesato, come la Provenza ed il Delfinato [54].

I successi, che il giovane capo ugonotto Lesdiguières riportava nella contigua provincia del Delfinato, cominciarono assai presto a suscitare apprensioni non solo nelle alte vallate del Chisone e della Dora Riparia, ma in quelle stesse del Marchesato. Infatti gli avvisi di una imminente calata di ugonotti attraverso i passi della Varaita e della Macra si susseguono sempre più a breve intervallo, contradittori e fallaci, ma pur sempre assai molesti e pieni di ansietà. Nel maggio (1587) la calata del Lesdiguières prende consistenza ed è data ormai come sicura ed imminente. Ma ancora una volta la notizia

risulta infondata ed il timore a poco a poco si dilegua. Bisognerà ancora attendere alcuni mesi prima che l'impresa trovi la sua attuazione; ma nel frattempo la fantasia eccitata intravede da per tutto la presenza di emissari del capo ugonotto, sospetta intelligenze e colpi di mano contro città e castelli, presagendo un più torbido domani.

Era attivo emissario del capo ugonotto, non solo nel Marchesato di Saluzzo, ma in varie terre del Piemonte e della Lombardia, quel sig. di Baldissero (Baudissè) [55], che già abbiamo ricordato come factotum e mediatore del maresciallo di Bellegarde nei molti intrighi tessuti con il duca di Mantova e col marchese di Ayamonte, governatore spagnolo di Milano. Dei suoi nuovi complotti coi capi ugonotti del Delfinato troviamo cenno nella deposizione [56], che fece il maestro cremonese, Alberto Lupo, inquisito a Torino per eresia. Il Lupo era stato persuaso da un tale Giov. Antonio da Montaldo, che stava al servizio del colonnello Boniforte Asinari, ad abboccarsi col Baldissero per apprendere da lui i particolari di una misteriosa impresa, che si stava meditando a favore della religione riformata.

Il Lupo venne dapprima a Carignano, dove rimase quattro giorni ritirato in casa di un tale Michele di Filippo Sartore; di là passò a Campiglione, dove ebbe abboccamenti con altri congiurati ed infine a Castel del Bosco ed a Fenestrelle, nell'alta valle del Chisone, dove finalmente trovò il Baldissero. Costui lo tenne presso di sé per nove giorni, senza aprirsi; poi, avuta la sua promessa di segretezza e di aiuto, gli rivelò minutamente i piani concepiti per sorprendere Carmagnola «dalla parte dei prati». Da Fenestrelle il Lupo se ne tornò a Pinerolo e di là a Carignano. Qui trovò un altro confidente del Baldissero, il capitano mantovano Defendente, il quale aveva l'incarico di fare segreti arruolamenti di uomini ed incette di munizioni per conto dei capi ugonotti. Seppe da lui che due altri complici stavano nascosti a Sommariva del Bosco, pronti a smascherarsi al momento opportuno. Tutti ritenevano l'impresa imminente e sicura e speravano che, caduta Carmagnola nelle mani degli eretici, ne sarebbe venuto un grande benefizio alla loro religione, perché in questa piazzaforte gli ugonotti avrebbero avuto un saldo baluardo per difendersi e per spargere la religione riformata in tutte le terre piemontesi. Il Baldissero dirigeva le fila della congiura da Mentoulles, presso Fenestrelle, dove si era ritirato, dopo l'arresto dell'anno precedente, con due suoi figlioli e con il ministro Annibale da Cuneo, il quale serviva a lui come consigliere e segretario ed ai figlioli come predicatore e catechista.

Ma anche quest'impresa, che sembrava ormai avviata a buon fine, non ebbe nessun principio di attuazione. Probabilmente il momento non parve propizio ai capi ugonotti, impegnati nella guerra, che si era riaccesa più che mai furibonda in seguito alla venuta di un esercito di 25.000 raitri e svizzeri protestanti, i quali accorrevano in aiuto del re di Navarra ed avanzavano minacciosi verso Parigi, dopo aver sbaragliato a Coutras (20 ott. 1587) l'esercito regio comandato dal duca di Joyeuse, che vi trovò la morte. Il prestigio del re andava rapidamente scemando, né poté risollevarsi nemmeno quando l'esercito straniero fu disfatto dal duca di Guisa presso Auneau (11 nov. 1587). Infatti, la vittoria segnò l'apogeo della potenza dei Guisa in tutta la Francia e pose il re, impotente, nella triste alternativa di doversi appoggiare o all'uno o all'altro dei due partiti, con crescente scapito del potere sovrano e con la prospettiva di nuove e sanguinose guerre fratricide [57].

Le ostilità, che si estesero anche lungo le frontiere del Marchesato [58], destarono, com'è ovvio, nuovi e frequenti timori di sconfinamento e di incursioni, sia da parte dei vinti sia da parte dei vincitori. In settembre si ebbero piccole scorrerie di bande ugonotte nella valle della Varaita e ci fu panico anche in Val Paesana, dove una notte il curato di Sanfront fece suonare a stormo le campane per aver scambiato sull'alto dei monti un armento di mucche per una truppa di ugonotti [59].

Erano scorrerie innocue o addirittura fantastiche, ma foriere di ben più gravi incursioni e sufficienti a tenere il Marchesato ed il Piemonte in un costante timore.

Un mese non era ancora trascorso ed il timore diventava dolorosa realtà! Il capitano ugonotto Briquemault 60, luogotenente del Lesdiguières, a capo di una forte schiera, varcava il confine, e, scendendo la Valle Varaita, occupava San Peyre, distruggeva la chiesa cattolica, facendo scempio dicono alcune fonti cattoliche di alcune centinaia di cattolici, - che vi avevano cercato rifugio; poi, ripresa la marcia, predando case e bestiami e sterminando quanti ostacoli trovava per via, si avanzava minaccioso fino a Brossasco, a 12 miglia da Saluzzo. Il panico fu grande in tutto il Marchesato. La popolazione abbandonò in gran numero le case ed i campi e si rifugiò sulle limitrofe terre sabaude, disseminando il terrore in tutto il Piemonte [61].

Reggeva in quell'anno il Marchesato il La Fitte, luogotenente del La Valette. Sorpreso dall'improvvisa incursione [62], egli si trovò senza forze sufficienti per arrestare la marcia dell'esercito del Briquemault. Chiese perciò immediato soccorso al duca Carlo Emanuele, il quale lo autorizzò a prelevare nelle proprie terre fino a 1.000 fanti e 200 cavalli, se il pericolo si aggravasse o si ripetesse [63]. L'allontanamento delle truppe ugonotte e la loro ricacciata al di là dei monti non importava meno alla sicurezza ed alla tranquillità degli stati sabaudi che all'incolumità del Marchesato. Fortunatamente il Briquemalt non continuò la temuta avanzata verso Saluzzo, sia ch'egli non avesse forze sufficienti, sia che restasse pago delle contribuzioni dategli dagli Eletti, sia che fosse richiamato dal Lesdiguères per impellenti necessità di guerra o per le fiere rimostranze mosse dal duca di Savoia [64].

Il capo ugonotto, quando alcuni mesi prima aveva occupato il Queyras, confinante con i dominî sabaudi, prevenendo le querele del duca, gli aveva fatto pervenire una solenne promessa di amicizia e l'assicurazione ch'egli non avrebbe mai recato molestia alle vicine terre sabaude né portato danno ai loro interessi economici. La calata del Briquemault, per quanto avvenuta su terra regia, parve al duca una seria minaccia per i propri Stati; perciò fu pronto ad avvertire il generale ugonotto, che, se egli voleva davvero mantenere la pace e serbare le buone relazioni di vicinato come aveva promesso, si guardasse da ogni incursione al di qua delle Alpi; in caso contrario, lo avrebbe considerato come nemico di guerra e trattato come esigeva la sicurezza e la necessità dei suoi Stati [65]. E, per premunirsi da ogni sorpresa, mandò a Savigliano il Leyni a raccogliere truppe ed a sorvegliare le fortezze, ed entrò in trattative col marchese di Terranova, governatore di Milano, per avere aiuti di fanti e di cavalieri e per organizzare pronte operazioni di guerra, se gli ugonotti accennassero a scendere in forze al di qua dei monti [66].

Il Marchesato rimase per allora miracolosamente salvo, ma le apprensioni non rallentarono, perché, fallite le nuove trattative [67] di pace tentate ad Eybens, la guerra fratricida continuò a divampare sulle limitrofe terre di Francia.

La notizia dell'incursione ugonotta, che si era spinta fin nel cuore del Marchesato, non tardò a giungere, sinistramente esagerata a Roma, dove trovavasi allora il vescovo Antonio Pichot. Informato da Monsignor di Pagno delle violenze e delle rapine, che la valle della Varaita aveva subite per causa delle orde del Briquemault, il vescovo rispondeva il 19 novembre (1587), bollando con parole di forte esecrazione «le ferine rabbie di quei scelerati ugonotti» e dichiarava di pregare il Signore che «dia gratia alli fedeli vassalli di S. M. Christianissima di poterli tutti sconfire e tagliar a pezzi come nemici della nostra santa et divina legge o vero si degni per sua infinita bontà possino riconoscer l'errore nel quale se ne stanno immersi». E perché la povera valle fosse preservata da nuove incursioni e da nuove infezioni, e con essa fosse salvo tutto il Marchesato, il vescovo invitava il clero ed i fedeli a fare ferventi ed assidue orazioni, avvertendo che a questo fine il papa aveva concesso «una indulgenza plenissima», della quale mandava copia a Monsignor di Pagno, in attesa che il vicario di Saluzzo ne pubblicasse il sommario [68].

Il sopraggiungere della stagione invernale, che ostruì di neve i valichi alpini, rallentò le operazioni di guerra e scemò il pericolo di nuove calate di eretici nel Marchesato. Ma nel febbraio (1588), denudatisi di neve i valichi, che davano accesso al Marchesato dalla Provenza e dal Delfinato, gli allarmi ed i timori [69], rinacquero a causa del rinnovato strepito delle armi lungo le frontiere di Francia. Infatti, nell'assemblea di Nancy (genn.-marzo 1588) [70] i leghisti non solo avevano imposto al re di unirsi alla Lega e di prendere come legge dello Stato i decreti del Concilio di Trento, ma avevano decretate misure sempre più repressive a danno dei riformati, quali: l'introduzione del tribunale della Santa Inquisizione, l'imposizione di tasse esose sui beni dei riformati, la morte di tutti gli ugonotti, che si trovassero in carcere e rifiutassero di abiurare.

Per scongiurare i nuovi pericoli, gli ugonotti ripresero le armi. Il Lesdiguières ricominciò le sue scorribande nel Delfinato, e, violando le frontiere del Marchesato (febb. 1588), assalì il forte di Pont, che il La Fitte aveva fatto costruire tra Chianale e Casteldelfino [71] per proteggere la Castellata e sbarrare la via di accesso alla valle della Varaita. Il timore che l'incursione ugonotta non si arrestasse sui monti, ma dilagasse nella pianura sottostante e coinvolgesse la tranquillità dei propri dominî, indusse il duca Carlo Emanuele a rinnovare al La Fitte le offerte di aiuto in uomini ed in armi, insieme con le più vive esortazioni, affinché si guardasse diligentemente da ogni sorpresa e indagasse le eventuali intelligenze che correvano tra gli ugonotti del Delfinato e gli abitanti del Marchesato. Ma il La Fitte, che altra volta aveva per primo sollecitato gli aiuti del duca, questa volta rifiutò, forse subodorando le mire segrete del duca sul Marchesato o ritenendo troppo interessate le offerte di aiuti; e si diede per parte sua ad assoldare milizie nel Marchesato e ad imporre nuove contribuzioni di guerra per sopperire alle eventuali necessità [72]. Di un tale rifiuto il duca si varrà più tardi per accusare il La Fitte di essere stato d'accordo col Lesdiguières.

Ben diversa condotta tenne invece o simulò il governatore La Valette, il quale, quasi sconfessando il procedere del suo luogotenente, si diede a premere sul duca [73], perché si adoperasse a tenere il Lesdiguières lontano dalle frontiere del Marchesato e volesse unire le proprie forze alle sue, nel caso che il capitano ugonotto tentasse più profonde incursioni al di qua dei monti.

Anche questo sconfinamento non ebbe altro seguito funesto e la valle della Varaita fu salva a prezzo di qualche apprensione. Ma gli allarmi si rinnovarono più frequenti ed insistenti nel maggio e nel giugno. Si assicurava e si giurava che il Lesdiguières, appena occupata la città di Gap, alla quale aveva posto assedio, sarebbe calato in Piemonte, chi diceva per la valle di Susa, chi attraverso i valichi del Marchesato [74]. Un riformato bandito da Centallo ed arrestato da Carlo Francesco di Luserna, governatore di Cuneo, confermava che gli ugonotti meditavano di occupare Centallo, Busca, Cuneo, Savigliano e Fossano, e di mettervi saldi presidi per favorire anche in Piemonte libero esercizio della loro religione [75]. In pari tempo risultava che il capo ugonotto stava macchinando un grave colpo contro Casteldelfino, all'imbocco della Valle della Varaita, dove egli aveva trovato un complice nella persona del capitano e governatore della piazza, il sig. di Beaumont [76]. Costui a quanto sembra aveva promesso di cedere il castello al Lesdiguières, ma aveva preteso speciali privilegi per lui e per gli abitanti: che fosse conservato a lui il comando del presidio, che il Lesdiguières metterebbe nel castello; che fosse assicurata piena libertà di coscienza tanto ai cattolici quanto ai riformati della valle Varaita; che il capo ugonotto prendesse gli eclesiastici cattolici sotto la sua personale protezione. All'assalto del castello dovevano concorrere, a detta del Nunzio, anche 220 religionari della valle di Pragelato.

Ma il tradimento fu scoperto tempestivamente dal luogotenente del governatore, che cacciò il traditore fuori delle mura del castello. Il Lesdiguières non passò più oltre nel suo tentativo e preferì rivolgersi all'espugnazione della città di Etoile, nel Delfinato.

Intanto in Francia gli avvenimenti precipitavano [77], ponendo il re alla mercé del Guisa e della Lega. Dopo la sconfitta dell'esercito regio a Coutras e la vittoria del duca di Guisa ad Auneau (11 nov. 1587) il re aveva invano cercato di risollevare il proprio prestigio e di abbattere quello crescente della Lega, raccogliendo nuove forze in Parigi e largheggiando in favori coi suoi favoriti e col popolo stesso della capitale, ostile a lui e fanaticamente entusiasta del Guisa. Ma ormai l'autorità del sovrano era caduta così in basso e la sua persona diventata così invisa ai sudditi, che il duca di Guisa il 10 maggio 1588 poté entrare come un trionfatore in Parigi, imporre la convocazione degli Stati Generali, pretendere per sé la podestà militare ed ordinare il licenziameto dei favoriti del re.

Perduta ogni speranza di riacquistare il prestigio e temendo per la sua vita stessa, Enrico III cercò sottrarsi all'ignominia sempre maggiore, che lo attendeva in Parigi, e riparò a Chartres, promettendo una guerra senza quartiere contro il Guisa e baldanzosamente giurando che sarebbe rientrato nella capitale «attraverso una breccia». Ma impotente ormai davanti al Guisa ed alla Lega, appena un mese dopo, a Rouen (19-21 luglio 1588), stipulava con essa un solenne patto di unione e sottoscriveva, senza discutere, tutte le condizioni che gli venivano imposte conferma del trattato di Nemours; esclusione di un principe eretico dalla successione al trono di Francia; ripresa della guerra contro gli ugonotti fino al loro totale sterminio o alla loro totale espulsione dal regno; vendita di tutti i beni ugonotti; proclamazione a legge dello Stato dei decreti del Concilio di Trento e convocazione immediata degli Stati Generali [78].

Il duca di Savoia vide il disordine insanabile del regno di Francia e l'impotenza estrema del re, e, sobillato dal suo agente parigino, il sig. di Lucinge, si apprestò a trarne il miglior profitto per il conseguimento dei fini, che da lungo tempo perseguiva al di qua come al di là delle Alpi [79].

Al re mandava il sig. de la Bastia, col pretesto di congratularsi con lui per i felici successi ottenuti nella repressione della rivolta di Parigi, ma in realtà per sondare se il sovrano, oppresso da gravi strettezze di danaro, fosse disposto a cedergli il Marchesato, in pegno o in deposito, dietro un congruo compenso di sonanti scudi [80]. Trattava anche col Guisa per la cessione non solo del Marchesato, ma di Lione e di altre terre della valle del Rodano, promettendo in cambio tutta la sua assistenza per facilitare l'avvento di lui sul trono di Francia [81]. Altre pratiche, infine, avviava anche col governatore del Delfinato La Valette, servendosi del segretario di lui, il signor di Mauroy, il quale aveva lasciato intravedere che il suo padrone non sarebbe stato alieno dal far cadere il Marchesato nelle mani del duca di Savoia, purché questi si adoperasse a procurargli in Francia un governo di reddito equivalente [82].

Ma tutte queste trattative per allora fallirono, perché il re preferì cercare altrove le fonti del denaro richiesto dalle necessità del regno; perché il Guisa trovò troppo esose le domande del duca e rinviò ogni decisione alla morte del re e del cardinale di Borbone, designato a succedergli; e perché il La Valette stesso, oppresso dalla Lega, andò sempre più accostandosi al partito ugonotto.

Intanto il La Fitte, abbandonato da tutti e perplesso per gli avvisi contradittori, che gli giungevano da più parti, veniva a Torino a chiedere un prestito di danaro, a garanzia del quale offriva di consegnare alcuni pezzi di artiglieria della piazza di Carmagnola. Nel corso del colloquio, avendo detto al duca, che, se non gli fosse riuscito di conservare il Marchesato con le proprie forze, piuttosto che lasciarlo cadere nelle mani del Guisa, si sarebbe congiunto con gli ugonotti del Lesdiguières, che erano poco lontano, il duca replicò, risentito, che ad una simile risoluzione non si doveva neppure pensare, perché egli non intendeva né per interesse di religione, né per interesse di stato, né per servizio di tutta Italia di comportarlo mai, finché avrebbe vita» [83].

Eppure anche col capo ugonotto pare che Carlo Emanuele I avesse avviato pratiche segrete per trarlo dalla sua. Gli aveva inviato il segretario Guichard con lettere «fort civiles», nelle quali, dopo aver espresso un grande affetto per lui e mostrato che il partito ugonotto non era in grado di resistere da solo alle forze del re e della Lega, lo esortava ad approfittare della divisione della Francia per accordarsi con lui in un'impresa utile ad entrambi. Ma il Lesdiguières fieramente gli fece rispondere che il dovere lo teneva legato al re di Navarra e che non avrebbe mai cercato altrove «sa satisfaction et sa fortune» [84].

Infatti, continuando nella sua politica [85], il Lesdiguières il 13 agosto, a Montemaur, sotto la minaccia dell'esercito del duca di Mayenne, che avanzava da Lione, stipulava col La Valette un patto di alleanza e di reciproca assistenza, giurando di rimanere uniti per la loro difesa e per quella del loro partito. Convenivano pure di stipulare un accordo con gli abitanti del Marchesato di Saluzzo, concedendo ad essi libertà di commercio tanto in Provenza quanto nel Delfinato [86]. Ancora ignaro di questo patto, il Comune di Saluzzo, nella seduta del 22 agosto, decideva di ricorrere dal governatore La Valette, insieme coi Comuni delle valli di Varaità, Macra e Po, «per chiedere a S. E. l'adiuto, che domandano esse valli contro li della religione pretenduta et intravenir a tutti accordi, che si ritroveranno ragionevoli.... purché sia con autorità di Sua Maestà» [87].

Intanto il duca di Savoia, falliti i mezzi pacifici e gli intrighi per avere nelle mani il Marchesato [88], andava sempre più infervorandosi nel proposito di occuparlo con la forza delle armi. Perciò fin dal mese di luglio, agitando il pericolo di un'imminente invasione ugonotta ed esagerando le gravi conseguenze che essa avrebbe potuto recare con la propagazione dell'eresia non solo in Piemonte, ma nelle terre stesse del re di Spagna ed in tutta Italia, aveva sollecitato l'assistenza del papa ed aveva invitato il governatore di Milano, duca di Terranova, a voler tener pronta la cavalleria e la fanteria, che diceva essergli state promesse dal re di Spagna. Giustificava la richiesta, dichiarando ch'era sua semplice intenzione occupare il Marchesato per tenerlo sotto l'obbedienza del Re Cristianissimo e per impedire che l'ugonotteria annidasse sulle frontiere del proprio Stato e dilagasse in Italia [89].

Ma l'ardito disegno del duca allarmò il Terranova, il quale dichiarò energicamente all'agente sabaudo ch'egli non poteva approvare una simile impresa, sia perché contraria alla mente del Re Cattolico ed agli accordi stipulati fra le Corti di Madrid e di Torino, sia perché essa avrebbe tirato addosso al duca una guerra inevitabile, nella quale il re di Spagna non avrebbe potuto prestargli nessun aiuto né di uomini né di danaro, essendo impegnato attualmente nella guerra contro l'Inghil terra ed in altre faccende. E poiché l'agente sabaudo reiterava le sue istanze, il Terranova gli dichiarò esplicitamente ch'egli sarebbe sempre pronto, secondo la volontà del suo sovrano, a fornire al duca ogni aiuto, se si trattasse della difesa dei suoi Stati, ma che nulla potrebbe fare per lui, senza un ordine del re [90], se egli fosse stato il primo a recare offesa.

Nonostante il chiaro rifiuto, le istanze del duca a Milano continuarono nelle settimane seguenti, ribadendo con crescente insistenza il pericolo imminente di una calata ugonotta. Ma il Terranova rimase fermo nella sua posizione, promettendo aiuto al duca in caso di difesa, ma negandoglielo in caso di provocazione e di offesa, e ripetutamente esortò il duca alla prudenza ed alla pazienza per non accendere in Italia una guerra difficile da spegnere e che il Re Cattolico voleva per allora assolutamente evitare. E nel rifiuto persistette anche, quando Carlo Emanuele, nella seconda metà di settembre, gli comunicò la grave notizia che il Lesdiguières stava per investire Casteldelfino con 2.000 fanti, con 400 cavalli e con numerosi pezzi di artiglieria e che di là sarebbe sceso nel Marchesato di Saluzzo e forse in Piemonte e più oltre.

Per assicurarsi il buon esito dell'impresa il capo ugonotto, verso la metà di settembre, aveva stipulato, a Molines, una speciale convenzione coi rappresentanti del Marchesato desiderosi di pace: secondo la quale essi dovevano demolire entro otto giorni la Torre del Ponte, smantellare il borgo di Casteldelfino ed impedire al La Fitte di accorrere con le sue milizie, quando il capo ugonotto vi ponesse l'assedio.

Il 22 settembre il dottore Geronimo Vacca, che aveva svolto le trattative col Lesdiguières, veniva a Torino a dar conto al duca di quanto si era concordato tra gli abitanti del Marchesato ed il capitano ugonotto, e confermava la notizia che il Lesdiguières si moveva con artiglieria, fanteria e cavalleria per impadronirsi di Castedelfino. La notizia gettò lo sgomento nell'animo del duca, il quale temette che «havendo Ladighera quel luogo e tenendosi artiglieria, si farà padrone del Marchesato ad ogni ora che vuole con danno e disturbo grande dei suoi stati e che la venuta di Ledighera sarà molto breve» [91].

Perciò affrettò i preparativi guerreschi. Per parare ogni colpo sinistro, mandò a Cuneo il conte di Luserna ed a Savigliano il Leyni, affinché tenessero pronte le milizie; poi, fiducioso nelle proprie forze, persuaso dell'impotenza del re di Francia e certo che l'aiuto spagnolo non gli sarebbe mancato nel momento del bisogno e che il La Fitte, guadagnato alla sua causa e ritirato a Carmagnola, non gli avrebbe contrastato il passo [92], si diede alacremente a preparare l'impresa. In segreto armò le milizie, ma ai quattro venti sbandierò il pericolo ugonotto, per avere pronta una ragione, che legittimasse od almeno sembrasse giustificare l'usurpazione violenta, sia davanti al re di Francia, sia davanti al Re Cattolico, al papa ed ai principi d'Italia. , Il 26 settembre il Lesdiguières occupava Casteldelfino e due giorni dopo (28 sett. 1588) Carlo Emanuele I usciva da Torino con le sue truppe ed iniziava la facile conquista del Marchesato [93].

L'impresa, fallita pochi anni prima ad Emanuele Filiberto, stava per trovare l'agognato compimento nell'accorta audacia del figlio Carlo Emanuele I e nel caotico disordine del Marchesato.

Con un atto di violenza, si chiude, come si era aperto, il periodo della effettiva dominazione francese nel Marchesato di Saluzzo e si inizia quello della lunga e spinosa controversia tra Francia e Savoia, che si trascinò, con alternative di guerre e di tregue, per 13 anni, fino al trattato di Lione (1601).

Col settembre del 1588 termina anche il racconto del secondo periodo della storia della Riforma Protestante nel Marchesato di Saluzzo, che forma l'oggetto del nostro studio.

Note

[1] Op. cit., I, 77.

[2] Op. cit., p. 216 e segg.; SAVIO, op. cit., I, 292.

[3] SAVIO, op. cit., I, 292-94.

[4] Ai Gesuiti si attribuisce anche l'introduzione in Saluzzo della pratica delle Quarantore, le quali già risultano celebrate con pompa fin dal 1581 nella chiesa di San Sebastiano. SAVIO, op. cit., I, 295.

[5] ARCH. COMUN. di SALUZZO, Ordinati, a. 1583, f. 37.

[6] A. S. T., I, Negoz. Francia, m. IV, n.º 20 (31 ott. 1583, Istruz. al sig. Della Croce, barone di Charansonai, spedito alla Corte di Francia per giustificare presso il re la condotta del duca ecc.) e n.º 21 (1583, Minuta di Istruzione al barone d'Hermance, già cit.); IBIDEM, Lett. Ministri Francia, m. VII, (lett. del sig. Della Croce, 11 dic. 1583, 15 genn. 1584, I, 2, 6, 11, 23, 27, 28 febbr. 1584, e lett. del Venza, I genn. 1584); CHIAPUSSO, op. cit., p. 4 (lett. del Nunzio, 21 genn. 1584, in Nunz. Savoia, vol. XIII); RAULICH, op. cit., I, 187-90.

[7] A. S. T., Lett. Ministri Spagna, m. III: lett. del Pallavicino alla Corte, 20 febbr.1584 (accluso il «Ragionamento fatto a S. M.», li 20 febbr. 1584); CHIAPUSSO, loc. cit.; RAULICH, loc. cit.

[8] DESJARDINS, op. cit., IV, p. 491 (lett. Busini al Vinta, 5 marzo 1584) e p. 528 (4 sett. 1584); RAULICH, op. cit., I, 192.

[9] Il duca di Savoia, che si apprestava ad un nuovo colpo di mano contro Ginevra, temeva che il re nel frattempo lo assalisse dalla parte del Marchesato; perciò si assicurava l'assistenza del governatore spagnolo di Milano e ordinava al Pallavicino, suo agente alla Corte di Madrid, di fare altrettanto presso il re. Il Pallavicino, prospettando il pericolo di una rottura con la Francia, doveva proporre a Filippo II, come rimedio, uno di questi tre spedienti: 1°, pubblicare subito l'annuncio del matrimonio del duca con l'Infanta Caterina, perché i nemici del Sabaudo diventassero più guardinghi, sapendo ch'egli aveva dietro di sé la potenza di Spagna; 2°, fornire danaro per rafforzare le piazze di Savigliano, Cuneo, Chivasso, Villanova ed altre ancora, affinché si potesse efficacemente controbattere la fortezza di Carmagnola, della quale i nemici potevano servirsi per invadere gli Stati sabaudi ed i dominî spagnoli; 3º, accelerare l'esecuzione di quel piano da lungo tempo concordato tra il Montmorency, il Vins e il duca stesso. Cfr. Lett. Ministri Spagna, m. III (lett. del Pallavicino alla Corte, 20 febbr. 1584). Alla Corte di Parigi era giunta notizia che il Re Cattolico aveva dato ordine al governatore di Milano di dare pronta assistenza al duca di Savoia con tutte le sue forze e con quelle degli altri principi italiani, se ci fosse stato qualche movimento di guerra in Picardia. Cfr. LA FERRIÈRE, op. cit., VIII, pp. 219-220 (lett. di Caterina a M.r de Maisse, 12 sett. 1584); RAULICH, op. cit., I, 199-206.

[10] Lett. del Venza, in loc. cit. (3 e 8 marzo 1584); RICOTTI, op. cit., III, 27; RAULICH, op. cit., I, 208.

[11] RAULICH (op. cit., I, 210-11) dice che il Lesdiguières cercò di entrare anch'egli nel complotto, ma che le trattative non portarono a buon esito, forse per scrupoli religiosi.

[12] CHIAPUSSO, op. cit., pp. 4-6 (Nunz. di Savoia, vol. XIII, 21 gennaio, 17 febbr. 1584).

[13] Discours sur le mariage ecc., in loc. cit.

[14] Lett. del Nunzio, 17 febbr. 1584, in CHIAPUSSO, op. cit., pp. 5-6. Lo storico francese PIERRE MATTHIEU, Histoire des derniers troubles de France etc., 2.me édit., MDC, p. 136 afferma che il Volvera faceva un doppio gioco: prendeva danaro dal duca ed intanto rivelava ogni cosa al re di Francia. Quando ebbe guadagnato 25.000 scudi, si ritirò alla Corte «sans délivrer la place que le duc avoit marchandée».

[15] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 100 (22 maggio 1584); JALLA, op. cit., II, 27. I due religionari erano: Giuseppe Raimonda Agnesio. Il Raimonda e il notaio Costanzo morì lo stesso anno.

[16] ARCH. COMUN. di SALUZZO, Ordinati, a. 1584, 22 marzo; SAVIO, op. cit., II, 32.

[17] CHIATTONE, loc. cit.; SAVIO, op. cit., I, 301-302.

[18] Statuta Synodalia Rever.mi DD. Antonii Pichot, Carmagnola, Bellono, 1585. Sono riassunti dal SAVIO, op. cit., I, 301.

[19] ARCH. VESC. di SALUZZO, Visitationes Episcopi A. Pichot, cfr. MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 102-103 e SAVIO, op. cit., I, 302 e seg.,

[20] Questo dato su Celle stupisce assai, poiché appena tre anni prima, come abbiamo ricordato, il governatore stesso La Valette l'aveva indicata come la terra più infetta di tutto il Marchesato, Poiché le «Litterae Annuae» non fanno cenno di questa terra nell'enumerare gli strepitosi successi delle missioni gesuitiche, si può supporre che tutti gli eretici fossero stati costretti ad abbandonare quella terra per qualche provvedimento a noi ignoto.

[21] Erano i Padri Giulio Modesto e Cesare Doria. Dopo la loro predicazione a Dronero, il primo andò alla Chiusa, il secondo a San Peyre, in Val Varaita. RORENGO, op. cit., p. 219; JALLA, op. cit., II, 32.

[22] Forse quel Massimiliano Saluzzo, signore di Valgrana, che nei decenni precedenti aveva appoggiato con zelo il movimento dei Nicodemiti ed aveva ospitato nel suo palazzo sinodi e congregazioni di ministri e di fedeli riformati. Il RORENGO (op. cit., p. 219) dice che il sig. di Valgrana «era buonissimo cattolico et inimico dell'heresia». Cfr. JALLA, op. cit., I, 271, e II, 46.

[23] SACCHINI, op. cit., vol. I, P. V., p. 179; JALLA, op. cit., II, 32.

[24] CAMBIANO, Memorabili, in loc. cit., a. 1584, p. 218. «Di settembre, essendo Madama di Bellegarde, signora di Cardé, nelli bagni di Acqui, fu fatta prigione dal Vescovo per la religione e condotta ad Alessandria». L'arresto, laconicamente ricordato dal Cambiano, è illustrato con importanti documenti inediti dal BERTOLOTTI, Martiri del libero pensiero, già cit., p. 79 e segg. (lett. di Camillo Capilupi, ambasciatore mantovano a Roma, al duca di Mantova, 10 nov. e 19 nov. 1584; lett. del card. Savelli al duca di Mantova, 14 ott. e 30 nov. 1584. A questi doc. si debbono aggiungere le lett. del Nunzio torinese citate più oltre.

[25] ARCH. VAT. ROMA, Nunz. Savoia, vol. X, f. 177 (8 dic. 1584) f. 179 (29 dic. 1584); vol. XIII, f. 562 (22 dic. 1584); vol. XV, fol. 16-17 (dic. 1584).

[26] A. S. T., I, Lett. Ministri Roma, m. XI (luglio 1590). In quest'anno la marescialla fu mandata nel Delfinato per servizio del duca e con licenza della S. Sede.

[27] Una grave malattia aveva colpito anche il re e faceva temere assai prossima la sua morte. RAULICH, op. cit., I, 213-14.

[28] DAVILA, op. cit., II, 298-99; 307-27; RICOTTI, op. cit., III, 43; HÜBNER, op. cit., II, 4-5; RAULICH, op. cit., I, 232-34; LAVISSE, op. cit., VI, 238-43; MARIÉJOL, op. cit., p. 367-68.

[29] Al duca di Guisa Carlo Emanuele mandò in dicembre il sig. di Jacob per conoscere meglio i suoi progetti e sapere quali vantaggi fosse disposto a concedere a lui in cambio dell'aiuto e come discendente di una principessa di Francia («Si il vous parlait de nous remettre le Marquisat de Saluces, vous luy dires que estant cela enclavé dedans noz terres, nous scavons bien qu'il ne nous peult eschapper. Mais que en un si grand royaulme, nous penserions bien quil nous deut laisser pour notre part les terres qui sont deca du Rosne et de la Saulne y comprenant Lion....». Cfr. A. S. T., I, Negoz. Francia, m. IV, n.o 22. Gli stessi sondaggi aveva fatto anche alla Corte madrilena per mezzo del Pallavicino, mostrando la facilità d'impadronirsi di Carmagnola a causa delle intelligenze, che egli aveva con quel castellano e sostenendo i suoi diritti sul Marchesato, come erede dei Marchesi di Saluzzo. «Onde, pretendendo il prefato re di Francia, occupatore del detto stato, ch'alcuno non possa né debba essere giudice suo, desidera il duca il bon parere et consiglio di V. M.tà del modo et via che si haurà da tenere per conseguire quello gli spetta et appartiene di ragione. Cfr. IBID. Lett. Ministri Spagna, m. III (lett. Pallavicino alla Corte, 6 gennaio 1585) e Negoz. Spagna, m. I, n.º 16 (Rimostranze dell'ambasciatore del duca al re di Spagna, 1584); THUANI (DE THOU), IV, lib. 92, paragr. 14, pp. 636-41.

[30] Carlo Emanuele s'imbarcò il 28 genn. 1584 dal suo porto di Villafranca, e, sbarcato a Barcellona, si diresse a Saragozza, dove l'11 marzo, con gran pompa, celebrò le nozze con l'Infanta Caterina. Nel giugno era già di ritorno. Durante i colloqui col suocero il duca cercò di trarre qualche profitto per i suoi Stati, ma non poté ottenere nessuna promessa esplicita riguardo alle questioni, che più gli stavano a cuore.

[31] RODOLFO, op. cit., in «Bull. Soc. Hist. Vaud.», n.º 50%; doc. 15 (27 marzo 1585); JALLA, op. cit., II, 40.

[32] Litterae Annuae, 1585; RORENGO, op. cit., 216-17; JALLA, op. cit., II, 36.

[33] II RORENGO (op. cit., p. 219) dice «che essendo sopravvenute le guerre di Provenza, Savoia e Piemonte, l'entrata del duca in quelle bande e del Lesdiguières in Piemonte, non si ha relazione di altri progressi delle Missioni nel Marchesato fino al 1596.

[34] Sui fatti di Francia e sulle loro ripercussioni in Provenza e Delfinato, cfr. DAVILA, op. cit., II, 334-418, pass.; III, 20 e segg.; RICOTTI, op. cit., III, 45-47; CHARRONET, op. cit., pp. 175-77; HÜBNER, op. cit., II, lib VII, cap. I; DUFAYARD, op. cit., pp. 82-87; ARNAUD, Hist. des Prot. de Provence, I, 240-50 e Hist. des Protest. du Dauphiné, I, pp. 414 e sgg.; RAULICH, op. cit., I, 236-41; LAVISSE, op. cit', VI, 242-53; MARIÉJOL, op. cit., pp. 368-76.

[35] Anche il duca di Savoia accampava diritti alla eventuale successione sul trono di Francia, come figlio di una Valois: ma in realtà si contentava di assai meno. v. le Istruzioni al sig. di Jacob, già ricordate.

[36] Il La Manta sostituiva il La Fitte, lasciato dal La Valette, come suo luogotenente nel Marchesato, ma richiamato anch'egli momentaneamente in Francia per servizio del re. Il La Fitte ritornò al governo del Marchesato l'anno 1586.

[37] RODOLFO, op. cit., doc. 16. Il momento sembrava così gravido di sorprese che il re aveva mandato a Saluzzo 300 soldati bernesi ed aveva rifiutato al Vescovo il permesso di allontanarsi dalla sua sede.

[38] RODOLFO, loc. cit., doc. 17; JALLA op. cit., I, 40.

[39] I LITTA, Famiglie Nobili, vol. XIII, tav. XXI, ricorda come da alcuni fu accusato di aver perseguitato aspramente Valdesi e dissidenti, da altri invece, di aver favorito l'espansione dell'eresia. «Dilettavasi dice il Litta di invitare a pranzo preti e ministri per divertirsi con le loro dispute spesso spinte al di là delle convenienze, essendo non di rado accaduto che i secondi trovassero alcuni preti nelle loro opinioni».

[40] RODOLFO, loc. cit., doc. 18; JALLA, op. cit., II, 40.

[41] RODOLFO, loc. cit., doc. 19 (da Nevers, I dic. 1585) e n.º 20 (da Pacaudière, 9 dic. 1585).

[42] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, pp. 103-104 (22 dic. 1585); JALLA, op. cit., II, 39-40.

[43] RODOLFO, loc. cit., doc. 22 (Da Valence, 15 febbr. 1585).

[44] RODOLFO, op. cit., doc. 23 (Da Crest, 23 febbr. 1585).

[45] RODOLFO, op. cit., in «Bullet Soc. Hist. Vaud.», n.º 55, a. 1930, doc. n.º 5 (12 nov. 1585).

[46] RODOLFO, op. cit., in «Bull. Soc. Hist. Vaud.», n.º 50, doc. 21 (5 genn. 1585).

[47] ARCH. VAT. ROMA, Nunz. Savoia, vol. 17, f. 63 (23 apr. 1586).

[48] IBIDEM, Vol. XVII, f. 16-18 (28-29 marzo 1586).

[49] Il duca, offrendo il suo aiuto alla Lega, chiedeva in cambio al Guisa la cessione delle terre nella valle del Rodano, compresa la città di Lione, e l'assistenza in una nuova impresa progettata contro Ginevra. A questo scopo gli mandava il 6 agosto il sig. Girard. A. S. T., I, Negoz. Francia, m. IV, n.º 24; DUFAYARD, op. cit., p. 119. Per favorire la Lega cercava anche di staccare il Montmorency dall'alleanza coi protestanti. IBIDEM, Negoz. Francia, m. IV, n.º 23 e 25. (Istruz. al cap. Costantino, gennaio e settembre 1586) e Negoz. Spagna, m. 1, n.º 19 (Istruz. al marchese Pallavicino, febbraio 1586).

[50] CAMBIANO, Memorabili, in loc. cit., pp. 221-22: «Di dicembre (1586) andati in Delfinato al soccorso della Valletta il sig. di Scarnafisio (Gaspare Ponte) con una compagnia de'cavalli e il Conte di Moretta (Ubertino Solaro): sono morti ivi il sig. Niccolao di Neviglio, Carlo fratello del sig. Conte di Moretta.... essi signori tornati amalati senza denari e patito assai»".

[51] ARCH. VATIC. ROMA, Nunz. Savoia, vol. XVIII, fol. 727 (22 novembre 1586).

[52] ARCH. COMUN, di CARMAGNOLA, Ordinati (19 ott. 1586); L. PEGOLO, Storia della città di Carmagnola, Carmagnola, 1925, p. 93; JALLA op. cit., II, 49-50. Inoltre THUANI, (De Thou), op. cit., IV, lib. 92, PP. 436-41; P. MATTHIEU, op. cit., p. 136; e A. S. T., I, Negoz. Spagna, m. 1, n.º 20 (Istruz. al conte di Ozegna, I dic. 1586).

[53] DAVILA, op. cit., III, cap. 8°; LAVISSE, op. cit., VI, 256 e segg.

[54] ARNAUD, Hist. des Protest. de Provence, I, 248-82, e Hist. des Protest. de Dauphiné, I, 435-52; CHARRONET, op. cit., pp. 182-201; DUFAYARD, op. cit., pp. 92-102; RAULICH, op. cit., I, 300 e segg.; ARCH. VATIC. ROMA, Nunz. Savoia, vol. XX, fol. 101 (26 maggio 1587).

[55] CAMBIANO, Memorabili, in loc. cit., p. 220. «1586, 14 apr. Mons.r Baudissé di Casa Orsini fu fatto prigione in Baudissé et condotto in Saluzzo intitulato d'haver trattato con Lesdiguières, capo d'ugonotti nel Delfinato». Secondo il PROMIS (ibid) il Baudissé non era di Casa Orsini, ma di Casa Colonna, forse Michel-Antonio Colonna, consignore di Sommariva e Baldissero. Liberato poco dopo, riprese, come vedremo, i suoi intrighi con gli ugonotti, mettendosi al riparo in Val Perosa.

[56] ARCH. VATIC. ROMA, Nunz. Savoia, vol. XIX, fol. 88 (21 luglio 1587).

[57] DAVILA, op. cit., III, 110-36; HÜBNER, op. cit., II, 24-25; RAULICH, op. cit., I, 314-15; LAVISSE, op. cit., VI, 259-62.

[58] ARNAUD, op. cit., in loc. cit.; CHARRONET, in loc. cit.; DUFAYARD, op. cit., loc. cit.; JALLA, op. cit., II, 43.

[59] ARCH. VAT. ROMA, Nunz. Savoia, vol. XIX, f. 159, 163, 174 (sett.-ott. 1587).

[60] Si tratta di Giovanni Beauvais, sig. de Briquemault, di cui un figlio ed un fratello perirono nella strage della S. Bartolomeo. Il Briquemault prese parte a tutte le guerre di religione, segnalandosi nella conquista di Guillestre e del Queyras, nel Delfinato. Cfr. CAMBIANO, Memorabili, in loc. cit., p. 223; GUICHENON, op. cit., II, 287-88; MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 106-107; CHABRAND, Vaudois et Protestants des Alpes, Grenoble, 1886, p. 152; RAULICH, op. cit., I, 324-25; SAVIO, op. cit., I, 310-11; JALLA, op. cit., II, 43-47. Vuolsi da alcuni storici cattolici che il Briquemault si facesse perfino un collare con le orecchie strappate ai preti!

[61] CAMBIANO, loc. cit. («Con gran spavento del Marchesato e di tutto il Piemonte»); RAULICH, loc. cit. (ARCH. ST. VEN., Dispacci Savoia (2 nov. 1587). «Intanto, ritrovandosi li sudditi del Marchesato in grandissima confusione, si portano molti di essi alla giornata con le loro famiglie, venendo ad habitar per maggior sicurtà nelli stati di quest'A. R., la quale però non vive senza molto pensiero di questi moti».

[62] Correva però voce ch'egli, come lo stesso La Valette, avesse segrete intese con gli ugonotti ed il Lesdiguières: GUICHENON, op. cit., II, 287-88.

[63] Il re ringraziava personalmente il duca dell'assistenza prestata al La Fitte con lett. del 2 genn. 1588. A. S. T., I, Lett. Principi Forestieri: Francia, m. I, (2 genn. 1588, Enrico III al duca di Savoia).

[64] RAULICH, op. cit., I, 323-25; SAVIO, op. cit., I, 310-11; JALLA, op. cit., II, 43.

[65] RAULICH, loc. cit. (ARCH. ST. VEN., Dispacci Savoia, 8 nov. 1587).

[66] Il Terranova aveva avvisi che il Lesdiguières si apprestava a scendere nel Marchesato con l'aiuto del La Valette: perciò rafforzava il presidio di Alessandria, faceva una leva di 3.000 fanti nello Stato di Milano e di 2.000 in quello di Urbino, esortava il duca a chiedere l'aiuto del papa e prometteva la sua assistenza più pronta, trattandosi di un'impresa, che concerneva la difesa della fede cattolica (15 ottobre 1587). Alcuni giorni dopo, avendo il duca rinnovato le domande di assistenza contro le crescenti minacce ugonotte, il Terranova non solo ripeteva le sue promesse di aiuto, ma lo esortava a raddoppiare di vigilanza, comunicandogli gli avvisi ricevuti da varie parti. E gli avvisi erano questi: che il La Valette si moveva con forze, d'accordo col Lesdiguières; che il duca di Épernon aveva fatto alleanza col re di Navarra; che nel Delfinato cattolici e protestanti erano ormai risoluti a far pace; che appena conclusa la tregua il La Valette scenderebbe nel Marchesato di Saluzzo con grandi forze, sotto pretesto di difenderlo, ma in realtà per preparare la strada al capo ugonotto e per gettarsi insieme sugli Stati del duca. A. S. T., I, Ministri Milano, m. III (lett. di G. A. della Torre alla Corte, 15, 22, ott. 1587). 67 RAULICH, op. cit., I, 325-26.

[68] RODOLFO, op. cit., in «Bull. Soc. Hist. Vaud.», n.º 50, doc. 24 (lett. del Monsig. di Pagno, 19 nov. vescovo Pichot 1587).

[69] Nel marzo fu arrestato a Carmagnola uno dei figliuoli del sig. di Baudissé (Baldissero) sotto accusa di aver cercato «di far condurre CAMBIANO, prigione dagli ugonotti il Longo, mercante di Carmagnola». Memorabili, in loc. cit., p. 224; JALLA, op. cit., II, 50.

[70] RAULICH, op. cit., I, 317-18; LAVISSE, op. cit., VI, 268 e segg.; ARNAUD, opp. citt., in loc. cit.

[71] BOLLATI, op. cit., I, 456 (Congreg. del 18 dic. 1587) e p. 461 (Congreg. del 30 giugno 1588).

[72] MANUEL DI SAN GIOVANNI, op. cit., II, 106-107; RAULICH, op. cit., I, 325.

[73] CHIAPUSSO, op. cit., doc. 2 (Nunz. Savoia, vol. XXI, 9 maggio 1588); RAULICH, op. cit., I, 328.

[74] CHIAPUSSO, op. cit., pp. 7-9, doc. 2, 3, 4, 5. (Nunz. Savoia, vol. XXI, 9 maggio-20 giugno 1588).

[75] A. S. T., I, Lett. di Particolari: L. mazzo 48 (lett. di Carlo Francesco di Luserna, governatore di Cuneo, 15 maggio 1588).

[76] CHIAPUSSO, loc. cit., doc. 4 e 5 (16-20 giugno 1588); JALLA, op. cit., II, 50-51.

[77] DAVILA, op. cit., III, '139-86; HÜBNER, op. cit., II, 30-36; RAULICH, op. cit., I, 319-33; LAVISSE, op. cit., VI, 263-69; MARIÉJOL, op. cit., pp. 394-97.

[78] DAVILA, op. cit., III, 207-10, 225-29; HÜBNER, op. cit., II, 36-39; RAULICH, loc. cit.; LAVISSE, op. cit., VI, 270-78; MARIÉJOL, op. cit., pp. 397-99.

[79] Dopo la calata del Briquemault, il duca, prendendo a pretesto il pericolo ugonotto, aveva proposto al re di dargli in custodia il Marchesato. Ma Enrico III, pur ringraziando il duca della sua amicizia e della sua premura, gli aveva fatto sapere, per mezzo del suo agente parigino, Lucinge, sig. d'Alimes, che non vedeva le cose del Marchesato così disperate da dover ricorrere per allora al suo aiuto. Vedi: A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. VIII (lett. del d'Alimes, 31 marzo 29 apr., 1 maggio e 12 maggio 1588); RICOTTI, op. cit., III, 66-70; DUFAYARD, op. cit., pp. 119-20.

[80] A. S. T., I, Negoz. Francia, m. IV, n.º 28 (4 giugno 1588; F. DE MÉZERAY, Hist. de France depuis Faramond jusqu'au règne de Louis le Juste etc., Paris, MDCLXXXV, III, 701-703; RICOTTI, op. cit., III, 67.

[81] A. S. T., I, Lett. Ministri Francia, m. VIII (lett. del D'Alimes, 2 luglio 1587) e m. IX (lett. del D'Alimes, 4 giugno 1588); Negoz. Francia, m. IV, n.º 31 (Istruz. al sig. Du Mottet per fare alcune domande al duca du Maine ecc.) RICOTTI, op. cit., III, 68-70; DUFAYARD, op. cit., loc. cit.

[82] A. S. T., I, Negoz. Francia, m. IV, n.º 26 (Minuta di lettera, che allude alle trattative, che si stavano svolgendo col sig. de La Valette riguardo al Marchesato di Saluzzo ed alla Provenza); RICOTTI, op. cit., loc. cit.

[83] RAULICH, op. cit., I, 343 (dispaccio dell'ambasciatore veneziano a Torino, 2 luglio 1588).

[84] DUFAYARD, op. cit., p. 108.

[85] Il 6 agosto il Lesdiguières, scrivendo al cancelliere del re di Navarra con lettera cifrata, gli dava questa confortante notizia: «Pour le marquisat, on nous offre ouvertement tout ce qui y est: nous demandons balles, poudres et canons rompus, ce qui nous est accordé: mais nous ne tenons pas encore. Nous sommes près d'y faire quelque chose, s'il plait à Dieu de bénir l'oeuvre». DOUGLAS et ROMAN, Actes et Correspondance du connétable de Lesdiguières, Grenoble, 1878-1884.

[86] VIDEL, op. cit., I, 169-72; SECOUSSE, op. cit., II, 236-37; DUFAYARD, op. cit., pp. 105-106; RAULICH, op. cit., I, 314; SAVIO, op. cit., I, 314.

[87] MANUEL DI S. GIOVANNI, op. cit., II, 106-107.

[88] Spronavano il duca ad una pronta azione anche i maneggi del Granduca di Toscana. Constava al duca, fin dall'anno precedente, che il Granduca faceva pressioni sulla Corte parigina per avere il Marchesato «o per compra o prestito di danaro o altro mezzo», sperando che nell'apertura delle cose di questo regno egli si farebbe grandissimo, mancando il re». DESJARDINS, op. cit., IV, 669 (Cavriani al Vinta, 5 genn. 1587). "

[89] A. S. T., I, Lett. Ministri Milano, m. III (lett. di G. Della Torre alla Corte in data 2, 28, 31 luglio 6 e13 agosto; 26 sett. 1588); RICOTTI, op. cit., III, 75.

[90] Il re di Spagna aveva scritto al governatore di Milano di aiutare l'impresa del duca, solo se la si potesse compiere senza provocare la discesa dei Francesi in Italia. ALBERI, op. cit., V, serie II, pp. 135 (Relazione del Vendramin); RICOTTI, op. cit., III, 75.

[91] CHIAPUSSO, op. cit., pp. 9-10, doc. 8 (lett. del Nunzio al Card. Montalto, 23 sett. 1588).

[92] Infatti il La Fitte, mentre nei primi mesi dell'anno aveva spiegata molta attività, specialmente in Val Macra (v. MANUEL DI S. GIOVANNI, op. cit., II, 107) per raccogliere armi, munizioni, danaro e per rafforzare le guardie, nei mesi seguenti, secondando l'amore di pace degli abitanti, aveva rallentata e quasi interrotta ogni misura di difesa.

[93] L'occupazione del Marchesato e le giustificazioni del duca saranno studiate in altro volume.