Teologia/Fare le necessarie distinzioni: chiamati al discernimento

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Fare le necessarie distinzioni: chiamati al discernimento

Il Signore ci chiama a essere persone che ragionano, che hanno chiarezza di pensiero, che sanno argomentare correttamente il contenuto della nostra fede facendo uso di chiare categorie e distinzioni.  </header> Come di ogni cosa, di questo se ne può abusare. Alcuni, infatti, sono esperti nell’uso delle parole e di sofismi [1], sempre pronti a polemizzare. Da questo la Scrittura ci mette in guardia quando parla di stare lontani dalle “acerbe discussioni di persone corrotte di mente e prive della verità” (1 Timoteo 6:5 NR) che bramano la controversia e litigano sulle parole [2]. Dove saremmo, però, senza quelle distinzioni cruciali, ad esempio, tra essenza e persone nella dottrina della Trinità, o tra persona e natura in Cristo? Giovanni Calvino invocava frequentemente la massima del Concilio di Calcedonia [3] “distinzione senza separazione” non solo per la dottrina su Cristo, ma come regola per una miriade di altri argomenti teologici, tra cui giustificazione e santificazione, legge e vangelo, e nei sacramenti, il rapporto intercorrente fra segni (acqua, pane, vino) e le realtà sottostanti (Cristo con i Suoi benefici).

Il nostro problema oggi è più spesso l’erosione, o anche l’ignoranza, di appropriate distinzioni e categorie cruciali. Come è stato rilevato, “Ci piace reinventare la ruota, e quel che ne risulta non è mai rotondo”. A volte trattiamo le controversie contemporanee come se fossimo i primi a incontrarle. Ignari delle discussioni e dei dibattiti che hanno forgiato il consenso cristiano nel passato, spesso trattiamo le controversie come se fossimo i primi a incontrarle. Partendo da zero, e non conoscendo i termini di queste discussioni già ampiamente documentate, spesso finiamo nel confondere cose che dovrebbero essere distinte e a separare cose che dovrebbero essere tenute insieme.

Nei recenti dibattiti sull’applicazione della redenzione, in particolare dell’unione con Cristo, della giustificazione e della santificazione, c’è una tendenza da parte di alcuni a guardare con sospetto le classiche distinzioni fatte dalla scuola riformata. Sono talvolta accusate di avere un taglio logico aristotelico, di essere il prodotto dello scolasticismo. Si tratta, però, di ragionamenti preziosi e radicati nella Scrittura.

Ecco alcune categorie che sono utili per guidare la nostra riflessione odierna su alcune di queste importanti questioni.

Storia della salvezza – ordine della salvezza

Non è insolito nell’ambiente evangelicale sentirsi porre la domanda: “Quando sei stato salvato?”. Al che si può rispondere, lasciando perplesso chi la pone: “Duemila anni fa”. Questa risposta è del tutto legittima, perché chi la pone spesso non è avvezzo a fare le necessarie distinzioni fra storia della salvezza (historia salutis) e “ordine della salvezza” (ordo salutis). Per “salvezza”, infatti, nella Scrittura comprende entrambi. Gesù Cristo ha compiuto la mia redenzione sulla croce e nella sua risurrezione, ma lo Spirito Santo la applica alla mia persona quando mi porta efficacemente al ravvedimento e alla fede mediante l’annunco dell’Evangelo e mi mette in comunione con Cristo.

L’ordine della salvezza è d’importanza cruciale e può essere tratto da molti passaggi chiari, inclusi Romani 8:29-30: “'Perché quelli che Egli ha preconosciuti, li ha pure predestinati a esser conformi all’immagine del suo Figliuolo, onde egli sia il primogenito fra molti fratelli; e quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati”'. Siamo stati eletti nell’eternità e redenti sulla croce. Siamo stati giustificati nel momento in cui abbiamo confidato in Cristo solo per la nostra salvezza. Siamo santificati. E saremo glorificati.

In uno stesso atto di fede riceviamo tutto Cristo con tutti i suoi doni: giustificazione e adozione, santificazione e glorificazione. Ora, alcuni tendono ad assorbire la storia della salvezza in questo ordine. Questo è ciò che accade quando “salvarsi” significa l’esperienza della conversione personale. Altri commettono l’errore opposto, assimilando l’ordine alla storia, come se “salvezza” significasse solo ciò che Cristo ha compiuto oggettivamente, per noi, non ciò che compie in noi con la sua Parola e il suo Spirito. Questo può essere fatto anche facendo dell’unione con Cristo un motivo così dominante che non c’è affatto bisogno di un ordine di applicazione. Poiché riceviamo tutto in unione con Cristo, non c’è alcun nesso logico tra giustificazione e santificazione, per esempio. Come i raggi della ruota di bicicletta, ogni dono di questa unione ha la sua sorgente in Cristo,

La teologia riformata non ha accettato questa falsa scelta. Essere uniti a Cristo e alla sua storia è infatti ricevere tutti (non solo alcuni) i suoi benefici; ma allo stesso tempo, la santificazione ha il suo fondamento nella giustificazione.

Legge ed Evangelo

Anche qui c’è il pericolo di confondere o separare. La Parola di Dio ha due parti: la legge e il vangelo. La legge comanda e il vangelo dà. La legge dice: “Fai”, e l’Evangelo dice: “Fatto!” Ugualmente Parola di Dio, entrambi sono buoni, ma fanno cose diverse. La legge emana imperativi (comandi), mentre l’Evangelo annuncia indicativi (uno stato di cose).

Due ulteriori distinzioni su questo punto sono utili.

Primo, i nostri teologi parlavano della legge e del vangelo in un senso più ampio e più stretto. In senso più ampio, la legge è tutto ciò che nella Scrittura comanda e il Vangelo è tutto ciò che nella Scrittura fa promesse basate esclusivamente sulla grazia di Dio per noi in Cristo. In senso stretto, il vangelo è 1 Corinzi 15,1-3-4: “Fratelli, io vi rammento l’Evangelo che v’ho annunziato, che voi ancora avete ricevuto, nel quale ancora state saldi, e mediante il quale siete salvati, (…) poiché io v’ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io, che Cristo è morto per i nostri peccati (…), che fu seppellito; che risuscitò il terzo giorno''”. Il contenuto del Vangelo non è la nostra giustificazione o santificazione, ma l’annuncio che Cristo è stato crocifisso e risuscitato per la nostra salvezza in adempimento delle Scritture. Tuttavia, un altro modo per esprimere questo “senso ristretto” è Romani 4:25: “…il quale è stato dato a cagione delle nostre offese, ed è risuscitato a cagione della nostra giustificazione'“.

Allo stesso tempo, il vangelo include l’adempimento di Dio in Cristo di tutte le promesse relative alla nuova creazione. Ecco perché Paolo può rispondere alla sua domanda: “Dobbiamo dunque peccare affinché la grazia abbondi?” con più vangelo: unione con Cristo nella sua morte, sepoltura e risurrezione, così che non siamo più sotto il dominio del peccato. L’Evangelo di per sé non è sufficiente per giustificare gli empi; è necessario rigenerare e santificare gli empi. Non è solo giustificazione. Tuttavia, solo perché (in senso stretto) la buona novella annuncia la nostra giustificazione che siamo per la prima volta liberi di abbracciare Dio come nostro Padre piuttosto che come nostro Giudice. Siamo stati salvati dalla condanna e dalla tirannia del peccato. Entrambi sono essenziali per la “buona novella” che proclamiamo.

Hanno anche parlato della legge in quello che ho chiamato il senso storico-redentivo e come principio pattizio dell’eredità. Prendendo a prestito la nostra prima distinzione, potremmo correlarla con la storia della salvezza e l’ordine della salvezza. A volte ci si riferisce alla legge come all’intero Antico Testamento, in particolare alla parte della Bibbia chiamata “la Legge e i Profeti”. La storia della salvezza si muove dalla promessa al compimento, dalle ombre alla realtà. In questo senso, la legge non si oppone all’evangelo. Tuttavia, quando si tratta di come riceviamo questo dono, di come la redenzione ci viene applicata dallo Spirito, siamo salvati al di fuori della legge. Legge e vangelo sono completamente opposti in questo senso, poiché sono due basi o principi diversi dell’eredità. Siamo salvati da Cristo o dalla nostra stessa obbedienza, ma non possiamo essere salvati da entrambi… È interessante notare che Paolo include entrambi i sensi in Romani 3:21: “'Ora, però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata una giustizia di Dio, attestata dalla legge e dai profeti”.

Infine, seguendo Melantone, Calvino e altri nella tradizione riformata hanno distinto (senza separare) tre usi della legge: il primo (pedagogico), per esporre la nostra colpa e corruzione, guidandoci a Cristo; il secondo, un uso civile per frenare il vizio pubblico, e il terzo, per guidare l’obbedienza cristiana. I credenti non sono “sotto la legge” nel primo senso. Sono giustificati. Tuttavia, sono ancora obbligati alla legge, sia in quanto stipulata e applicata dall’ordinamento civile (secondo uso) sia in quanto inquadra il discepolato cristiano (terzo uso). Non basiamo mai il nostro status davanti a Dio nella nostra obbedienza agli imperativi, ma nella giustizia di Cristo; ma siamo anche legati a Cristo che continua a guidarci e dirigerci con la sua santa volontà.

Giustizia passiva e attiva

Sotto questa cruciale distinzione se ne possono trovare altre: fede e opere, giustificazione e santificazione; rigenerazione e conversione. Nella rigenerazione siamo completamente passivi. Dio ci trova “morti nei falli e nei peccati”. “ai quali un tempo vi abbandonaste seguendo l’andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potestà dell’aria, di quello spirito che opera al presente negli uomini ribelli (…) anche quand’eravamo morti nei falli, ci ha vivificati con Cristo (egli è per grazia che siete stati salvati)” (Efesini 1:2-5). Nella conversione, invece, siamo vivi. Ci rivolgiamo dal peccato, dalla morte, da Satana e dal sé a Cristo: questo è pentimento e fede. Noi siamo quelli che si pentono e che credono, ma lo facciamo solo perché questi sono stati concessi come dono gratuito sulla base della grazia unilaterale di Dio in Cristo, dal suo Spirito.

La fede riceve Cristo per tutto: non solo per la salvezza dal giudizio, ma per il frutto delle opere buone. Tuttavia, nella giustificazione la fede è passiva: ricevere, riposare, aggrapparsi a Cristo solo per una giustizia imputata anche mentre siamo ancora empi. Questa stessa fede, nella santificazione, è attiva nelle opere buone. Avendo ricevuto tutto in Cristo, la fede opera nell’amore e nel servizio al prossimo. Non c’è giustificazione per opere. Tuttavia, non c’è fede genuina (e quindi giustificazione) che non porti frutto di buone opere. La fede è passiva rispetto a Dio (ricevere anziché dare), ma attiva verso il prossimo (dare senza pretendere nulla in cambio).

Collegata a questo, poi, è la distinzione tra fede e opere. Nel determinare la base della nostra relazione con Dio, fede e opere sono completamente opposte. Tuttavia, i giustificati sono finalmente liberi per la prima volta di perseguire le buone opere per amore di Dio e del prossimo. La paura non è più “al posto di guida”, quindi l’amore può fiorire. L’ordine proprio è la Parola (in particolare il vangelo), poi la fede (creata dallo Spirito mediante il vangelo), poi l’amore (che si esprime nelle opere buone).

Tenendo presente questa distinzione tra giustizia passiva e attiva, possiamo distinguere senza separare giustificazione e santificazione. Entrambi i doni sono dati in unione con Cristo. In nessun momento è nemmeno qualcosa che otteniamo cooperando con Dio. Lui dà tutto, in Cristo, solo per fede. Anche nella santificazione siamo ricevitori passivi della grazia di Dio in Cristo, mediata dalla sua Parola e dai sacramenti. Tuttavia, nella santificazione siamo anche attivi nelle opere buone. La fede si esprime nell’amore.

Ci sono molte altre importanti distinzioni che sono fondamentali per la riflessione cristiana. La teologia della Riforma applica la distinzione magistrale – ministeriale quando parla dell’autorità della Parola sull’autorità subordinata della chiesa, della ragione, della tradizione e dell’esperienza. Questi “ministri” o servitori hanno il loro ruolo importante, ma stanno sotto la Parola.

Allo stesso modo, distinguiamo tra la chiesa invisibile e quella visibile. Molti le confondono, come se la chiesa visibile fosse identica al numero pieno degli eletti e dei rigenerati, come se chiunque è battezzato sia unito a Cristo anche senza esercitare la fede in Cristo. Altri li separano, come se la chiesa visibile fosse semplicemente un’organizzazione “creata dall’uomo” non correlata alla chiesa spirituale dei “veramente salvati”.

Distinguiamo senza separare segno e realtà, applicati alla chiesa e ai sacramenti. Alcuni li confondono, come se l’acqua, il pane e il vino si trasformassero nel corpo e nel sangue di Cristo. Altri li separano, come se i segni indicassero ma non trasmettessero Cristo e i suoi benefici.

Rispetto all’escatologia, distinguiamo tra il “già” e il “non ancora”. Alcuni cristiani credono che il regno sia già pienamente presente, mentre altri credono che sia del tutto futuro. Tuttavia, come la massima, “contemporaneamente giusto e peccatore” in relazione ai credenti, la teologia della Riforma afferma riguardo al regno che è presente nella grazia ma non ancora consumato, compiuto nella gloria. Di conseguenza, distingue tra il regno di Cristo e i regni di questa epoca, ma senza separazione. I due regni sono sotto l’autorità ultima di Cristo, ma l’uno attraverso la sua provvidenza e l’altro per la sua miracolosa grazia salvifica nella chiesa. La chiesa è sia un’organizzazione divinamente ordinata che un organismo potenziato dallo Spirito, con uffici speciali (pastori, anziani e diaconi) e l’ ufficio generale (profeta, sacerdote e re) condiviso da tutti i credenti allo stesso modo.

Le distinzioni non dovrebbero essere moltiplicate all’infinito. D’altra parte, c’è una sorta di “biblicismo” che scoraggia dal fare distinzioni che non si trovano esplicitamente nella Scrittura. Naturalmente, ciò significherebbe un disastro per le dottrine della Trinità, la cristologia e una miriade di altre convinzioni cristiane fondamentali. Le buone distinzioni sono un atto di discernimento. È la saggezza riconoscere le cose che sono richieste dalla Scrittura anche quando non sono espresse direttamente nella Scrittura. Se da un lato dobbiamo evitare «dispute sulle parole» (1 Timoteo 6:5), dobbiamo anche attenerci “con fede e con l’amore che è in Cristo Gesù al modello delle sane parole” (2 Timoteo 1:13).

Ora, quante controversie nella chiesa oggi riuscite a pensare a dove queste distinzioni potrebbero essere praticamente rilevanti?


Da: Making Necessary Distinctions: The Call to Discernment

Note

[1] Sofisma: termine greco che inizialmente significò ogni manifestazione concreta della σοϕία, cioè della sapienza dell’uomo; più tardi venne usato per designare, in generale, ogni argomentazione speciosa, in apparenza valida ma in realtà ingannevole. Oggi si usa nel senso di ragionamento apparentemente rigoroso ma non concludente, perché contrario alle leggi stesse del ragionamento; o anche ragionamento che, pur partendo da premesse vere o verosimili e rispettando le leggi del ragionamento, giunge a una conclusione inammissibile, assurda. Cf. https://www.treccani.it/enciclopedia/sofisma/

[2] Questa parola composta la possiamo rendere con “continui confitti” (διαπαρατριβαι) è sostituita nelle edizioni critiche a quella del testo ordinario che significa “vane dispute”. L’immagine che sta alla base della parola è quella dell’attrito di due corpi, per cui al morale, viene a designare gli attriti, i conflitti sempre rinascenti fra gente di mente corrotta. La mente (νους) è la facoltà per cui l’uomo conosce e comprende e giudica le cose. Trattandosi di verità morali e religiose, la mente richiede, per intenderle e apprezzarle, il concorso delle disposizioni morali senza le quali non è possibile una vera conoscenza di cotali verità. Quindi è che, ove manca la interna rettitudine, l’onesta disposizione a sottomettersi alla verità conosciuta, qualunque sia il sacrificio che ciò possa costare, ivi la mente è corrotta (Cf. 2 Timoteo 3:8), non funziona normalmente, non è in grado di afferrare la verità. Avviene di conseguenza che tali sono privi della verità perché “resistono ad essa”, “volgono gli orecchi lungi dalla verità” 2 Timoteo 3:8; 4:4; Tito 1:14, preferendo dare ascolto ai miti. Il paganesimo, come Paolo espone in Romani 1:18 e seg. è giunto alle sue aberrazioni religiose e morali per non aver dato retta alla verità conosciuta.

[3] https://www.treccani.it/enciclopedia/ricerca/Concilio-di-Calcedonia