Teologia/Fede o opere?

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Fede o opere?

Leggendo queste parti della bibbia e anche altre, mi sembra che la salvezza sia si per fede come prima cosa, ma anche per opere.

"Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione delle cose fatte nel corpo in base a ciò che ha fatto, sia in bene che in male" (2 Co. 5:10). Qui parla del giudizio anche secondo le opere. Poi vedo che in cielo ci sono le gerarchie in base a quel che hai fatto in vita. Inoltre credevo che chi crede in Cristo non viene giudicato, ma ho appreso che tutti verremo giudicati e compariremo davanti al tribunale divino. Che senso ha? Se sie gia salvo per fede perche vieni giudicato? E anche se vieni salvato, se devi essere giudicato, vuol dire che ognuno di noi avra cio che merita anche in Paradiso, secondo le sue opere. Questo l'ho letto anche in un altro versetto che ora non ritrovo.

"che renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che cercano gloria, onore e immortalità, perseverando nelle opere di bene a coloro invece che contendono e non ubbidiscono alla verità, ma ubbidiscono all'ingiustizia, spetta indignazione ed ira" (Ro. 2:6-8). "Or questo dico: Chi semina scarsamente mieterà altresì scarsamente; e chi semina generosamente mieterà altresì abbondantemente" (2 Co. 9:6). Anche qui lo stesso.

"Quelli che hanno sapienza risplenderanno come lo splendore del firmamento e quelli che avranno condotti molti alla giustizia, risplenderanno come le stelle per sempre" (Da. 12:3). Di che tipo di sapienza sta parlando? Io ho sapienza? che vuol dire?

La lettura di questi versetti nel loro contesto aiuta a comprenderli. Bisogna sempre chiedersi: a chi sono rivolte le parole che troviamo e quali ne sono i presupposti (che cosa presuppongono)?

1.

"Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione delle cose fatte nel corpo in base a ciò che ha fatto, sia in bene che in male" (2 Co. 5:10).

Nel contesto del capitolo 5 della seconda lettera ai Corinzi, l'Apostolo si occupa di questioni specifiche che riguardano la vita (e la morte) del cristiano salvato per grazia. Chiede ai lettori: La prospettiva cristiana sulla vita e sulla morte influisce sul vostro vivere quotidiano? In che modo? La conoscenza del fatto (rivelato da Dio) che egli possedesse una dimora eterna in Cielo, permetteva all'Apostolo di avere un atteggiamento positivo verso le avversità presenti della vita, sia quelle che riguardavano il logoramento e la morte del suo corpo, che le difficoltà del suo ministero cristiano, ma anche, nel versetto 10 il fatto che la vita che Dio concede al cristiano è l'opportunità e responsabilità di compiacere Dio al meglio nel servirlo (manifestandogli cos`riconoscenza per la sua salvezza.

Una ragione per la quale l'Apostolo si studia di compiacere Cristo è la prospettiva di comparire al giudizio (valutazone) di Dio: "Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo". Anche in questo caso non si tratta di "salvezza per opere", ma del fatto che l'impegno e la qualità dell'opera del cristiano sarà vagliata dal suo Signore, non perché se fallisce la prova sia respinto e perduto, ma perché il cristiano è chiamato all'eccellenza di quel che fa per la gloria di Dio. "Ora, se uno costruisce su questo fondamento con oro, argento, pietre di valore, legno, fieno, paglia, l'opera di ognuno sarà messa in luce ... se l'opera sua sarà arsa, egli ne avrà il danno; ma egli stesso sarà salvo; però come attraverso il fuoco" (1 Corinzi 3:12-15). Il "noi tutti" sono i cristiani, coloro che si studiano di dimostrare la loro riconoscenza verso Dio, e il giudizio non è quello universale, infatti Gesù dice: "In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita" (Giovanni 5:24). Sarà l'incontro con il nostro Signore,"...allora ciascuno avrà la sua lode da Dio" (1 Corinzi 4:5). Ciò che facciamo intanto che siamo qui con il corpo è significativo, di esso siamo responsabili perché il nostro corpo ora è in volonteroso servizio di Dio: "Perché, come un tempo prestaste le vostre membra per essere serve dell'impurità e dell'iniquità per commettere l'iniquità, così ora prestate le vostre membra per essere serve della giustizia, per la santificazione" (Romani 6:19).

Qui l'idea è che il cristiano è chiamato, così, a dare il meglio di sé stesso, affinché quando la sua opera in terra sarà valutata, egli non abbia di che vergognarsene, ma dimostri che si è puntato al massimo a glorificare Dio. Non è questione di salvezza o perdizione.

2.

"...che renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che cercano gloria, onore e immortalità, perseverando nelle opere di bene a coloro invece che contendono e non ubbidiscono alla verità, ma ubbidiscono all'ingiustizia, spetta indignazione ed ira" (Ro. 2:6-8).

Il contesto di questo brano è che l'apostolo, dopo avere messo in luce la corruzione della società pagana, intende pure dimostrare che nessuno, in realtà, può considerarsi davanti a Dio giusto ed innocente, quand'anche non avesse commesso in quel modo quei peccati. Sarebbe, infatti, facile per molti, dopo aver letto i capi d'accusa che l'Apostolo pronunzia prima contro la società pagana, dire: “Sono d'accordo: tutto questo deve essere condannato senza appello. Grazie a Dio, io non sono così”. Si pongono in questo modo dalla parte degli accusatori, dei giudici. Paolo, però, replica: “Davvero è così? Sei proprio sicuro di poterti onestamente porre fra chi giudica?”. No, in realtà nessuno può considerarsi giusto. Non avrai magari commesso i peccati più grossolani, ma se ci si esamina accuratamente rispetto ai criteri oggettivi di giustizia ai quali Dio esige che ci conformiamo, in pensieri, parole ed opere, “nessuno si salva”.

La bontà di Dio ci dovrebbe condurre al ravvedimento. Se 'incredulo non si ravvede al più presto dai suoi peccati, più il tempo passa più grande sarà il loro cumulo (il “tesoro d'ira”): esso gli crollerà addosso. Il giorno del giudizio, prima o poi arriverà: possiamo esserne certi: “Quel giorno è un giorno d'ira, un giorno di sventura e d'angoscia, un giorno di rovina e di desolazione, un giorno di tenebre e caligine, un giorno di nuvole e di fitta oscurità” (Sofonia 1:15). Allora Dio renderà a ciascuno “la paga” che si merita (cioè “ira e indignazione”) per le sue opere (inique) e, anche se parzialmente buone, esse gli saranno rivelate come del tutto insoddisfacenti.

Grazie a Dio, però, vi sono coloro che: “cercano gloria, onore e immortalità”, coloro che, apprezzando e perseguendo ciò che è bene agli occhi di Dio e onesti con sé stessi, riconoscono la loro condizione di peccatori condannati, dalla quale da soli non possono uscire. Invocando la misericordia di Dio e chiedendogli di mandare loro un Salvatore, troveranno in Lui soltanto gloria, onore e pace. Allora, “un salvatore verrà per Sion e per quelli di Giacobbe che si convertiranno dalla loro rivolta", dice il SIGNORE” (Isaia 59:20). Gesù, il Cristo, infatti, è Colui che è stato “innalzato con la sua destra, costituendolo Principe e Salvatore, per dare ravvedimento a Israele, e perdono dei peccati” (Atti 5:31).

Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (Giovanni 6:29). Qui gli interlocutori di Gesù pensavano a buone opere solo dal punto di vista legale, come le inculcavano gli Scribi e i Farisei; ma Gesù, lasciando quelle da parte, parla solo della fede in lui quale mandato da Dio, come dell'opera fondamentale, di cui tutte le opere più sante non sono che manifestazioni diverse. La vera fede conduce all'unione con lui, ci fa partecipi dello Spirito suo, e racchiude in sé tutto ciò che piace a Dio. La frase 'che voi crediate', non indica solo il semplice fatto del credere, ma pure lo sforzo che vi conduce. Di più non esprime un atto decisivo isolato, ma uno stato continuo di fede. Questa semplice formula contiene la soluzione completa dei rapporti della fede e delle opere: la fede è la vita delle opere; le opere sono la conseguenza necessaria della fede".

3.

"Or questo dico: Chi semina scarsamente mieterà altresì scarsamente; e chi semina generosamente mieterà altresì abbondantemente" (2 Co. 9:6). Nel contesto l'Apostolo sta parlando della colletta verso i poveri di Gerusalemme alla quale l'Apostolo chiama i Corinzi a partecipare. 'appello che egli loro rivolge è quello della generosità. Più diamo e più vi saranno frutti per chi è beneficiato e per noi stessi. Il testo si rivolge a cristiani salvati per grazia chiamati a manifestare sempre meglio la generosità del loro Maestro, comprendendo come essa sia sommamente produttiva di benedizioni. Qui non si parla di "salvezza". L'ossessione di alcuni sulla propria salvezza è estranea al messaggio del Nuovo Testamento. La generosità di Dio ti salva in Cristo tramite il ravvedimento e la fede in Lui. Una volta fato questo "non ci pensare più", ma concentrati, adoperati nel beneficare gli altri, ad essere strumento di benedizione. Occupati di dare amore in modo completamente altruistico senza pensare ad alcun tuo possibile tornaconto! E' così della generosità di cui scrive l'apostolo Paolo quando, proseguendo nella sua seconda lettera ai cristiani di Corinto la questione del dono verso i credenti della Palestina per sostenerli nella loro difficile situazione economica, spiega il modo in cui il cristiano, attraverso generose espressioni d'amore, cresce sempre meglio ad immagine di Cristo. È così che il cristiano benefica non solo coloro di cui si occupa, ma anche sé stesso e l'intero popolo di Dio.

4.

"Quelli che hanno sapienza risplenderanno come lo splendore del firmamento e quelli che avranno condotti molti alla giustizia, risplenderanno come le stelle per sempre" (Da. 12:3).

Qui il testo si riferisce a coloro che hanno sapienza non tanto in cose naturali e civili, ma nelle cose spirituali, quelli che hanno la sapienza che conduce alla salvezza: "...fin da bambino hai avuto conoscenza delle sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù" (2 Timoteo 3:15).

Hanno sapienza perché conoscono sé stessi, la loro condizione naturale, quanto siano contaminati dal peccato e incapaci a salvare sé stessi con la propria giustizia; conoscono quanto grave sia il peccato agli occhi di Dio, le circostanze pericolose in cui si trovano se non si affidano a Crsto. Sono coloro che hanno la sapienza di conoscere Cristo e Lui crocifisso, di credere in Lui ed afficarsi a Lui per la vita eterna e la salvezza. Sono questi che alla risurrezione risplenderanno in anima e corpo. Il loro corpo sarà trasformato tnto da essere simile a quello del Risorto; la loro anima sarà piena di luce e conoscenza perfetta, completamente santi e senza peccato. Questa luce e gloria che sarà su di loro in anima e corpo sarà come lo splendore dei cieli e del sole all'alba, come afferma Gesù stesso: "Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi oda" (Matteo 13:43).

"Quelli che avranno condotti molti alla giustizia", sono, in particolare, coloro che si rendono strumentali ad impartire questa sapienza spirituale ad altri, i ministri dell'Evangelo, amministrando loro la Parola, quelli che avranno condotto il peccatore alla grazia di Dio in Gesù Cristo che impartisce quella giustizia per noi impossibile; quelli che dirigono coloro che consapevoli del proprio peccato e della condanna che giustamente meritano si affidano alla giustizia di Cristo, l'unica che giustifichi di fronte a Dio. È Dio soltanto, infatti, che giustifica imputando al peccatore la giustizia di Cristo. Nessuno merita il nome di ministro dell'Evangelo se non lo predica, sebbene questo non sia tutto ciò che predica. Essi predicano tutte le dottrine dell'Evangelo in connessione con essa, ed insegnano "a rinunciare all'empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo moderatamente, giustamente e in modo santo" (Tito 2:12). Ora, essendo queste come stelle della chiesa di Cristo quaggiù che ricevono la loro luce da Cristo, sole di giustizia, e la comunicano al Suo popolo, così essi continueranno a brillare nella gloria rifulgendo su di essi la gloria di Dio e di Cristo per l'eternità. Queste parole son applicate dagli israeliti ai giorni del Messia.