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Presa di Posizione Numero 3

3. L'escatologia della morte

I moribondi non hanno futuro, e lo sanno. Parlano di, e limitano la loro prospettiva al presente e alle sue sofferenze. Il futuro dei moribondi è un futuro molto limitato, e, usualmente, essi non vanno oltre alcuni giorni, o più di un mese, nel loro pensare. La loro è l’escatologia della morte, e uomini privi di fede non hanno altra escatologia. La morte e la certezza della morte cancella tutte le altre considerazioni o altrimenti le governa tutte.

Lo stesso è vero per le culture. La morte le assale rapidamente quando la fede di una cultura crolla o declina. La fiducia che ad un tempo consentiva loro come piccola minoranza di dominare il loro mondo si scioglie via, ed essi non riescono a tenere in ordine la propria casa né a controllarla. Le culture moribonde nascondono alla vista il domani, non avendo fiducia nella propria capacità di far fronte alla crescita e ai problemi della crescita. La Grecia morente e Roma morente, entrambe si videro sovrappopolate e come sopraffatte da gente e da problemi, e anche il nostro moderno, moribondo umanesimo statalista si sente così. Parla disperatamente di crescita zero della popolazione e di crescita economica zero, perché dietro tale pensare c’è un futuro zero, una bancarotta intellettuale e religiosa.

Il padre dell’economia moderna umanistica, Lord Keynes, quando gli fu chiesto delle conseguenze delle sue teorie economiche “a lungo termine” rispose semplicemente. “a lungo termine siamo tutti morti”. Il crescente disastro dell’economia Keynesiana, e del mondo che la pratica, non dovrebbe sorprenderci. Era nato senza un futuro, e fu il prodotto di un’epoca che, come i moribondi, visse per il momento senza pensare al futuro.

I moribondi vivono per il momento, perché non hanno futuro. Convertito in una filosofia formale, il nome di questo stato di morte anticipata è esistenzialismo. Per il filosofo esistenzialista, Jean-Paul Sartre, l’uomo è una futile passione che vorrebbe essere un dio ma è confrontato solo con la certezza della morte.

In un area dopo l’altra l’escatologia della morte governa il nostro mondo. Siamo una nazione che ha legiferato il lavoro fino a farlo fuggire, quello che è rimasto lo ha tassato a morte. Laureiamo i giovani per mandarli a lavare i piatti a Londra. Quelli che rimangono non avranno mai un futuro nell’università se non sono figli o amici di baroni dell’ambiente. Le politiche sociali economiche favoriscono i fannulloni e disincentivano chi ha voglia di lavorare. Durante il Covid lo stato ha resuscitato il sindacato e lo ha collocato a comandare il lavoro. Le regole che emanano persone che non hanno mai lavorato sono mortali per il lavoro stesso. I morti emanano leggi contro il futuro.

Questa escatologia della morte è comune a tutte le epoche e a tutte le classi. I vecchi sono molto inclini a dannare le giovani generazioni, ma una delle minacce del nostro tempo è la crescente domanda di fondi pubblici per quelli che invecchiano specialmente per quelli che invecchiano con privilegi  di palazzo. Col declino delle nascite, l’Italia affronterà una crisi nel giro di pochi anni quando ciascuna persona con un posto di lavoro produttivo dovrà sostenerne due in previdenza sociale o in qualche altra forma di welfare. Anzi, tale situazione non avverrà solo perché il disastro coglierà prima qualsiasi società che si metta in una tale condizione e infatti lì si sta arrivando.

Le generazioni più giovani non sono migliori, naturalmente. Esse cercano soluzioni stataliste per tutti i problemi: totalitarismo nella sfera economica (e perciò anche in quella politica), e una totale permissività nella sfera morale. Questa è irresponsabilità, e l’irresponsabilità è un urgente invito al disastro e alla morte.

Non c’è da sorprendersi che l’educazione umanistica sia dominata dall’escatologia della morte. Essa crea una richiesta di risultati immediati e immediata gratificazione. Insegna ai bambini a far finta di essere al senato o al parlamento e di legiferare i sentimenti come se i “buoni” desideri potessero determinare la realtà. Il bambino matura fisicamente ma rimane un bambino che richiede risultati e gratificazione istantanei, utopia ora, senza né lavoro né fede. L’istruzione verso la puerilità permanente significa una società di incompetenti, di tutte le età, la cui politica diviene la politica del chiedere. Poiché la politica del chiedere produce disastri, i politici che alimentano o gratificano questa domanda sono prontamente e rabbiosamente fatti i capri espiatori per una cittadinanza irresponsabile e indecorosa.

In “Speech and Reality” (1970), Eugen Rosenstock-Huessy, uno storico che è un vero peccato non sia stato tradotto nella nostra lingua, scrisse del pericolo sociale e dei mali che confrontano la civiltà moderna. Egli disse che questi sono: primo, l’anarchia. Nell’anarchia il popolo e le classi “non sono interessate a pervenire ad un accordo”. Anziché legami che uniscono gli uomini, ci sono ora solo divisioni, con ciascuno a perseguire il proprio interesse. Secondo, la decadenza è un male molto grande. La decadenza si manifesta su un punto critico. I genitori non hanno la fibra per convertire la generazione successiva ai loro obbiettivi e finalità. Oggi la decadenza è la malattia del liberalismo”. La conseguenza è la barbarizzazione delle generazioni più giovani. Dacché non vengono fatti eredi del passato e della sua fede, diventano i barbari del presente. (La famiglia moderna, come la scuola moderna, è una scuola che forma barbari). “La sola energia che può combattere questo male è la fede. La fede, propriamente parlando, non è mai una credenza nelle cose del passato, ma del futuro. Mancanza di fede è sinonimo di decadenza” sostiene Rosenstock-Huessy.

Terzo, nella sua lista dei mali c’è la rivoluzione, la quale è una conseguenza dell’anarchia e della decadenza. Il vecchio e il passato vengono liquidati o eliminati come privi di significato e irrilevanti, che certamente tali si sono resi da sé con la loro mancanza di fede e la loro distruttiva istruzione dei giovani. Quarto nella lista dei mali c’è la guerra. La guerra è un segno d’impotenza. Un sistema o filosofia di vita che non abbia potere di convertire diventa imperialista. Sostituisce lo zelo e la fede di pacifici missionari col terrore brutale. Una fede debole ricorre alla violenza. Perché manca della contagiosità della fede della convinzione e può solo costringere gli uomini dentro al proprio sistema. La guerra è la risorsa di quelli che mancano di vera potenza e sono in declino. Oggi gli stati sono impegnati soprattutto a fare la guerra ai propri cittadini.

In breve, Rosenstock-Huessy disse che, l’anarchia è una crisi creata da una mancanza di unità e di comunità. La decadenza è il collasso della fede. La rivoluzione significa una mancanza di rispetto, anzi un disprezzo per il passato e per il presente. La guerra è un’indicazione della perdita di potenza e un ricorso alla forza per perpetuare o far avanzare un sistema.

Tutte queste cose sono aspetti dell’escatologia della morte. Ma c’è ancora un altro aspetto. Poiché il tabù moderno è la morte la gente è sofisticata e indecisa riguardo al semplice fatto del morire. Spesso si assume, per paura, che la maggior parte delle morti siano costose, lunghe e strascinate,  fatto che nella maggior parte dei casi non è vero. La morte viene ai cristiani e ai non credenti, e con molte sfumature differenti. La morte fra alcuni degli empi che muoiono una morte lenta, scatena un odio radicale per i vivi. Un uomo, reprobo e adultero per tutta la vita, aveva abbandonato la moglie stimandola “troppo vecchia” e si era messo assieme ad una più giovane vedova, che arricchì. Quando si ammalò in modo terminale, fu cacciato dalla propria amante, e solo la vecchia moglie lo prese. Anziché esserle grato, ricopriva giornalmente lei i loro figli con odio, parolacce e abusi, odiandoli per la loro fede e la loro salute, “sprecata” su di loro come egli usava gridare, perché essi “non sapevano vivere”. Questo è un aspetto dell’escatologia della morte, odio per la vita e per i vivi, e volontà di distruggerli. Al cuore di tutto questo c’è ciò che la Sapienza molto tempo fa dichiarò: “ma chi pecca contro di me fa male a se stesso, tutti quelli che mi odiano amano la morte” (Pr. 8:36)

Noi oggi siamo circondati da uomini moribondi la cui escatologia è la morte e la cui politica, religione, economia, educazione, e vita quotidiana manifesta ciò che in letteratura è stato chiamato: “lo stimolo alla distruzione di massa”. Di questo ordine mondiale, Rivelazione 18:4 dichiara: “Uscite da essa, o popolo mio, affinché non abbiate parte ai suoi peccati e non vi venga addosso alcuna delle sue piaghe”. A dispetto di ciò, fin troppi cristiani professanti non solo rifiutano di separarsi, ma insistono nel difendere la moralità del mandare i loro figli nelle scuole statali umanistiche, un atto di anarchia. 

Abbiamo descritto la natura dei moribondi. Che ne è dei morti? I morti non possono combattere guerre né rivoluzioni e neanche manifestare odio. I morti hanno il loro posto, e ci rimangono. Nessun cadavere può uscire dalla sua cassa, né conquistare un centimetro di terra in più di quella che occupa. I morti restano nelle loro casse da morto.

Troppo spesso la chiesa è come una cassa da morto. Anziché essere un campo di addestramento e un’armeria per l’esercito del Signore, è un sepolcro per i morti. La gente al suo interno non ha la vita e la potenza per occupare alcun altro terreno, per stabilire scuole cristiane, per fare conquiste nel reame della politica e dell’economia, per “occupare” nel nome di Cristo neppure un area di vita e di pensiero e di renderlo “prigione” di Gesù Cristo (Lc. 19:13; II Cor. 10:5). Dove la cristianità è confinata alla chiesa, è morta, ed è solo un cadavere che vanta quel nome ma non ne ha né la vita né la potenza (II Tm. 3:5).

Il cristianesimo non può essere messo in gabbia nella chiesa e lì confinato come un animale da zoo. “È la potenza di Dio per la salvezza, di chiunque crede” (Rm. 1:16). La potenza comanda, esercita dominio, e si estende “ad ogni creatura” (Mc. 16:15) con la buona novella della redenzione e della signoria di Cristo. Lavora per portare tutte le cose sotto il dominio di Cristo che è “Re dei re e Signor dei signori” (Riv. 19:16). Gesù cominciò e terminò il suo ministero “predicando il vangelo del Regno di Dio” (Mc. 1:14s.). Quel Regno comincia con la nostra redenzione attraverso la sua espiazione e continua col nostro esercizio del dominio con conoscenza, giustizia e santità su ogni area di vita e di pensiero.

Le chiese casse da morto non hanno tale vangelo. Al suo posto, chiamano i viventi morti ad entrare nella sicurezza delle loro casse da morto particolari, ben lontani dai problemi e dalle battaglie della vita. Incoraggiano la loro gente ad entusiasmarsi per la pace che c’è dentro la bara, e ad abbellire la cassa da morto col loro tempo e il loro sforzo. Le chiesa-bara non hanno ministero per un mondo morente.

Quando nostro Signore dichiarò: “OGNI POTERE mi è stato dato in cielo e in terra” (Mt. 18:28), quel potere totale che come Re della Creazione esercita, non lo limitò agli stretti confini dell’anima dell’uomo. L’ “ogni potere” di Cristo è su tutte le cose in cielo ed in terra in ogni loro aspetto, e su ogni atomo, momento e possibilità in tutta la creazione. Egli è il Signore, signore su tutto. Limitare la sua signoria e il suo potere alla chiesa è assurdo come limitare il sole a splendere solo sull’Europa o su certe porzioni di essa. Ancor meno di quanto possiamo limitare il sole ad un continente o ad una nazione possiamo limitare Cristo il Re ad una sfera o ad una istituzione. Farlo è negare la Sua Divinità ed è ateismo pratico.

Poiché “ogni potere” è suo, il Signore della Creazione manda i suoi eletti messaggeri a: “fare discepoli di tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutte le cose che io vi ho comandato. Or ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell'età presente” (Mt. 28:20). Tutte le nazioni devono essere chiamate  ad inchinarsi davanti al loro Re, sia come individui che in ogni aspetto della loro vita, civile, ecclesiale, educativa, familiare, vocazionale e ogni altra cosa. Un escatologia di vita e di vittoria non ci consente di esentare nulla dal dominio e dalla signoria di Cristo.

Un malsano modo di dire nei circoli teologici fa riferimento alla “libera offerta del Vangelo” (well meant offer); l’immagine di Dio che evoca è falsa. La parola di Dio non è mai una “libera offerta” ma sempre una parola di comando, la parola della potenza che redime e rigenera, o condanna. Essere “libera o di buone intenzioni” ha il sapore di impotenza e di fallimento, e parla di uomini i cui poteri sono fragili, fallibili, peccaminosi e moribondi. Appartiene alle escatologie della morte. La parola di Dio è la parola di comando, la parola di potenza, la parola di vita e di morte perché è la parola onnipotente. Solo di Lui può essere veramente detto: “L'Eterno fa morire e fa vivere; fa scendere nello Sceol e ne fa risalire” (I Sam. 2:6). Senza il Signore l’uomo non ha futuro. In ogni area di vita e di pensiero: “Se l'Eterno non edifica la casa, invano vi si affaticano gli edificatori” (Sl. 127:1)

L’istruzione nella sua essenza è sempre la trasmissione  della fede e dei valori basilari di una cultura ai suoi giovani. L’istruzione perciò è sempre essenzialmente un fatto religioso.

In molte culture, i valori basilari sono stati non-verbali e non-letterari, talché l’educazione  non è stata interessata all’alfabetismo ma ad altre abilità. Solo alcune culture si sono occupate dell’alfabetismo, in particolare la fede Biblica e la sua cultura, per l’insistenza riguardo alla conoscenza delle Scritture. Il moderno umanesimo (contrariamente all’umanesimo classico) sminuisce le abilità verbali e letterarie e infatti le lingue classiche sono in graduale eliminazione dalle scuole statali.

Insomma, l’educazione non è solo un soggetto totalmente religioso, ma il corso di studi, i suoi contenuti, e i suoi metodi, sono tutti religiosi, poiché riflettono la fede e i valori di una cultura. Permettere che i nostri bambini siano in scuole umanistiche è essere sotto un giogo diseguale e servire due padroni. A questo proposito consiglio di leggere “La filosofia cristiana dell’istruzione spiegata” sul mio sito www.cristoregna.it, sezione libri.

 (Maggio 2020) (Giugno 1979)

Traduzione e adattamento by G.M. 2020 Roots of Reconstruction. The Eschatology of Death.