Abbandonare la cultura dell’alibi morale per l’unica giustificazione che conti (Romani 3:19-26)

Domenica 27 luglio 2025

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La nostra tendenza a giustificarci  

Viviamo in una società in cui tutti cercano di apparire giusti, sia a livello di singole persone che di intere nazioni nelle decisioni dei loro governi. Quando oggettivamente fanno ciò che è male, operando palesi ingiustizie e causando sofferenze, hanno sempre “un buon motivo” per dire che hanno fatto bene ad agire come hanno fatto. Persino i crimini più gravi vengono talvolta giustificati, razionalizzati, reinterpretati.

Viviamo immersi, in effetti, in quella che potremmo chiamare la cultura dell’alibi morale. È la tendenza, sempre più diffusa, a trovare giustificazioni per ogni scelta — anche le più egoistiche, ingiuste o distruttive. Il peccatore moderno non dice: “Ho peccato”, ma: “Avevo le mie ragioni”. L’adultero si giustifica dicendo che il matrimonio era diventato “una prigione affettiva”. Chi commette frodi finanziarie parla di “pressioni del mercato”. Anche le guerre vengono rivestite di nobili intenzioni: “liberare”, “proteggere”, “esportare valori”. Ma non è altro che il vecchio peccato umano: non voler riconoscere il proprio torto davanti a Dio. Belle parole che coprono sporchi interessi.

Questo spirito si insinua anche spesso tra coloro che frequentano le chiese. Ci si sente “a posto” perché si è religiosi, perché si aiuta qualcuno, perché non si è “come gli altri”. Ma la Parola di Dio non ammette zone grigie: “Tutte le vie dell’uomo a lui sembrano pure, ma l’Eterno pesa gli spiriti” (Proverbi 16:2), dice. Possiamo raccontarci mille storie, ma davanti a Dio le giustificazioni umane crollano. Egli ha stabilito, che ci piaccia o meno, una legge morale, assoluta e santa, e un giorno ognuno sarà chiamato a renderne conto. Nessuno sfuggirà. Nessun alibi sarà accettato.

Sicuramente questa tendenza non è nuova: è il peccato umano che si ripete da sempre. Se già si trova modo di giustificarsi di fronte a convenzioni, leggi nazionali o internazionali, il vero dramma è che, nel tentativo di giustificare sé stessi, le persone ignorano o sfidano la legge di Dio, come se potessero eluderla. Ma Dio ha di fatto stabilito una legge morale oggettiva e immutabile, che giudicherà tutti, senza eccezioni. Potrebbero negarne l’esistenza (così come persino per convenienza si nega l’esistenza di Dio), ma, per quanto soppressa la coscienza ne rende insopprimibile testimonianza.

Oggi vogliamo ascoltare ciò che Dio ha detto nella sua Parola, affinché nessuno possa illudersi. La giustificazione dell’essere umano non sta in sé stesso. Dio ha provveduto l’unica giustificazione per noi valida ed il significato del termine giustificazione assume nell’insegnamento cristiano, caratteristiche molto diverse da quanto comunemente si intenda.

Il testo biblico

Ascoltiamo, allora, quanto la Parola di Dio ci dice a questo riguardo:

“Ora noi sappiamo che, tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché ogni bocca sia chiusa e tutto il mondo sia sottoposto al giudizio di Dio, poiché per le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui, infatti la legge dà soltanto la conoscenza del peccato. Ora, però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, attestata dalla legge e dai profeti: vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti i credenti, poiché non c’è distinzione, difatti tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù, il quale Dio ha prestabilito come propiziazione mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo egli usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, al tempo della sua divina pazienza, per dimostrare, dico, la sua giustizia nel tempo presente, affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù” (Romani 3:19-26).

Questo testo è tratto dalla lettera dell’apostolo Paolo ai cristiani di Roma. In esso l’apostolo porta a compimento la sua argomentazione sull’universalità del peccato e sul fallimento di ogni pretesa umana di giustizia. Dopo aver dimostrato che tanto i pagani quanto gli Ebrei sono colpevoli davanti a Dio, Paolo afferma con forza che “tutto il mondo” è soggetto al giudizio divino, e che “per le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui”. Questo mette fine a ogni illusione di auto-giustificazione. La legge non è, inizialmente, lo strumento per ottenere giustizia, ma lo specchio che rivela la nostra ingiustizia.

Proprio in questo contesto di colpa e impotenza morale, Paolo annuncia la svolta centrale del messaggio cristiano: una giustizia che non proviene dall’essere umano, ma da Dio stesso; una giustizia che si riceve per fede in Gesù Cristo, e non per merito personale. E, nei propositi di Dio, l’accoglienza della persona ed opera del Cristo è ciò che ci cambia. Questo brano è uno dei testi più densi e decisivi di tutta la Scrittura, perché spiega come Dio, rimanendo giusto e santo, possa dichiarare giusti coloro che confidano in Lui. È il cuore dell’Evangelo, la risposta divina alla condizione disperata dell’essere umano, e la base stessa della speranza cristiana.

I. Dio ha stabilito una legge morale assoluta, e nessuno potrà evitarla  

Prima ancora di parlare di giustificazione, dobbiamo riconoscere che Dio ha stabilito la sua legge. Questo è un fatto di fondamentale importanza. Dio ha stabilito una legge morale assoluta, e nessuno potrà evitarla, “svicolare”, come si dice. È la norma oggettiva del bene e del male, non una convenzione sociale. È il metro eterno della giustizia. Ogni essere umano è sottoposto a questa legge, volente o nolente. La Scrittura afferma: “Poiché Dio farà venire in giudizio ogni opera, tutto ciò che è occulto, sia bene, sia male” (Ecclesiaste 12:16).

La coscienza di ogni essere umano non mente al riguardo. Anche quando si urla contro Dio, anche quando si riscrivono le regole del bene e del male, la coscienza umana rimane come un giudice silenzioso ma implacabile. Non c’è ideologia, non c’è propaganda, non c’è razionalizzazione che possa cancellare del tutto la voce interiore che dice: “Questo è male”. Si può soffocare la coscienza, ma non la si può uccidere. E proprio quando ci si illude di averla messa a tacere, essa torna a parlare, con accuse che l’anima non può ignorare.

Ma l’essere umano, nel suo cuore orgoglioso, si erge come legge a sé stesso. Non si confronta con la verità divina, ma cerca scappatoie, reinterpretazioni, attenuanti. “Tutte le vie dell’uomo a lui sembrano pure, ma l’Eterno pesa gli spiriti” (Proverbi 16:2), dice la Scrittura.

L’Apostolo afferma che la legge ha uno scopo preciso: zittire ogni scusa, ogni presunzione, ogni vanto“Ora noi sappiamo che, tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché ogni bocca sia chiusa e tutto il mondo sia sottoposto al giudizio di Dio” (Romani 3:19).

II. Tutti si giustificano, ma nessuno è giusto  

Ecco così che tutti si giustificano, ma nessuno è giusto. Ogni giorno ascoltiamo persone che si auto-assolvono. Dicono: “Io non faccio del male a nessuno”, oppure “Dio sa che ho un buon cuore”. Ma la Scrittura dice che il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa (Geremia 17:9). Anche la coscienza può mentire. “… perché i loro pensieri si accusano o si scusano a vicenda” (Romani 2:15).

Nel Vangelo di Luca, l’uomo che interrogava Gesù sulla legge cercava una scappatoia: “Ma egli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?” (Luca 10:29). Era un modo per limitare il comandamento, per sentirsi giusto… ma restando nel peccato. Questa domanda non nasce da un autentico desiderio di obbedire alla legge di Dio, ma da una sottile strategia difensiva. Lo scriba vuole “giustificarsi”, cioè dimostrare di essere nel giusto, evitando di riconoscere i suoi limiti morali. Così cerca di restringere il campo dell’amore dovuto al prossimo, riducendo il comando divino a una questione di definizioni. Ma Gesù, con la parabola del buon samaritano, smaschera questa pretesa, mostrando che chi vuole veramente essere giusto davanti a Dio non cerca scappatoie dialettiche, ma compassione operosa. La domanda dello scriba riflette una dinamica sempre attuale: l’essere umano tenta di giustificarsi cambiando il significato della legge piuttosto che riconoscere di non averla adempiuta.

Davanti a Dio, nessuno può giustificarsi. Questa verità la troviamo nei Salmi: “Nessun vivente sarà trovato giusto davanti a te” (Salmo 143:2). Qui il salmista, pur chiamandosi “servo di Dio”, riconosce di non poter sopravvivere al giudizio divino se Dio dovesse trattarlo secondo la Sua giustizia pura. È una confessione radicale: davanti alla santità di Dio, nessuno può rivendicare innocenza, neppure i più pii. Questo testo anticipa la necessità di una giustificazione che venga da Dio stesso, non da pretese morali o da opere religiose. È la voce di chi si appella alla misericordia divina, sapendo che l’unica giustizia possibile davanti a Dio è quella che Egli stesso provvede per grazia. In questo versetto si condensa l’intero bisogno umano di un Redentore.

III. Nessuno sarà giustificato per le opere della legge  

L’Apostolo afferma che “Nessuno sarà giustificato per le opere della legge”. Che vuol dire? Molti pensano che basti “fare del bene” per essere accettati da Dio. Ma non c’è opera, non c’è sforzo, non c’è rituale che possa cancellare la colpa. La legge, quando inizialmente è proclamata (e dobbiamo farlo!) non giustificarivela il peccato.

L’Apostolo scrive: “Mediante la legge si ha la conoscenza del peccato” (Romani 3:20). La legge di Dio non è mai stata un mezzo di salvezza, ma inizialmente serve a far conoscere che cosa sia il peccato, “convincere di peccato”, di essere trasgressori della Legge e condurre il peccatore alla grazia. Come uno specchio che non guarisce ma ci mostra le evidenze della malattia, così la legge mette in luce la nostra vera condizione morale. Mediante la legge si ha la conoscenza del peccato perché essa rivela la giustizia di Dio (che cosa Dio ritiene giusto ed esige) e l’inadeguatezza della nostra vita davanti a Lui. Tuttavia, una volta che il peccatore è stato condotto a Cristo per fede, la stessa legge morale, liberata da ogni pretesa salvifica, diventa guida e norma di vita per il credente redento. Essa non è più temuta come condanna, ma amata come espressione della volontà di Dio Padre. Perciò, anche per il cristiano, la legge conserva la sua autorità: non per giustificare, ma per formare alla santità di vita.

Qual è, allora la via per l’umana redenzione dal peccato? In Galati 2:16 l’Apostolo scrive: “… avendo tuttavia riconosciuto che l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma lo è soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della legge, perché per le opere della legge nessuno sarà giustificato”. Persino l’apostolo Paolo, che era un fariseo irreprensibile, ha dovuto rinunciare alla sua personale “giustizia”: “…non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo.” (Filippesi 3:9).

IV. La giustificazione è dono gratuito di Dio in Cristo  

Certo, la buona notizia è che Dio, nella sua misericordia, ha provveduto Lui stesso ciò che noi non potevamo ottenere. In Cristo, Dio ha manifestato la sua giustizia non annullando la condanna, ma portandola su di sé.

Paolo dice: “Essi sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù” (Romani 3:24). Cristo è stato dato come propiziazione — un sacrificio che placa l’ira di Dio e soddisfa la sua giustizia. Così, Dio rimane giusto, ma può giustificare il peccatore. Per molti, questo è un pensiero che appare assurdo, persino scandaloso. Che Dio stesso, nella persona del Figlio, Gesù Cristo, abbia preso su di sé la condanna che spettava ai colpevoli, è qualcosa che va contro le logiche umane della giustizia. Eppure proprio questo è il cuore della rivelazione cristiana: una giustizia che non elude il giudizio, ma che lo soddisfa in modo sorprendente e misterioso, mediante l’amore e il sacrificio. È un mistero che può sembrare inizialmente senza senso, e che solo la fede rende intelligibile. Dice l’Apostolo: “Poiché la parola della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che siamo salvati, è la potenza di Dio” (1 Corinzi 1:18).

E poi continua: “…affinché Dio sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù.” (Romani 3:26). Questa giustificazione non è un atto formale, né una dichiarazione vuota. Non si tratta di un semplice “lasciapassare per il cielo”, come se Dio chiudesse un occhio sul peccato. Al contrario, essa è l’inizio di una trasformazione profonda: chi viene giustificato per fede riceve anche un cuore rinnovato, una nuova disposizione interiore, un amore sincero per Dio e un desiderio crescente di camminare nelle Sue vie. La giustizia di Dio non solo assolve, ma trasforma. La fede che giustifica è inseparabile dalla fede che rigenera, perché unita vitalmente a Cristo. Essere giustificati non significa semplicemente essere “accettati così come siamo” per poi restare tali. Al contrario, la giustificazione apre la porta a una vita nuova, perché chi crede viene unito a Cristo nella sua morte e risurrezione. Lo Spirito Santo, che è dono inseparabile della giustificazione per fede, inizia un’opera di rinnovamento interiore che porta frutto visibile: il peccatore giustificato non continua a vivere come prima, perché la grazia che lo ha perdonato è anche la grazia che gli insegna a rinunciare all’empietà e a vivere in modo sobrio, giusto e santo (Tito 2:11-12). Non si tratta dunque di una “giustizia fittizia”, ma di una giustizia che agisce, perché fondata sull’opera reale di Cristo e resa viva dallo Spirito nel cuore del credente. La fede che salva è una fede viva, e chi è giustificato non è mai lasciato com’era, ma è reso gradualmente conforme all’immagine del Figlio di Dio.

E chi crede in Cristo, ha pace con Dio“Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore” (Romani 5:1). La “pace con Dio” è il ristabilimento della comunione con Lui. Questa è la chiave per potere noi “fare differenza” in questo mondo. La “pace con Dio” non è semplicemente un sentimento soggettivo di serenità, ma un fatto oggettivo: la fine dell’inimicizia tra il peccatore e il suo Creatore, grazie all’opera riconciliatrice di Cristo. Da questa nuova comunione nasce una nuova identità: non siamo più nemici, ma figli, chiamati a riflettere la luce del Vangelo nel mondo. Proprio perché siamo stati riappacificati con Dio, possiamo diventare strumenti di riconciliazione e verità anche per gli altri: è da questa pace ricevuta che nasce ogni nostra capacità di fare la differenza in un mondo segnato da divisione, conflitto e disperazione.

Conclusione

Inizialmente osservavamo come noi si viva in un tempo dominato dalla cultura dell’alibi morale, dove ciascuno tende a giustificare sé stesso, a costruirsi un’identità immacolata scaricando altrove la responsabilità del male. Ma Dio non si lascia ingannare da queste illusioni – né a livello individuale né nelle nazioni: il suo giudizio è giusto, penetrante, universale – e “non guarda in faccia nessuno”. Come abbiamo visto, nessuno può essere giustificato davanti a Lui per mezzo della presunta conformità alla legge, perché tutti hanno devono prima di tutto rinunciare a giustificarsi e tacere, riconoscendo di essere ben lontani dalla giustizia che dovrebbe caratterizzarci. Sono chiamati così a cambiare strada ed ascoltare con attenzione l’Evangelo.

Il messaggio che riceviamo dall’Apostolo Paolo rimane oggi essenziale. Oggi abbiamo riconosciuto, in primo luogo, l’universalità del peccato e del giudizio divino: nessuno può sottrarsi al tribunale di Dio, né appellarsi alla propria coscienza o religiosità per uscirne assolto. In secondo luogo, abbiamo visto l’inutilità degli alibi umani, che cercano di giustificarsi senza mai affrontare il cuore del problema: la nostra colpa reale davanti al Santo. In terzo luogo, abbiamo contemplato l’efficacia della legge nel rivelare il peccato, ma anche la sua incapacità a salvarci: la legge ci accusa, ma non può guarirci. Infine, nel quarto punto, abbiamo ascoltato la proclamazione dell’Evangelo: Dio giustifica il peccatore non annullando la condanna, ma caricandola su Cristo, per rivelare così la sua giustizia e il suo amore insieme.

Questa giustificazione non è una formula astratta né un accomodamento legale, ma una realtà che trasforma l’esistenza: ci libera dalla paura, ci dona una nuova identità, e ci introduce nella comunione con Dio. E da questa comunione rinnovata nasce un modo nuovo di vivere, amare, servire, perdonare. Solo chi è giustificato da Dio può davvero vivere giustamente davanti agli altri. È questa la giustizia che il mondo non può dare né capire — ma di cui ha disperatamente bisogno. Questa non è assolutamente una questione secondaria. È il fondamento stesso della nostra salvezza – nel senso più ampio del termine. Se cerchiamo di giustificarti, saremo giudicati senza pietà. Ma se ci riconosciamo colpevoli e ci affidiamo a Cristo, saremo giustificati. Veramente.

Come dice il Signore Iddio nel Salmo 46: “«Fermatevi … e riconoscete che io sono Dio. Io sarò glorificato fra le nazioni, sarò glorificato sulla terra» (v. 10). Come? Proprio in questa condizione di perdizione, in Dio che ci ha aperto una via di salvezza: la giustificazione per grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù.

Preghiera conclusiva  

Preghiamo. Signore, tu hai stabilito la tua legge e io l’ho trasgredita. Ho cercato scuse, ho nascosto la mia colpa, ma ora dichiaro la mia resa. Perdonami, non per ciò che ho fatto, ma per ciò che Cristo ha fatto per me. Rinuncio a qualsiasi mia giustificazione, o Dio, ed accolgo la Tua grazia in Cristo Gesù. E rinnovami, affinché viva da giustificato, e non più da odioso ed arrogante ribelle a Te ed alla Tua Legge, buona e santa. Amen.


Paolo Castellina, 17 luglio 2025

Appendice