Che farò dunque di Gesù detto il Cristo? (Matteo 27:15-26)

Domenica 29 marzo 2026 – Domenica delle Palme

[Servizio di culto completo con predicazione, 67′ 52″]

[Solo predicazione, 30′ 49″]

Quando ce ne laviamo le mani

Che cosa significa l’espressione comune: “lavarsene le mani”? Significa sostanzialmente disinteressarsi completamente di una questione, declinando ogni responsabilità in merito. “Non mi riguarda”, diciamo, “Non è affare mio”. Potrebbe anche essere, ma dire: “me ne lavo le mani” indica soprattutto l’atto di ignorare un problema o una situazione difficile, lasciando che altri se ne occupino o ne subiscano le conseguenze. Scaricare convenientemente la cosa su altri. La usiamo quando decidiamo di non assumerci una certa responsabilità. “Lavarsene le mani” è il gesto di chi, davanti a una situazione difficile o compromettente, preferisce tirarsi indietro. Sinonimi popolari sono: “chiamarsene fuori” o “pulirsi la coscienza” o, peggio, “fregarsene”. Spesso questo atteggiamento emerge quando sono in gioco interessi personali. Se una situazione minaccia la nostra posizione, il nostro benessere o la nostra tranquillità, può diventare molto facile prenderne le distanze.

“Lavarsene le mani” è una frase che pure  attraversa la storia: la pronunciano i potenti che badano ai propri interessi privati o nazionali ai danni di intere popolazioni, ma talvolta anche le persone comuni, quando preferiscono non vedere l’ingiustizia, chiudere gli occhi di fronte ad essa. Si tratta di una forma di difesa: se la questione penso non mi riguardi, non devo prendere posizione in merito. Non devo espormi. Non devo pagare alcun prezzo.

Questa dinamica non è nuova. La ritroviamo già – ed è proprio lì che era sorta – nel racconto evangelico del processo a Gesù davanti al governatore romano Ponzio Pilato. Pilato era un uomo politico, un rappresentante dell’impero romano incaricato di mantenere l’ordine nella provincia della Giudea salvaguardando gli interessi dell’impero romano. Egli comprende che Gesù è innocente, ma sa anche che difenderlo potrebbe creargli dei guai che ritiene superflui e non utili con le autorità locali oppure disordini fra la popolazione – e compromettere così la sua carriera. Così Pilato, appunto, compie un gesto rimasto proverbiale: si lava le mani davanti alla folla. È il gesto simbolico di chi vuole dichiararsi estraneo a una decisione ingiusta pur permettendo che abbia il suo corso addossandone la colpa ad altri. La storia racconta che questo stesso governatore, dopo la sua carriera politica, si era ritirato lontano dalla scena pubblica. Secondo alcune tradizioni antiche legate alla corte imperiale di Tiberio, trascorre del tempo nella lussuosa residenza imperiale dell’isola di Capri, luogo di riposo e di piacere per l’aristocrazia romana. L’uomo che aveva giudicato Gesù scompare così nella vita privata, come spesso accade ai funzionari dell’impero quando il loro servizio politico termina. Il suo nome è rimasto, però, nel più antico Credo cristiano non tanto o non solo come riferimento storico, ma come simbolo di chi non ha voluto o saputo prendere chiara posizione per Gesù che “patì sotto Ponzio Pilato”, come per dire, in un mondo che pensava di sfuggire dalle sue responsabilità. Di fatto, il vangelo preserva il nome di Ponzio Pilato per metterci di fronte ad una domanda che riguarda tutti, nessuno escluso: “Che farò dunque di Gesù detto Cristo?” (Matteo 27:22). Perché si tratta di una domanda ineludibile?

Il testo biblico

Ascoltiamo il racconto dell’incontro fra Gesù e Pilato, come lo troviamo nel vangelo secondo Matteo.

“Ogni festa di Pasqua il governatore era solito liberare un carcerato, quello che la folla voleva. Avevano allora un carcerato famigerato di nome Barabba. Essendo dunque radunati, Pilato domandò loro: “Chi volete che vi liberi, Barabba o Gesù detto Cristo?”. Poiché egli sapeva che glielo avevano consegnato per invidia. Mentre egli sedeva in tribunale, la moglie gli mandò a dire: “Non avere nulla a che fare con quel giusto, perché oggi ho sofferto molto in sogno per causa sua”. Ma i capi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e far morire Gesù. E il governatore disse loro: “Quale dei due volete che vi liberi?”. E quelli dissero: “Barabba”. E Pilato a loro: “Che farò dunque di Gesù detto Cristo?”. Tutti risposero: “Sia crocifisso”. Ma, egli aggiunse: “Che male ha fatto?”. Ma quelli gridavano sempre di più: “Sia crocifisso!”. E Pilato, vedendo che non riusciva a nulla, ma che si sollevava un tumulto, prese dell’acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: “Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi”. E tutto il popolo, rispondendo, disse: “Il suo sangue sia sopra noi e sopra i nostri figli”. Allora egli liberò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso” (Matteo 27:15-26).

1. L’uomo che cerca di non scegliere

Pilato si trova davanti a una situazione chiara. Il testo suggerisce più volte che egli non crede alla colpevolezza di Gesù. L’evangelista osserva che Pilato sapeva che Gesù gli era stato consegnato “per invidia”. Inoltre accade un fatto singolare: la moglie di Pilato gli manda un messaggio mentre egli è seduto in tribunale: “Non avere nulla a che fare con quel giusto”. Persino all’interno della sua casa si leva una voce che riconosce l’innocenza di Gesù. Pilato non è dunque un uomo ingannato. È un uomo che vede chiaramente il problema.

Eppure Pilato non agisce secondo giustizia. Il motivo non è difficile da capire. Egli è un governatore romano incaricato di mantenere l’ordine in una provincia difficile. Gerusalemme, soprattutto durante la Pasqua, era una città tesa, carica di aspettative religiose e politiche. Bastava poco per provocare un tumulto. Difendere Gesù avrebbe potuto significare creare disordini e attirare su di sé l’attenzione negativa delle autorità imperiali. Così Pilato si trova davanti a una scelta che molti uomini di potere hanno conosciuto nella storia: fare ciò che è giusto oppure fare ciò che è conveniente.

La soluzione che Pilato trova è quella che molti trovano ancora oggi: evitare la scelta. Si lava le mani davanti alla folla e dichiara: “Io sono innocente del sangue di questo giusto”. È un gesto simbolico potentissimo. Pilato vuole dire: “Io non c’entro”. Ma il Vangelo ci mostra l’illusione di questo gesto. Non prendere posizione per la verità significa lasciare che l’ingiustizia faccia il suo corso. Pilato pensa di non scegliere, ma in realtà ha già scelto. E così il gesto di lavarsi le mani è diventato, nella storia, il simbolo di una neutralità che in realtà non esiste.

2. L’uomo che giudica Cristo ma rivela sé stesso

Nel racconto evangelico sembra che Gesù sia l’imputato e che gli uomini siano i giudici. Gesù viene interrogato, accusato, consegnato alla condanna. Davanti a Pilato egli appare come colui che deve rendere conto delle accuse che gli sono rivolte. Ma leggendo attentamente il racconto si scopre che il vero processo non riguarda Gesù. Il vero processo riguarda le persone che lo stanno giudicando.

Guardiamo i personaggi che compaiono in questa scena. I capi religiosi sono accecati dall’invidia e dalla paura di perdere la loro autorità. La folla è facilmente manipolata e grida ciò che le viene suggerito di gridare. Pilato vede l’ingiustizia ma preferisce salvare la propria posizione. Ognuno di loro, nel momento in cui si pronuncia su Gesù, rivela il proprio cuore. Il processo non smaschera Cristo. Smaschera il nostro cuore.

In questo senso la domanda di Pilato è straordinaria: “Che farò dunque di Gesù detto Cristo?”. Pilato la rivolge alla folla, ma il Vangelo la consegna a ogni generazione. Ogni volta che l’Evangelo viene annunciato, ogni volta che la figura di Gesù ci viene posta davanti, quella domanda ritorna. Possiamo cercare di evitarla, possiamo rimandarla, possiamo dire che non ci riguarda. Ma anche questo è un giudizio. Dire che Cristo non ci interessa significa comunque prendere posizione nei suoi confronti.

3. Il giusto che muore per gli ingiusti

Quando Pilato si lava le mani pronuncia una frase sorprendente: “Io sono innocente del sangue di questo giusto”. Senza rendersene conto, il governatore romano pronuncia una delle più profonde verità del Vangelo. Gesù è davvero il giusto. Durante tutto il processo nessuno riesce a dimostrare una sua colpa reale. Egli è condannato non perché abbia fatto il male, ma perché la sua innocenza diventa intollerabile per chi vuole difendere il proprio potere. Colui che Pilato chiama “il giusto” è proprio colui che dà la sua vita per gente ingiusta. La croce non è solo il fallimento della giustizia umana. È anche il luogo dove si manifesta la grazia di Dio.

La profondità dell’annuncio evangelico sta proprio qui. Gesù non muore soltanto a causa di un’ingiustizia umana. La sua morte diventa il mezzo attraverso cui Dio offre la grazia della salvezza a peccatori nella cui vita avviene, in maniera spirituale, quanto è descritto al versetto 51 di questo capitolo: “Ed ecco, la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo; la terra tremò e le rocce si schiantarono; le tombe si aprirono e molti corpi dei santi che dormivano risuscitarono”. Questo è il miracolo di vite “scosse” e “risorte”, rigenerate, che, nel ravvedimento e nella fede in Cristo, entrano in comunione salvifica con Dio attraverso “la cortina del tempio” (luogo nel quale solo pochi sacerdoti consacrati potevano entrare).

Non è infatti casuale in fatto che, al termine del racconto sulla crocifissione di Gesù, un altro romano giunga a una conclusione completamente diversa da quella di Pilato. Al versetto 54 troviamo il centurione che assiste alla morte di Gesù esclamare: “Veramente costui era Figlio di Dio”. L’uomo che non appartiene al popolo di Israele, il soldato pagano che ha partecipato all’esecuzione, riconosce ciò che molti altri hanno rifiutato di vedere. Dove Pilato si è lavato le mani, quel centurione arriva a una confessione di fede salvifica. È proprio qui che avviene il miracolo, il frutto della tragedia della crocifissione.

4. Davanti a Gesù non possiamo lavarci le mani

È proprio qui che il Vangelo ci riporta ancora alla domanda iniziale: che cosa faremo noi di Gesù detto Cristo?. Questa è la domanda che Pilato rivolge alla folla, ma che in realtà il Vangelo rivolge a ogni essere umano. Pilato aveva davanti a sé Gesù e cerca di evitare la responsabilità della decisione. Si lava le mani e pensa così di potersi dichiarare innocente. Ma il gesto simbolico non cambia la realtà. Non difendere il giusto significa consegnarlo alla croce. Così anche oggi molti cercano una posizione simile: una posizione di apparente neutralità. Si dice: “La religione non mi interessa”, oppure: “La fede è una questione privata”, oppure ancora: “Non voglio avere nulla a che fare con queste cose”. In altre parole: me ne lavo le mani.

Il problema è che, davanti a Gesù, la neutralità non esiste. Anche il rifiuto o l’indifferenza sono una scelta. Quando diciamo che Cristo non ci riguarda, stiamo già esprimendo un giudizio su di lui. È ciò che accadde nel processo: la folla gridò “Crocifiggilo!”, Pilato se ne lava le mani, ma nessuno rimase davvero neutrale. Tutti prendono posizione, in un modo o nell’altro. La stessa cosa accade ogni volta che il messaggio dell’Evangelo ci viene annunciato. Cristo ci viene presentato come il giusto che ha dato la sua vita per i peccatori, e a quel punto ogni persona deve decidere che cosa fare di lui.

L’Evangelo però non ci lascia soltanto con una domanda; ci mostra anche una possibilità. Pilato si lava le mani e rimane nel suo compromesso. Il centurione invece, davanti alla croce, giunge a una confessione: “Veramente costui era Figlio di Dio”. Questa è la strada della fede. Non è la strada dell’indifferenza, ma quella del riconoscimento di ciò che l’Evangelo annuncia. Significa vedere in Gesù non solo un personaggio della storia, ma il Figlio di Dio che è morto e risorto per la salvezza dei peccatori, di me che in quanto peccatore sono, di fatto, condannato dalla legge morale di Dio rispetto alla quale dobbiamo rende conto. Significa smettere di difendere noi stessi e riconoscere che il vero imputato non è Cristo, ma il nostro peccato.

Conclusione

Facciamo così un consuntivo finale di quello che abbiamo considerato oggi. Siamo partiti da un’espressione molto comune: “lavarsene le mani”. Un modo di dire che indica il gesto di chi decide di non assumersi una responsabilità, di chi preferisce tirarsi indietro davanti a una questione difficile dicendo: “Non mi riguarda”. Nel racconto evangelico abbiamo visto come questo atteggiamento prenda forma nella figura del governatore romano Ponzio Pilato. Pilato comprende che Gesù è innocente, lo chiama persino “questo giusto”, ma non vuole pagare il prezzo della giustizia. Così compie il gesto simbolico di lavarsi le mani davanti alla folla. Egli pensa di poter evitare la responsabilità della decisione. Eppure proprio il Vangelo ci mostra che questa neutralità è impossibile. Non difendere il giusto significa consegnarlo. Non prendere posizione è già una posizione.

Abbiamo visto anche il grande paradosso della croce. Tanti credono di giudicare Gesù, ma in realtà il processo rivela il nostro cuore. Il vero imputato non è Cristo. È l’umanità peccatrice, ciascuno di noi E proprio quel “giusto” che Pilato non ha voluto difendere diventa, secondo il disegno di Dio, colui che dà la sua vita per gli ingiusti. La croce non è soltanto la tragedia dell’ingiustizia umana: è anche il luogo dove si manifesta la grazia di Dio che salva.

Per questo il Vangelo ci lascia davanti alla stessa domanda che Pilato pose alla folla: “Che farò dunque di Gesù detto Cristo?”. Non è una domanda per Pilato soltanto. È una domanda per ciascuno di noi. Possiamo cercare di evitarla, possiamo rimandarla, possiamo dire che la questione non ci riguarda. Possiamo anche tentare di lavarci le mani. Ma davanti a Gesù questa neutralità non esiste.

Forse qualcuno oggi si riconosce proprio nella figura di Pilato: vedere qualcosa della verità di Cristo, ma esitare a prendere posizione; comprendere qualcosa dell’Evangelo, ma temere le conseguenze che una fede autentica potrebbe avere nella propria vita. L’Evangelo oggi invita proprio queste persone a riconsiderare la propria posizione. Non rimanere nella distanza, non rimanere nel compromesso, ma guardare alla croce e riconoscere in Gesù il Figlio di Dio che ha dato la sua vita per la salvezza di peccatori come noi.

E per chi già crede, questo testo è anche un richiamo alla riconoscenza e alla consacrazione. Perché se il giusto è morto per gli ingiusti, se il Figlio di Dio ha dato la sua vita per la nostra redenzione, allora la risposta della fede non può essere l’indifferenza ma la gratitudine. È la gratitudine di chi sa di essere stato raggiunto dalla grazia e desidera vivere per colui che ha dato se stesso per noi.

Così la domanda rimane davanti a tutti noi — credenti e non credenti — con la sua forza originaria: “Che farò dunque di Gesù detto Cristo?”. È la stessa domanda che era risuonata nel tribunale di Ponzio Pilato. Possiamo “lavarcene le mani”, cercare di prendere le distanze. Oppure possiamo riconoscere, come il centurione sotto la croce nel Vangelo secondo Matteo, ciò che altri non hanno voluto vedere e confessare: “Veramente costui era Figlio di Dio”. La differenza tra queste due strade è enorme: una conduce al tentativo di evitare la questione e poi sparire nella storia, magari … ritirandosi su un’isola come l’antico Pilato; l’altra conduce a una vita trasformata dalla grazia di Dio. Che cosa faremo di Gesù detto Cristo?

Preghiamo. Signore nostro Dio,ti ringraziamo per la tua Parola che oggi ci ha posto davanti alla croce del tuo Figlio. Ti confessiamo che spesso anche noi assomigliamo a Pilato: vediamo ciò che è giusto, ma esitiamo a prendere posizione; comprendiamo la verità, ma temiamo le conseguenze. Perdonaci per tutte le volte in cui abbiamo cercato di lavarci le mani invece di riconoscere il nostro peccato davanti a te. Ti ringraziamo perché Gesù Cristo, il giusto, ha dato la sua vita per gli ingiusti affinché noi potessimo essere riconciliati con te. Concedi a chi ancora esita la grazia di riconoscere nel tuo Figlio il Salvatore e il Signore. E a noi che crediamo dona un cuore riconoscente e fedele, affinché la nostra vita sia consacrata a te con gratitudine per la grazia che ci hai donato in Cristo. Nel suo nome preghiamo. Amen.

Paolo Castellina, 19 marzo 2026

English version