Chi sono i veri figli di Abraamo? 

Domenica 7 giugno 2026 – Seconda domenica dopo Pentecoste

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Un nome usato a proposito ed a sproposito

Avete sicuramente sentito parlare dai telegiornali dei cosiddetti: “Accordi di Abraamo”. Gli Accordi di Abraamo sono una serie di trattati di normalizzazione diplomatica siglati a partire dal 2020 tra lo Stato di Israele e diverse nazioni arabe — tra cui Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan — con la mediazione degli Stati Uniti d’America. Che cosa c’entra con tutto questo Abraamo? Il riferimento ad Abramo era stato scelto per il suo forte valore simbolico, essendo egli il patriarca comune e l’antenato spirituale delle tre grandi religioni monoteiste della regione: Ebraismo, Cristianesimo e Islam, evocato per promuovere un messaggio di tolleranza e radici condivise.  Oggi questi accordi vorrebbero essere il fulcro geopolitico per la creazione di un asse strategico regionale – volto però a contenere l’influenza dell’Iran, sebbene la stabilità di questa rete diplomatica sia costantemente messa alla prova dalle fiammate di conflitti nell’area e dalle forti tensioni popolari nel mondo arabo.

Si potrebbe mettere in questione, però, l’opportunità di mescolare in tutto questo la figura del patriarca Abramo. C’è infatti oggi spesso la tendenza a menzionare a sproposito o comunque in maniera strumentale certi personaggi della Bibbia fuori dal loro contesto originale. Ci si può infatti domandare chi siano i “figli di Abraamo”. I mussulmani, gli ebrei? Israele? Una nazione particolare? I cristiani? Tutti quanti? In realtà, se ci atteniamo all’insegnamento biblico dell’Antico e del Nuovo Testamento, per noi determinante, nessuno di questi in quanto tali, perché i criteri ai quali esso fa riferimento non hanno a che fare con classificazioni di quel tipo.

Allo stesso modo spesso si equivoca la promessa che Dio aveva fatto ad Abramo: “Ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione: benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra”. Oggi c’è chi menziona questa promessa come se Dio stesso avesse stabilito un privilegio permanente per un gruppo etnico, in particolare gli Israeliti, o persino per il moderno Stato di Israele, che si pretende “essere nostro dovere” di sostenere incondizionatamente. No, quando arriviamo al Nuovo Testamento scopriamo qualcos’altro, qualcosa di sorprendente: la promessa non viene ristretta ad una nazione, ma viene aperta al mondo intero. Cerchiamo così oggi di fare chiarezza a questo riguardo – nei limiti, naturalmente, di una predicazione che non potrebbe da sola esaurire tutte le questioni in gioco.

I testi biblici 

Ascoltiamo quanto le Sacre Scritture dicono sulla figura di Abramo. Concentreremo la nostra attenzione su quelli che, a questo riguardo, consideriamo i più significativi.

“L’Eterno disse ad Abramo: “Vattene dal tuo paese e dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va’ nel paese che io ti mostrerò: e io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione: benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra”. E Abramo se ne andò, come l’Eterno gli aveva detto, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran. E Abramo prese Sarai sua moglie e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che possedevano e le persone che avevano acquistate in Caran, e partirono per andarsene nel paese di Canaan; e giunsero nel paese di Canaan. E Abramo traversò il paese fino alla località di Sichem, fino alla quercia di More. A quel tempo i Cananei erano nel paese. L’Eterno apparve ad Abramo e disse: “Io darò questo paese alla tua progenie”. Ed egli costruì lì un altare all’Eterno che gli era apparso. E di là si spostò verso la montagna a oriente di Betel, e piantò le sue tende, avendo Betel a occidente e Ai a oriente; e lì costruì un altare all’Eterno e invocò il nome dell’Eterno. Poi Abramo partì, proseguendo da un accampamento all’altro, verso il meridione” (Genesi 12:1-9).

“Questa beatitudine è soltanto per i circoncisi o anche per gli incirconcisi? Poiché noi diciamo che la fede fu messa in conto ad Abraamo come giustizia. In che modo dunque gli fu messa in conto? Quando era circonciso o quando era incirconciso? Non quando era circonciso, ma quando era incirconciso; poi ricevette il segno della circoncisione, quale sigillo della giustizia ottenuta per la fede che aveva quando era incirconciso, affinché fosse il padre di tutti quelli che credono essendo incirconcisi, in modo che anche a loro sia messa in conto la giustizia, e il padre dei circoncisi, di quelli, cioè, che non soltanto sono circoncisi, ma seguono anche le orme della fede del nostro padre Abraamo quando era ancora incirconciso. Poiché la promessa di essere erede del mondo non fu fatta ad Abraamo o alla sua discendenza in base alla legge, ma in base alla giustizia che viene dalla fede. Poiché, se sono eredi quelli della legge, la fede è resa vana e la promessa è annullata, poiché la legge produce ira, ma dove non c’è legge non c’è neppure trasgressione. Perciò l’eredità è per fede, affinché sia per grazia, in modo che la promessa sia sicura per tutta la discendenza, non soltanto per quella che è sotto la legge, ma anche per quella che ha la fede di Abraamo, il quale è padre di noi tutti (com’è scritto: “Io ti ho costituito padre di molte nazioni”) davanti al Dio a cui egli credette, il quale fa rivivere i morti e chiama le cose che non sono come se fossero. Egli, sperando contro speranza, credette per diventare padre di molte nazioni, secondo quello che gli era stato detto: “Così sarà la tua discendenza”. Senza venire meno nella fede, egli vide bensì che il suo corpo era svigorito (aveva quasi cent’anni) e che Sara non era più in grado di essere madre, ma davanti alla promessa di Dio non vacillò per incredulità, ma fu fortificato per la sua fede dando gloria a Dio ed essendo pienamente convinto che, ciò che aveva promesso, egli era anche potente da effettuarlo. Perciò gli fu messo in conto come giustizia. Ora non per lui soltanto sta scritto che questo gli fu messo in conto come giustizia, ma anche per noi ai quali sarà così messo in conto, per noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù, nostro Signore, il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato a motivo della nostra giustificazione” (Romani 4:9-25).

Abbiamo così ascoltato due testi molto importanti delle Sacre Scritture. Nel primo, in Genesi 12, vediamo Dio chiamare Abraamo fuori dalla sua terra e promettergli non soltanto una discendenza, ma una missione: attraverso di lui tutte le famiglie della terra sarebbero state benedette.

Nel secondo testo, in Romani 4, l’apostolo Paolo riprende quella promessa molti secoli dopo e ne spiega il significato alla luce dell’opera di Gesù Cristo.

Paolo sta affrontando una questione molto discussa ai suoi tempi: chi appartiene veramente al popolo di Dio? Basta discendere fisicamente da Abraamo? Basta possedere il segno della circoncisione? Per gli Ebrei la circoncisione era il segno visibile del patto di Dio, il marchio esteriore dell’appartenenza al popolo dell’alleanza — qualcosa che, per certi aspetti, possiamo paragonare al battesimo nella comunità cristiana. Ma Paolo ricorda che Abraamo fu dichiarato giusto davanti a Dio prima ancora di ricevere la circoncisione. Il segno venne dopo, come conferma della fede che già possedeva. Ed è proprio questo il punto centrale: Abraamo diventa così padre non soltanto di un popolo secondo la carne, fisico, e men che meno nazionale, ma di tutti coloro che seguono le orme della sua fede. Da qui comprendiamo meglio anche in che senso le promesse fatte ad Abraamo trovino il loro vero compimento in Gesù Cristo e nella comunità di tutte le nazioni che appartengono a Lui.

 I. Abraamo era stato chiamato per diventare una benedizione per tutte le nazioni   

Quando Dio chiama Abraamo in Genesi 12, non lo chiama per rinchiuderlo in un privilegio esclusivo, ma per farne uno strumento di benedizione universale. Il Signore gli dice: “In te saranno benedette tutte le famiglie della terra”. Fin dall’inizio, quindi, il progetto di Dio non riguarda soltanto un piccolo gruppo etnico, ma il mondo intero. Certo, Dio formerà dal patriarca Abraamo un popolo particolare, Israele, ma questo popolo avrebbe dovuto essere luce per le nazioni e strumento attraverso il quale Dio avrebbe manifestato la sua grazia a tutta l’umanità. La chiamata di Abraamo non è dunque una chiamata al privilegio egoistico, ma al servizio nel piano redentore di Dio.

Questo principio rimane valido ancora oggi. Dio non benedice il suo popolo affinché esso si chiuda in sé stesso, costruendo muri di separazione o vantando superiorità spirituali, culturali o etniche. Egli benedice il suo popolo affinché esso diventi a sua volta strumento di benedizione. Proprio per questo gli antichi profeti d’Israele denunciavano con forza le infedeltà del popolo alla propria vocazione. Israele avrebbe dovuto essere luce fra le nazioni, ma troppo spesso cade nell’idolatria, nell’ingiustizia e nella falsa sicurezza religiosa, pensando che i privilegi ricevuti garantissero automaticamente il favore di Dio. I profeti annunciano così severi giudizi divini: l’esilio, la dispersione e la devastazione della terra. Questo ci ricorda che Dio non è legato meccanicamente ad alcun popolo o istituzione umana. Le sue promesse non autorizzano l’orgoglio carnale, ma chiamano alla fede, all’ubbidienza e alla testimonianza nel mondo.

II. Abraamo diventa padre non di un’etnia, ma di tutti coloro che credono   

Nel testo di Romani 4 l’apostolo Paolo compie un’affermazione sorprendente. Egli dichiara che Abraamo è “padre di tutti coloro che credono” e “padre di molte nazioni”. Per questo insiste tanto sul fatto che Abraamo fosse stato giustificato prima della circoncisione. Se Dio lo avesse giustificato soltanto dopo aver ricevuto quel segno, allora si sarebbe potuto pensare che le promesse appartenessero esclusivamente ai circoncisi, cioè agli Israeliti secondo la carne. Invece Dio volle dichiarare giusto Abraamo quando ancora era incirconciso, affinché diventasse il padre spirituale di tutti coloro che si fossero affidati ubbidientemente a Lui, provenienti da ogni popolo e nazione. La vera appartenenza al popolo di Dio, quindi, non si fonda sul sangue, sulla genealogia o sull’etnia, ma sulla fede nel Signore e nelle sue promesse.

Questo insegnamento dell’apostolo Paolo corregge ogni tentazione di ridurre il piano di Dio ad un privilegio nazionale o razziale. Talvolta si pensa che il centro della storia della salvezza sia una particolare identità etnica o politica; ma il Nuovo Testamento sposta continuamente lo sguardo verso qualcosa di più grande. La famiglia di Dio non nasce dalla carne, ma dalla grazia. Non è definita dai confini di una terra, ma dalla fede comune nel Dio vivente. Per questo Paolo può dire che l’eredità promessa ad Abraamo è “sicura per tutta la discendenza”, cioè per tutti coloro che seguono le orme della sua fede. La vera discendenza di Abraamo è dunque composta da persone di ogni lingua e nazione che confidano nelle promesse di Dio così come aveva fatto lui.

III. Cristo è la vera progenie di Abraamo e la benedizione promessa al mondo   

Il Nuovo Testamento compie un passo ancora più decisivo quando identifica in Gesù Cristo il vero compimento della promessa fatta ad Abraamo. L’apostolo Paolo scrive infatti: “Le promesse furono fatte ad Abraamo e alla sua progenie (…) che è Cristo”. Tutta la storia biblica conduce verso di Lui. Israele, i patriarchi, le promesse, il patto, la terra stessa: tutto trovava il suo significato più profondo nella venuta del Messia. Gesù Cristo è la vera “discendenza” di Abraamo attraverso la quale la benedizione di Dio raggiunge il mondo intero. In Lui il peccato viene perdonato, il lontano viene avvicinato a Dio, i nemici vengono riconciliati e persone di ogni popolo diventano una sola famiglia spirituale. Per questo Paolo conclude il capitolo di Romani ricordando che la giustizia viene messa in conto anche a noi che crediamo “in colui che ha risuscitato dai morti Gesù, nostro Signore”.

Comprendiamo allora come la più grande benedizione promessa ad Abraamo non fosse una supremazia politica, né un privilegio etnico permanente, ma la venuta del Salvatore del mondo. In Cristo cadono i muri di separazione che gli esseri umani continuamente rialzano fra loro. In Cristo Dio crea un popolo nuovo, raccolto da tutte le nazioni, lingue e culture. Questo è ciò che l’apostolo Giovanni contempla nella sua visione: una moltitudine immensa davanti al trono di Dio, proveniente da ogni parte della terra. La domanda decisiva, dunque, non è: “A quale popolo appartengo secondo la carne?”, ma: “Appartengo io a Gesù Cristo?”. Perché tutti coloro che sono uniti a Cristo mediante la fede diventano veri figli di Abraamo ed eredi delle promesse di Dio.

Conclusione: la vera benedizione promessa ad Abraamo   

Abbiamo iniziato questa riflessione osservando come il nome di Abraamo venga oggi spesso evocato nei discorsi religiosi e politici, talvolta in modo improprio o strumentale. Ci siamo chiesti chi siano davvero i “figli di Abraamo” e in che senso debbano essere intese le promesse che Dio gli aveva rivolto. Le Sacre Scritture ci hanno mostrato che il centro del piano di Dio non è il privilegio permanente di un’etnia o di una nazione particolare, ma la realizzazione di una benedizione universale destinata a raggiungere tutte le genti della terra. Già in Genesi 12 Dio chiamava Abraamo non per separarlo egoisticamente dagli altri popoli, ma affinché attraverso di lui il mondo intero fosse benedetto. E l’apostolo Paolo ci ha spiegato che questa promessa si compie non secondo la carne, ma secondo la fede.

Abbiamo così visto che Abraamo diventa padre di tutti coloro che credono, indipendentemente dalla loro provenienza, perché la vera appartenenza al popolo di Dio non nasce dal sangue, dalla razza, dalla cultura o da privilegi esteriori, ma dalla fede nel Signore. Soprattutto abbiamo visto che tutta la promessa converge verso Gesù Cristo, la vera progenie di Abraamo, il Salvatore del mondo. È in Lui che Dio riconcilia a sé persone di ogni lingua e nazione; è in Lui che i muri di separazione vengono abbattuti; è in Lui che la benedizione promessa ai patriarchi raggiunge finalmente il suo compimento. Per questo il Nuovo Testamento non ci invita a riporre la nostra speranza in identità terrene, in appartenenze etniche o in progetti politici umani, ma in Cristo soltanto.

Questa Parola di Dio interpella anche noi personalmente. È possibile avere molti segni esteriori della religione, come ai tempi di Paolo si aveva la circoncisione, e tuttavia non avere la fede di Abraamo. Si può appartenere esteriormente ad una comunità cristiana, essere stati battezzati, conoscere il linguaggio della fede, eppure non avere realmente affidato la propria vita al Signore Gesù Cristo per seguirne le orme in sintonia con il Suo insegnamento e spirito. La domanda decisiva non è: “Di quale popolo faccio parte?”, ma: “Sto io seguendo le orme della fede di Abraamo?”. Ho io riposto la mia fiducia in quel Cristo che “è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato a motivo della nostra giustificazione”? La vera benedizione promessa da Dio non consiste anzitutto in prosperità terrene o privilegi storici o territoriali, ma nel perdono dei peccati, nella riconciliazione con Dio e nella vita eterna che si trovano in Cristo.

Ed infine questa Parola ci ricorda anche quale debba essere la missione della Chiesa nel mondo. Come Abraamo fu chiamato a diventare benedizione per tutte le famiglie della terra, così il popolo cristiano è chiamato a testimoniare Cristo a tutte le nazioni. Non siamo qui per alimentare divisioni carnali o contrapposizioni etniche, ma per annunciare l’Evangelo della grazia. La Chiesa di Gesù Cristo è composta da persone diverse per lingua, cultura e provenienza, ma unite dalla stessa fede nel medesimo Signore. E un giorno, come vide l’apostolo Giovanni, questa moltitudine redenta starà davanti al trono di Dio e dell’Agnello, rendendo gloria a Colui che ha compiuto definitivamente la promessa fatta ad Abraamo.

Preghiamo. O Signore nostro Dio, ti rendiamo grazie perché nella tua grazia hai chiamato Abraamo e, attraverso la sua discendenza, hai voluto portare benedizione al mondo intero. Ti lodiamo perché le tue promesse non sono venute meno, ma hanno trovato il loro compimento perfetto nel tuo Figlio Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore. Ti preghiamo: preservaci dall’orgoglio umano, dalla falsa sicurezza nelle appartenenze esteriori e da ogni fiducia carnale. Donaci invece la vera fede di Abraamo, quella fede che ascolta la tua Parola, si affida alle tue promesse e cammina ubbidientemente davanti a te. Fa’ che non cerchiamo la nostra identità in privilegi terreni, in distinzioni umane o in potenze di questo mondo, ma soltanto in Cristo, nel quale tu hai fatto di molti popoli una sola famiglia spirituale.  Ti preghiamo per la tua Chiesa sparsa fra le nazioni: rendila fedele alla sua vocazione, umile nel servizio, salda nella verità e ardente nell’amore. Fa’ che l’Evangelo della riconciliazione continui a raggiungere persone di ogni lingua e cultura, affinché molti vengano a conoscere il perdono dei peccati e la pace con te attraverso Gesù Cristo. E concedi anche a noi, nella nostra vita quotidiana, di essere strumenti della tua benedizione nel mondo, testimoniando con le parole e con le opere la grazia del nostro Salvatore. Te lo chiediamo nel nome di Gesù Cristo, la vera progenie promessa ad Abraamo, morto per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione. Amen.

Paolo Castellina, 27 maggio 2026

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