Domenica 27 settembre 2026 – Diciottesima domenica dopo Pentecoste
[Servizio di culto completo con predicazione, 66′ 19″]
[Solo predicazione, 29′ 27″]
[Dialogo introduttivo]
Quando qualcuno di speciale è con noi
Immaginiamo per un momento di trovarci in una stanza, intenti a fare qualcosa di assolutamente normale: parlare, lavorare, discutere, magari anche semplicemente rilassarci. Ad un certo punto entra nella stanza una persona che amiamo e stimiamo. Cambierebbe qualcosa nel nostro comportamento? Probabilmente sì. Forse continueremmo a fare esattamente quello che stavamo facendo. Ma sapremmo di essere osservati da una persona la cui presenza per noi conta. Diventeremmo più consapevoli delle nostre parole, dei nostri gesti, del nostro atteggiamento. La presenza di quella persona non sarebbe neutrale: cambierebbe, almeno in qualche misura, il nostro modo di comportarci.
Ora: che cosa accadrebbe se vivessimo con la consapevolezza sempre più profonda del fatto che Dio è presente? Non soltanto che Dio esiste. Non soltanto che Dio ci osserva dall’alto. Ma che Dio è presente. È presente quando siamo riuniti per il culto, ma è presente anche quando torniamo a casa. È presente quando preghiamo, ma anche quando lavoriamo. È presente quando leggiamo la Bibbia, ma anche quando prendiamo una decisione riguardante il denaro, il lavoro, la famiglia o le nostre relazioni. È presente quando siamo insieme ad altri, ma anche quando siamo completamente soli. Che cosa cambierebbe nella nostra vita se vivessimo realmente alla presenza di Dio?
Questa domanda ci porta a una delle espressioni più belle e profonde della tradizione cristiana: Coram Deo. Sono due parole latine che significano letteralmente «davanti a Dio», «alla presenza di Dio», «davanti al volto di Dio». Ma vivere “Coram Deo” non significa semplicemente ricordarsi ogni tanto che Dio ci vede. Significa vivere tutta la nostra esistenza davanti a Dio, sotto la sua autorità e per la sua gloria. Alla presenza di Dio. Sotto l’autorità di Dio. Per la gloria di Dio.
Questo ci porta a una questione molto concreta. Noi cristiani siamo talvolta tentati di dividere la nostra vita in compartimenti. C’è la parte «religiosa»: la preghiera, la lettura della Bibbia, il culto, la chiesa. E poi c’è tutto il resto: il lavoro, la famiglia, il denaro, lo studio, le relazioni, le decisioni quotidiane. La Bibbia, però, ci autorizza davvero a fare questa distinzione? Possiamo vivere una parte della nostra esistenza davanti a Dio e un’altra come se appartenesse soltanto a noi? Oppure, se Dio è veramente Dio, tutta la nostra vita deve essere vissuta davanti a lui? È questa la prospettiva che vorrei considerare oggi.
I pensieri che svilupperemo sono stati suscitati, in modo particolare, dalla lettura di una riflessione del teologo R. C. Sproul dedicata proprio al significato di Coram Deo. Ma il nostro intento non sarà semplicemente quello di seguire il pensiero di Sproul: vogliamo ascoltare ciò che la Scrittura dice riguardo a questa realtà. Per questo leggeremo un brano della Lettera ai Colossesi al capitolo 3, dal versetto 1 al 17. È un testo ricchissimo, ma oggi non tenteremo di esporlo nella sua interezza. Concentreremo la nostra attenzione soprattutto sulla sua affermazione conclusiva.
Il testo biblico
“Se dunque voi siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di sopra dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Abbiate l’animo alle cose di sopra, non a quelle che sono sulla terra, poiché voi moriste e la vita vostra è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria. Fate dunque morire le vostre membra che sono sulla terra: fornicazione, impurità, lussuria, desideri cattivi e cupidigia, che è idolatria. Per queste cose viene l’ira di Dio sui figli della disubbidienza e in quelle camminaste un tempo anche voi, quando vivevate in esse. Ma ora deponete anche voi tutte queste cose: ira, collera, malignità, maldicenza e non vi escano di bocca parole disoneste. Non mentite gli uni agli altri, perché vi siete spogliati dell’uomo vecchio con i suoi atti e vi siete rivestiti del nuovo, che si va rinnovando in conoscenza a immagine di colui che l’ha creato. Qui non c’è Greco e Giudeo, circoncisione e incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti. Vestitevi dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di tenera compassione, di benignità, di umiltà, di dolcezza, di pazienza, sopportandovi gli uni gli altri e perdonandovi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. Sopra tutte queste cose rivestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori e siate riconoscenti. La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente; istruitevi ed esortatevi gli uni gli altri con ogni sapienza; cantate di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali. Qualunque cosa facciate, in parola o in opera, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie a Dio Padre per mezzo di lui” (Colossesi 3:1-17).
In questo testo, l’apostolo Paolo parla di molti aspetti della vita cristiana: della nostra nuova vita in Cristo, della lotta contro il peccato, del «rivestire» l’uomo nuovo, dell’amore e del perdono, dei rapporti familiari e persino del lavoro. È un testo ricchissimo. Che cosa dice, però, la frase finale? «E qualunque cosa facciate, in parola o in opera, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù, ringraziando Dio Padre per mezzo di lui». Lasciamo risuonare in noi queste parole: «Qualunque cosa facciate…»: questo versetto ci porta direttamente al cuore del significato di Coram Deo: vivere ogni cosa davanti al volto di Dio.
1. Una vita senza compartimenti
Partiamo dunque dalle prime parole del versetto 17: «Qualunque cosa facciate». Sono parole semplici, ma estremamente impegnative. Paolo non dice: «Qualunque cosa facciate quando siete impegnati nelle attività della chiesa»; non dice: «Qualunque cosa facciate nelle vostre pratiche religiose». Dice semplicemente: «Qualunque cosa facciate». Ma possiamo comprendere meglio questa affermazione se torniamo per un momento all’inizio del capitolo.
Paolo ha appena ricordato ai Colossesi che cosa è accaduto loro in Cristo: «Se dunque voi siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di sopra…» (v. 1). E poco dopo: «Voi moriste e la vita vostra è nascosta con Cristo in Dio» (v. 3). Questa è la base di tutto ciò che segue. Paolo non comincia dicendo: «Comportatevi meglio, sforzatevi di essere buoni cristiani». Comincia ricordando loro chi sono in Cristo. Sono morti con Cristo. Sono risorti con Cristo. La loro vita è “nascosta con Cristo in Dio”. E proprio per questo devono vivere in modo nuovo. Il cristianesimo, dunque, non consiste nell’aggiungere qualche comportamento religioso a una vita che rimane sostanzialmente la stessa. È la vita stessa che è stata rinnovata. Per questo Paolo può parlare di «spogliarsi» dell’uomo vecchio e di «rivestirsi» dell’uomo nuovo.
E osserviamo quanto è concreta la sua descrizione. Parla di fornicazione e cupidigia, ma anche di ira, maldicenza e menzogna. Poi parla di compassione, benignità, umiltà, dolcezza, pazienza, perdono e amore. Parla della vita comunitaria, del matrimonio, dei figli, dei genitori e del lavoro. Per Paolo, tutto questo appartiene alla vita nuova in Cristo. E allora possiamo capire meglio l’espressione «qualunque cosa facciate».
Non esistono due vite: una «spirituale» e una «normale». Esiste una sola vita, quella che abbiamo ricevuto in Cristo, e tutta questa vita viene vissuta davanti a Dio. La famiglia non è la chiesa, il lavoro non è il culto, lo Stato non è la famiglia. Ognuno di questi ambiti ha una propria responsabilità e una propria struttura. Ma nessuno di essi è sottratto alla signoria di Dio. Il lavoro del cristiano è vissuto davanti a Dio. La sua vita familiare è vissuta davanti a Dio. Il modo in cui tratta il prossimo è vissuto davanti a Dio. L’uso del suo denaro è vissuto davanti a Dio. Persino le cose apparentemente più ordinarie possono essere vissute davanti a Dio. «Qualunque cosa facciate…». È difficile trovare un’espressione più inclusiva.
2. Una vita sotto la sua signoria
Paolo, però, continua e dice: «…in parola o in opera, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù…». Qui troviamo un secondo elemento essenziale. Vivere Coram Deo non significa soltanto vivere consapevoli che Dio ci vede. Significa vivere sotto la signoria di Cristo.
Fare qualcosa «nel nome» di qualcuno significa agire sotto la sua autorità e rappresentarlo. Quando agiamo «nel nome del Signore Gesù», non siamo più noi il criterio ultimo delle nostre decisioni. Il criterio non è semplicemente: «Che cosa voglio fare?», oppure: «Che cosa mi conviene?», o ancora: «Che cosa fanno tutti gli altri?». La domanda diventa: «Che cosa significa fare questa cosa nel nome di Gesù?». Questo cambia radicalmente la nostra prospettiva.
Pensiamo all’episodio della conversione di Saulo, in Atti 9. Saulo è convinto di sapere esattamente che cosa deve fare. Crede di servire Dio perseguitando i cristiani. Ma sulla strada di Damasco incontra il Cristo risorto e cade a terra. La prima domanda che pronuncia è: «Chi sei, Signore?». È una domanda stupefacente. Saulo non conosce ancora l’identità di colui che gli sta parlando, ma riconosce immediatamente qualcosa: colui che gli parla ha autorità su di lui. La risposta di Gesù è: «Io sono Gesù, che tu perseguiti». Da quel momento la vita di Saulo cambia direzione. Questo è ciò che significa vivere Coram Deo: riconoscere che Gesù Cristo è il Signore. Non soltanto il Signore della nostra domenica. Non soltanto il Signore della nostra preghiera. Il Signore della nostra intera esistenza.
E questo ci riporta a una questione fondamentale. Se Cristo è il Signore, allora non possiamo chiedere soltanto: «È permesso?». Dobbiamo imparare a chiedere: «È degno di Cristo? È coerente con il suo nome? Posso fare questo come suo discepolo?». Questa è una domanda molto più profonda. Perché vivere Coram Deo significa che Cristo diventa il punto di riferimento della nostra coscienza.
3. Una vita come risposta alla grazia
Ma c’è ancora una terza espressione nel nostro versetto, e forse è quella che ci impedisce maggiormente di trasformare Coram Deo in un semplice programma morale: «…rendendo grazie a Dio Padre per mezzo di lui». Paolo collega direttamente la vita cristiana alla gratitudine. Questo è importantissimo. Perché potremmo facilmente ascoltare tutto ciò che abbiamo detto e concludere: «Allora devo stare più attento. Dio mi vede sempre. Devo comportarmi meglio. Devo controllare ogni parola e ogni azione». Ma questa non è ancora la buona notizia dell’Evangelo. Paolo ci ha detto qualcosa prima di arrivare al versetto 17: «Siete stati risuscitati con Cristo». E: «La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio». E ancora: «Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi» (v. 13).
Prima viene ciò che Dio ha fatto per noi; poi viene ciò che noi facciamo per Dio. Prima la grazia. Poi la risposta. Prima il perdono. Poi il perdonare. Prima la nuova vita ricevuta in Cristo. Poi la nuova vita vissuta davanti a Dio. Questo è essenziale per comprendere correttamente il Coram Deo. Noi non viviamo davanti a Dio per conquistare il suo favore. Viviamo davanti a Dio perché, in Cristo, abbiamo ricevuto il suo favore. Non cerchiamo di diventare figli di Dio attraverso il nostro comportamento.
Viviamo come figli perché Dio ci ha accolti in Cristo. La gratitudine nasce proprio da qui.
Ecco perché Paolo non dice semplicemente: «fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù». Aggiunge: «rendendo grazie a Dio Padre per mezzo di lui». Il cristiano guarda alla propria vita e riconosce che tutto ciò che è veramente importante gli è stato donato. La salvezza è un dono. Il perdono è un dono. La nuova vita è un dono. La comunione con Cristo è un dono. E perfino la possibilità di vivere per Dio è una grazia.
Per questo la vita Coram Deo non dovrebbe essere una vita oppressa dalla paura di essere continuamente osservati. Dovrebbe essere una vita caratterizzata dalla gratitudine di appartenere a colui davanti al quale viviamo.
Una vita intera vissuta davanti a Dio
Possiamo allora raccogliere le tre espressioni del versetto 17.
«Qualunque cosa facciate…». La nostra vita non è divisa in una parte religiosa e una parte non religiosa.
«…nel nome del Signore Gesù…». Tutta la nostra vita è sottoposta alla signoria di Cristo. «…rendendo grazie a Dio Padre per mezzo di lui». Tutta la nostra vita è sottoposta alla signoria di Cristo. Tutta la nostra vita è una risposta riconoscente alla grazia di Dio. È proprio qui che possiamo comprendere fino in fondo il significato di Coram Deo. Non è semplicemente un modo per dire: «Dio mi sta guardando». È molto più profondo. Significa: Vivo davanti a Dio, perché appartengo a Dio. Vivo sotto l’autorità di Cristo, perché Cristo è il mio Signore. Vivo per la gloria di Dio, perché tutto ciò che sono e tutto ciò che ho ricevuto viene dalla sua grazia. La gratitudine, infatti, non è un quarto elemento estraneo, ma il modo in cui la vita orientata alla gloria di Dio si esprime davanti a lui.
A questo punto anche le parole di Sproul con cui abbiamo iniziato acquistano un significato più pieno: Coram Deo significa vivere l’intera esistenza alla presenza di Dio, sotto la sua autorità e per la sua gloria. Ma ora possiamo aggiungere qualcosa che è fondamentale per il Vangelo: questa non è la condizione per essere accolti da Dio; è la vita di chi è già stato accolto in Cristo.
E forse questa prospettiva può cambiare anche il modo in cui guardiamo alle cose più ordinarie della nostra vita. Domani mattina, quando ci alzeremo, non entreremo in una zona della realtà nella quale Dio non c’è. Quando inizieremo il nostro lavoro, saremo Coram Deo. Quando incontreremo le persone con cui viviamo, saremo Coram Deo. Quando dovremo affrontare una difficoltà, saremo Coram Deo. Quando dovremo prendere una decisione, saremo Coram Deo. Quando saremo soli, saremo Coram Deo. Davanti al volto di Dio.
E allora la domanda che possiamo portare con noi non è semplicemente: «Che cosa posso fare per Dio?». Ma: «Come posso vivere questa cosa — proprio questa cosa che sto facendo adesso — davanti al volto di Dio, sotto la signoria di Cristo e con gratitudine per la sua grazia?»
Questa è una domanda che può cambiare una vita. Perché, in fondo, non ci viene chiesto di vivere una vita straordinariamente religiosa. Ci viene chiesto di vivere la vita ordinaria in modo straordinariamente consapevole della presenza di Dio. Coram Deo. Davanti al volto di Dio.
Preghiamo. Signore nostro Dio e Padre, ti ringraziamo perché in Cristo ci hai accolti e ci hai dato una vita nuova. Aiutaci a vivere ogni giorno come davanti al tuo volto. Fa’ che non dividiamo la nostra vita in ciò che consideriamo religioso e ciò che consideriamo ordinario, ma che impariamo a riconoscere la tua presenza in ogni cosa. Signore Gesù, insegnaci a vivere sotto la tua signoria: nelle nostre parole, nelle nostre decisioni, nel nostro lavoro, nelle nostre relazioni e in ogni cosa che facciamo. E rendici uomini e donne riconoscenti, consapevoli della tua grazia. Fa’ che tutto ciò che siamo e tutto ciò che facciamo possa essere vissuto per la tua gloria. Nel nome di Gesù Cristo. Amen.
Paolo Castellina, 9 settembre 2026
Note
1. R. C. Sproul. R. C. Sproul (1939–2017) è stato un teologo e pastore riformato statunitense, fondatore di Ligonier Ministries. Nel suo libro In the Presence of God: Devotional Readings on the Attributes of God (Word Publishing, 1999), presenta Coram Deo come un’espressione della vocazione cristiana a vivere l’intera esistenza alla presenza di Dio, sotto la sua autorità e per la sua gloria. La riflessione qui proposta prende spunto da questa formulazione, sviluppandola però a partire dal testo biblico di Colossesi 3:1-17.
2. Filosofia riformazionale. L’espressione Coram Deo presenta una significativa consonanza con una delle intuizioni fondamentali della filosofia riformazionale, sviluppata soprattutto da Abraham Kuyper e Herman Dooyeweerd: la fede cristiana non riguarda un settore separato della vita, ma coinvolge l’intera realtà umana davanti a Dio. Questo non elimina la distinzione tra i diversi ambiti della vita — famiglia, chiesa, lavoro, politica, scienza, ecc. — ma afferma che nessuno di essi è sottratto alla signoria di Dio. In questo senso, non esistono due vite, una «sacra» e una «profana»: esiste un’unica vita, vissuta in diversi ambiti e sempre Coram Deo.
L’articolo originale di R. C. Sproul
Introduzione a “In the Presence of God” (1999)
Ricordo mia madre in piedi davanti a me, con le mani sui fianchi e gli occhi ardenti come brace viva, mentre chiedeva con tono perentorio: «Qual è esattamente l’idea di fondo, giovanotto?».
Istintivamente capivo che mia madre non mi stava ponendo una domanda teorica o astratta. La sua non era affatto una domanda, bensì un’accusa appena velata. Le sue parole significavano chiaramente: «Perché stai facendo quello che stai facendo?». Mi stava sfidando a giustificare il mio comportamento con un motivo valido. Io non ne avevo alcuno.
Di recente, un amico mi ha posto la stessa domanda con grande serietà. Ha chiesto: «Qual è l’idea fondamentale della vita cristiana?» Voleva conoscere lo scopo ultimo e supremo della vita cristiana.
Per rispondere, ho fatto ricorso alla prerogativa del teologo e gli ho fornito un termine latino. Ho detto: «L’idea fondamentale della vita cristiana è *Coram Deo*. *Coram Deo* racchiude l’essenza stessa della vita cristiana».
L’espressione si riferisce letteralmente a qualcosa che avviene alla presenza di Dio, o davanti al suo volto. Vivere *Coram Deo* significa vivere l’intera esistenza alla presenza di Dio, sotto la sua autorità e per la sua gloria.
Vivere alla presenza di Dio significa comprendere che, qualunque cosa facciamo e ovunque ci troviamo, agiamo sotto lo sguardo di Dio. Dio è onnipresente. Non esiste luogo così remoto da permetterci di sfuggire al suo sguardo penetrante.
Essere consapevoli della presenza di Dio significa anche avere una viva coscienza della sua sovranità. L’esperienza comune dei santi è riconoscere che, se Dio è Dio, egli è indubbiamente sovrano. Quando Saulo si trovò di fronte allo splendore glorioso di Cristo risorto sulla via di Damasco, la sua domanda immediata fu: «Chi sei, Signore?» Non sapeva con certezza chi gli stesse parlando, ma sapeva che, chiunque fosse, aveva certamente autorità sovrana su di lui.
Vivere sotto la sovranità divina implica qualcosa di più di una sottomissione riluttante a un potere assoluto, dettata dalla paura della punizione. Comporta il riconoscimento che non esiste scopo più alto dell’offrire onore a Dio. Le nostre vite devono essere sacrifici viventi, offerte presentate in uno spirito di adorazione e gratitudine. Vivere l’intera esistenza *Coram Deo* significa vivere una vita di integrità. È una vita di pienezza che trova la propria unità e coerenza nella maestà di Dio. Una vita frammentata è una vita di disgregazione; è caratterizzata da incoerenza, disarmonia, confusione, conflitto, contraddizione e caos.
Il cristiano che suddivide la propria vita in due sfere – quella religiosa e quella non religiosa – non ha colto il concetto fondamentale. Tale concetto è che o l’intera vita è religiosa, oppure nessuna parte di essa lo è. Dividere la vita tra sacro e profano costituisce, di per sé, un sacrilegio.
Ciò significa che, se una persona adempie la propria vocazione di siderurgico, avvocato o casalinga *Coram Deo*, essa sta agendo in modo altrettanto religioso quanto un evangelista che, nel portare anime a Cristo, realizza la propria chiamata. Significa che Davide fu religioso tanto nell’obbedire alla chiamata di Dio a fare il pastore, quanto nel momento in cui ricevette l’unzione regale. Significa che Gesù espresse la propria religiosità lavorando nella bottega di falegname del padre esattamente come fece nel giardino del Getsemani.
L’integrità si manifesta quando uomini e donne vivono secondo un modello di coerenza; un modello che opera allo stesso modo, sia all’interno che all’esterno della chiesa. È una vita vissuta alla presenza di Dio, in cui ogni azione è compiuta come per il Signore. È una vita guidata dai princìpi anziché dalla convenienza, dall’umiltà davanti a Dio anziché dalla ribellione; una vita vissuta sotto la guida di una coscienza resa prigioniera dalla Parola di Dio.
*Coram Deo*… al cospetto di Dio. Ecco il concetto fondamentale. Al suo confronto, ogni altro obiettivo o ambizione appare cosa da nulla”,