Cristiani per tradizione o discepoli di Cristo? Qual è la differenza? 

Domenica 21 giugno 2026

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Cristiani si, ma come?

Molte persone, ancora oggi, si definiscono cristiane. Alcune perché sono state battezzate nella loro infanzia, altre perché provengono da una famiglia cristiana, altre ancora perché condividono certi valori morali o apprezzano genericamente l’insegnamento di Gesù. In questo senso, il cristianesimo è diventato parte della nostra cultura e della nostra identità. Molti analisti sottolineano però il fatto che questa identificazione con il cristianesimo in Europa occidentale si stia indebolendo sempre di più, allorché molte famiglie e singoli perdono contatti significativi con comunità cristiane.

Quando leggiamo i Vangeli, però, ci accorgiamo che Gesù non parla quasi mai di persone che genericamente si definiscono credenti. Egli parla di “discepoli”. E quando descrive che cosa significhi essere suoi discepoli, usa parole che ci sorprendono per la loro radicalità perché implica da parte loro un preciso, e spesso costoso impegno. Nel vangelo secondo Matteo troviamo che Gesù dice: “Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me. Chi avrà trovato la vita sua, la perderà e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Matteo 10:38-39). Che cosa significa per un discepolo di Gesù “prendere la propria croce” e, addirittura, “perdere la vita” per causa sua? Si tratta forse solo di un riferimento alla particolare situazione storica in cui vivevano allora i discepoli di Gesù, oppure indica un principio che vale per i cristiani di ogni tempo e paese? Qual è questo principio?

Intanto ascoltiamo quell’affermazione di Gesù nel suo contesto immediato.

Il testo biblico

“Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo signore. Basti al discepolo essere come il suo maestro e al servo essere come il suo signore. Se hanno chiamato Belzebù il padrone, quanto più chiameranno così quelli di casa sua! Non li temete dunque, poiché non c’è niente di nascosto che non debba essere scoperto, né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce e quello che udite dettovi all’orecchio, predicatelo sui tetti. E non temete quelli che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna. Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Ma quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri. Chiunque dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettere pace, ma spada. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, e la figlia da sua madre, e la nuora dalla suocera e i nemici dell’uomo saranno quelli di casa sua. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me e chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me. Chi avrà trovato la vita sua, la perderà e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Matteo 10:24-39).

Questo testo può indubbiamente suscitare in chi lo ascolta molte domande, ma oggi ci concentreremo solo sul versetto finale. Qui Gesù non dice: «Chi mi ammira è degno di me». Non dice: «Chi apprezza il mio insegnamento è degno di me». Non dice neppure: «Chi appartiene a una comunità religiosa è degno di me». Egli dice: «Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me».

Queste parole ci obbligano a porci una domanda fondamentale: qual è la differenza tra un cristiano soltanto di nome e un autentico discepolo di Gesù Cristo? La risposta che Gesù offre è semplice e al tempo stesso impegnativa. Il discepolo è colui che segue il Maestro anche quando questo comporta un costo. È colui che mette Cristo al primo posto, persino quando questo richiede rinunce, sacrifici o incomprensioni. È colui che ha compreso che la fede cristiana non consiste semplicemente nell’aggiungere Gesù alla propria vita, ma nel consegnare a lui la propria vita. Non sorprende quindi che Gesù parli della croce. Prima ancora che essa diventasse il simbolo della fede cristiana, la croce era il simbolo della condanna, della sofferenza e della morte. Eppure Gesù la presenta come la via normale del discepolato. Perché? Che cosa significa prendere la propria croce? E come può essere vero che chi perde la propria vita la trova, mentre chi cerca di conservarla la perde?

I. La croce come segno del vero discepolo

Quando Gesù dice: «Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me», sta descrivendo ciò che caratterizza ogni autentico discepolo. Per noi la croce è diventata un simbolo religioso familiare, ma per coloro che ascoltavano Gesù era il simbolo della condanna, dell’umiliazione e della morte. Prendere la propria croce significava accettare le conseguenze della propria identificazione con Cristo, anche quando ciò comportava sofferenza, rifiuto o perdita.

Alexander Balmain Bruce, nell’opera L’Addestramento dei Dodici, che abbiamo tradotto e pubblicato sul sito di “Tempo di Riforma” [1] osserva che la croce non è un incidente occasionale della vita cristiana, ma «la legge del discepolato». Gesù non promette ai suoi seguaci una strada facile. Egli parla apertamente delle difficoltà che incontreranno. Essere discepoli significa seguirlo non soltanto quando ciò è conveniente, ma anche quando la fedeltà all’Evangelo richiede coraggio, perseveranza e sacrificio.

È importante però comprendere che Gesù non sta parlando semplicemente delle difficoltà che ogni persona incontra nella vita. Nel linguaggio comune si dice talvolta: «Questa è la mia croce», riferendosi a una malattia, a un lavoro pesante, a problemi familiari o a persone difficili da sopportare. Certamente tutte queste prove richiedono pazienza e fiducia in Dio, ma non è questo il significato principale delle parole di Gesù. La croce di cui egli parla non è qualunque sofferenza; è il prezzo della fedeltà a Cristo. Nel contesto di Matteo 10, Gesù parla di opposizione, rifiuto, persecuzione, incomprensione e perfino divisioni all’interno della famiglia a causa del suo nome.

II. La croce come rinuncia a sé stessi

Nel contesto del nostro brano, Gesù parla di persone chiamate a preferire lui perfino agli affetti più cari. «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me». Queste parole ci colpiscono perché toccano ciò che normalmente consideriamo più prezioso. Gesù non sta insegnando a disprezzare la famiglia, né a sottrarsi alle proprie responsabilità verso coloro che amiamo. Egli stesso ha confermato il comandamento di onorare il padre e la madre. Il punto è un altro: quando la fedeltà a Cristo entra in conflitto con qualsiasi altra lealtà, il discepolo sa a chi appartiene in modo supremo.

In una società secolare come la nostra, affermazioni di questo genere possono apparire eccessive. Alcuni potrebbero perfino considerarle fanatiche o settarie. Dopotutto, non è forse pericoloso chiedere a qualcuno di mettere una persona al di sopra di ogni altro legame? La differenza, però, è fondamentale. Le sétte e le ideologie totalitarie chiedono alle persone di sacrificarsi per il potere di uomini, organizzazioni o sistemi umani. Gesù non chiama a servire un’istituzione, ma a seguire lui. Inoltre, non nasconde il costo della scelta, non promette vantaggi terreni e non manipola i suoi ascoltatori. Al contrario, dichiara apertamente quanto possa essere impegnativa la vita del discepolo.

La vera domanda, allora, non è se la richiesta di Gesù sia radicale. Lo è certamente. La domanda è: chi è colui che la rivolge? Se Gesù fosse soltanto un maestro religioso tra molti altri, una simile richiesta sarebbe ingiustificabile. Ma se egli è davvero il Figlio di Dio, il Signore e il Salvatore del mondo, allora mettere lui al primo posto non è fanatismo: è la conseguenza naturale della fede. Per questo il discepolo è chiamato a rinunciare a fare di sé stesso, dei propri interessi o perfino dei propri affetti il centro ultimo della propria vita, riconoscendo che quel posto appartiene soltanto a Cristo.

III. Perdere la vita per trovarla

Le parole finali di Gesù contengono uno dei grandi paradossi dell’Evangelo: «Chi avrà trovato la vita sua, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà». A prima vista sembrano parole contraddittorie. Come si può perdere la vita e trovarla allo stesso tempo? Gesù ci invita a guardare oltre ciò che appare immediatamente vantaggioso. Chi fa della propria sicurezza, del proprio benessere e dei propri interessi il fine ultimo della sua esistenza può forse conservare molte cose, ma finirà per perdere ciò che conta davvero. Chi invece è disposto a mettere Cristo al primo posto, anche a costo di sacrifici e rinunce, scoprirà una ricchezza che nulla e nessuno possono togliere.

Questa verità trova il suo esempio perfetto nello stesso Signore Gesù Cristo. Egli ha percorso la via della croce prima di entrare nella gloria. Ha donato la sua vita per salvare la nostra. Il discepolo non percorre una strada diversa da quella del suo Maestro. Come abbiamo ascoltato all’inizio del nostro testo: «Un discepolo non è da più del maestro». La via del cristiano passa anch’essa attraverso la rinuncia a sé stesso, ma non termina nella perdita. Termina nella vita che Dio dona a coloro che appartengono a Cristo.

Quando Gesù parla di “trovare la vita”, però, non si riferisce soltanto alla sopravvivenza dell’anima dopo la morte. Egli parla di quella che altrove chiama “vita eterna”. Nella Bibbia la vita eterna non è semplicemente una vita che dura per sempre; è una vita che riceve il suo significato da Dio. È la vita vissuta nella comunione con il Creatore, riconciliati con lui attraverso Cristo, orientati verso il suo Regno e le sue promesse. Chi segue Cristo scopre già ora questa nuova qualità di vita e un giorno ne sperimenterà la pienezza nella presenza di Dio.

Per questo il discepolato cristiano non è una perdita, ma uno scambio. Chi trattiene gelosamente la propria vita finisce per ridurla alle dimensioni limitate di questo mondo. Chi invece la affida a Cristo riceve una prospettiva infinitamente più ampia: una vita che trova il suo significato ultimo non nel successo, nel prestigio o nella durata dei nostri giorni, ma nella comunione con Dio e nelle realtà eterne. È questa la promessa che sostiene il discepolo quando la fedeltà a Cristo richiede sacrificio: nulla di ciò che viene perduto per lui andrà veramente perduto, perché in lui si trova la vita vera e duratura.

Conclusione

All’inizio di questa riflessione abbiamo osservato come molte persone continuino a definirsi cristiane per tradizione, per cultura o per appartenenza familiare. Non vi è nulla di male nel ricevere un’eredità cristiana. Il problema nasce quando ci si accontenta dell’etichetta e si perde la sostanza. Gesù, infatti, non ci chiede semplicemente se apparteniamo a una certa tradizione religiosa. Egli ci chiede se siamo suoi discepoli.

Abbiamo visto che il discepolo è riconoscibile anzitutto dalla croce che porta. Non una qualsiasi sofferenza della vita, ma il costo della fedeltà a Cristo. Abbiamo poi visto che il discepolato comporta una rinuncia a sé stessi. Non perché Gesù voglia impoverire la nostra esistenza, ma perché nessuno può servirlo veramente continuando a fare di sé stesso il centro della propria vita. Infine abbiamo visto il grande paradosso dell’Evangelo: chi cerca di conservare la propria vita come bene supremo finirà per perderla, mentre chi la affida a Cristo scoprirà la vita vera.

E qui arriviamo a una delle grandi illusioni della nostra epoca. Molti pensano che una vita senza Dio sia più libera, più ricca e più autentica. Pensano che mettere Cristo al centro significhi restringere i propri orizzonti. Gesù insegna esattamente il contrario. Una vita chiusa entro i confini dei propri desideri, delle proprie ambizioni e dei pochi anni che trascorriamo su questa terra può apparire piena, ma in realtà è una vita impoverita. È una vita che ha perso il suo centro, il suo significato ultimo e la sua destinazione eterna. Può accumulare esperienze, successi e soddisfazioni, ma non sa da dove viene, perché esiste e dove sta andando.

La vita che Cristo offre è molto più grande. Egli ci apre la prospettiva del Regno di Dio, della comunione con il Padre, del perdono dei peccati, della speranza della risurrezione e della vita eterna. Non si tratta semplicemente di vivere per sempre, ma di vivere già ora alla luce dell’eternità. Chi segue Cristo scopre che l’esistenza umana trova il suo vero significato soltanto quando viene riconciliata con il Dio che ci ha creati e redenti. Senza questa prospettiva, anche la vita più lunga e apparentemente fortunata rimane incompleta.

Per questo le parole di Gesù ci pongono oggi alcune domande dalle quali non possiamo fuggire. Mi considero cristiano soltanto perché appartengo a una tradizione religiosa, oppure perché sto realmente seguendo Cristo? Vi è qualcosa nella mia vita che dimostra la mia fedeltà a lui quando essa comporta un costo? Chi occupa il primo posto nei miei affetti, nelle mie scelte e nelle mie priorità? Sto cercando di conservare gelosamente la mia vita per me stesso oppure l’ho affidata al Signore che l’ha data per me?

Alexander Balmain Bruce scrive che la croce non è una circostanza eccezionale riservata a pochi credenti particolarmente coraggiosi, ma «la legge del discepolato». Le parole di Gesù possono apparire severe, ma sono accompagnate da una promessa meravigliosa: «Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà». Questa è la sfida e insieme il conforto dell’Evangelo. Cristo non ci chiama a perdere la vita nel senso ultimo del termine. Ci chiama a perdere ciò che non possiamo trattenere, per ricevere ciò che non potremo mai perdere: la vera vita, nella comunione con Dio, oggi e per l’eternità.

Preghiamo.  O Padre celeste, ti ringraziamo perché nel tuo Figlio Gesù Cristo ci hai chiamati non soltanto a portare un nome, ma a diventare suoi discepoli. Ti preghiamo per coloro che desiderano seguirlo fedelmente. Quando il cammino del discepolato diventa difficile, sostienili con la tua grazia. Quando incontrano opposizione, incomprensione o scoraggiamento, rafforza la loro fede. Dona loro il coraggio di prendere la propria croce ogni giorno e di seguire il Signore con perseveranza, confidando nelle tue promesse e nella speranza della vita eterna. Ti preghiamo anche per coloro che si considerano cristiani, ma che non hanno ancora compreso che cosa significhi realmente appartenere a Cristo. Illumina le loro menti mediante la tua Parola e il tuo Santo Spirito. Liberali dall’illusione che una semplice appartenenza esteriore o una fede soltanto formale possano sostituire una sincera fiducia nel Salvatore e una vita vissuta alla sua sequela. Concedi a tutti noi di riconoscere sempre più la gloria, la bellezza e il valore incomparabile di Gesù Cristo, affinché nessun affetto, interesse o ambizione occupi nel nostro cuore il posto che appartiene soltanto a lui. Fa’ che impariamo a seguirlo con gioia e fedeltà, non confidando nelle nostre forze, ma nella potenza della tua grazia. E quando il costo del discepolato ci appare troppo grande, ricordaci che il nostro Signore ha percorso per primo la via della croce per la nostra salvezza. Aiutaci a guardare oltre le difficoltà del presente e a vivere alla luce delle realtà eterne, sapendo che nulla di ciò che viene offerto a Cristo va perduto e che in lui soltanto si trova la vita vera. Fa’ che, perdendo la nostra vita per causa sua, possiamo trovare quella vita che consiste nella comunione con te, oggi e per l’eternità. Te lo chiediamo nel nome di Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore. Amen.

Paolo Castellina, 11 giugno 2026

Note

[1] L’Addestramento dei Dodici, di Alexander Balmain Bruce (1831-1899) in: https://www.tempodiriforma.it/mw/index.php?title=Letteratura/L%27Addestramento_dei_Dodici  

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