Domenica 23 novembre 2025 – Ultima domenica prima del tempo di Avvento
[Servizio di culto completo con predicazione, 60′]
[Solo predicazione, 31′]
Introduzione
La confessione di fede cristiana principale proclama che “Cristo Gesù è il Signore”. Da essa ne consegue che Egli è pure il nostro Re – termine altrettanto biblico. Il significato di concetti come “Signore” e “Re”, però, tende oggi generalmente a sfuggirci e può essere facilmente equivocato. Che cosa significa che Cristo Gesù è il nostro Re e quali implicazioni ha per la nostra vita? Un’ottima opportunità per riflettere a questo riguardo ci viene offerta dal calendario liturgico che stiamo seguendo come “Tempo di Riforma”. Esso, infatti, ci propone per l’ultima domenica prima del tempo di Avvento la celebrazione di “Cristo Re”. Così facendo, il calendario ci invita a fermarci davanti a una verità che, effettivamente, sta al cuore della nostra fede: Gesù Cristo non è soltanto il Salvatore, ma è il nostro Re. È il Re che Dio Padre ha costituito sopra tutte le cose, il Re che governa la storia, il Re che guida e difende il Suo popolo.
Per noi poi, della tradizione riformata questo non è un tema marginale, né una semplice immagine devozionale. Il Catechismo Minore di Westminster ci ricorda che Cristo esercita la Sua funzione regale soggiogandoci a sé, governandoci, difendendoci e reprimendo i Suoi e i nostri nemici. Il Catechismo Maggiore di Westminster amplifica questa verità, mostrandoci come Egli regni tanto nel suo stato di umiliazione quanto in quello di esaltazione. Dunque, la regalità di Cristo non è un’idea astratta: è una realtà che riguarda personalmente ciascuno di noi, oggi.
È qui che incontriamo la sfida del nostro tempo. Perché già al tempo di Gesù il popolo di Israele viveva una profonda contraddizione: confessava un solo Dio, si considerava erede della Legge e dei Profeti, eppure, sotto pressione politica e culturale, era pronto a dichiarare: “Noi non abbiamo altro re che Cesare”! Si trattava, di fatto, di una resa, di una capitolazione della sua identità spirituale, di una sottomissione acritica alle autorità di questo mondo.
Se siamo onesti, quella stessa contraddizione può toccare anche noi oggi. Viviamo in società che avanzano le proprie ideologie come dogmi civili; che chiedono conformità; che considerano la fede una questione privata da ridurre all’ambito interiore. In questo contesto il cristiano rischia di fare ciò che aveva fatto quel popolo: parlare magari di Cristo come Re… ma vivere come suddito del “Cesare” del momento, qualunque esso sia.
Per questo oggi vogliamo riascoltare alcuni testi dei vangeli con attenzione. Essi ci presentano la regalità di Cristo nella sua forma più sorprendente: proclamata proprio nel momento della Sua umiliazione, quando è interrogato, accusato, deriso e crocifisso. Ed è lì che dobbiamo capire che cosa significhi davvero che Cristo è Re, e quali implicazioni questa verità debba avere per la nostra vita quotidiana, pubblica e personale.
I testi biblici
Ascoltiamo dunque la Parola del Signore. Si tratta di tre testi dei vangeli e che riguardano il “processo” a Gesù prima della Sua crocifissione.
“Poi tutta l’assemblea si alzò e lo condussero da Pilato. E cominciarono ad accusarlo, dicendo: “Abbiamo trovato costui che sovvertiva la nostra nazione, vietava di pagare i tributi a Cesare e diceva di essere lui il Cristo re”. Pilato lo interrogò, dicendo: “Sei tu il re dei Giudei?”. Ed egli, rispondendo, gli disse: “Tu lo dici”. Allora Pilato disse ai capi sacerdoti e alla folla: ‘Io non trovo nessuna colpa in quest’uomo’.” (Luca 23:1-4). “Allora essi gridarono: “Toglilo, toglilo di mezzo, crocifiggilo!”. Pilato disse loro: “Crocifiggerò io il vostro re?”. I capi sacerdoti risposero: ‘Noi non abbiamo altro re che Cesare’” “Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: ‘Questo è il Re dei Giudei’”. (Luca 23:8).
1. Il Re presentato: l’innocenza dichiarata (Luca 23:1–4)
Il primo quadro che incontriamo è quello di Gesù davanti a Pilato. Le autorità religiose lo accusano con parole pesanti: “Dice di essere il Cristo re”, quasi fosse un rivoluzionario in cerca di potere. In realtà distorcono volutamente il senso della Sua regalità. Gesù non stava guidando nessuna rivolta politica; e Pilato se ne accorge subito. Lo interroga, lo osserva, e alla fine deve dirlo apertamente: “Io non trovo nessuna colpa in quest’uomo”. È un momento impressionante: il potere più temuto della regione — l’autorità romana — si trova costretto a riconoscere l’innocenza del Re vero.
Questo ci insegna un tratto fondamentale della regalità di Cristo: il Suo regno non nasce dalla forza, ma dalla verità. Non si impone come fanno i regni umani; illumina, giudica, mette a nudo. Cristo non toglie legittimità alle autorità terrene, ma le relativizza: ricorda che ogni potere umano è subordinato a Dio. Il Catechismo Minore di Westminster lo esprime bene: Cristo esercita il Suo ufficio regale soggiogandoci a sé, governando e difendendo il Suo popolo. Egli non ci strappa dal mondo, ma ci guida dentro il mondo con una lealtà più alta.
E qui troviamo una prima applicazione per noi. Viviamo circondati da poteri che vorrebbero essere assoluti: lo Stato, l’opinione pubblica, la cultura dominante. A volte ci sembra che siano loro a decidere tutto. Ma la scena del processo ci ricorda che, davanti a Cristo, anche il governatore romano non può che ammettere i suoi limiti. Se perfino Pilato, con tutto il suo potere, ha dovuto ammettere di non avere nulla da contestare a Gesù, tanto più noi oggi dobbiamo ricordare che il nostro vero Re non è quello che ci impone la società o la cultura del momento, ma Colui che è Signore del cielo e della terra.
2. Il Re deriso, ma proclamato suo malgrado (Luca 23:8)
Il secondo quadro ci porta direttamente al Golgota. Sopra la testa di Gesù, Roma fa affiggere un’iscrizione: “Questo è il Re dei Giudei”. Nelle intenzioni di Pilato è una presa in giro: vuole umiliare i capi religiosi e deridere quel “falso re” ormai sconfitto e fare una dichiarazione di onnipotenza che serva di monito a tutti. Ma nella provvidenza di Dio, quelle parole diventano una proclamazione involontaria della verità. Il mondo deride, ma la Scrittura conferma: Gesù è davvero Re, anche mentre muore sulla croce.
Qui la regalità di Cristo si mostra nel modo più sorprendente. Non regna da un palazzo, ma da un patibolo. Non indossa una corona d’oro, ma una corona di spine. Eppure, proprio lì, esercita il Suo potere più grande: redime, perdona, apre il Regno ai peccatori pentiti. Questo è il primo tratto che dobbiamo comprendere: Cristo non regna come i re di questo mondo, ma regna per salvare il mondo. Il Catechismo Maggiore di Westminster ce lo ricorda: anche nel Suo stato di umiliazione, Egli non ha perso il Suo ruolo regale, anzi — lo stava adempiendo pienamente, portando avanti il disegno redentore di Dio Padre.
Questo ha un’enorme implicazione per noi. Spesso cerchiamo la potenza nei segni esteriori: l’influenza, la visibilità, il peso sociale. Ma la croce ci annuncia un Regno diverso, che avanza con la verità, la grazia, la fedeltà. Se riconosciamo Cristo come Re in quel momento — quando è debole agli occhi del mondo — allora potremo riconoscerlo come Re anche nelle nostre prove, nelle nostre sconfitte apparenti, nei momenti in cui la fede sembra fuori moda o irrilevante. Il trono della croce ci ricorda che Cristo regna davvero, anche quando non sembra che sia così, e che il suo Regno avanza proprio attraverso la Sua vittoria nel sacrificio.
3. Il Re rifiutato: “Non abbiamo altro re che Cesare” (Giovanni 19:15)
Il terzo quadro è il più doloroso e, allo stesso tempo, il più rivelatore. Pilato, quasi provocando i capi religiosi, domanda: “Crocifiggerò io il vostro re?”. Ed essi rispondono con parole che risuonano come una tragedia spirituale: “Noi non abbiamo altro re che Cesare”. È il punto più basso della storia del popolo che Dio aveva scelto e liberato. Per paura, per convenienza politica, per mantenere il controllo della situazione, scelgono un sovrano pagano al posto del loro vero Re.
Questa scelta non è soltanto un episodio storico. È il ritratto di come il cuore umano può tradire la propria fede. Il popolo che conosceva le Scritture, che recitava ogni giorno “Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno”, finisce per sottomettersi al potere del momento pur di non perdere la propria posizione. Qui non si tratta di una generica debolezza: è la rinuncia cosciente all’ordine di Dio, per abbracciare un’autorità che garantisce sicurezza, pace apparente e conformità sociale. È la tentazione eterna: la fede ridotta a facciata, mentre la vera obbedienza va altrove.
Ed è qui che il testo ci mette davanti a uno specchio. Senza accorgercene, anche noi possiamo cadere nella stessa contraddizione. Viviamo in un mondo che chiede fedeltà: ai valori dominanti, alle idee “di moda”, alle aspettative culturali. È facile dire “Cristo è il mio Re” la domenica, e poi nella vita di tutti i giorni lasciarci guidare da ben altri “Cesari”: il successo, il consenso, l’ideologia politica, la comodità personale. Non si tratta di ribellarsi allo Stato o di disprezzare la società, ma di ricordare che la nostra fedeltà ultima non appartiene a nessun potere umano. L’errore dei capi religiosi non è stato obbedire a Roma in ciò che era giusto, ma mettere Roma al posto di Dio.
4. Il Re che conquista il cuore: sottomissione consapevole
La regalità di Cristo si manifesta in modo diverso da quella dei re di questo mondo. Essi governano con la forza o con l’influenza; Cristo, invece, conquista il cuore trasformando le persone dall’interno. Il Catechismo Maggiore di Westminster afferma che Egli regna “soggiogandoci a sé, governandoci, proteggendoci e reprimendo i Suoi e i nostri nemici”: parole che descrivono la Sua azione continua nella vita dei credenti. Cristo ci vince non con la costrizione, ma con la verità, con il perdono, con la grazia. Governarci significa guidare le nostre scelte mediante la Sua Parola e il Suo Spirito. Difenderci significa essere la nostra sicurezza, liberandoci da tutto ciò che ci distrugge: peccato, paura, falsità, idolatrie.
E quando questa realtà prende forma in noi, il cristiano smette di vivere per convenienza o per conformarsi alla pressione del momento, e impara a vivere per fedeltà consapevole. Non si tratta di ribellione verso le autorità terrene, ma di ricordare che la nostra obbedienza ultima appartiene al Re che ha dato la vita per noi. La signoria di Cristo diventa visibile nelle scelte quotidiane: nel modo in cui parliamo, lavoriamo, giudichiamo ciò che è giusto, resistiamo al male e testimoniamo la verità anche quando non è popolare. Chi riconosce Cristo come Re non si lascia più determinare dai venti passeggeri della cultura, ma resta saldo nella Sua signoria che non passa.
5. Il Re che regna sulla comunità e sul mondo: una regalità universale e presente
La regalità di Cristo non si limita alla vita personale dei singoli credenti. Il Signore risorto afferma: “Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra” (Matteo 28:18). È una dichiarazione straordinaria: non riguarda soltanto l’anima o la sfera spirituale, ma tutta la realtà. Il Suo Regno non è confinato nei cuori, ma si esprime attraverso un popolo che Lo riconosce e Lo serve in ogni dimensione della vita. La Chiesa non è un club religioso, ma una comunità che vive sotto l’autorità di Cristo e che, proprio per questo, diventa un segno concreto della Sua signoria nel mondo.
Questo significa che la regalità di Cristo si riflette anche nel modo in cui la comunità cristiana vive, decide, si comporta e testimonia nella società. Quando la Chiesa custodisce la verità, esercita la disciplina spirituale, si prende cura dei deboli, usa con giustizia le sue risorse e si impegna nella pace, essa incarna il governo del Re. E quando i cristiani, insieme, promuovono in campo pubblico valori, leggi e progetti che rispettano la volontà rivelata di Dio nella Sua Legge morale, com’è incarnata in Cristo, si ritrova così a difendere e promuovere, ad esempio, la giustizia, la dignità umana, la libertà responsabile, l’autentico bene comune. Essi offrono alla società un riflesso concreto della volontà di Cristo sul creato. Non perché le chiese cristiane, in quanto istituzioni, debbano imporsi in quanto tali come potere politico [non propongono il clericalismo!], ma perché il mondo ha bisogno di sentire una voce che non si accoda alle mode del momento, ma parla con la sapienza del Re che giudica e salva.
La regalità di Cristo ha dunque una dimensione presente e una futura. Oggi, Egli regna mediante la Sua Parola e il Suo Spirito, guidando la Sua Chiesa e influenzando il mondo attraverso i Suoi testimoni fedeli. Un giorno, però, il Suo regno sarà pienamente visibile, quando ogni ginocchio si piegherà e ogni lingua confesserà che Gesù Cristo è il Signore. Vivere ora sotto il Suo governo significa anticipare in piccola parte quella realtà futura, preparare il terreno, rendere visibile — pur in mezzo alle imperfezioni — che il nostro Re è vivo e che il Suo è l’unico regno che resisterà alla prova del tempo.
Conclusione — Il Re che regna anche oggi
Abbiamo così visto Cristo presentato come Re innocente davanti a Pilato; proclamato Re, anche se deriso, sulla croce; rifiutato dal Suo stesso popolo, che preferisce Cesare; e infine riconosciuto come il Re che conquista i cuori e guida il Suo popolo con un’autorità che è amore, verità e giustizia. Questa regalità non è una figura poetica, ma una realtà che investe la nostra vita personale, la vita delle chiese e il modo stesso in cui partecipiamo alla società.
La domanda fondamentale diventa allora personale, ma anche comunitaria: chi è il nostro Re? Le scelte di ogni giorno, i valori che difendiamo, la nostra fedeltà nel bene e nel male, la nostra testimonianza pubblica: tutto questo rivela se stiamo vivendo sotto la signoria di Cristo o sotto quella dei “Cesari” del nostro tempo. Non possiamo proclamare Cristo la domenica e poi lasciare che altri poteri dettino la nostra vita durante la settimana.
La buona notizia, però, è che il Re che ci chiama è lo stesso che ci ama, ci perdona, ci guida e ci sostiene. La Sua signoria non è un peso, ma una liberazione: è la verità che rende liberi, la grazia che trasforma, la promessa che non viene meno. Vivere sotto il Suo regno è il privilegio più grande dei credenti. E mentre lo riconosciamo come Re, nella nostra vita e nella nostra comunità, prepariamo anche il giorno in cui il Suo regno sarà pienamente manifestato, e tutta la creazione finalmente dirà: “Gesù Cristo è il Signore”.
Preghiamo. Signore Gesù Cristo, nostro Re e nostro Salvatore, ti ringraziamo perché anche quando il mondo ti ha rifiutato, tu non hai smesso di amarci. Sulla croce hai mostrato la tua vera regalità: un’autorità che non schiaccia, ma solleva; un potere che non domina, ma libera; una gloria che passa attraverso l’umiliazione. Fa’ che la tua signoria entri davvero nei nostri cuori. Soggiogaci alla tua verità, guidaci con la tua Parola, difendici dalle false fedeltà che ogni giorno cercano di conquistarci. Donaci un cuore integro, capace di riconoscere te come unico Signore della nostra vita. Ti preghiamo anche per la tua Chiesa. Rendila un popolo che vive sotto il tuo Regno: fedele nella testimonianza, coraggioso nel bene, umile nel servizio. Fa’ che la nostra comunione rifletta la tua giustizia e la tua pace, e che attraverso il nostro agire il mondo possa intravedere la bellezza della tua autorità. Guidaci, Signore, anche nelle responsabilità della vita pubblica. Illumina la nostra mente e la nostra coscienza quando ci impegniamo nella società, affinché le nostre scelte, le nostre parole e le leggi che sosteniamo siano sempre in armonia con la tua volontà buona e perfetta. E mentre viviamo nel presente, facci guardare al futuro. Fa’ che attendiamo con speranza il giorno in cui ogni ginocchio si piegherà e ogni lingua confesserà che tu sei il Signore, a gloria di Dio Padre. A te, Cristo Re, appartengono la gloria, il dominio e la potenza, ora e sempre. Amen.
Paolo Castellina, 13 novembre 2025