È possibile vedere… ed essere ciechi? (Gv. 9)

Domenica 15 marzo 2026 – Quarta domenica di Quaresima

[Culto completo con predicazione, 62′ 16″)

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Ci sono molti modi di essere ciechi

Essere non vedenti o ipovedenti è una condizione che sfida molte persone ancora oggi per le difficoltà che impone alla loro vita quotidiana. Oltre, però, alla cecità fisica, esiste una diffusa cecità che impedisce a molte più persone di vedere il mondo quale esso è veramente. La potremmo chiamare: cecità della mente e del cuore. Si tratta di una cecità che non dipende dagli occhi, ma dal modo in cui interpretiamo la realtà, dal modo in cui giudichiamo ciò che accade davanti a noi. Spesso, infatti, quel che diciamo di “vedere” è solo il mondo immaginato dalla nostra fantasia o convenienze immediate, oppure quello che ci è imposto dalle fallaci narrazioni di chi detiene il potere ed al quale crediamo. Vivere in una sorta di “realtà virtuale” può avere conseguenze molto gravi per noi stessi e per gli altri.

Il capitolo 9 del vangelo secondo Giovanni racconta la storia di un uomo nato cieco. Un uomo che non aveva mai visto la luce del giorno, i volti delle persone, i colori della terra. Gesù lo incontra, e compie su di lui un miracolo straordinario: gli apre gli occhi, gli permette di avere il dono della vista. Leggendo attentamente, però, questo racconto ci accorgiamo che il vero miracolo non è soltanto la guarigione di un cieco. Nel corso della storia qui raccontata succede qualcosa di paradossale. L’uomo che era nato cieco comincia a vedere sempre più chiaramente, non solo con gli occhi fisici, ma anche con quelli spirituali. Vede l’identità di Gesù di Nazareth soppressa e nascosta alla maggior parte delle persone e giunge a confidare nella Sua Persona ed opera. Al contrario, persone per altro religiose, ma ostili a Gesù – maestri di religione, esperti della legge, le guide spirituali del popolo di quel tempo – diventano sempre più incapaci di riconoscere la verità: il loro cuore, la loro mente si indurisce sempre di più verso Gesù privandosi così dei benefici che Egli era venuto a portare al mondo.

Alla fine del racconto evangelico Gesù pronuncia parole sorprendenti, paradossali: “Io sono venuto per mettere il mondo di fronte a un giudizio; così quelli che non vedono vedranno, e quelli che vedono diventeranno ciechi” (v. 39). Il capitolo 9 del vangelo secondo Giovanni, dunque, non parla soltanto di un miracolo. Parla di noi. Parla della possibilità che una persona abbia occhi perfettamente funzionanti e tuttavia non riesca a vedere la verità. Parla delle molte forze che possono accecare la mente umana: il peccato, l’orgoglio, la pressione dell’ambiente, i pregiudizi radicati.

Prima di ascoltare la lettura di questo racconto, dunque, vale la pena porsi una domanda semplice e inquietante: è possibile essere convinti di vedere, e tuttavia essere ciechi? Ascoltiamo ora il racconto che l’evangelista Giovanni ci ha lasciato.

Il racconto evangelico

Passando vide un uomo che era cieco fin dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: ‘Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?’. Gesù rispose: ‘Non hanno peccato né lui né i suoi genitori, ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato, mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo”. Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva, ne spalmò gli occhi del cieco e gli disse: ‘Va’, làvati nella vasca di Siloe (che significa ‘Mandato’)’. Egli dunque andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Perciò i vicini e quelli che l’avevano visto prima, perché era mendicante, dicevano: ‘Non è questi colui che stava seduto a chiedere l’elemosina?’. Alcuni dicevano: ‘È lu’. Altri dicevano: ‘No, ma gli somiglia’ Egli diceva: ‘Sono io’. Allora essi gli domandarono: ‘Com’è che ti sono stati aperti gli occhi?’. Egli rispose: ‘Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me ne ha spalmato gli occhi e mi ha detto: ‘Va’ a Siloe e làvati’. Io quindi sono andato, mi sono lavato e ho recuperato la vista’. Ed essi gli dissero: ‘Dov’è costui?’. Egli rispose: ‘Non so’. Condussero dai farisei colui che era stato cieco. Ora era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi. I farisei dunque gli domandarono di nuovo anche loro come egli avesse recuperato la vista. Ed egli disse loro: ‘Egli mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo’. Perciò alcuni dei farisei dicevano: ‘Quest’uomo non è da Dio perché non osserva il sabato’. Ma altri dicevano: ‘Come può un uomo peccatore fare tali miracoli?’. E vi era disaccordo fra loro. Essi dunque dissero di nuovo al cieco: ‘E tu, che dici di lui, poiché ti ha aperto gli occhi?’. Egli rispose: ‘È un profeta’. I Giudei dunque non credettero che lui fosse stato cieco e avesse recuperato la vista, finché non ebbero chiamato i genitori di colui che aveva recuperato la vista, e li ebbero interrogati così: ‘È questo vostro figlio che dite essere nato cieco? Come mai dunque ora ci vede?’ I suoi genitori risposero: ‘Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco, ma come ora ci veda, non lo sappiamo né sappiamo chi gli abbia aperto gli occhi; domandatelo a lui; egli è adulto, parlerà lui di sé’. I suoi genitori dissero questo perché avevano paura dei Giudei, poiché i Giudei avevano già stabilito che, se uno avesse riconosciuto Gesù come Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: ‘Egli è adulto, domandatelo a lui’. Essi dunque chiamarono per la seconda volta l’uomo che era stato cieco e gli dissero: ‘Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quell’uomo è un peccatore’. Egli rispose: ‘Se egli sia un peccatore, non so, una cosa so: che ero cieco e ora ci vedo’. Essi allora gli chiesero: ‘Che ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?’. Egli rispose loro: ‘Ve l’ho già detto e voi non avete ascoltato, perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?’. Essi lo insultarono e dissero: ‘Sei tu discepolo di costui, ma noi siamo discepoli di Mosè. Noi sappiamo che a Mosè Dio ha parlato, ma riguardo a costui non sappiamo di dove sia’. Quell’uomo rispose e disse loro: ‘Questo poi è strano: che voi non sappiate di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi! Si sa che Dio non ascolta i peccatori, ma, se uno è pio verso Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo non si è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se quest’uomo non fosse da Dio, non potrebbe fare nulla”. Essi risposero e gli dissero: ‘Tu sei tutto quanto nato nel peccato e insegni a noi?’. E lo cacciarono fuori. Gesù udì che l’avevano cacciato fuori e, trovatolo, gli disse: ‘Credi tu nel Figlio di Dio?’. Colui rispose: ‘Chi è, Signore, perché io creda in lui?’. Gesù gli disse:’Tu l’hai già visto; egli è colui che ti sta parlando’. Ed egli disse: “Signore, io credo”. E lo adorò. Gesù disse: “Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi’. Quelli dei farisei che erano con lui udirono queste cose e gli dissero: ‘Siamo ciechi anche noi?’. Gesù rispose loro: ‘Se foste ciechi, non avreste alcun peccato, ma, siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane’” (Giovanni 9:1-41).

Dopo aver ascoltato questo racconto, è difficile non rimanere colpiti dal suo paradosso centrale. Un uomo che non aveva mai visto la luce riceve la vista; e, nello stesso tempo, coloro che pensano di vedere con maggiore chiarezza diventano sempre più incapaci di riconoscere ciò che è evidente. Giovanni costruisce tutto il capitolo come un contrasto crescente: da una parte un uomo semplice che arriva progressivamente alla fede; dall’altra uomini religiosi e istruiti che si chiudono sempre più nella loro incredulità. Alla fine Gesù pronuncia il verdetto: coloro che non vedono possono ricevere la vista, ma coloro che pretendono di vedere rimangono nel loro peccato. Questo ci conduce alla domanda centrale del testo: quali sono le forze che possono accecare l’essere umano?

Peccato ed orgoglio

La prima di queste forze è ciò che la Bibbia chiama peccato. La Scrittura insegna che il peccato non è soltanto una serie di azioni sbagliate; esso è qualcosa che corrompe anche la mente e il cuore: una fondamentale ostilità verso il Dio vero e vivente, il Suo ordinamento e propositi. L’apostolo Paolo nelle sue lettere, parla di persone che hanno l’intelligenza ottenebrata e il cuore indurito. Questo significa che il problema umano non è soltanto morale, ma anche percettivo: il peccato distorce il modo in cui vediamo la realtà. Per questo molte persone possono ascoltare il messaggio di Cristo e tuttavia non percepirne la verità. Non è semplicemente una questione di informazioni o di istruzione. È una questione di cecità spirituale.

Nel racconto evangelico questa cecità appare con chiarezza nella fazione dei farisei. Essi sono persone religiose e, a loro modo, moralmente ineccepibili, studiosi della legge mosaica, guide spirituali del popolo. Se qualcuno avrebbe dovuto riconoscere l’opera di Dio, sarebbero stati loro. Eppure non riescono a farlo. Il motivo emerge nelle parole finali di Gesù: “Voi dite: noi vediamo”. La presunzione di possedere già la verità diventa un ostacolo alla verità stessa. L’orgoglio spirituale può rendere una persona impermeabile alla luce.

Questo ci ricorda che la religione, quando è dominata dall’orgoglio, può trasformarsi in una forma particolarmente pericolosa di cecità. Una persona può conoscere il linguaggio della fede, frequentare ambienti religiosi, discutere di dottrina, e tuttavia non riconoscere Cristo quando Egli si manifesta. Il capitolo non critica la religione in sé; denuncia piuttosto la sicurezza arrogante di chi pensa di possedere la luce e quindi non sente più il bisogno di riceverla.

Le pressioni sociali

Ma il racconto mostra anche che la cecità non è soltanto individuale. Esistono pressioni sociali che influenzano il modo in cui le persone vedono la realtà. Nel capitolo questo appare chiaramente nei genitori del cieco guarito. Essi sanno ciò che è accaduto, ma hanno paura di dirlo apertamente, perché temono di essere espulsi dalla sinagoga. La pressione dell’ambiente religioso e sociale condiziona ciò che una persona è disposta a riconoscere pubblicamente.

Questo elemento ci aiuta a comprendere che la percezione della verità non avviene mai in un vuoto neutrale. Ogni epoca ha le sue autorità culturali, le sue convinzioni dominanti, le sue narrazioni collettive. Anche nel tempo di Gesù esisteva un sistema religioso e politico capace di orientare l’opinione del popolo. Chi si opponeva a quel sistema rischiava isolamento, perdita di reputazione ed esclusione dalla comunità.

Se osserviamo attentamente la storia umana, vediamo che questi meccanismi non sono scomparsi. In ogni società esistono forze culturali che cercano di determinare il modo in cui le persone interpretano la realtà. I mezzi di comunicazione, le ideologie dominanti o le narrazioni imposte, le pressioni sociali possono influenzare profondamente ciò che una società considera vero o falso. Quando una narrativa dominante si impone con forza, anche fatti evidenti possono essere reinterpretati o negati.

Le conseguenze

Nel capitolo questo accade davanti ai nostri occhi. Un uomo nato cieco vede. È un fatto incontestabile. E tuttavia i farisei riescono comunque a negarne il significato. Essi partono da una conclusione già stabilita, un pregiudizio: quest’uomo non può venire da Dio. Una volta stabilito questo presupposto, ogni evidenza viene reinterpretata per difendere quella posizione. È un meccanismo che attraversa tutta la storia umana: quando un sistema di convinzioni diventa assoluto, la realtà stessa viene piegata per adattarsi ad esso.

Eppure, in mezzo a questa rete di cecità, il racconto ci presenta anche una testimonianza luminosa. L’uomo che è stato guarito non possiede argomenti sofisticati. Non è un esperto della legge. Non partecipa alle dispute teologiche dei farisei. Ma possiede qualcosa che nessuno può negare: l’esperienza della luce. Quando viene interrogato, egli risponde con parole semplicissime: “Ero cieco e ora vedo”.

Nel corso del racconto la sua comprensione cresce gradualmente. All’inizio parla di “un uomo chiamato Gesù”. Poi lo definisce “un profeta”. In seguito afferma che Egli viene da Dio. Infine, quando Gesù lo incontra di nuovo, egli lo riconosce come il Signore e lo adora. La sua vista fisica è stata aperta in un momento; la sua vista spirituale cresce passo dopo passo. È il cammino della fede.

Una necessità

Questo tema della vista spirituale ci rimanda a un altro dialogo importante nel vangelo di Giovanni: quello tra Gesù e il fariseo Nicodemo nel capitolo terzo. Nicodemo è anch’egli un uomo religioso, un maestro in Israele, ma sente che qualcosa gli sfugge. Per questo va da Gesù, anche se di notte e con prudenza. A lui Gesù dice parole sorprendenti: “Bisogna nascere di nuovo”. Non si tratta di un semplice invito morale, come se bastasse decidere di cambiare vita. È piuttosto una constatazione: senza una personale rinascita, operata dalla grazia di Dio, nessuno può “vedere” il regno di Dio, nessuno può vedere la rilevanza della Persona e dell’opera di Gesù.

In altre parole, la vista spirituale non è prodotta dallo sforzo umano. È il risultato di un’opera sovrana di Dio che rinnova il cuore e apre gli occhi dello spirito. Questo non significa che tutte le persone arrivino alla fede nello stesso modo o con la stessa rapidità. Alcuni, come il cieco guarito, passano attraverso un percorso progressivo. Altri, come Nicodemo, iniziano con domande, con una ricerca cauta e talvolta timida. E tuttavia, anche in questi percorsi graduali, è Dio che opera.

Questo ci ricorda anche che la grazia di Dio può sorprendere dove meno ce lo aspetteremmo. Tra i farisei che appaiono così ostili nel capitolo non è impossibile che qualcuno cominci segretamente a riflettere. Lo stesso Nicodemo, che all’inizio appare incerto e prudente, più avanti nel vangelo difenderà Gesù e infine parteciperà alla sua sepoltura. A volte la luce comincia a penetrare lentamente, come l’alba che illumina gradualmente il cielo.

Il gesto compiuto da Gesù nel miracolo stesso è significativo. Egli prende del fango e lo spalma sugli occhi del cieco prima di mandarlo a lavarsi. È un gesto semplice, quasi umile. Eppure diventa lo strumento attraverso cui la vista viene restituita. Così spesso opera Dio: usando mezzi apparentemente ordinari – una parola ascoltata, una testimonianza, una riflessione improvvisa – per aprire lentamente gli occhi di una persona.

Alla fine, dunque, questo racconto pone a ciascuno di noi una domanda personale. Non si tratta semplicemente di sapere se crediamo che il miracolo sia avvenuto. La domanda è più profonda: siamo disposti a riconoscere la nostra cecità davanti a Cristo? Oppure siamo tra coloro che dicono con sicurezza: “Noi vediamo”?  Il miracolo più grande non è che un uomo recuperi la vista. Il miracolo più grande è quando Dio apre gli occhi dello spirito e una persona comincia finalmente a vedere la verità.

Ed è proprio questo che il Vangelo annuncia: la luce è venuta nel mondo, e chi si incontra Cristo senza pregiudizi può passare dalle tenebre alla luce.

Conclusione

Abbiamo oggi così visto, attraverso questo racconto, che la vera cecità di cui parla il Vangelo non è quella degli occhi, ma quella dello spirito. Il peccato può oscurare la mente; l’orgoglio religioso può impedire di riconoscere la verità; le pressioni dell’ambiente e le convinzioni dominanti possono condizionare profondamente il modo in cui interpretiamo la realtà. E tuttavia abbiamo veduto anche l’altra faccia della storia: Dio è capace di aprire gli occhi. Talvolta lo fa improvvisamente, talvolta gradualmente, ma sempre attraverso la sua grazia che illumina il cuore umano.

La domanda, allora, non riguarda soltanto i personaggi del racconto. Riguarda ciascuno di noi. In quale posizione ci troviamo? Siamo come coloro che pensano di vedere già tutto e quindi non sentono il bisogno di ricevere luce? Oppure siamo disposti ad ammettere che abbiamo bisogno che Dio apra i nostri occhi? Quando ascoltiamo le parole di Cristo, quando leggiamo il Vangelo, quando vediamo l’opera di Dio nel mondo, siamo pronti a lasciarci interrogare, oppure difendiamo semplicemente le nostre convinzioni già stabilite?

Forse qualcuno che ascolta si trova proprio nel punto in cui si trovava Nicodemo: con domande sincere, con un desiderio di comprendere, ma ancora con molte incertezze. Il Vangelo ci mostra che anche questo può essere l’inizio di un cammino. L’importante è non chiudere gli occhi alla luce quando essa si presenta. Perché la promessa di Cristo rimane: chi riconosce di essere nelle tenebre e si rivolge a Lui può ricevere una vista nuova, e cominciare finalmente a vedere.

Preghiamo. Signore nostro Dio, Padre di luce, noi ti ringraziamo per la tua Parola che illumina le nostre menti e scruta i nostri cuori. Davanti a questo racconto riconosciamo quanto facilmente possiamo illuderci di vedere, mentre in realtà abbiamo bisogno che tu apra i nostri occhi. Liberaci dall’orgoglio che rende ciechi, dalla sicurezza che non lascia spazio alla tua verità, e da tutto ciò che nel nostro cuore oscura la luce del tuo Figlio. Ti preghiamo: opera tu, con la potenza del tuo Spirito, quella nuova nascita di cui parla il Vangelo. Apri gli occhi dello spirito, rinnova la nostra mente, donaci un cuore disposto ad ascoltare e a credere. Come hai aperto gli occhi dell’uomo cieco, così illumina anche noi, affinché possiamo vedere la gloria di Cristo e riconoscerlo come il nostro Signore. E per coloro che ancora cercano, che si interrogano, che forse si avvicinano con timore o con molte domande, concedi la tua grazia paziente. Guida i loro passi verso la verità, fa’ che la tua luce li raggiunga e li conduca alla fede. A te, o Padre, che hai fatto risplendere la luce nelle tenebre, sia la gloria nei secoli, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Paolo Castellina, 6 marzo 2026

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