Domenica 22 marzo 2026 – Quinta domenica di Quaresima
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Invecchiare
Vorremmo evitare di pensarci, ma arrivati che siamo alla “terza età” bisogna essere saggi e riconoscere con realismo che, come dice la Scrittura: “I giorni dei nostri anni arrivano a settant’anni; o, per i più forti, a ottant’anni; e quel che ne fa l’orgoglio, non è che travaglio e vanità; perché passa presto, e noi ce ne voliamo via” (Salmo 90:10). Certo, per ogni persona la situazione è diversa: tutto dipende dalle proprie condizioni fisiche e situazioni in cui si trova, e certamente …non per tutti le maggiori avventure della propria vita cominciano come l’antico Abramo a 75 anni. Dio, infatti, lo aveva chiamato a lasciare la propria terra e parentado per realizzare un grande progetto: “‘In te saranno benedette tutte le famiglie della terra’. E Abramo se ne andò, come l’Eterno gli aveva detto (…) Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran” (Genesi 12:3-4). Nella Bibbia l’età di 75 anni non è vista come un tramonto, ma come l’inizio di qualcosa di importante, nel caso di Abramo di una missione, sottolineando che non è mai troppo tardi nella vita per un cambiamento anche radicale e costruttivo.
In ogni caso, Abraamo è considerato nella Scrittura “padre dei credenti”, ispiratore di tutti coloro che guardano alla propria vita dalla prospettiva di Dio con fiducia ed ubbidienza. Infatti, chiunque ha fede in Dio diventa “figlio” di Abraamo, il che rende quest’ultimo il padre spirituale di tutti i credenti nel Dio vero e vivente, indipendentemente dalla loro vocazione particolare. L’apostolo Paolo per questo chiama Abraamo “padre di tutti noi”. Egli, pur vedendo che il suo corpo era svigorito, “…fu fortificato per la sua fede dando gloria a Dio ed essendo pienamente convinto che, ciò che aveva promesso, egli era anche potente da effettuarlo” (Romani 4:20-21).
Di fronte, così, all’avanzare dell’età, considerando lo svigorimento del nostro corpo, persino gli algoritmi pubblicitari di FaceBook e di YouTube ci sollecitano, spesso con importunità, a fare esercizi fisici orientali mirati, nel mio caso, ai settantenni per preservare la propria salute ed efficienza resistendo alla nostra naturale pigrizia.
Il testo biblico
Gli esercizi fisici ed anche mentali, però, sono gli unici che noi dobbiamo fare? Non secondo l’insegnamento biblico. Ecco che cosa raccomanda la prima lettera dell’apostolo Paolo a Timoteo:
“Esponendo queste cose ai fratelli, tu sarai un buon ministro di Cristo Gesù, nutrito delle parole della fede e della buona dottrina che hai seguita da vicino. Ma schiva le favole profane e da vecchie, esercitati invece alla pietà, perché l’esercizio fisico è utile a poca cosa, mentre la pietà è utile a ogni cosa, avendo la promessa della vita presente e di quella a venire. Certa è questa parola e degna di essere pienamente accettata” (1 Timoteo 4:6-9).
Ottima raccomandazione, questa, nevvero? Certo, riguarda tutti, giovani ed anziani, ministri di Dio consacrati e non. Questa raccomandazione, però, l’ho trovata ribadita nell’opera “Un discorso sulla vecchiaia” di Richard Steele (1629-1692), valente teologo puritano inglese, opera da me recentemente tradotta in italiano [1]. Nel capitolo intitolato “Rimedi o preservativi contro la vecchiaia” parla dei “mezzi per prevenirla o ritardarla”. Ed afferma:
“Benché nessuna arte o cura possa impedire del tutto il suo arrivo, si possono tuttavia adottare rimedi efficaci per rinviare il suo corso. I più potenti fra questi sono due: la pietà, la sobrietà”, ed aggiunge: “Con il termine pietà intendo una vita condotta nella fede e nel timore di Dio, nell’obbedienza alle sue leggi e nella costanza del servizio a Lui reso. Questa è quella “pietà” di cui parla l’apostolo Paolo, (…). Essa è il migliore antidoto contro il veleno del peccato, che ha infettato la nostra natura e la spinge verso la vecchiaia e la morte. (…) È vero che anche uomini empi e dissoluti talvolta vivono a lungo, mentre alcuni pii muoiono giovani; ma la regola generale della Provvidenza resta certa: ‘Se camminerai nelle mie vie e osserverai i miei comandamenti, io prolungherò i tuoi giorni’ (1 Re 3:14). Il Signore, che è datore e conservatore della vita, ci dà nella Sua Parola la più sicura “prescrizione” per mantenerla”.
Che cosa significa “esercitarci nella pietà”? L’espressione dell’apostolo Paolo “esercitarsi nella pietà” fa usa il verbo dell’allenamento atletico (γύμναζε), indicando una disciplina intenzionale e costante della vita spirituale. Non si tratta di un sentimento religioso passeggero, ma di una forma di vita che si coltiva giorno dopo giorno davanti a Dio.
1. Nutrirsi della verità di Dio
La prima forma di esercizio spirituale consiste nel nutrirsi della Parola di Dio. Paolo dice che il buon ministro è “nutrito delle parole della fede e della buona dottrina”. L’immagine è molto concreta: come il corpo ha bisogno di alimento quotidiano per non indebolirsi, così l’anima ha bisogno della verità di Dio per rimanere viva e vigorosa. Senza questo nutrimento spirituale, la fede inevitabilmente si indebolisce e diventa superficiale.
Questo nutrimento non riguarda soltanto i ministri consacrati dell’Evangelo, ma ogni credente. La pietà cristiana nasce quando la mente e il cuore vengono continuamente esposti alla Parola di Dio: leggendo la Scrittura, meditandola, ascoltandola predicata e lasciando che illumini le scelte della vita. Per questo i credenti sono esortati a diventare, per così dire, persone che vivono nella Scrittura, come la radice dell’albero del Salmo 1 affonda continuamente nell’acqua viva.
2. Discernere e rifiutare ciò che svuota la fede
Quando l’apostolo Paolo esorta Timoteo a evitare le “favole profane e da vecchie donne” (1 Timoteo 4:7), egli usa un’espressione proverbiale che circolava nel linguaggio comune del mondo greco. Non era un attacco alle donne anziane, né un disprezzo per l’età avanzata — la Scrittura altrove onora esplicitamente la vecchiaia come segno di dignità e saggezza (si pensi a Proverbi 16:31). L’espressione indicava piuttosto racconti superstiziosi, credenze popolari o discorsi religiosi senza fondamento, simili a quelle storie tramandate informalmente nelle conversazioni quotidiane. In altre parole, Paolo sta parlando di religiosità superficiale fatta di parole, non di verità.
Queste “favole” non erano semplicemente racconti innocui, ma idee che distraggono dalla sostanza della fede. Nel contesto delle lettere pastorali, si trattava spesso di speculazioni religiose, genealogie interminabili, regole ascetiche artificiali o insegnamenti che promettevano una spiritualità più elevata ma che in realtà allontanavano dal cuore dell’Evangelo. Il problema non era tanto l’immaginazione religiosa quanto il fatto che tali discorsi occupavano il posto della verità rivelata, alimentando curiosità invece che fede e discussioni invece che trasformazione spirituale.
Se trasportiamo questo principio nel nostro tempo, non è difficile riconoscere fenomeni analoghi. Anche oggi esiste una grande quantità di discorsi religiosi che circolano facilmente — nei libri, nei media, nei social — ma che non edificano veramente la fede. Possono essere teorie spirituali alla moda, interpretazioni fantasiose della Bibbia, promesse di benessere miracoloso, o interminabili polemiche teologiche che producono più calore che luce. Sono discorsi che sembrano profondi ma che in realtà non portano alla conoscenza di Dio né alla santità della vita.
Ecco perché Paolo contrappone a queste “favole” l’esercizio della pietà. Il credente maturo non si lascia affascinare da ogni novità religiosa o speculazione curiosa; egli impara a distinguere ciò che nutre realmente la fede da ciò che la disperde. Invece di riempire la mente di discorsi vani, egli concentra la propria attenzione su ciò che costruisce la vita spirituale: la Parola di Dio, la preghiera, la comunione con il Signore e l’obbedienza quotidiana. Così la fede non rimane intrappolata in chiacchiere religiose, ma cresce in una vita reale davanti a Dio.
3. Coltivare una disciplina spirituale quotidiana
Quando Paolo dice: “esercitati alla pietà”, usa il linguaggio dell’allenamento. Come l’atleta non diventa forte con uno sforzo occasionale ma con una pratica costante, così la vita cristiana richiede abitudini spirituali regolari. La pietà non è un entusiasmo momentaneo, ma una disciplina che si forma lentamente nel tempo.
Questa disciplina include quelle pratiche che la tradizione cristiana ha sempre considerato fondamentali: la preghiera, la meditazione della Parola, il culto, la confessione del peccato e la comunione fraterna. Attraverso questi mezzi ordinari Dio plasma il carattere del credente. Proprio come l’esercizio fisico rafforza i muscoli, così questi esercizi spirituali rafforzano la fede e mantengono il cuore sensibile alla presenza di Dio.
4. Vivere ogni cosa alla presenza di Dio
La pietà non riguarda soltanto momenti religiosi particolari, ma l’intera orientazione della vita verso Dio. La parola greca tradotta come “pietà”, cioè εὐσέβεια indica infatti una vita vissuta con reverenza davanti al Signore. Non è una spiritualità confinata al culto domenicale, ma una consapevolezza continua della presenza di Dio in ogni ambito dell’esistenza.
Questo significa che la pietà si manifesta nelle cose più ordinarie della vita: nel modo di parlare, nelle relazioni, nel lavoro, nelle decisioni morali. Il credente impara progressivamente a vedere tutta la propria vita come vissuta coram Deo, davanti al volto di Dio. Quando questa consapevolezza cresce, anche gli anni che avanzano non impoveriscono la vita spirituale, ma possono renderla più profonda e più matura.
5. Orientare la vita verso l’eternità
Infine, Paolo dice che la pietà ha “la promessa della vita presente e di quella futura”. Qui appare la prospettiva più ampia della vita cristiana. L’esercizio fisico ha benefici limitati e temporanei; la pietà invece forma una vita che ha valore anche oltre la morte. Essa prepara l’anima alla comunione eterna con Dio.
Questo non significa disprezzare la vita presente, ma viverla con una prospettiva più ampia. La pietà rende la vita attuale più stabile, più pacifica e più significativa, perché la collega al destino eterno dell’essere umano. Così, mentre il corpo inevitabilmente invecchia, la persona interiore può continuare a rinnovarsi e a crescere. In questo senso la pietà è davvero il vero segreto di una giovinezza spirituale che non tramonta.
Conclusione: invecchiare nel corpo, rinnovarsi nello spirito
Il passare degli anni è una realtà dalla quale nessuno può sottrarsi. Come ricordavamo all’inizio, la Scrittura parla con grande realismo della brevità della vita: gli anni scorrono veloci, le forze fisiche diminuiscono e il corpo inevitabilmente si indebolisce. Anche quando cerchiamo di mantenerci in salute con esercizi e cure, resta vero ciò che dice l’apostolo: “l’esercizio fisico è utile a poca cosa”. Tuttavia il messaggio cristiano non è pessimista. Accanto a questa realtà naturale della vita esiste una promessa straordinaria: mentre il corpo invecchia, la persona interiore può rinnovarsi continuamente. È proprio ciò che leggiamo in 2 Corinzi 4:16: “Perciò non ci scoraggiamo; ma anche se il nostro uomo esteriore si disfa, pure quello interiore si rinnova di giorno in giorno”.
È in questo senso che l’esortazione di Paolo diventa particolarmente preziosa: “esercitati alla pietà”. Non possiamo fermare il tempo, ma possiamo coltivare una vita spirituale che cresce e si rafforza con il passare degli anni. Nell’introduzione ricordavamo le parole del teologo puritano Richard Steele, il quale affermava che tra i rimedi per ritardare gli effetti della vecchiaia due sono particolarmente potenti: la pietà e la sobrietà. Egli non intendeva promettere una vita senza limiti o senza malattie, ma ricordare una verità spirituale profonda: una vita orientata verso Dio conserva freschezza, lucidità e vigore interiore anche quando il corpo perde forza.
Se guardiamo allora ai punti che abbiamo considerato nel nostro testo, vediamo delinearsi una sorta di programma di rinnovamento spirituale. Primo: nutrirsi continuamente della verità di Dio, perché la fede vive della Parola. Secondo: imparare a discernere e rifiutare i discorsi vuoti e le “favole” che distraggono dalla sostanza dell’Evangelo. Terzo: coltivare una disciplina spirituale quotidiana, proprio come un atleta si allena con costanza. Quarto: vivere tutta la propria esistenza alla presenza di Dio, riconoscendo che ogni ambito della vita appartiene al Signore. Quinto: mantenere lo sguardo rivolto all’eternità, ricordando che la pietà ha promessa non solo per la vita presente ma anche per quella futura.
Questi principi possono diventare molto concreti nella vita quotidiana. Significa, ad esempio, dedicare ogni giorno un tempo alla lettura e alla meditazione della Scrittura; coltivare una vita di preghiera semplice ma fedele; partecipare con perseveranza al culto e alla comunione della chiesa; custodire il cuore da quelle parole e influenze che svuotano la fede; e imparare a vedere ogni stagione della vita come un’occasione per camminare più profondamente con Dio. Non sono esercizi spettacolari, ma sono gli strumenti ordinari attraverso i quali il Signore rinnova il nostro uomo interiore.
Così il credente può affrontare serenamente anche l’avanzare degli anni. Il corpo può indebolirsi, ma la fede può diventare più forte; le energie possono diminuire, ma la speranza può diventare più luminosa; il tempo che resta può essere meno, ma la comunione con Dio può diventare più profonda. In questo senso la pietà è davvero, come dice l’apostolo, “utile a ogni cosa”. Essa ci accompagna nella vita presente e ci prepara per quella a venire, finché il giorno in cui la debolezza del corpo sarà finalmente sostituita dalla pienezza della vita eterna.
Preghiamo. O Signore nostro Dio, Padre misericordioso, ti ringraziamo perché nella tua Parola ci hai ricordato che, anche se il nostro uomo esteriore si indebolisce e gli anni passano rapidamente, tu rinnovi giorno dopo giorno la persona interiore di coloro che confidano in te. Tu conosci la fragilità della nostra vita, la stanchezza del nostro corpo e le preoccupazioni che spesso accompagnano il passare del tempo. Eppure nella tua grazia ci offri una speranza più grande di ogni debolezza: la promessa della vita che è in Cristo. Ti preghiamo, Signore, insegnaci ad esercitarci nella vera pietà. Donaci fame e sete della tua Parola, affinché le parole della fede e della buona dottrina nutrano la nostra anima. Preservaci dai discorsi vuoti, dalle illusioni religiose e da tutto ciò che distrae il nostro cuore dalla semplicità dell’Evangelo. Rendici persone sobrie, vigilanti e fedeli, che cercano la tua volontà in ogni cosa. Concedici anche la grazia di una disciplina spirituale perseverante. Quando siamo tentati dalla pigrizia o scoraggiati dalla debolezza, ricordaci che tu operi nella vita di coloro che ti cercano con sincerità. Fa’ che la nostra preghiera sia sincera, che la meditazione della Scrittura illumini i nostri pensieri, e che tutta la nostra vita sia vissuta alla tua presenza. Signore, mentre gli anni avanzano e il corpo si affatica, donaci un cuore sempre più giovane nella fede. Fa’ che la nostra fiducia in te diventi più profonda, la nostra speranza più salda e il nostro amore più sincero. Come il tuo servo Abramo, rendici pienamente convinti che tu sei potente da compiere tutto ciò che hai promesso. E così, Padre nostro, accompagnaci nel tempo presente e preparaci per la vita futura che hai promesso a coloro che ti appartengono. A te sia la gloria, ora e sempre, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Paolo Castellina, 13 marzo 2026.
Note
[1] Richard Steele, Discorso sulla vecchiaia, in: https://www.tempodiriforma.it/mw/index.php?title=Letteratura/Un_discorso_sulla_vecchiaia