Domenica 4 gennaio 2026 – Seconda domenica dopo Natale e prima del nuovo anno
[Servizio di culto completo con predicazione, 57′ 32″]
[Solo predicazione, 29′ 40″]
I presupposti degli auguri
All’inizio di un nuovo anno ci scambiamo auguri quasi automaticamente. “Buon anno”, “ogni bene per l’anno nuovo”, “che il Signore ti benedica”. Sono parole che scorrono facili. Talvolta sono solo una formalità, ma per molti sono indubbiamente sincere: vogliamo il meglio per i nostri familiari e amici, e per noi stessi. Proprio perché sono frasi abituali, esse rischiano però di restare indefinite. Che cosa stiamo davvero augurando? Un anno tranquillo? Meno problemi del precedente? Salute, stabilità, serenità, pace, qualche soddisfazione in più? Certo, tutto questo è comprensibile. Ma resta una domanda ulteriore: da dove ci aspettiamo che provengano queste benedizioni? Anche questo spesso rimane vago.
Talvolta si dice – o si pensa – “che la sorte ci sia propizia”, oppure si presuppone l’esistenza di forze misteriose, capricciose, da ingraziarsi o da tenere buone. È il modo di pensare di molte religioni antiche, e non solo antiche. Anche i pagani si scambiavano auguri in questo senso, e non a caso il termine stesso “auguri” nasce in quel contesto. Ma è davvero la stessa cosa nel quadro della fede cristiana? Oppure, sotto parole apparentemente simili, si nasconde una concezione radicalmente diversa della benedizione?
Anche l’apostolo Paolo, nell’apertura della sua lettera ai cristiani di Efeso, parla di benedizioni. Ma non si tratta di desideri vaghi o di auspici incerti. Per lui – e per coloro ai quali scrive – le benedizioni hanno un fondamento preciso, già attuale e al tempo stesso proiettato nel futuro. Qui sta la differenza decisiva rispetto agli “auguri” comuni. Paolo non parla di benedizioni future, ipotetiche, legate all’andamento della vita, ma di una benedizione già ricevuta, definita con parole precise e, per certi versi, persino scomode: “ogni benedizione spirituale, nei luoghi celesti, in Cristo”. È come se dicesse: prima di augurarvi qualcosa, ricordatevi dove siete già stati collocati da Dio come discepoli di Cristo. La questione, anche per noi, è dunque questa: dove ci troviamo dal punto di vista spirituale? Quali sono le precondizioni, i presupposti, la vera sostanza del bene che auspichiamo?
Nel testo che stiamo per esaminare emerge così un elemento volutamente provocatorio. Paolo specifica, come vedremo, che queste benedizioni sono “nei luoghi celesti”. Lo fa anche per “vaccinare”, per così dire, le comunità cristiane contro due tentazioni sempre ricorrenti. La prima è il materialismo religioso: misurare la benedizione di Dio in termini di successo visibile, risultati, benessere, protezione dagli urti della vita. La seconda potrebbe anche essere il trionfalismo politico o culturale: l’idea, spesso inconsapevole, che il Regno di Dio debba manifestarsi soprattutto attraverso strutture forti, consenso, influenza, vittorie storiche. In entrambi i casi, la benedizione viene ricondotta a ciò che si vede, si conta, si controlla. Paolo sposta deliberatamente il baricentro: ricorda alla comunità cristiana che la sua vera ricchezza non è misurabile con i criteri di questo mondo, perché è custodita là dove Cristo regna. E questo cambia radicalmente il senso dei nostri auguri. Forse l’anno che viene non sarà facile. Forse non andrà come speriamo. Ma se siamo in Cristo, la benedizione fondamentale non è in bilico: è già al sicuro. Ed è da lì, da quella realtà celeste, che possiamo imparare a guardare con verità e libertà tutto ciò che ci attende.
Efesini 1:3 nel contesto della grande lode iniziale
Ascoltiamo allora che cosa dice l’Apostolo nel capitolo primo della sua lettera. Parla essenzialmente di benedizioni già ricevute in Cristo. Non auspicabili, ma certe e da godere fin da oggi. Di che cosa si tratta?
“Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il quale ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo, in lui ci ha eletti, prima della creazione del mondo, perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui nell’amore, avendoci predestinati a essere adottati, per mezzo di Gesù Cristo, come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà: a lode della gloria della sua grazia, che egli ci ha concesso nell’Amato suo. Poiché in lui noi abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, della quale egli è stato abbondante verso di noi, dandoci ogni sorta di sapienza e di intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che egli aveva già prima in sé stesso formato, per tradurlo in atto nella pienezza dei tempi; esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nei cieli, quanto quelle che sono sulla terra. In lui, dico, nel quale siamo pure stati fatti eredi, a ciò predestinati secondo il proposito di colui che opera tutte le cose secondo il consiglio della propria volontà, affinché fossimo a lode della sua gloria, noi, che per i primi abbiamo sperato in Cristo. In lui voi pure, dopo aver udito la parola della verità, l’evangelo della vostra salvezza, avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati, a lode della sua gloria” (Efesini 1:3-14).
Queste parole non sono una lista disordinata di privilegi, né una serie di concetti astratti messi uno accanto all’altro. Paolo sta intonando un grande inno di lode a Dio che segue un movimento chiaro e intenzionale. Parte da Dio Padre, passa attraverso l’opera del Figlio e culmina nel dono dello Spirito Santo. Tutto è “in Cristo”: l’elezione, l’adozione, la redenzione, il perdono, la speranza, l’eredità. E tutto converge verso un unico scopo, che ritorna come un ritornello: “a lode della sua gloria”. Prima ancora di chiederci che cosa questo testo significhi per il nostro nuovo anno, siamo chiamati a riconoscere che esso ci colloca dentro un disegno molto più grande di noi, eterno, coerente, sicuro. È da questa visione dall’alto che Paolo ci invita a comprendere che cosa siano davvero le “benedizioni” di cui parla, e perché esse non dipendano dalle circostanze, ma dalla fedeltà di Dio.
1. Benedizioni già ricevute, non semplici auguri per il futuro
La prima cosa che Paolo chiarisce è che le benedizioni di cui parla non sono auspici, ma realtà già donate. Lo dice con decisione: “ci ha benedetti”. Non ci benedirà, non speriamo che ci benedica, ma ci ha benedetti. Questo cambia radicalmente il modo in cui guardiamo al tempo che si apre davanti a noi. L’anno nuovo, con le sue incognite, non è il luogo in cui dobbiamo conquistare la benedizione di Dio, né il banco di prova per meritare il Suo favore. Paolo parte dal fatto compiuto: Dio ha già agito, ha già parlato, ha già donato, e lo ha fatto in Cristo.
Questo non significa che il futuro sia irrilevante, ma che non è più il fondamento della nostra speranza. Le benedizioni cristiane non dipendono dall’andamento dell’anno, dalla salute, dalla stabilità o dal successo. Sono certe perché poggiano su ciò che Dio ha fatto una volta per tutte in Cristo Gesù. In questo senso, Paolo ci libera da un modo ansioso e condizionato di vivere la fede: non entriamo nel nuovo anno per vedere se Dio ci benedirà, ma sapendo di essere già benedetti. È da questa certezza che possiamo affrontare ciò che verrà, senza illusioni ma anche senza paura.
2. Benedizioni spirituali: non meno reali, ma di un altro ordine
Paolo precisa poi subito la natura di queste benedizioni: sono “benedizioni spirituali”. Questo non significa che siano vaghe, interiori o irreali, come se fossero una consolazione psicologica per chi non ottiene nulla di concreto. Al contrario, “spirituale” indica qui la loro origine e il loro ambito: vengono da Dio e sono comunicate dallo Spirito Santo. Sono benedizioni che toccano ciò che siamo nel profondo: il nostro rapporto con Dio, la nostra identità, il nostro status davanti a Lui. Elezione, adozione, redenzione, perdono, eredità: non sono idee astratte, ma realtà che definiscono chi siamo, prima ancora di ciò che viviamo.
Proprio perché siamo abituati a misurare il bene in termini visibili, queste benedizioni possono apparire secondarie o insufficienti. Ma Paolo rovescia la prospettiva: esse sono più fondamentali, non meno. Le benedizioni terrene possono cambiare, venire meno, essere tolte; quelle spirituali no, perché non dipendono dalle circostanze ma dalla grazia di Dio. Paolo ci invita così a distinguere tra ciò che accompagna la vita e ciò che la fonda. Le benedizioni spirituali non eliminano i bisogni concreti, ma impediscono che essi diventino l’ultima misura della bontà di Dio.
3. Nei luoghi celesti: dove sono custodite le vere benedizioni
Paolo aggiunge un dettaglio che non è affatto secondario: queste benedizioni sono “nei luoghi celesti”. Che vuol dire? Non dice semplicemente che vengono dal cielo, né che ci attendono un giorno in cielo, ma che sono collocate lì, nella sfera in cui Cristo ora regna. I “luoghi celesti” indicano la realtà inaugurata dalla risurrezione e dall’esaltazione di Gesù: il luogo della sua signoria, della sua vittoria, della sua autorità. Dire che siamo benedetti lì significa che la nostra vita, pur svolgendosi ancora sulla terra, è già ancorata a un’altra dimensione, più stabile e più vera di quella oggi visibile.
Questo ha una forza profondamente correttiva. Paolo ci ricorda che la benedizione fondamentale del cristiano non è esposta alle oscillazioni della storia, né dipende dagli equilibri culturali, politici o personali. Non è custodita nelle strutture del mondo, né garantita dal successo, né minacciata dal fallimento. È custodita là “dove Cristo regna”. Per questo la comunità cristiana può attraversare tempi favorevoli e tempi difficili senza perdere ciò che la definisce. Viviamo ancora quaggiù, con le nostre fragilità e le nostre responsabilità, ma non siamo più confinati a questa sola prospettiva. Guardare al nuovo anno alla luce dei “luoghi celesti” significa imparare a leggere il presente dal punto di vista del Cristo risorto, e non soltanto da quello delle circostanze.
4. In Cristo: il fondamento unico e sicuro di ogni benedizione
Paolo non lascia spazio a equivoci: tutto ciò che ha detto vale “in Cristo”. Questa espressione attraversa l’intero brano come una spina dorsale: elezione, adozione, redenzione, perdono, eredità, sigillo dello Spirito… tutto è legato alla persona e all’opera di Gesù. Le benedizioni non sono qualità che possediamo in noi stessi, né premi per una vita riuscita, né risorse da amministrare autonomamente. Esse ci appartengono solo perché apparteniamo a Cristo. La nostra sicurezza non sta nella forza della nostra fede, ma nella solidità del legame che Dio stesso ha stabilito con il suo Figlio.
Questo ha conseguenze decisive per la vita cristiana, soprattutto all’inizio di un nuovo anno. Se la benedizione fosse in noi, potremmo perderla; se dipendesse da ciò che facciamo, potremmo comprometterla; se fosse legata alle circostanze, potremmo vederla svanire. Ma poiché è “in Cristo”, essa è tanto stabile quanto lo è Cristo stesso. Questo non elimina le responsabilità, né rende la vita facile, ma libera dalla paura di doverci guadagnare continuamente il favore di Dio. Entriamo nel futuro non come persone in bilico, ma come persone radicate in un rapporto che Dio non revoca.
Una parola per chi è scoraggiato… e per chi ancora cerca
Ecco così, in questo testo, una parola parla anzitutto a chi entra nel nuovo anno con stanchezza o scoraggiamento. Forse guardando indietro vedi promesse mancate, fatiche non risolte, preghiere che sembrano rimaste senza risposta. Paolo non nega la durezza del cammino, ma ci ricorda dove si trova la verità più profonda sulla nostra vita. Se sei in Cristo, la tua benedizione non è stata sospesa, ridotta o revocata. Anche quando tutto sembra fragile quaggiù, ciò che ti definisce è custodito “nei luoghi celesti”. Non sei meno benedetto perché sei provato; non sei meno amato perché sei debole. Il tuo presente può essere difficile, ma il tuo fondamento resta saldo.
Ma questo testo parla anche a chi non ha ancora trovato un fondamento stabile per la propria vita. Forse cerchi sicurezza nelle circostanze, nel successo, nelle relazioni, o semplicemente speri che il prossimo anno vada meglio del precedente. Paolo ci mette davanti a una domanda decisiva: dove è custodita la tua speranza? Se tutto ciò che ti sostiene è materiale, prima o poi vacillerà. L’Evangelo annuncia invece una benedizione che non nasce dalla sorte, né dallo sforzo umano, ma da una relazione: essere in Cristo. È lì che la vita trova un fondamento che non delude, perché non dipende da noi, ma dalla grazia di Dio.
Conclusione
Tutto ciò che abbiamo considerato converge in un punto solo, che è la vera chiave della vita cristiana: “essere in Cristo”. Non semplicemente credere qualcosa su di Lui, né ispirarsi ai suoi insegnamenti, ma vivere in comunione con Lui, essere concretamente suoi discepoli, partecipare alla sua vita, essere collocati dove Egli è. È questa unione che rende sicure le benedizioni, che dà consistenza alla speranza, che permette di attraversare il tempo senza esserne travolti. Giovanni Calvino lo esprime con chiarezza quando afferma che, finché Cristo rimane fuori di noi, tutto ciò che ha compiuto per la salvezza del genere umano “rimane inutile e senza valore per noi”. Tutto ciò che vale davvero, tutto ciò che dura, dipende da questa comunione viva e reale.
Per questo l’Evangelo non ci invita anzitutto a migliorare la nostra vita, ma a cambiare prospettiva. A imparare a guardare noi stessi, il tempo, le prove e le speranze a partire da Cristo. I Puritani amavano dire che il credente è una persona che vive sulla terra con il cuore già in cielo, non per fuggire dal mondo, ma per non esserne prigioniero. Essere “nei luoghi celesti in Cristo” significa proprio questo: affrontare il presente con realismo, ma senza disperazione; impegnarsi nel mondo, ma senza assolutizzarlo; desiderare il bene, ma senza confondere il bene con ciò che semplicemente passa.
All’inizio di questo nuovo anno, l’appello che scaturisce da questa parola è semplice e radicale insieme: metti la tua vita nella prospettiva di Cristo. Non cercare altrove ciò che solo in Lui può essere trovato. Non affidare la tua speranza a ciò che il tempo può togliere. In Cristo, Dio ci ha già benedetti di ogni benedizione che conta davvero. Vivere in comunione con Lui significa scoprire che, qualunque cosa l’anno porti, ciò che è essenziale non è in pericolo. Ed è da questa certezza, e solo da questa, che nasce una vita libera, riconoscente e salda, a lode della gloria della sua grazia.
Preghiamo. Signore Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ti benediciamo perché, nella tua grazia, ci hai già benedetti in Cristo di ogni benedizione che conta davvero. Spesso entriamo nel tempo che ci sta davanti con timore o con aspettative confuse; riconduci i nostri cuori a ciò che è saldo, certo, duraturo. Insegnaci a vivere questo nuovo anno nella comunione con il tuo Figlio, a guardare noi stessi, le nostre prove e le nostre speranze dalla prospettiva della sua signoria. Quando siamo scoraggiati, ricordaci dove è custodita la nostra vita; quando siamo tentati di confidare in ciò che passa, riportaci a ciò che rimane. Per chi già ti appartiene, rafforza la fede e rinnova la gioia della grazia ricevuta. Per chi ancora cerca un fondamento sicuro, dona luce, umiltà e fiducia per rivolgersi a Cristo. Conduci tutti noi a vivere a lode della gloria della tua grazia, oggi e in tutto il tempo che ci concederai. Amen.
Paolo Castellina, 25 dicembre 2025
Domande per la riflessione personale
- Quando auguro a qualcuno “buon anno” o “ogni bene”, che cosa intendo concretamente?
- In che misura la mia idea di benedizione è influenzata da criteri culturali o personali più che dalla prospettiva dell’Evangelo?
- Paolo afferma che Dio ci ha già benedetti in Cristo. In che modo questa certezza cambia il mio modo di guardare al futuro, alle incognite e alle paure che il nuovo anno porta con sé?
- Quali sono, nella mia vita, i criteri con cui misuro più spontaneamente la “benedizione” di Dio?
- Tendo a valutarla soprattutto in base a risultati visibili, stabilità, successo o riconoscimento?
- Che cosa significa per me, in termini concreti, vivere sapendo che la mia vita è custodita “nei luoghi celesti”?
- In quali situazioni questa prospettiva potrebbe cambiare il mio modo di reagire o di scegliere?
- Paolo ripete più volte l’espressione “in Cristo”. In che modo la mia fede è una comunione viva con Lui, e in che modo rischia talvolta di ridursi a convinzioni, abitudini o tradizioni?
- Guardando all’anno che si apre, dove sto cercando più profondamente sicurezza, significato e speranza?
- Che cosa mi invita oggi lo Spirito Santo a rimettere nella giusta prospettiva alla luce di Cristo?
Vedi anche lo schema: Che cosa significa: “il quale ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo”?