Il se, il come e il quando della promessa di Cristo di essere oggi “in mezzo ai suoi” 

Domenica 6 settembre 2026 – Servizio di culto evang. riformato

[Dialogo introduttivo]

[Servizio di culto completo con predicazione, 56′ 21]

[Solo predicazione, 25′]

Solo una bella frase consolante?  

Ci sono parole nei vangeli che, proprio perché le abbiamo sentite e ripetute tante volte, rischiano di perdere la loro forza. Una di queste è la promessa di Gesù: «Dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono lì in mezzo a loro». È nel vangelo di Matteo, capitolo 18, versetto 20. Questo è diventato quasi uno slogan della vita cristiana: quando pochi credenti si incontrano, quando una riunione è poco frequentata, quando ci si ritrova insieme per pregare o per parlare di Dio, si cita questo versetto per ricordarci che non importa quanti siamo, perché Gesù è presente.

Certamente vi è in questa affermazione una grande verità e una meravigliosa consolazione. Ma proprio per questo dobbiamo stare attenti a non banalizzarla. Gesù non sta pronunciando una formula magica che garantisca automaticamente la sua presenza ogni volta che due o tre persone si riuniscono e pronunciano il suo nome. La promessa contiene infatti una precisazione decisiva: «sono riuniti nel mio nome». Che cosa significa realmente? Significa che Cristo è presente soltanto quando siamo abbastanza numerosi, abbastanza sinceri o abbastanza devoti? Oppure significa qualcosa di molto più profondo? E, soprattutto, possiamo noi essere certi della presenza di Cristo semplicemente perché una chiesa, un’organizzazione religiosa, un gruppo o persino un movimento politico afferma di agire nel suo nome? Questa domanda è tutt’altro che teorica. La storia del Cristianesimo, come anche quella della società e della politica, ci mostra quanto facilmente il nome di Cristo possa essere utilizzato per conferire un’autorità quasi divina a decisioni, strutture e interessi puramente umani.

Prima, però, di guardare agli altri, dobbiamo rivolgere questa domanda a noi stessi: quando ci riuniamo nel culto familiare o domestico, ma anche come comunità cristiana, siamo davvero riuniti nel nome di Cristo? E se Cristo promette «io sono lì in mezzo a loro», siamo consapevoli di ciò che questa promessa comporta per noi, delle sue implicazioni? O rischiamo anche noi di trasformare la presenza del Signore in uno slogan, mentre continuiamo semplicemente a fare la nostra volontà? È su questa promessa – e sulle condizioni che essa stessa ci indica – che vogliamo oggi soffermarci.

Testo e contesto

Ascoltiamo il testo del vangelo: «Se poi tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e riprendilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello, ma, se non ti ascolta, prendi con te una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se rifiuta di ascoltarli, dillo alla chiesa e, se rifiuta di ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano. Io vi dico in verità che tutte le cose che avrete legate sulla terra, saranno legate nel cielo e tutte le cose che avrete sciolte sulla terra, saranno sciolte nel cielo. E anche in verità vi dico: Se due di voi sulla terra si accordano a domandare una cosa qualsiasi, quella sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli. Poiché dovunque due o tre sono riuniti nel nome mio, io sono lì in mezzo a loro» (Matteo 18:15-20).  

Prima di soffermarci sulla frase conclusiva, dobbiamo ricordare brevemente dove ci troviamo. Matteo 18 è, in larga misura, il capitolo nel quale Gesù insegna ai suoi discepoli come deve vivere la comunità di coloro che gli appartengono. Poco prima ha parlato dell’umiltà, della cura per i piccoli, della ricerca della pecora smarrita. E qui affronta una realtà inevitabile: anche fra i suoi discepoli possono sorgere peccato, offese e conflitti. Non dobbiamo dunque immaginare la comunità cristiana come una comunità di persone perfette. È una comunità di peccatori che hanno ricevuto grazia e che stanno imparando, sotto la signoria di Cristo, a vivere insieme.

Nel brano che abbiamo letto Gesù insegna come affrontare il peccato e il conflitto fra fratelli; parla poi dell’autorità della comunità e dell’accordo nella preghiera. Non ci soffermeremo oggi né sulla disciplina ecclesiastica né sulla preghiera: saranno argomenti per un’altra occasione. Ci interessa invece la conclusione di tutto questo insegnamento: «Dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono lì in mezzo a loro». È come se Gesù dicesse: quando la mia comunità affronta anche le situazioni più difficili, non è lasciata sola. Io sono in mezzo a loro. E questa è una magnifica promessa. Ma proprio perché è così entusiasmante, dobbiamo comprenderla bene.

1. «Due o tre»: Cristo non è condizionato dai nostri numeri  

Cominciamo dalle parole «due o tre». Gesù non dice: «Dove sono molti». Non dice: «Dove c’è un grande assembramento di credenti». Dice: «Dove due o tre…».

Questo dovrebbe essere per noi motivo di grande incoraggiamento. Una piccola comunità non è una comunità di serie B. Una riunione con poche persone non è necessariamente meno importante davanti a Dio di una grande assemblea. La Chiesa non diventa più Chiesa perché aumenta il numero dei suoi membri. Cristo non diventa più presente perché aumentano le persone riunite. Possiamo anzi dire che la presenza di Cristo non si misura con il numero dei presenti, ma con il loro rapporto con lui.

Ma qui arriviamo alla parte decisiva del versetto. Gesù non dice semplicemente «dove due o tre sono riuniti». Dice: «dove due o tre sono riuniti nel mio nome». Ed è questa espressione che dobbiamo comprendere.

2. Non basta pronunciare il nome di Gesù  

Che cosa significa riunirsi nel nome di Cristo? Certamente non significa semplicemente pronunciare il suo nome. Non è una formula da aggiungere alla fine delle nostre parole per garantire che ciò che facciamo sia approvato da Dio. Possiamo pronunciare il nome di Gesù e contemporaneamente cercare la nostra gloria. Possiamo parlare di Cristo e contemporaneamente voler esercitare il nostro potere sugli altri. Possiamo perfino utilizzare la Bibbia e il linguaggio cristiano per difendere interessi che non hanno nulla a che fare con la volontà di Cristo. Essere riuniti nel suo nome significa riconoscere la sua autorità. Significa venire davanti a lui come suoi discepoli, sottomettersi alla sua Parola, cercare la sua gloria e non la nostra, desiderare che sia la sua volontà – non la nostra – a prevalere.

Per questo dobbiamo fare molta attenzione a una possibile inversione. Non significa: «Cristo è con noi, perciò quello che decidiamo noi deve essere approvato da Cristo». Significa piuttosto: «Cristo è in mezzo a noi, perciò noi dobbiamo sottomettere a lui quello che decidiamo». La differenza è enorme. La presenza di Cristo non è un timbro che noi apponiamo sulle nostre decisioni per renderle sacre. È la presenza del Signore davanti al quale le nostre decisioni devono essere esaminate.

3. La presenza di Cristo non può essere monopolizzata  

Questo ci porta a un’altra questione importante. Esiste il pericolo di pensare che, siccome noi siamo una determinata comunità, apparteniamo a una determinata organizzazione, abbiamo una determinata tradizione o seguiamo un determinato leader, allora Cristo sia necessariamente «con noi» in modo esclusivo.

È interessante che un episodio del ministero di Gesù mostri proprio questo problema. In Luca 9, Giovanni gli dice: «Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non ti segue con noi». Notiamo quella piccola espressione: «non ti segue con noi». Il problema, per Giovanni, sembra essere soprattutto quello: quell’uomo non appartiene al nostro gruppo. Ma Gesù risponde: «Non glielo vietate, perché chi non è contro di voi è per voi».

È una parola che dovrebbe renderci prudenti ogni volta che siamo tentati di identificare Cristo con la nostra particolare realtà ecclesiale. Cristo appartiene alla Chiesa, ma la Chiesa non possiede Cristo. Nessuna denominazione, nessuna organizzazione, nessun movimento, nessun leader cristiano può dire: «Cristo è nostro, dunque chi non appartiene a noi non può essere usato da lui». Non possiamo trasformare il «nel mio nome» di Gesù in un «nel nostro nome». Questo vale anche per noi. Dobbiamo stare attenti a non confondere la fedeltà a Cristo con la fedeltà alla nostra particolare organizzazione ecclesiastica, alle nostre abitudini, alle nostre tradizioni o alle nostre preferenze.

4. Ma non dobbiamo cadere nell’estremo opposto  

A questo punto, però, dobbiamo evitare un altro errore. Se non possiamo monopolizzare Cristo, non significa che chiunque pronunci il suo nome parli necessariamente in suo nome. Il Nuovo Testamento è molto chiaro anche su questo. Paolo, all’inizio della Lettera ai Galati, è addirittura drastico. Egli avverte i cristiani che esistono altri cosiddetti evangeli, evangeli diversi da quello ricevuto dagli apostoli. E dice che anche se fosse un apostolo, o addirittura un angelo dal cielo, a predicare un vangelo diverso, non dovrebbe essere accettato.

Dunque abbiamo due verità che dobbiamo tenere insieme. Da una parte: Non possiamo dire: «Cristo opera soltanto attraverso noi». Dall’altra: Non possiamo dire: «Chiunque parli di Cristo parla necessariamente da parte di Cristo». Tra questi due estremi è necessario il discernimento. E qual è il criterio? Non la grandezza del gruppo. Non la forza della personalità del leader. Non il successo ottenuto. Non il numero dei seguaci. Non le dichiarazioni solenni di chi pretende di parlare in nome di Dio. Il criterio è Cristo e la sua Parola.

Dobbiamo domandarci: ciò che viene insegnato è veramente conforme all’Evangelo ricevuto dagli apostoli? La vita della comunità è realmente sottomessa alla Parola di Dio? Oppure il nome di Cristo viene utilizzato per confermare qualcosa che abbiamo già deciso? Questa è una distinzione fondamentale.

5. Quando la presenza di Cristo diventa uno strumento di potere  

E qui arriviamo a una questione molto seria. Nel corso della storia, e ancora oggi, il nome di Cristo può essere utilizzato per dare un’autorità quasi divina a strutture e decisioni umane. Può accadere all’interno delle chiese, quando un’autorità ecclesiastica pretende che le proprie decisioni siano necessariamente la volontà di Cristo e che mettere in discussione quelle decisioni equivalga a mettere in discussione Cristo stesso. Può accadere in gruppi religiosi chiusi, nei quali il leader finisce praticamente per diventare l’interprete incontestabile della volontà divina.

Ma può accadere anche nella politica. La politica, sia in Oriente sia in Occidente, ha spesso cercato di servirsi della religione per conferire una legittimazione superiore al proprio potere. E la tentazione può presentarsi in forme molto diverse: una nazione, un partito, un movimento o un progetto politico può pretendere di rappresentare in modo privilegiato i «valori cristiani», fino a suggerire che opporsi alla propria causa significhi opporsi alla fede.

Dobbiamo essere molto cauti. Cristo non ha dato a nessun potere politico il diritto di parlare con la sua autorità assoluta. E, allo stesso tempo, la Chiesa non deve mettere Cristo al servizio di un potere politico. Quando la Chiesa mette Cristo al servizio del potere, non sta rendendo testimonianza a Cristo: sta usando Cristo per rendere sacro il potere. E questo dovrebbe preoccuparci ogni volta che accade, indipendentemente da quale sia il potere, quale sia il partito, quale sia la nazione e quale sia la parte del mondo nella quale questo avviene.

6. La domanda deve tornare su di noi  

Ma a questo punto dobbiamo fermarci. Perché sarebbe troppo facile ascoltare tutto questo pensando immediatamente a qualcun altro. «Ecco, questo riguarda quella chiesa». «Riguarda quel movimento». «Riguarda quel predicatore». «Riguarda quella parte politica». No. Prima di tutto riguarda noi. Quando ci riuniamo nel nome di Cristo, siamo veramente disposti a sottometterci a Cristo? Quando prendiamo una decisione, cerchiamo veramente la sua volontà o cerchiamo che Cristo benedica la nostra? Quando difendiamo una posizione cristiana, stiamo difendendo l’Evangelo oppure stiamo difendendo il nostro raggruppamento? Quando diciamo «Cristo è con noi», siamo disposti anche ad ascoltare Cristo quando la sua Parola ci corregge? Questa è forse la cosa più importante che dobbiamo comprendere.

La presenza di Cristo non ci autorizza a fare la nostra volontà. Ci obbliga a cercare la sua. E allora la promessa di Gesù diventa ancora più preziosa. Non dobbiamo essere molti perché Cristo sia presente. Non dobbiamo avere una grande organizzazione. Non dobbiamo avere un’autorità particolare. Non dobbiamo poter dimostrare di essere migliori degli altri. Dobbiamo essere suoi. E dobbiamo riunirci nel suo nome. Allora possiamo ascoltare con fiducia le sue parole: «Io sono lì in mezzo a loro».

Non come un semplice spettatore delle nostre riunioni. Non come una figura religiosa che utilizziamo per legittimare le nostre decisioni. Ma come il Signore presente in mezzo al suo popolo, che ci guida, ci corregge, ci consola e ci chiama a seguirlo.

Vorrei quindi concludere non con una risposta, ma con alcune domande che ciascuno di noi può portare con sé. Quando ci riuniamo come cristiani, siamo davvero riuniti nel nome di Cristo? Quando pronunciamo il suo nome, stiamo cercando la sua volontà o stiamo chiedendo semplicemente che egli approvi la nostra? Quando una chiesa, un gruppo, un leader o un movimento afferma di parlare nel nome di Cristo, siamo capaci di esercitare il discernimento e di verificare ogni cosa alla luce della sua Parola? E, soprattutto, quando diciamo: «Cristo è in mezzo a noi», siamo consapevoli che questa non è una formula per garantire che Dio sia dalla nostra parte? Siamo invece pronti a metterci noi dalla parte di Cristo? Perché la grande domanda non è soltanto: «Cristo è in mezzo a noi?». La domanda è: «Noi siamo veramente suoi?»

E se siamo suoi, allora possiamo accogliere con gratitudine e con fiducia la sua meravigliosa promessa: «Dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono lì in mezzo a loro». Pochi o molti, conosciuti o sconosciuti, forti o deboli: se siamo veramente riuniti nel suo nome, non siamo soli. Cristo è in mezzo a noi.

Paolo Castellina, 25 agosto 2026

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