Domenica 4 ottobre 2026 – Diciannovesima dopo Pentecoste
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Una persona di carattere
Che cosa intendiamo quando diciamo di una persona che è «una persona di carattere»? Non intendiamo semplicemente qualcuno dalla personalità forte, che alza la voce o vuole avere sempre ragione. Una persona di carattere è coerente, mantiene la parola data, affronta le difficoltà senza lasciarsi facilmente piegare e rimane fedele ai propri principi anche quando sarebbe più conveniente fare diversamente. È capace di pensare con la propria testa e, quando necessario, di andare controcorrente.
Viviamo in un contesto sociale nel quale siamo continuamente alla ricerca dell’approvazione degli altri. Eppure, il vero carattere si manifesta soprattutto quando nessuno ci guarda: nelle scelte quotidiane, nella coerenza fra ciò che diciamo e ciò che facciamo, nella fedeltà a ciò che riteniamo giusto.
Una persona di questo genere era certamente Gesù di Nazareth. Gesù non era privo di carattere: sapeva ciò che voleva, conosceva la propria missione, diceva la verità anche quando era scomoda e non modificava il suo messaggio per ottenere l’approvazione delle persone.
Eppure, quando Gesù descrive se stesso, usa due parole che potrebbero sorprenderci: «Io sono mansueto e umile di cuore». E aggiunge: «Imparate da me».
Come possono andare insieme mansuetudine e umiltà con un carattere forte? Spesso si pensa che la persona forte sia quella che sa imporsi, difendersi e far valere i propri diritti, mentre la persona mansueta e umile sarebbe quella che cede, che subisce e che non sa reagire.
Gesù, però, ci mostra che questa è una falsa alternativa. La mansuetudine e l’umiltà non sono debolezza, passività o codardia. Gesù era mansueto e umile, ma sapeva parlare con fermezza; denunciava l’ipocrisia e non aveva paura di affrontare coloro che si opponevano alla verità.
La mansuetudine, nel senso evangelico del termine, è piuttosto forza sotto controllo: la forza di una persona che non ha bisogno di imporsi continuamente sugli altri perché la propria vita, la propria dignità e la propria causa le affida consapevolmente nelle mani di Dio.
Anche l’assertività, nella sua forma sana, può essere una qualità positiva: significa saper esprimere ciò che pensiamo e difendere ciò che è giusto senza schiacciare gli altri. Ma la mansuetudine evangelica va più in profondità: ci libera dalla necessità di difendere continuamente il nostro «io».
E questo ci permette di comprendere perché Gesù colleghi la mansuetudine al riposo dell’anima: «Venite a me, voi tutti che siete travagliati e aggravati e io vi darò riposo». E poi: «Prendete su voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore e voi troverete riposo alle anime vostre». Il mondo ci insegna a cercare la libertà liberandoci da ogni giogo. Gesù ci insegna invece che abbiamo bisogno del giogo giusto: quello di Cristo.
In questa riflessione vogliamo dunque comprendere che cosa significhi veramente essere mansueti e umili di cuore, e perché proprio questa disposizione, apparentemente così lontana dalla forza, sia capace di condurci al vero riposo dell’anima.
Il testo biblico
Ascoltiamo queste affermazioni di Gesù nel contesto in cui le pone il vangelo secondo Matteo, al capitolo 11, dal versetto 25 al 30.
«In quel tempo Gesù prese a dire: “Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli fanciulli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto. Ogni cosa mi è stata data in mano dal Padre mio; e nessuno conosce appieno il Figlio, se non il Padre, e nessuno conosce appieno il Padre, se non il Figlio e colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete travagliati e aggravati e io vi darò riposo. Prendete su voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore e voi troverete riposo alle anime vostre, poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero”.»
Per comprendere queste parole dobbiamo considerarle nel contesto del vangelo secondo Matteo. Il capitolo 11 presenta Gesù impegnato nel suo ministero, ma anche di fronte alla crescente incredulità di molti che, pur avendo visto le sue opere, non si sono ravveduti. È proprio in questo contesto che Gesù rende grazie al Padre perché le realtà del Regno sono state rivelate non ai «sapienti e agli intelligenti», ma ai «piccoli». Gesù parla quindi del rapporto unico fra il Padre e il Figlio: egli è colui che conosce il Padre e che lo rivela a coloro ai quali vuole rivelarlo. Ed è subito dopo questa affermazione che Gesù pronuncia il suo invito: «Venite a me». Non invita semplicemente ad accettare una dottrina, ma a venire a lui, a prendere il suo giogo e a diventare suoi discepoli. Per questo dice: «Imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore». La mansuetudine e l’umiltà sono dunque il carattere stesso di Cristo che il discepolo è chiamato a conoscere e al quale deve imparare ad assomigliare. Ed è proprio seguendo lui che, paradossalmente, l’affaticato e l’oppresso trova «riposo» per la propria anima.
1. Un carattere forte non è necessariamente un carattere aggressivo
Abbiamo iniziato chiedendoci che cosa significhi essere una «persona di carattere». Non significa semplicemente avere una personalità forte, ma possedere fermezza interiore: essere coerenti, fedeli alla propria parola, capaci di affrontare le difficoltà e di rimanere saldi nelle proprie convinzioni.
Ma dobbiamo fare una distinzione importante: la forza del carattere non deve essere confusa con un carattere aggressivo o indebitamente polemico. Esistono persone che sembrano forti perché si impongono sugli altri. Alzano la voce, vogliono avere l’ultima parola, reagiscono immediatamente quando vengono contraddette e considerano ogni dissenso come un attacco personale. Possono dare l’impressione di avere un carattere forte, ma spesso quella che appare come forza è soltanto incapacità di controllare se stessi. La Bibbia presenta invece una concezione diversa della forza. La vera forza non consiste necessariamente nel riuscire a controllare gli altri; consiste anzitutto nel saper controllare se stessi.
È significativo che tra il frutto dello Spirito Paolo includa la «mansuetudine» insieme all’«autocontrollo» (Galati 5:22-23). La persona spiritualmente forte non è quella che reagisce a ogni provocazione, ma quella che non è schiava delle proprie reazioni.
Pensiamo a Gesù. Nessuno potrebbe accusarlo di essere una persona priva di carattere. Egli sa quello che deve fare e non si lascia distogliere dalla propria missione. Quando deve dire una parola difficile, la dice; quando deve denunciare l’ipocrisia, la denuncia; quando deve affrontare l’opposizione, non fugge. E tuttavia Gesù dice di sé: «Io sono mansueto e umile di cuore». Questo significa che la mansuetudine non elimina la fermezza: elimina l’aggressività che nasce dall’orgoglio. Gesù non ha bisogno di dominare le persone per sapere chi è. Non ha bisogno dell’approvazione della folla per sentirsi sicuro della propria identità. La sua forza è radicata nel rapporto con il Padre.
Ed è proprio questo che rende importante l’espressione «di cuore». La mansuetudine cristiana non è una maschera che indossiamo per apparire gentili mentre dentro siamo pieni di risentimento. È una disposizione interiore che nasce da un diverso modo di considerare Dio, noi stessi e gli altri. Il carattere cristiano non si misura dalla capacità di imporsi, ma dalla capacità di rimanere saldi senza diventare aggressivi; di difendere la verità senza trasformarla in uno strumento per esaltare se stessi; di affrontare il male senza lasciare che il male penetri nel nostro cuore.
Questa è una forza molto più difficile dell’aggressività, perché l’aggressività può essere una reazione spontanea, mentre la mansuetudine richiede autocontrollo, fiducia e libertà interiore. Ed è qui che il messaggio di Gesù entra in contatto con una questione molto attuale: come possiamo affermare ciò che è giusto e difendere i nostri diritti senza diventare persone dominate dall’ego? È la questione dell’assertività, che ci aiuterà a comprendere meglio la natura della mansuetudine evangelica.
2. Assertività e mansuetudine: due modi di affermare se stessi
Abbiamo detto che la mansuetudine non è debolezza. Ma allora, concretamente, che cosa la distingue dall’assertività? L’assertività consiste nella capacità di esprimere con chiarezza i propri pensieri, bisogni e convinzioni, difendendo i propri diritti senza negare quelli degli altri. In questo senso, l’assertività non è negativa. Una persona che non sa dire «no», che non sa esprimere il proprio dissenso o che permette continuamente agli altri di oltrepassare i propri limiti non è necessariamente una persona mansueta. Potrebbe semplicemente essere insicura o incapace di affrontare il conflitto.
Anche il cristiano non è chiamato a essere una persona senza voce, senza convinzioni o senza capacità di prendere posizione. Gesù stesso non era così. Sapeva accogliere le persone, ma sapeva anche opporsi fermamente al male. Il problema, dunque, non è se affermiamo noi stessi, ma da dove nasce e verso che cosa è orientata questa affermazione.
L’assertività parte normalmente dalla consapevolezza del proprio valore e dalla necessità di tutelare il proprio spazio personale. La mansuetudine evangelica parte invece dalla consapevolezza che il nostro valore fondamentale non dobbiamo conquistarlo né difenderlo continuamente: lo riceviamo da Dio.
La persona aggressiva dice: «Devo impormi sugli altri». La persona passiva dice: «Non posso fare nulla». La persona assertiva dice: «Posso difendere ciò che è mio senza schiacciare te». La persona mansueta secondo Cristo può arrivare a dire: «Non ho bisogno di difendere continuamente ciò che è mio, perché posso affidare me stesso e la mia causa a Dio». È questo che rende la mansuetudine cristiana qualcosa di più della semplice gentilezza.
Pensiamo a Gesù durante la sua passione. Egli non reagisce agli insulti con altri insulti e non cerca vendetta. Non perché sia incapace di reagire, ma perché sceglie di affidare la propria causa al Padre. Come scrive Pietro, Cristo «oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva nelle mani di colui che giudica giustamente» (1 Pietro 2:23). Questa è la forza della mansuetudine: non essere dominati dalla necessità di avere l’ultima parola.
Naturalmente questo non significa che dobbiamo tollerare ogni ingiustizia o rinunciare sempre ai nostri diritti. La mansuetudine può parlare, può correggere, può porre dei limiti e, quando necessario, può opporsi al male. Ma può farlo senza odio, senza vendetta e senza trasformare la difesa della verità in una difesa del proprio ego. Per questo la mansuetudine è strettamente collegata all’umiltà di cuore. L’umiltà ci libera dal bisogno di essere sempre al centro; la mansuetudine ci permette di vivere questa libertà nei rapporti con gli altri.
Ed è qui che cominciamo a capire perché Gesù possa dire: «Imparate da me… e voi troverete riposo alle anime vostre». Quando non dobbiamo più difendere continuamente noi stessi, quando possiamo affidare a Dio la nostra causa, quando non abbiamo più bisogno di vincere ogni discussione e di rispondere a ogni offesa, un peso ci viene tolto dalle spalle. È il peso dell’io.
3. Il giogo di Cristo e il riposo dell’anima
A questo punto possiamo comprendere meglio le parole con cui Gesù conclude il suo invito: «Prendete su voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore e voi troverete riposo alle anime vostre».
Il «giogo» potrebbe sembrarci strano, perché associamo spontaneamente il riposo alla liberazione da ogni peso. Gesù, invece, parla di un giogo che dobbiamo prendere su di noi. Non dice: «Liberatevi da ogni giogo», ma: «Prendete il mio giogo». Il motivo è semplice: nessuno vive senza un giogo. Tutti siamo governati da qualcosa. Possiamo essere governati dal bisogno di essere approvati, dalla necessità di dimostrare il nostro valore, dal risentimento per i torti subiti o dalla paura di ciò che gli altri pensano di noi. Possiamo perfino essere schiavi del bisogno di avere sempre ragione. Gesù ci propone un altro modo di vivere: «Prendete il mio giogo e imparate da me».
Il giogo di Cristo significa riconoscere che non siamo noi i signori della nostra vita. Significa affidare a lui la nostra vita, la nostra dignità, le nostre relazioni e anche la nostra causa. Significa imparare da lui a vivere davanti a Dio con quella fiducia che rende possibile la mansuetudine. Ed ecco il paradosso: la sottomissione a Cristo produce libertà.
Quando non dobbiamo più dimostrare continuamente chi siamo, siamo liberi. Quando non dobbiamo avere sempre l’ultima parola, siamo liberi. Quando possiamo lasciare a Dio il giudizio e la vendetta, siamo liberi. Quando possiamo rinunciare a un nostro diritto per amore senza sentirci umiliati, siamo liberi. È questo il «riposo» che Gesù promette all’anima. Non necessariamente il riposo dalle difficoltà: il cristiano continua a vivere in un mondo nel quale esistono sofferenza, ingiustizia, conflitti e delusioni. È piuttosto il riposo dal peso di dover essere noi stessi i padroni, i difensori e i giustificatori della nostra vita.
Qui comprendiamo il legame fra le due parole di Gesù: «mansueto e umile di cuore». L’umiltà ci insegna a riconoscere che Dio è Dio e noi siamo creature. La mansuetudine ci permette di vivere concretamente questa verità nei nostri rapporti con gli altri. Per questo Gesù può dire: «Imparate da me». Non ci offre soltanto un modello di comportamento; ci invita a entrare nel suo modo di vivere davanti al Padre. Il vero carattere cristiano non consiste nell’essere abbastanza forti da imporre noi stessi, ma nell’essere abbastanza forti da affidare noi stessi a Dio. E questa forza, anziché appesantire l’anima, conduce al riposo.
Conclusione
Abbiamo iniziato oggi chiedendoci che cosa significhi essere una «persona di carattere». Forse abbiamo pensato alla forza, alla fermezza, alla capacità di difendersi e di non lasciarsi mettere i piedi in testa. Gesù ci ha mostrato una forza diversa: quella della persona che non ha bisogno di imporsi sugli altri perché ha imparato ad affidare se stessa a Dio.
Gesù ci dice: «Imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore». Questo è il carattere che egli vuole formare in noi. Non un carattere debole o passivo, ma abbastanza forte da non essere dominato dall’orgoglio, dal risentimento, dal bisogno di approvazione o dalla necessità di avere sempre l’ultima parola. E allora dobbiamo chiederci: da che cosa è governato il mio carattere? Ho bisogno continuamente di affermare me stesso? Quanto mi pesa il giudizio degli altri? Come reagisco quando qualcuno mi contraddice, mi offende o mi tratta ingiustamente? Sono capace di difendere ciò che è giusto senza trasformare la difesa di me stesso nella mia principale preoccupazione? E soprattutto: sto davvero imparando da Cristo?
Gesù non ci dice semplicemente: «Siate più mansueti». Ci dice: «Venite a me». «Prendete su voi il mio giogo». Forse è proprio questo che oggi dobbiamo fare: deporre ai piedi di Cristo il peso di dover dimostrare continuamente chi siamo, di dover avere sempre ragione, di doverci difendere da tutto e da tutti, e imparare da lui a vivere con un cuore mansueto e umile. Allora comprenderemo per esperienza le sue parole: «Voi troverete riposo alle anime vostre».
E scopriremo che la vera forza del carattere non consiste nell’imporsi sugli altri, ma nel poter dire con fiducia: «La mia vita è nelle mani di Dio».
Paolo Castellina, 29 settembre 2026