Domenica 28 dicembre 2025 – Domenica dopo Natale
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Natale oltre il sentimentalismo
Le tradizionali celebrazioni natalizie sono oggi o affermate da chi onora le tradizioni della nostra cultura, oppure negate e persino disprezzate in nome dei più svariati presupposti ideologici. Come cristiani, però, che leggono con rispetto, fiducia i quattro vangeli e, in particolare, le introduzioni al racconto fatte sulla nascita di Gesù da Matteo e Luca, essi ci parlano e ispirano la nostra fede e la nostra prassi. È in questa prospettiva che possiamo (e dobbiamo) celebrare l’avvento in questo mondo del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo lasciandoci portare dai racconti evangelici a comprenderne l’identità e la rilevanza per la nostra vita.
Non è tanto importante, quindi, quando, nel calendario, la Sua nascita sia avvenuta, né i momenti di vita familiare che tradizionalmente le caratterizzano, il loro “romanticismo” oppure “le calde atmosfere” ed emozioni che suscitano – questo, al massimo, è solo “il contorno”. Il “piatto principale” è e dev’essere altro, perché i quattro vangeli ci parlano soprattutto di un’irruzione: dell’avvento, dell’entrata, del Dio eterno, vero e vivente, nella storia umana e nella nostra personale storia. Indubbiamente si tratta del mistero più vertiginoso della fede cristiana: Colui che è “nel principio”, Colui che “era con Dio ed era Dio”, entra nel mondo che Lui stesso ha creato. Qualcuno potrebbe considerarla “una favola”, ma non c’è nessuna favola o mito, in questo mondo, che abbia altrettanto avuto un impatto globale su persone di ogni tempo e paese quanto la nascita, la vita, la sofferenza, morte e risurrezione di Gesù di Nazareth, Colui che noi confessiamo come il Salvatore del mondo. Molti di coloro che dicono di seguirlo potrebbero anche farlo ipocritamente o con maggiore o minore coerenza, ma la persona del Cristo, continua ad avere un’incidenza significativa su tutti coloro che lo prendono sul serio… E noi intendiamo prenderlo sul serio!
Non celebriamo semplicemente, infatti, una nascita. Celebriamo l’Incarnazione. Come dice l’introduzione al vangelo secondo Giovanni, che oggi commenteremo: “La Parola è stata fatta carne e ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità”. Per noi non c’è nulla di più sconvolgente… e nulla di più necessario. Oggi pure, le tenebre sembrano spesso prevalere: sfiducia, violenza, polarizzazioni, manipolazione culturale, solitudine crescente. Si tratta di un mondo che “non ha conosciuto” il suo Creatore e che ancora oggi preferisce le tenebre alla luce. Eppure, in questa situazione — forse proprio a causa di essa — il messaggio dell’evangelista Giovanni risuona con forza sorprendente: “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno sopraffatta” e prevarrà – senza ombra di dubbio.
Il testo biblico
Ascoltiamo l’introduzione al vangelo secondo Giovanni.
“Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno sopraffatta. Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. Egli stesso non era la luce, ma venne per rendere testimonianza alla luce. La vera luce che illumina ogni uomo stava per venire nel mondo. Egli era nel mondo e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l’ha conosciuto. È venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto 1ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli, cioè, che credono nel suo nome, i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio. E la Parola è stata fatta carne e ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell’Unigenito venuto dal Padre” (Giovanni 1:1-14).
L’introduzione del vangelo secondo Giovanni si distingue nettamente da quelle di Matteo e Luca. Essa non ci conduce a Betlemme, né ci presenta una genealogia, un annuncio angelico o una narrazione dell’infanzia di Gesù. Giovanni ci porta invece prima del tempo, “nel principio”, là dove non c’è ancora storia, né spazio, né umanità. Il suo intento è chiaro: farci comprendere che colui che nasce nella storia non è semplicemente un personaggio religioso straordinario, ma la Parola eterna di Dio, colui che era con Dio ed era Dio, per mezzo del quale ogni cosa è stata fatta. Giovanni non comincia dal come Gesù sia nato, ma dal chi egli è realmente. Solo così il Natale viene liberato da ogni riduzione sentimentale o folcloristica ed è restituito alla sua portata teologica: l’evento in cui l’eternità entra nel tempo e il Creatore entra nella sua creazione.
Il Prologo di Giovanni, però, non è solo una dichiarazione dottrinale sull’identità di Cristo; è anche una chiamata a prendere posizione. La luce che viene nel mondo non lascia le persone neutrali: essa è accolta o rifiutata. Il vangelo inizia già qui a porre la grande alternativa che attraverserà tutto il racconto: conoscere o non conoscere, ricevere o respingere, credere o rimanere nelle tenebre. Giovanni scrive perché i suoi lettori comprendano che l’Incarnazione non è un fatto da contemplare a distanza, ma una realtà che interpella la vita. A coloro che ricevono la Parola fatta carne è dato “il diritto di diventare figli di Dio”: non per tradizione, non per appartenenza culturale, non per decisione umana, ma per una nuova nascita che viene da Dio. Così, fin dall’inizio, Giovanni chiarisce la finalità del suo vangelo: condurre le persone a incontrare Cristo, a credere nel suo nome e a vivere come figli della luce in un mondo che ancora ama le tenebre.
Tre grandi affermazioni su Cristo
La prima grande affermazione del Prologo riguarda l’eternità della Parola. Giovanni ci porta “nel principio”, prima di ogni inizio, per ricordarci che Gesù non è semplicemente colui che appare in un certo momento della storia, ma colui che precede la storia stessa. Quando leggiamo che “la Parola era con Dio e la Parola era Dio”, siamo posti davanti a una verità fondamentale della fede cristiana: Gesù Cristo non è una creatura elevata, né uno fra i possibili intermediari tra Dio e l’umanità, ma Dio stesso in comunione eterna con il Padre. Tutto ciò che esiste, visibile e invisibile, è venuto all’esistenza per mezzo di Lui. Questo significa che il Natale non è l’inizio di Cristo, ma l’inizio della sua presenza visibile fra noi. Colui che giace nella mangiatoia è lo stesso che ha chiamato il mondo all’esistenza: una verità che suscita adorazione e ridimensiona ogni tentativo di banalizzare il mistero cristiano.
La seconda affermazione riguarda la vita e la luce che sono in Cristo. Giovanni non dice semplicemente che Gesù porta vita e luce, ma che “in Lui era la vita” e che questa vita è “la luce degli uomini”. Senza Cristo, l’essere umano non è soltanto moralmente smarrito, ma spiritualmente spento. La luce di cui parla Giovanni non è una vaga ispirazione etica o una conoscenza intellettuale superiore; è la vita stessa di Dio che irrompe nell’oscurità dell’esistenza umana. Le tenebre, però, non accolgono facilmente questa luce: la contrastano, la rifiutano, tentano di soffocarla. Eppure — ed è qui l’annuncio di speranza — esse “non l’hanno sopraffatta”. La storia del mondo, per quanto segnata dal male, non è la storia della vittoria delle tenebre, ma quella della perseveranza e del trionfo della luce di Cristo.
La terza e più sconvolgente affermazione del Prologo è che la Parola è stata fatta carne. L’eterno Figlio di Dio non si è limitato a parlare all’umanità dall’alto, né a visitarla da lontano: Egli è entrato pienamente nella condizione umana. “Carne” significa fragilità, limite, sofferenza, esposizione al rifiuto e al dolore. Giovanni ci dice che la Parola ha “abitato per un tempo fra noi”, letteralmente ha posto la sua tenda in mezzo a noi, come Dio fece un tempo in mezzo a Israele. In Gesù Cristo, Dio si rende presente in modo personale, visibile, accessibile. E questa presenza non è fredda o distante, ma “piena di grazia e di verità”: grazia che accoglie e guarisce, verità che rivela e libera. Qui sta il cuore del Natale cristiano: non un Dio adattato alle nostre aspettative, ma un Dio che si dona realmente, affinché, contemplando la gloria dell’Unigenito, possiamo essere trasformati dalla sua luce.
La tragedia del rifiuto… e il miracolo dell’accoglienza
Il Prologo di Giovanni non nasconde la tragedia del rifiuto. Colui che era nel mondo, e per mezzo del quale il mondo stesso è stato fatto, non è stato riconosciuto. Questa affermazione ha qualcosa di profondamente drammatico: il Creatore entra nella sua creazione come ospite indesiderato. “È venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto”. Non si tratta soltanto di un errore di valutazione storica o di una sfortunata incomprensione, ma della manifestazione di una resistenza più profonda del cuore umano alla luce. Le tenebre non sono semplicemente ignoranza; sono anche rifiuto, chiusura, paura di ciò che la luce rivela. Questa dinamica non appartiene solo al passato: ogni volta che Cristo interpella la nostra coscienza, le nostre sicurezze o i nostri idoli, si ripresenta la stessa alternativa — accoglierlo o respingerlo.
Ma Giovanni annuncia anche il miracolo dell’accoglienza, che è interamente opera della grazia di Dio. “A tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio”. Accogliere Cristo non significa semplicemente apprezzarne il messaggio o ammirarne l’esempio, ma “credere nel suo nome”, affidarsi alla sua persona. E il risultato è straordinario: una nuova identità, una nuova appartenenza, una nuova nascita. Questa figliolanza non ha origine nel sangue, né nella tradizione religiosa, né nella volontà umana, ma in Dio stesso. Il Natale, così, non è soltanto la celebrazione dell’ingresso di Cristo nel mondo, ma l’annuncio che, per mezzo di Lui, le persone possono entrare nella famiglia di Dio. Là dove il rifiuto sembra dominare, la grazia continua a operare, chiamando uomini e donne a uscire dalle tenebre e a vivere come figli della luce.
La Luce che vince le tenebre: applicazione attuale
In evidenza in questo testo è pure che cosa vuol dire vivere come figli della luce in un mondo che preferisce le tenebre. Se la luce è venuta nel mondo, allora non possiamo più vivere come se nulla fosse accaduto. Essere “figli della luce” non è uno slogan spirituale, ma una vocazione concreta. La luce di Cristo illumina, ma anche smaschera: mette in evidenza ciò che è falso, ingiusto, disumano, sia nella società sia nel nostro cuore. Per questo il mondo spesso preferisce le tenebre, perché esse consentono compromessi, ambiguità e auto-assoluzioni. Vivere come “figli della luce” significa scegliere la verità anche quando è scomoda, la rettitudine anche quando costa, la fedeltà a Cristo anche quando isola. Non si tratta di sentirsi moralmente superiori, ma di camminare consapevoli che la luce ricevuta ci rende responsabili di come viviamo.
Qui troviamo pure l’appello a una testimonianza pubblica. Giovanni Battista, dice l’evangelista, “venne per rendere testimonianza alla luce”. Questa non è una vocazione riservata a figure straordinarie, ma il compito ordinario di ogni credente. La luce non è fatta per essere nascosta, ma per essere vista. In un’epoca in cui la fede è spesso relegata al privato, il Prologo di Giovanni ci ricorda che Cristo è venuto nel mondo e che la sua luce ha una portata pubblica. Testimoniare Cristo oggi significa parlare e vivere in modo coerente nel contesto in cui siamo inseriti: nella famiglia, nel lavoro, nella comunità civile, anche nello spazio digitale. Non con arroganza o spirito polemico, ma con chiarezza, mitezza e fermezza, indicando con la vita e con le parole che esiste una luce capace di orientare l’esistenza umana.
L’etica cristiana è indubbiamente frutto della luce. La luce di Cristo non produce solo convinzioni interiori, ma genera uno stile di vita. Dove la luce entra, cambia il modo di relazionarsi, di usare il denaro, di esercitare il potere, di guardare al prossimo. La grazia non annulla l’etica; la fonda e la rende possibile. Vivere alla luce di Cristo significa cercare la giustizia senza cinismo, praticare la misericordia senza ingenuità, coltivare l’integrità in un contesto che premia spesso l’opportunismo. In questo senso, l’etica cristiana non è un peso imposto dall’esterno, ma il frutto naturale di una vita illuminata dalla presenza del Figlio di Dio, “pieno di grazia e di verità”.
Infine, vivere nella luce richiede coraggio. Le tenebre fanno rumore, sembrano dominare il discorso pubblico, intimidiscono chi non si adegua. Ma il Prologo di Giovanni ci offre una certezza che cambia la prospettiva: le tenebre non hanno sopraffatto la luce, né potranno farlo. Questo non elimina le difficoltà, ma libera dalla paura. Il Natale annuncia che la vittoria non è affidata alle nostre forze, ma all’opera di Cristo. Per questo i cristiani possono vivere senza disperazione e senza conformismo, affrontando il presente con sobria fiducia. Il coraggio cristiano non è temerarietà, ma fedeltà perseverante alla luce che già ha vinto e che, senza ombra di dubbio, prevarrà.
Conclusione: contemplare la gloria, vivere nella luce
Siamo partiti oggi dal ricordare che il Natale, se ridotto a tradizione culturale o a atmosfera emotiva, perde il suo cuore. Il vangelo secondo Giovanni ci ha ricondotti all’essenziale: non celebriamo semplicemente una nascita, ma l’Incarnazione; non un evento periferico della storia, ma l’irruzione del Dio eterno nella nostra realtà. La Parola che era nel principio, che era con Dio ed era Dio, si è fatta carne ed è venuta ad abitare fra noi. In Lui sono la vita e la luce, una luce che splende nelle tenebre senza essere sopraffatta. Abbiamo visto come questa luce sia stata rifiutata, ma anche come continui a essere accolta, generando figli di Dio chiamati a vivere in modo nuovo. Natale, così, non è evasione dal mondo, ma rivelazione del senso profondo del mondo e della nostra stessa esistenza.
Contemplare la gloria del Figlio, come dice l’evangelista, non significa fermarsi a una devozione momentanea, ma essere trasformati dalla sua presenza. La luce che viene da Cristo non illumina solo ciò che crediamo, ma anche come viviamo. Essa ci chiama a uscire dall’ombra del compromesso, a rendere testimonianza in modo sobrio e fedele, a incarnare un’etica segnata dalla grazia e dalla verità, a vivere con coraggio in un tempo segnato dalla confusione e dalla paura. La fede cristiana, se presa sul serio, non può rimanere privata o puramente interiore: essa genera uno stile di vita visibile, una speranza resistente, una fedeltà concreta nel quotidiano.
A chi oggi non si riconosce come credente, il Natale rivolge un invito semplice ma radicale: accogliere la luce. Non una luce ideale o astratta, ma una Persona che entra nella nostra storia per donarci una vita nuova, una relazione con Dio, una speranza che non delude. A chi invece già confessa Cristo e cerca di seguirlo, il Natale rinnova una chiamata esigente: camminare come figli della luce, senza timidezza e senza conformismo, confidando che la luce che ha vinto le tenebre continua a splendere. Contemplare la gloria del Figlio e vivere nella sua luce: ecco il senso del Natale, ieri, oggi e per sempre.
Preghiamo. Signore Dio nostro, ti ringraziamo perché la tua luce è venuta nel mondo e non è rimasta lontana da noi, ma si è fatta carne ed è venuta ad abitare fra noi, piena di grazia e di verità. Ti preghiamo ora per tutti coloro che hanno ascoltato la tua Parola. Fa’ che ciò che è stato udito non rimanga solo nella mente, ma scenda nel cuore e trasformi la vita. Dove c’è confusione, dona luce; dove c’è resistenza, dona umiltà; dove c’è stanchezza, rinnova la speranza. Per chi ancora ti cerca, o forse ti resiste, fa’ risplendere la tua luce in modo chiaro e misericordioso, perché possa riconoscere in Gesù Cristo il Salvatore e il Signore della propria vita. Per chi già ti appartiene, rafforza la fede, rendi saldo il cammino, donaci il coraggio di vivere come figli della luce in mezzo a un mondo che spesso preferisce l’ombra. Benedici, Signore, le nostre famiglie, le nostre relazioni, il nostro lavoro e la nostra testimonianza quotidiana. Concedici di camminare nella tua luce non solo in questo giorno di festa, ma in ogni giorno che ci donerai. A Te, Padre, Figlio e Spirito Santo, sia la gloria ora e sempre. Amen.
Paolo Castellina, 18 dicembre 2025