L’evangelo: buone notizie, ma non per tutti! (Isaia 6:1-11)

Domenica 6 Febbraio 2022 – Quinta domenica dopo l’Epifania

(culto completo con predicazione)

(Solo predicazione)


Introduzione alle letture bibliche

Letture bibliche: Salmo 138; Isaia 6:1-13; 1 Corinzi 15:1-11; Luca 5:1-11

Avete mai guardato con invidia qualcuno molto più capace di voi e vi siete sentiti inadeguati, limitati, “non all’altezza”, incapaci? Non sto parlando dell’invidia per il successo mondano di qualcuno, che è cosa futile, ma dell’ammirazione per una persona di alte qualità morali e spirituali, di fronte alla quale voi avete sentito tutta la vostra miseria, difetti e fallimenti. Si tratta di quanto aveva un giorno espresso l’apostolo Pietro di fronte al Signore Gesù, come risulta dalla nostra quarta lettura. Aveva esclamato: «Allontanati da me, Signore, perché io sono un peccatore» (Luca 5:8). Una simile esperienza l’aveva avuta il profeta Isaia quando un giorno si era trovato di fronte alla stupefacente santità e gloria di Dio. Lo vediamo nella nostra seconda lettura. Aveva esclamato: «È finita! Sono perduto. È finita perché sono un peccatore e ho visto con i miei occhi il re, il Signore dell’universo! Ogni parola che esce dalla mia bocca e da quella del mio popolo è solo peccato» (Isaia 6:5). Erano stati i sentimenti dell’apostolo Paolo (nella nostra terza lettura), che pure il Cristo risorto aveva chiamato. Egli si era sentito: “come un aborto”. Infatti, diceva: “io sono l’ultimo degli apostoli; non sono neanche degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio” (1 Corinzi 15:8-9). “Tuttavia,” soggiunge, “per grazia di Dio, io sono quello che sono”. La stupefacente grazia di Dio, infatti, sceglie di prendere persone inadeguate come Pietro, Paolo, e Isaia, le trasforma e ne fa Suoi validi strumenti. Come dice il Salmo 138 (la nostra prima lettura): “Sì, eccelso è l’Eterno, eppure ha riguardo agli umili”. Considerare i nostri limiti, così, non porta alla depressione, ma a guardare a Colui che può trasformarci e dotarci, alla Sua gloria.


Condanna e salvezza: inseparabili nel messaggio cristiano

“Quant’è bello vedere arrivare sui monti un messaggero di buone notizie, che annunzia la pace, la felicità e la salvezza!” (Isaia 52:7). Quella del messaggero di buone notizie, “l’araldo di notizie liete”, è un’immagine popolare fra tanti cristiani moderni per il predicatore o evangelista che annunzia salvezza e redenzione in Cristo. Anche se non proprio universale, questa salvezza coprirebbe “una moltitudine di peccati” perché proviene – così si dice – da un Dio d’amore, di tolleranza e di magnanimità. Si rinnegano così i tonanti predicatori del passato che, come Girolamo Savonarola, predicavano “fuoco e fiamme” a una folla impenitente che avrebbe alla fine provveduto a farcelo finire lui stesso condannato al rogo1!

Il fatto è, però, che l’Evangelo cristiano è un messaggio nel contempo sia di giudizio che di salvezza. Sebbene il messaggio dell’Evangelo sia una lieta novella di salvezza per coloro che si affidano all’opera redentrice di Gesù Cristo, esso dà voce, necessariamente – come afferma l’apostolo Paolo – a “l’ira di Dio [che] si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia” (Romani 1:18). Questo è evidentissimo in tutto il messaggio di Gesù e del Suoi apostoli – così come lo troviamo nel Nuovo Testamento. La predicazione cristiana è – e dev’essere – del tutto in sintonia con quella degli antichi profeti d’Israele, tant’è vero che la chiesa cristiana è stata espressamente “edificata sul fondamento degli apostoli e dei profeti” (Efesini 2:20). Anche la predicazione cristiana risponde in senso lato alla vocazione che aveva ricevuto il profeta Geremia: “Vedi, io ti costituisco oggi sulle nazioni e sopra i regni, per svellere, per demolire, per abbattere, per distruggere, per edificare e per piantare” (Geremia 1:10).

Oggi, in questa nostra riflessione biblica, ci soffermeremo sulla vocazione del profeta Isaia così come la troviamo nel sesto capitolo del suo libro. Ci si riferisce spesso alla predicazione d’Isaia come a quella di un precursore dell’Evangelo di salvezza. Questo è vero. Anche nel suo caso, però, siamo di fronte a un messaggero non solo di salvezza, ma anche di condanna. Come vedremo, infatti, siamo di fronte a un profeta che era stato chiamato anche a confermare una generazione impenitente al suo destino d’inappellabile e definitiva condanna da parte di Dio.

Il testo biblico

Ascoltiamo i primi undici versetti del capitolo 6 d’Isaia e poi esamineremo, anche se solo sommariamente, le caratteristiche molto istruttive della sua vocazione.

“Nell’anno della morte del re Uzzia, io vidi il Signore assiso sopra un trono alto, molto elevato, e i lembi del suo manto riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini, ognuno dei quali aveva sei ali: con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi, e con due volava. E l’uno gridava all’altro e diceva: Santo, santo, santo è l’Eterno degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria! Le porte furono scosse fin dalle loro fondamenta dalla voce di loro che gridavano, e la casa fu ripiena di fumo. Allora io dissi: ‘Ahi, povero me: sono perduto! Poiché io sono un uomo dalle labbra impure, e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; e gli occhi miei han veduto il Re, l’Eterno degli eserciti!’ Ma uno de’ serafini volò verso di me, tenendo in mano un carbone ardente, che aveva tolto con le molle di sull’altare. Mi toccò con esso la bocca, e disse: ‘Ecco, questo t’ha toccato le labbra, la tua iniquità è tolta e il tuo peccato è espiato’. Poi udii la voce del Signore che diceva: ‘Chi manderò? E chi andrà per noi?’ Allora io risposi: ‘Eccomi, manda me!’. Ed egli disse: ‘Va’, e di’ a questo popolo: Ascoltate, sì, ma senza capire; guardate, sì, ma senza discernere! Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendigli duri gli orecchi, e chiudigli gli occhi, in guisa che non veda co’ suoi occhi, non oda co’ suoi orecchi, non intenda col cuore, non si converta e non sia guarito!” (Isaia 6:1-11).

Corresponsabilità

Il libro d’Isaia, nei suoi primi cinque capitoli, parla della condizione di grave decadenza morale e spirituale del regno d’Israele. Il profeta si fa portavoce di Dio e usa al riguardo parole molto dure. “Ho nutrito de’ figliuoli e li ho allevati, ma essi si son ribellati a me … il mio popolo non ha discernimento … è una nazione peccatrice, popolo carico d’iniquità, razza di malvagi, figliuoli corrotti! Hanno abbandonato l’Eterno, hanno sprezzato il Santo d’Israele, si son volti e ritratti indietro” (1:1-2,4). Egli si chiede: “Come mai la città fedele è ella diventata una prostituta? Era piena di rettitudine, la giustizia dimorava in lei, e ora è ricetto d’assassini?” (1:21). Racconta di un vignaiolo (Dio) che aveva piantato una vigna con viti scelte, aspettandosi che producesse uva, ma aveva fatto “uva selvatica” (5:1-2). Il tono d’Isaia è critico e di condanna. La situazione è disperata e il giudizio di Dio su quella generazione del popolo di Dio è imminente.

Ecco poi che, nel capitolo 6, il libro parla di come Dio lo abbia chiamato a svolgere il suo servizio di profeta. Sembra un capitolo messo “fuori posto” da un redattore, un capitolo che avrebbe dovuto comparire all’inizio del libro, non a quel punto. Per quello, però, c’è una ragione. L’opera d’Isaia nei capitoli 1-5, denunciando la catastrofica situazione di Giuda e avvertendoli dell’imminente giudizio, era necessaria per preparare Isaia alla sorpresa di cui fa esperienza nel capitolo 6. Per cinque capitoli, ha puntato il dito giudicante contro il suo compagni giudei. Qui, alla presenza della santità di Dio, Isaia riconosce improvvisamente la propria inevitabile corresponsabilità in tale situazione. Come se Dio lo avesse portato a rendersi conto che non basta condannare, che egli non solo “abita in mezzo a un popolo dalle labbra impure”, ma che è uno di loro, che anche lui è soggetto allo stesso giudizio. È quel “Guai a me, sono perduto!” (6:5 NR) il momento che lo umilia e lo prepara a una vita di servizio al di là di quello che altrimenti avrebbe potuto rendere. Condannare una situazione degradata, infatti, non basta: è necessario vedere anche la propria corresponsabilità, ammetterla e farne ammenda. L’opera di riforma deve cominciare da noi stessi.

“Nell’anno della morte del re Uzzia…”

La vocazione d’Isaia avviene “Nell’anno della morte del re Uzzia…”. Uzziah (conosciuto anche come Azaria) era stato uno dei migliori re di Giuda dopo Salomone. Aveva regnato per 52 anni e “Egli fece ciò ch’è giusto agli occhi dell’Eterno” (2 Cronache 26:3-4). Comandava un potente esercito, aveva sconfitto i Filistei e riscosso tributi dagli Ammoniti. Aveva fatto costruire grandi edifici e promosso l’agricoltura. “Ma quando fu divenuto potente, il suo cuore, insuperbitosi, si pervertì, ed egli commise una infedeltà contro l’Eterno, il suo Dio, entrando nel tempio dell’Eterno per bruciare dell’incenso sull’altare dei profumi” (2 Cronache 26:16). Verso la fine della sua vita, aveva cercato di usurpare prerogative sacerdotali e Dio lo aveva castigato (2 Cronache 26:20). Era un tempo di prosperità materiale, ma gli Assiri avevano raggiunto una posizione di dominio su tutto il Medioriente. Presto avrebbero iniziato a fare pressioni su Giuda e le sue fortune sarebbero diminuite. I successori di Uzzia si sarebbero trovati incapaci di offrire il tipo di pace e prosperità di cui aveva goduto il regno di Uzzia. Così Uzzia sarebbe stato ricordato con affetto e grande tristezza. I giudei avrebbero ricordato il regno di Uzzia come “i bei tempi andati”. Il ministero d’Isaia sarebbe durato circa quarant’anni.

La visione

Nell’anno in cui muore un grande re terreno, Isaia ha il privilegio di vedere un re celeste ancora più grande seduto su un trono nel tempio, probabilmente nel Luogo Santissimo del tempio di Gerusalemme. Il trono era “alto ed elevato”, figura appropriata della natura esaltata di Dio. In precedenza, Dio aveva detto a Mosè: “Tu non puoi veder la mia faccia, perché l’uomo non mi può vedere e vivere” (Esodo 33:20). Tuttavia, c’erano occasioni in cui non sarebbe stato così. Questa sarebbe stata una di quelle.

Egli vede come “i lembi del suo manto riempivano il tempio” (v. 1c). Questo dettaglio trasmette il senso di timore reverenziale che Isaia prova alla presenza di Jahvè. A lui sembra che la veste del Signore riempia il tempio. Si sente troppo piccolo per vedere oltre l’orlo della veste di Jahvè. Inoltre: “Sopra di lui stavano dei serafini” (v. 2), creature angeliche che parevano fiammeggianti. Esse si coprivano il volto per proteggerli dal vedere Dio. Inoltre, essi cantavano in modo alternato salmi di lode e adorazione per Dio. Erano cori di voci perfette, posizionate in un tempio acusticamente perfetto: un effetto estasiante.

Cantavano: “Santo, santo, santo è l’Eterno degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria!” (v. 3b). Nella lingua ebraica ripetere un termine tre volte rappresenta la sua massima caratteristica, l’epitome della santità di Dio. Ritroviamo questo nel libro dell’Apocalisse (Apocalisse 4:8), un omaggio alla santità e alla gloria di Dio. La santità di Dio è una parte inerente al Suo essere. Santità e gloria sono spesso collegate: una manifestazione visibile della Sua magnifica presenza. I serafini cantano in modo così possente da far tremare le porte del tempio. Isaia vede pure il tempio riempirsi del fumo dell’incenso e degli olocausti. Il fumo e un violento scuotimento ricordano l’incontro di Mosè con Jahvè sul monte Sinai.

La reazione d’Isaia

Difronte a questo spettacolo Isaia dice: ‘Ahi, lasso me, ch’io son perduto!”. Isaia parla, confessando di non essere degno di stare alla presenza di Dio a causa dei suoi peccati. Isaia aveva inveito per cinque capitoli contro la sua nazione peccaminosa e il suo popolo. Ora, alla presenza dell’Onnipotente, è sopraffatto dal senso di condividere una simile colpa. Vede che, come gli altri cittadini di Giuda, che anche lui è degno di giudizio. Possiamo denunciare, infatti, le colpe della società in cui viviamo, ma siamo davvero esenti da tali colpe, oppure ne condividiamo, chi più chi meno, la responsabilità? Dobbiamo farci un attento esame di coscienza.

Per avere un’idea di come si sentisse Isaia, immaginate come vi sentireste alla presenza di un persona straordinaria per la sua santità: era stata l’esperienza dell’apostolo Pietro di fronte a Gesù. In presenza della santità, la maggior parte di noi si sentirebbe spiritualmente squallido al confronto. Il confronto con la Sua santità accentua la nostra colpevolezza. Se moltiplichiamo questo sentimento, per ottenere il massimo impatto, all’infinito, possiamo immaginare almeno un po’ come questa sia stata per lui un’esperienza sconvolgente.

“Io sono un uomo dalle labbra impure,” sembra una strana frase da usare qui. Non sono solo le labbra d’Isaia a essere impure, ma tutta la sua persona. Perché dovrebbe parlare solo di labbra impure? Gesù ce ne dà un indizio quando dice: “Poiché dall’abbondanza del cuore la bocca parla” (Matteo 12,34) e “…quel che esce dalla bocca viene dal cuore, ed è quello che contamina l’uomo”(Matteo 15:18). Le labbra impure d’Isaia danno espressione al suo cuore impuro, così come le labbra impure del popolo di Giuda (su cui Isaia ha pronunciato il giudizio) danno espressione al loro cuore impuro. È solo quando Isaia si trova al cospetto della santità di Jahvè che riconosce la propria impurità. Vedere “il Re, Jahvè degli eserciti” è un’esperienza sconvolgente. Isaia forse pensava di essere incenerito sul posto. No, Dio, nella sua grazia non lo avrebbe distrutto, ma purificato.

Infatti: «…uno de’ serafini volò verso di me, tenendo in mano un carbone ardente, che aveva tolto con le molle di sull’altare» (v. 6). Il serafino sta facendo qui la volontà di Dio. Un carbone ardente proveniva dall’altare dei sacrifici. Era un esempio appropriato di ciò che espia il peccato. I sacrifici del tempio prefiguravano quell’espiazione che avrebbe reso possibile il perdono dei peccati. Non i sacrifici di animali, ma quello del Cristo: “l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Così: “Mi toccò con esso la bocca, e disse: ‘Ecco, questo t’ha toccato le labbra, la tua iniquità è tolta e il tuo peccato è espiato’” (v. 7), come cauterizzando le sue ferite infette. Colui che era empio ora è reso santo. Colui che era inadatto a stare alla presenza di Dio è, per grazia di Dio, reso idoneo.

Il mandato

“Poi udii la voce del Signore che diceva: ‘Chi manderò? E chi andrà per noi?’ Allora io risposi: ‘Eccomi, manda me!’”. Isaia ha parlato, confessando la sua colpa. Ora Dio parla, rivolgendosi alla Sua corte. La sala del trono di Dio è come la “cabina di regia” politica del governo dell’universo. Ci sono affari da condurre. C’è una creazione da gestire. Ci sono messaggi da inviare. Dio chiede: “Chi manderò e chi andrà per noi?” Isaia è solo uno spettatore, che ascolta per caso la domanda di Dio. Dio non dice né dove deve andare l’inviato né cosa deve fare l’inviato, né chiede a Isaia di offrirsi volontario. Risponde, però: “Eccomi. Manda me!”. Isaia, preso dall’eccitazione del momento, grato di essere stato purificato e ancor più grato di essere vivo, si offre volontario per essere l’inviato di Dio, anche se non sa dove Jahvè gli chiederà di andare o cosa Jahvè gli chiederà di fare. In sostanza, Isaia scrive a Jahvè un assegno in bianco, offrendosi di andare ovunque e di fare qualsiasi cosa. Questo è notevole perché nell’Antico Testamento le persone spesso resistevano alla loro chiamata.

Qualcosa come la risposta d’Isaia accade ancora oggi ogni volta che una persona di fede si impegna al servizio di Dio. Quando prende un tale impegno, la persona non può dire: “Servirò Dio finché potrò farlo qui” o “Sarò felice di servire Dio in questo modo ma non in quel modo”. L’impegno deve essere quello di servire Dio, e la persona che assume tale impegno può solo chiedersi dove lo porterà Dio.

La particolarità della vocazione

Potremmo pensare che la vocazione rivoltagli da Dio fosse andare a esortare il popolo alla conversione. No, all’inizio proprio l’opposto! “Ed egli disse: ‘Va’, e di’ a questo popolo: Ascoltate, sì, ma senza capire; guardate, sì, ma senza discernere! Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendigli duri gli orecchi, e chiudigli gli occhi, in guisa che non veda coi suoi occhi, non oda coi suoi orecchi, non intenda col cuore, non si converta e non sia guarito!’”.

Di solito i predicatori tendono a parlare solo su questi primi versetti e ignorare i seguenti, perché questi ultimi versetti rappresentano Dio come deciso a condannare le persone e non di salvarle. Avendo determinato il verdetto, Dio non vuole che nulla, nemmeno il pentimento, potesse interferire con il giudizio che presto emetterà. Ciò contrasta indubbiamente con la nostra idea di un Dio “tutto amore” (e senza giustizia). Tuttavia, i due passaggi vanno insieme. Il messaggio è triste, ma ha una svolta, una svolta di speranza. Tutto deve essere distrutto, abbattuto, disfatto. Sembrerà che nessuna vita possa emergere dal relitto ormai bruciato e inservibile, ma la vita emergerà – un seme sacro – un raggio di speranza verde brillante che cresce improbabile da un tronco carbonizzato. Un residuo sopravviverà per portare avanti il piano di Jahvè.

L’idea di un residuo si trova in tutto l’Antico Testamento. Tipicamente, Dio giudica le persone peccaminose, permettendo a molti di morire, a volte rapidamente come nel grande diluvio (Genesi 7), e altre volte lentamente, come nel viaggio verso la Terra Promessa. In ogni caso, Dio sceglie un residuo fedele per sopravvivere e portare avanti la sua opera. In questo libro, Isaia suscita spesso la speranza di un residuo fedele. L’idea di un residuo continua poi nel Nuovo Testamento.

Perché respingere senza appello quella generazione? “Questa gente” ha avuto tutte le opportunità di ascoltare e vedere. La loro storia è piena di storie sulla loro relazione con Jahvè – come li ha scelti – e li ha amati – e li ha guidati – e persino come li ha puniti quando avevano peccato. Hanno le Scritture e l’adorazione del tempio come costante promemoria di questa relazione. Jahvè ha dato loro ogni possibile vantaggio, nondimeno non hanno compreso, non hanno capito, non hanno obbedito. Il loro fallimento è volontario, ed è avvenuto perché i loro cuori sono lontani da Dio. Non capiscono, perché non vogliono capire. Se dovessero capire, dovrebbero cambiare, ma non vogliono cambiare. Così, se qualcuno indurisce il suo cuore, Dio completerà l’indurimento. Chi ha il cuore indurito, la sua condizione è aggravata dalla chiamata al pentimento. Una chiamata al pentimento fa solo sì che una tale persona alzi più ancora le sue difese. Ma il proposito di Jahvè è redentore. Jahvè non sarà un “abilitante” di una persona che sostiene comportamenti intollerabili. Jahvè permetterà a “questo popolo” di cadere, di “toccare il fondo”. Altrimenti, zoppicheranno per sempre nei loro peccati.

Impopolarità del vero profeta

I profeti sono raramente popolari. Dicono verità che le persone non vogliono sentire e sono spesso perseguitate per i loro guai (Matteo 5:12). Essere un profeta è nel migliore dei casi ingrato e nel peggiore dei casi pericoloso. Tuttavia, un profeta può trovare soddisfazione dicendo la verità e sperando che le persone rispondano e siano salvate. Ma il Signore non permetterà a Isaia nemmeno di sperare. Isaia deve dire la verità sapendo in anticipo che le persone si rifiuteranno di rispondere. Lo faremmo noi?

Sembra che Jahvè abbia voluto che sia così, che non abbia alcun interesse a vedere “questo popolo” pentirsi, che non ha alcun desiderio di vederli guariti. Forse che l’amore di Jahvè non è davvero eterno, forse che ha “dimenticato di essere misericordioso”? È una possibilità che non si sposa bene con la nostra idea unidimensionale di un Padre gentile, amorevole e clemente. C’è però un parallelo tra il modo in cui Jahvè ha trattato “questo popolo” e i suoi precedenti rapporti con il popolo d’Israele nel deserto. In quella situazione precedente, Jahvè affronta il loro peccato costringendoli a vagare nel deserto finché non muoiano tutti entrare nella Terra Promessa.

Anche se questo è stato un giudizio severo, è stato molto al di sotto di un giudizio finale. Gli israeliti originari morirono nel deserto, ma Jahvè adempie la sua promessa a Israele permettendo ai loro figli di entrare e possedere la Terra Promessa. Jahvè punisce gli israeliti peccatori, ma continua la relazione del patto attraverso i loro figli. Qualcosa di simile accadrà qui. “Questo popolo”, il popolo al quale Isaia proclamerà la verità, sarà presto esiliato. Il loro esilio continuerà per un lungo periodo durante il quale la maggior parte di loro morirà. Ma i loro figli vivranno, e l’Eterno consentirà a un residuo di ritornare e ricostruire la città e il tempio. Poiché Jahvè affida a Isaia il suo incarico, sembra ovvio che abbia già deciso su questo scenario. Se le persone si fossero pentite senza provare i rigori dell’esilio, il loro pentimento sarebbe stato tiepido. Meglio che periscano!

Possiamo accettare un simile concetto? Certo, perché è Parola del Dio verace. Predichiamo dunque l’Evangelo. Molti a causa di questo si induriranno ancor di più e la loro giusta condanna sarà confermata. Annunciamo però l’Evangelo con speranza, perché la grazia di Dio raggiungerà gli eletti a salvezza e saranno realizzati tutti i propositi di Dio.

Paolo Castellina, 29 gennaio 2022