L’ingannevole “religione dell’amore” (Luca 10:25-37)

Domenica 10 luglio 2022 – Quinta domenica dopo la Pentecoste

(Culto completo con predicazione, 55′)

(Solo predicazione, 30′)

Introduzione alle letture bibliche di questa domenica

Letture bibliche: Salmo 82; Amos 7:7-17; Colossesi 1:1-14; Luca 10:25-37

Anche al giorno d’oggi si ergono alla pubblica attenzione dei personaggi che si ritengono onnipotenti, degli déi… Magari oggi non sono più leader politici di nazioni, ma presidenti di ditte private che in forza delle loro strabilianti ricchezze si ritengono “benefattori” dell’umanità come gli antichi imperatori e condizionano governi e nazioni. Pretendono che tutti si pieghino di fronte a loro. Il Salmo 82 conosce bene queste figure e dice loro: “Eppure morrete come gli altri uomini e cadrete come ogni altro potente”. Nostro compito non solo è “smascherarli” ma, come dice questo Salmo: “Liberate il misero e il bisognoso, salvatelo dalla mano degli empi!”. Neppure però una chiesa può sentirsi “al sicuro” se non è fedele al mandato a cui la chiama il Signore. Lo vediamo nella seconda lettura tratta dal profeta Amos, nella quale egli è chiamato a predicare contro Israele e annunziarle il giudizio di Dio a causa della sua infedeltà. Grazie a Dio, però, non è sempre così, perché vediamo luminosi esempi di comunità cristiane fedeli al Signore, come quella dell’antica Colosse, che l’Apostolo loda e per il cui progresso prega: la nostra terza lettura. Non manchiamo, però, di cogliere, nella quarta lettura, dal vangelo secondo Luca, l’insegnamento che ci dà Gesù nella parabola del Buon Samaritano: il Suo appello alla testimonianza cristiana nella pratica dell’amore solidale. La preghiera che chiude il nostro culto di oggi raccoglie tutto questo quando dice: “Fa che il tuo popolo sappia e comprenda ciò che deve fare, e abbia anche grazia e potenza per compierle fedelmente”.


L’ingannevole “religione dell’amore” (Luca 10:25-37)

Un amore da qualificarsi

Oggigiorno è diventata popolare la religione che si potrebbe chiamare, con un neologismo, l’amorismo, ovverosia “la religione dell’amore”. C’è chi la confonde con il cristianesimo o chi la considera “la sintesi di tutte le religioni”. Per quanto seducente essa sia per molti, è fondamentalmente qualcosa d’ingannevole e irrazionale – in ogni caso non corrispondente a un cristianesimo che voglia essere fedele all’insegnamento delle Sacre Scritture.

L’Amorismo è un movimento filosofico universalista che predica “l’amore incondizionato” (non meglio definito e di fatto soggettivo e circostanziale) che pretende di essere “l’unica soluzione per la salvezza dell’umanità”. Questa religione, pur facendo talora riferimento a Gesù di Nazareth (utilizzando in maniera selettiva affermazioni bibliche) vorrebbe abbracciare tutte le religioni ed è un misto di deismo, agnosticismo e universalismo. È deista perché per essa Dio è un strumentale e vago concetto astratto – parla infatti di “religione naturale” soggettiva ed empirica. Agnostica perché abbraccia coloro che non credono o non credono nell’esistenza di un Dio supremo; e universalista ammettendo il principio di un presunto consenso universale di ogni fede, senza “pregiudizi dogmatici”. E’ la religione che, nascondendo le sue incoerenze e illogicità, parla di “tolleranza” di chi “non giudica” “perdono”, “solidarietà”. Concetti indubbiamente seducenti, ma che non reggono a un esame più attento.

Di fatto, bisogna precisare che cosa sia esattamente l’amore e soprattutto non bastano generiche esortazioni ad amare, bei discorsi, perché l’essere umano, corrotto com’è, non è in grado di amare veramente senza una profonda rigenerazione del suo cuore – ma chi la può veramente realizzare?

Uno dei testi dei vangeli che spesso vengono citati come espressione di questo amore e solidarietà è la nota “Parabola del buon samaritano”. Il tema che propone, il dovere alla solidarietà e all’amor pratico, come fondante anche per la stessa convivenza civile – cosa di cui oggi si parla molto. Non basta, però, parlarne; non basta ripetere parole come amore, solidarietà e giustizia, che si realizzerà davvero tutto questo: bisogna metterne i presupposti, ed è proprio ciò che questa parabola di Gesù si propone.

La “parabola del buon samaritano”, infatti, non è semplicemente “una bella storia” da imitare, un’affermazione di principi ideali. Essa infatti può essere esaminata secondo tre livelli di lettura: nel suo contesto originale; nei principi che enuncia; e come allegoria che ci presenta la chiave stessa che trasformi realmente chi l’ascolta – questa è la cosa più importante. Leggiamo prima, dunque, il testo con attenzione e poi cercheremo di arrivare al cuore stesso di questo racconto.

Il buon Samaritano

“Allora ecco, un certo dottore della legge si levò per metterlo alla prova e disse: Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna? Ed egli disse: Che cosa sta scritto nella legge? Come leggi? E quegli, rispondendo, disse: Ama a il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso. Ed egli gli disse: Hai risposto esattamente; fa’ questo e vivrai. Ma egli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: E chi è il mio prossimo? Gesù allora rispose e disse: Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei ladroni i quali, dopo averlo spogliato e coperto di ferite, se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada e, veduto quell’uomo, passò oltre, dall’altra parte. Similmente anche un levita si trovò a passare da quel luogo, lo vide e passò oltre, dall’altra parte. Ma un Samaritano che era in viaggio, passò accanto a lui, lo vide e ne ebbe compassione. E, accostatosi, fasciò le sue piaghe, versandovi sopra olio e vino, poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. E il giorno dopo, prima di partire, prese due denari, e li diede al locandiere, dicendogli: “Prenditi cura di lui e tutto quello che spenderai in più, te lo renderò al mio ritorno”. Quale dunque di questi tre ti pare sia stato il prossimo di colui che cadde nelle mani dei ladroni. E quello disse: Colui che usò misericordia verso di lui. Gesù allora gli disse: Va’ e fa’ lo stesso anche tu” (Luca 10:25-37).

Il contesto

a. Il dottore della legge. Fra i molti che stavano ad ascoltare Gesù vi era pure quel giorno un “dottore della legge”. Egli era “un esperto” di etica e di religione, un “professore” che “dall’alto” guardava criticamente con un misto di commiserazione e di curiosità quel “pretenzioso” Gesù, quel “campagnolo” che notoriamente “non aveva fatto studi”. Potremmo immaginare questo “dottore della legge” oggi come un professore, magari di filosofia, che, con la barba da intellettuale, la pipa in bocca e con sguardo inquisitorio, ascolta con attenzione, per poi, al momento opportuno, emettere la propria “esperta sentenza”.

b. Il suo atteggiamento. Più che una “sentenza” il nostro dottore della legge propone a Gesù un’acuta domanda “per metterlo alla prova” con aria furbetta e compiaciuta di sé stesso. Sembra pensare: “Vediamo un po’ che cosa dirà questo Gesù, se saprà essere all’altezza della mia erudizione! …vediamo come sa affrontare le questioni che noi trattiamo a livello accademico; se, di fronte a esse, cadrà nell’imbarazzo e nel ridicolo com’è probabile. Allora la gente riconoscerà di aver sbagliato a correre dietro a questo Gesù.

c. La questione posta. La domanda accademica del dottore della legge, “Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” ha a che fare con il senso della vita. In che cosa consiste quell’integrità etica e morale di una persona in grado di suscitare la piena approvazione di Dio nei suoi riguardi? Quand’è che si può dire di essere degni della vita che si possiede, anzi, di essersi conquistati il titolo a continuare a vivere?”. 

d. Una questione legittima. Non è una domanda balzana: è una questione seria, fondata e da persona responsabile. L’eterno Iddio ha risposto a questa domanda in modo chiaro e preciso quando ha proclamato la Sua Legge, la quale esprime, in termini assoluti, quando una vita sia da ritenersi degna di essere vissuta, quando una vita corrisponda al metro di giustizia e d’integrità stabilito dal suo Creatore. Quel dottore della legge conosce esattamente queste cose e Gesù lo conferma e approva, ribadendo il metro di giustizia di Dio che può essere riassunto proprio con “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso”.

e. Il vero problema. Il problema che Gesù rileva, però, non è quanto il dottore della legge crede e professa: vero e corretto, ma il fatto che quest’uomo prenda queste cose troppo alla leggera e le dia troppo per scontate. È con timore e tremore che uno dovrebbe contemplare il metro di giustizia della Legge di Dio, perché davanti a essa, chi mai potrebbe affermare di esserne all’altezza? Contemplare la legge di Dio significa vedere sé stessi come del tutto inadeguati, ben lontani dal poterla mai mettere in pratica, riconoscere la propria indegnità e ingiustizia, riconoscere di avere assolutamente bisogno, a livello personale, di un Salvatore. Contemplare la Legge di Dio dovrebbe essere disperante per una persona onesta verso sé stessa. Dovrebbe farle implorare la misericordia di Dio. Chi mai, infatti, potrebbe amare Dio e il prossimo in modo assoluto, puro, completo, spirituale, disinteressato, con tutto sé stesso, senza traccia alcuna di egoismo? Chi mai potrebbe essere all’altezza di tutto questo e quindi essere salvato? Quel dottore della legge pensava correttamente, ma riteneva forse di agire altresì correttamente e di essere veramente la persona che Dio si aspettava da lui. Nella sua presunzione forse lo pensava.

f. Vuole però svicolare. Gesù vuole fargli prendere coscienza di tutto questo. Il dottore della Legge però non lo sopporta. Egli “vuole giustificarsi”, cerca di evitare che Gesù riveli davanti a tutti e a sé stesso il vero stato del suo cuore, la necessità che egli ha di umiliarsi davanti a Dio e agli altri, implorare misericordia, e di cercare un Salvatore a Lui esterni. Allora cavilla: “Ma chi è poi questo prossimo che devo amare con tutto me stesso? …certo non sarà il popolino ignorante,  certo non sarà il criminale, il poveraccio che “merita” la sua povertà a causa della sua pigrizia…”. Il dottore della legge crede in un amore “a responsabilità limitata”, ma esso non è l’amore che Dio ha in mente, il quale davvero deve essere senza confini per l’uomo. Per questo Gesù racconta questa parabola.

Il principio proclamato

a. Le nostre scuse. Una strada buia, tortuosa, piena d’insidie, dei briganti che assalgono un povero viandante, che lo derubano di tutto, lo bastonano e lo lasciano mezzo morto ai bordi della strada. Chi si accorgerà di lui? Chi lo soccorrerà? Chi mai gli negherebbe l’aiuto? Eppure non prendiamo la cosa troppo per scontata. Quanti fuggono di fronte a un incidente stradale? Quanti passano accanto nelle città a dei poveracci buttati per terra, magari a dei drogati, e fanno finta di niente. …Non vogliono mettersi dei guai, assumersi responsabilità eccessive. Ci pensi l’assistenza sociale, ci pensi la croce rossa, ci pensino altri: qualcun altro si fermerà… io non voglio prendermi una malattia a toccare quelle ferite… ho già dato il mio contributo… si arrangi un po’ lui, io ho già i miei problemi, non posso caricarmi anche di quelli degli altri… ciascuno è arbitro del proprio destino… Quante sono le scuse! Il dottore della legge “volendo giustificarsi…”.

b. Un amore totale e incondizionato. Eppure Gesù indica come il metro della giustizia che Dio esige non è solo amore totale e incondizionato verso Dio, ma amore totale e incondizionato verso gli altri, chiunque essi siano, qualunque ne sia il costo. Gesù mette in evidenza come Dio stabilisca il principio della solidarietà: fattore assolutamente fondante per la creatura umana e soprattutto per chi professa la fede d’Israele. Quali sono le implicazioni di questo principio per noi che viviamo oggi in questo mondo con il nostro particolare tipo di problemi a livello locale e globale? Il meno che possiamo dire è che dobbiamo dire di essere molto lontani dalla giustizia che Dio si attende da noi e quindi dalla salvezza. Di fronte a tutto questo, chi mai davvero potrebbe essere salvato? È l’effetto, il riconoscimento che Gesù voleva provocare… Il principio della solidarietà è un importante e intramontabile valore più che mai valido anche per la società d’oggi.

c. Qualcuno li supera. Gesù – nella Sua parabola – critica al tempo stesso il perbenismo e l’ipocrisia di tanta religione come di tanta politica idealista e ipocrita riaffermando il valore universale e umanitario della legge di Dio. Sacerdoti e leviti – nel racconto – pur vantandosi di essere gran cosa agli occhi di Dio, erano abili a trovare giustificazioni per non operare solidarietà. Conoscono la verità, si vantano di far parte del popolo di Dio, si ritengono a posto, ritengono di adempiere a ciò che Dio esige eppure, falliscono miseramente e sono persino superati quanto a solidarietà da uno che per loro è straniero, diverso da loro, come allora un samaritano. Questi si, vedendo l’uomo ferito e derubato, ne ha compassione, fascia le sue piaghe, medica la ferita, se lo prende a carico. Non se lo porta a casa, ma lo porta a sue spese in un a locanda (allora non c’erano ospedali), insomma, si dona anima e corpo per soccorrerlo senza nulla risparmiare. “Sei disposto a fare altrettanto?”, dice Gesù, “ecco ciò che Dio si aspetta da te per essere all’altezza della vita eterna, per essere veramente degno della vita che possiedi, per guadagnarti il diritto a vivere illimitatamente”.

L’annuncio dell’Evangelo

a. I limiti delle affermazioni di principio. Quand’anche però gli uditori di Gesù quel giorno, e noi oggi, fossero stati del tutto bene intenzionati a seguire la Sua strada, per loro questa sarebbe solo un’astratta e impotente affermazione di principio non in grado da sé stessa di mobilitare di fatto alla solidarietà. Il messaggio potrebbe suscitare in noi, al massimo, il nostro consenso, il nostro plauso, ma ci farebbe forse passare all’azione? Cancellerebbe forse il nostro egoismo congenito? No, perché semplicemente affermare bei principi non basta. Quanti discorsi di luoghi comuni che si sentono oggi!

b. È necessario di più. È necessaria l’azione potente del Salvatore Gesù sulla nostra persona, intesa a trasformarci e a persuaderci interiormente che quanto da Lui affermato è una verità costruttiva e un imperativo morale, come pure a darci la forza di metterlo in pratica. È proprio in questo senso, infatti, che questo racconto deve essere letto anche come  un’allegoria nella quale ogni personaggio presentato corrisponde a realtà spirituali che ci toccano molto da vicino. Dobbiamo spingerci a scoprire di più, in questa parabola, che ciò che appare in superficie alla prima lettura, e dobbiamo farlo nell’ottica della vicenda della Persona stessa del Salvatore Gesù Cristo.

c. Una rilettura della parabola. L’uomo che scende da Gerusalemme rappresenta la stessa creatura umana che si allontana dalla città santa (dalla comunione salvifica con Dio) e percorre una strada in discesa (la sua decadenza morale e spirituale). Allontanandosi dalla comunione e dalla protezione che solo Dio sa offrire, ci incamminiamo ineluttabilmente su una strada di decadenza morale e spirituale. La via attraversa una zona desertica, inospitale e pericolosa, come arida e ingannevole è la via che conduce lontano da Dio in questo mondo. Lungo questa via incontriamo il nemico di Dio e di ogni bene e i suoi servi, Satana, il “ladrone”, il quale ci spoglia di tutte le prerogative e beni che Dio ci ha concesso, ci ferisce e ci lascia “mezzi morti” (Satana, dopo averci ingannati, devasta impietosamente la nostra vita). Il sacerdote e il levita che passano di lì per caso rappresentano la religione e la politica che, con le sue vane cerimonie, tradizioni, moralismo e bei discorsi, non sono in grado di far nulla per il peccatore, né guarirlo, né salvarlo, né rendergli la vita degna e vivibile. Il samaritano in viaggio rappresenta il Cristo, anticonformista e “straniero” per questo mondo. Egli vede il peccatore ed è l’unico ad averne compassione. Cristo si prende cura del peccatore, se ne fa carico, lo cura e lo fascia. La locanda presso la quale lo fa ospitare a sue spese potrebbe rappresentare la chiesa cristiana, presso la quale il peccatore continua la sua “cura” sulla terra fino al ritorno di Cristo.

d. Noi, i beneficati, chiamati a beneficare. Il credente così considera quanto Gesù lo abbia amato fino a dare per lui la Sua vita stessa quando era “fuggitivo”, ribelle e nemico a Dio. Cristo, avendogli usato misericordia lo esorta a fare altrettanto verso i suoi simili. È difatti dovere di noi tutti, in ogni luogo e secondo le nostre capacità, di soccorrere, aiutare e sollevare tutti coloro che si trovano in distretta e in necessità. Quando, però? Lo possiamo fare solo quando il Salvatore Gesù Cristo si fa carico della nostra condizione esistenziale ed egli sana le nostre malattie spirituali. Forti di questo incontro salutare con il Salvatore Gesù, allora, potremo testimoniare di una vita impostata sulla stessa prassi.

Conclusione

Avrà avuto effetto su quel dottore della legge la salutare “provocazione” di Cristo? Colui che aveva voluto mettere alla prova Cristo, dall’alto della sua erudizione, si trova lui, a sua volta, messo alla prova, vagliato, smascherato. L’apostolo Paolo dirà: “Che cos’hanno ora da dire i sapienti, gli studiosi, gli esperti in dibattiti culturali? Dio ha ridotto a pazzia la sapienza di questo mondo” (1 Corinzi 1:20 TILC). Cristo ha rivelato ciò che la sapienza di questo mondo davvero sia, ha rivelato quant’è vana. Allo stesso tempo Cristo ha rivelato che solo la rigenerazione dell’intimo umano può essere l’unica base per avvalorare gli ideali di cui ci riempiamo la bocca. Essi devono prima portarci a umiliarci, a riconoscere il nostro fallimento e impotenza e a invocare il Salvatore. L’opera personalizzata e interiore di Cristo è l’unica in grado di farci essere davvero solidali e amorevoli, e farlo con sapienza e con discernimento. Lo possiamo essere solo al Suo seguito e a Sua imitazione quando ci nutriamo della Sua Parola e seguiamo Cristo riflettendo su quel che fa. Che Iddio ci dia di realizzare questo nella nostra vita e solo allora il nostro mondo comincerà a essere migliore. La via, la verità e la vita è Cristo, non l’amoresimo!

[Paolo Castellina, riduzione del 2-7-2022 di una mia predicazione del 10-7-2016 e del 24-8-1997].