Domenica 3 maggio 2026 – quinta domenica di Pasqua
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[Solo predicazione, 31′ 14]
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Costruttori di imperi fallimentari
Avete presente l’immagine di quei signori un po’ in là con gli anni che, con le mani intrecciate dietro la schiena e lo sguardo fisso oltre la recinzione, trascorrono le mattinate a osservare un cantiere edile in piena attività? Restano lì, immobili e silenziosi, a scrutare ogni movimento delle ruspe e ogni colata di cemento, quasi volessero assicurarsi che ogni pietra sia posata con la cura che solo l’esperienza sa riconoscere. Sono i custodi involontari di un sapere pratico, spettatori di un’evoluzione che trasforma cumuli di materiale grezzo in una struttura compiuta, pronti a cogliere quel momento magico in cui il progetto astratto inizia finalmente a farsi realtà.
Non sempre, però, i progetti giungono a compimento. Penso a quanto siano ricorrenti nel corso della storia i tentativi di varie agenzie (politiche, finanziarie, ideologiche e religiose) di progettare e operare (e più spesso complottare) per realizzare imperi di dominio sul mondo intero. Il più recente è quello della Palantir, un’azienda tecnologica statunitense fondata tra gli altri dall’imprenditore Peter Thiel, specializzata nell’analisi di grandi quantità di dati per governi e grandi organizzazioni [1]; le sue piattaforme, nate anche con il sostegno iniziale di ambienti legati alla sicurezza nazionale, sono pensate per monitorare, prevedere e gestire fenomeni complessi, suscitando però interrogativi e fondate preoccupazioni. Essa immagina un mondo basato sulla tecnologia e controllato da essa. Anche in questo caso anch’essa è persuasa trattarsi di un progresso “inarrestabile” e “sicuro”, “il meglio” per il mondo (in realtà i loro profitti ed ambizioni) in modo simile a come erano considerate nel secolo scorso certe ideologie politiche. Molti osservatori hanno definito questa visione come una forma di “tecnofascismo”, poiché fonde sorveglianza di massa, potere statale e ideologia gerarchica in un modello che marginalizza il dibattito democratico.
Come pure la storia stessa dimostra, tali illusorie “ambizioni imperiali”, però, dopo un certo tempo, falliscono tutte miseramente – non prima di aver creato anche danni inenarrabili. L’umanità sembra così non imparare mai e “inciampa” nella realtà che la Parola di Dio sintetizza quando afferma: “Se l’Eterno non edifica la casa, invano vi si affaticano gli edificatori” (Salmi 127:1). C’è un solo edificio che reggerà, ed è quello degli eterni propositi di Dio incentrati nella Persona ed opera di Gesù Cristo.
Naturalmente, il solo menzionare questo susciterà con qualcuno sorrisi ironici di commiserazione come se si trattasse di una patetica ingenuità… Consideriamo, però, quanto afferma l’apostolo Pietro quando, nella sua prima epistola contenuta nella Bibbia, parla di edificatori e di pietre di costruzione. Ascoltiamo.
Il testo biblico
“Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati qual casa spirituale, per essere un sacerdozio santo per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo. Poiché si legge nella Scrittura: Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, eletta, preziosa; e chiunque crede in lui non sarà confuso. Per voi dunque che credete essa è preziosa, ma per gli increduli la pietra che gli edificatori hanno rigettata è quella che è diventata la pietra angolare, e una pietra d’inciampo e un sasso d’intoppo, essi, infatti, essendo disubbidienti, inciampano nella Parola e a questo sono stati anche destinati. Ma voi siete una generazione eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, affinché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce; voi, che già non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia” (1 Pietro 2:2-10).
Queste parole si collocano all’interno di una lettera che l’apostolo Pietro indirizza a credenti dispersi nelle regioni dell’Asia Minore, chiamati a vivere la loro fede in un contesto di pressione e marginalità: proprio per questo egli li invita a non lasciarsi definire da ciò che vedono attorno a sé, ma a riconoscersi per ciò che sono davvero, cioè il popolo che Dio stesso sta edificando su Cristo, l’unico fondamento che non verrà mai meno.
1. Dalla curiosità sterile alla fame spirituale (vv. 2-3)
Nei versetti iniziali Pietro utilizza un’immagine semplice e potente: quella del neonato che desidera il latte. Non si tratta di un interesse occasionale o di una curiosità superficiale, ma di un bisogno vitale, continuo, insopprimibile. Così, dice l’apostolo, deve essere il rapporto del credente con il “puro latte spirituale”, cioè con la Parola di Dio che nutre, fa crescere e sostiene la vita nuova in Cristo. Qui emerge subito un contrasto implicito con l’atteggiamento dello spettatore: si può osservare un cantiere con interesse, si può perfino discuterne, ma non per questo si partecipa alla costruzione. Allo stesso modo, si può essere incuriositi dalle cose di Dio, frequentare ambienti religiosi, ascoltare, valutare, ma restare interiormente distaccati. Pietro, invece, parla di un desiderio che coinvolge tutta la persona e che ha come scopo la crescita reale: “affinché per mezzo di esso cresciate”.
Questa fame spirituale nasce da un’esperienza: “se davvero avete gustato che il Signore è buono”. Non è un dovere imposto dall’esterno, ma la conseguenza di aver incontrato la grazia di Dio attraverso l’accoglienza dell’Evangelo. Chi ha “gustato” la bontà del Signore in Cristo Gesù non si accontenta più di un cristianesimo osservato solo da lontano; sente il bisogno di tornare a quella fonte, di nutrirsi, di approfondire. Qui sta una domanda decisiva per ciascuno: la nostra relazione con Dio è ancora segnata da questo desiderio vivo, oppure si è ridotta a una forma di curiosità religiosa, intermittente e senza crescita? Perché solo chi si nutre veramente della Parola passa da semplice osservatore a “pietra vivente” nell’edificio che Dio sta costruendo.
2. Cristo fondamento, noi costruzione (vv. 4-5)
Al centro di questi versetti sta Cristo, definito da Pietro “pietra vivente”. L’immagine è paradossale e proprio per questo profondamente significativa: una pietra, per sua natura, è inerte; eppure Cristo è vivente, perché è il Risorto, colui che possiede in sé la vita e la comunica. Tuttavia, questa pietra è anche “rifiutata dagli uomini”: il giudizio umano, segnato dal peccato e dalla cecità spirituale, ha scartato proprio ciò che Dio aveva scelto come fondamento. Qui si svela ancora una volta il fallimento degli “edificatori” umani: essi pretendono di costruire, ma rigettano la pietra essenziale. Dio, invece, capovolge questo giudizio e dichiara Cristo “scelto e prezioso”. Ciò che il mondo scarta, Dio lo pone al centro del suo progetto.
Questo rifiuto non è soltanto un fatto storico – limitato alla crocifissione – ma un atteggiamento che attraversa i secoli. Cristo viene rigettato perché non corrisponde alle attese umane: non offre un potere immediato, non si piega alle logiche del successo, non conferma l’autonomia dell’essere umano, ma la mette radicalmente in discussione. Egli smaschera il peccato, chiama al ravvedimento, esige fiducia totale. Per questo è percepito come scomodo, persino pericoloso. Così, ancora oggi, si preferisce costruire sistemi religiosi, morali o culturali che possano essere controllati, piuttosto che sottomettersi a una pietra vivente che, proprio perché viva, non può essere manipolata. Il rifiuto di Cristo, dunque, non è solo ignoranza: è una scelta che rivela il cuore.
Ma il punto decisivo è che, accostandoci a Lui, anche noi diventiamo “pietre viventi”. Non si tratta semplicemente di imitare Cristo, ma di essere uniti a Lui e inseriti in un’opera più grande: “siete edificati qual casa spirituale”. Il cristiano non è un individuo isolato, autosufficiente, ma parte di una costruzione organica che Dio stesso sta realizzando. E questa costruzione ha uno scopo preciso: essere “un sacerdozio santo”, cioè un popolo che vive alla presenza di Dio e offre “sacrifici spirituali” graditi a Lui per mezzo di Gesù Cristo. Non spettatori, dunque, ma partecipanti attivi; non pietre da costruzione sparse, ma elementi integrati in un edificio vivente. Qui si comprende la differenza radicale tra i progetti umani, che producono strutture morte, e l’opera di Dio, che dà vita a un popolo che vive, cresce e serve.
3. Il destino deciso dal rapporto con Cristo (vv. 6-8)
Nei versetti 6-8 Pietro approfondisce ulteriormente il significato di Cristo come pietra, richiamando esplicitamente le Scritture dell’Antico Testamento. Egli parla di una “pietra angolare, eletta, preziosa”, posta da Dio stesso come fondamento sicuro: chi crede in Lui “non sarà confuso”, non resterà deluso, non vedrà crollare ciò su cui ha edificato la propria vita. Ma accanto a questa promessa si staglia un contrasto netto e inevitabile: la stessa pietra che per alcuni è fondamento di salvezza, per altri diventa “pietra d’inciampo e sasso di scandalo”. Non esiste una posizione neutrale rispetto a Cristo. La sua presenza divide, rivela, smaschera.
Quando Pietro parla di coloro che inciampano “essendo disubbidienti”, non si riferisce semplicemente a una condotta morale sbagliata, ma a un rifiuto più profondo: quello della Parola di Dio che chiama alla fede. In questo senso, la disubbidienza è l’opposto di quella che l’apostolo Paolo definisce “ubbidienza della fede” (si veda, ad esempio, Romani 1:5 e Romani 16:26), cioè una risposta fiduciosa e sottomessa al Vangelo. Non credere non è un atto neutrale o puramente intellettuale: è una forma di disubbidienza, perché respinge ciò che Dio ha rivelato e offerto in Cristo. Così, chi non accoglie la Parola non rimane semplicemente fermo, ma inciampa in essa: proprio ciò che è dato per salvare diventa occasione di caduta.
Da un lato vi sono dunque coloro che credono e riconoscono in Cristo ciò che Dio ha dichiarato: la pietra preziosa su cui poggiare tutta la propria esistenza. Dall’altro lato vi sono quelli che, rifiutando questa Parola, finiscono per scontrarsi con essa. È un’immagine forte: non è Dio a essere instabile, ma è l’essere umano che, rigettando il fondamento, perde stabilità. Qui si comprende anche la radice del fallimento di ogni costruzione umana: si tenta di edificare senza Cristo, o addirittura contro di Lui, e per questo ogni progetto è destinato, prima o poi, a crollare. La questione, allora, non è se stiamo costruendo, ma su chi stiamo costruendo.
4. Da non-popolo a popolo, da tenebre a luce (vv. 9-10)
Nei versetti 9-10 il discorso raggiunge il suo culmine, mostrando non solo su quale fondamento Dio costruisce, ma anche che cosa Egli sta costruendo: un popolo. Pietro utilizza espressioni cariche di significato tratte dall’Antico Testamento—“generazione eletta”, “sacerdozio regale”, “gente santa”, “popolo che Dio si è acquistato”—per descrivere l’identità dei credenti in Cristo. Ciò che un tempo apparteneva in modo tipico a Israele viene ora applicato alla comunità dei redenti, senza distinzione, come compimento del disegno di Dio. Non si tratta di titoli onorifici, ma di una realtà concreta: Dio ha scelto, separato e riscattato un popolo perché gli appartenga e viva alla sua presenza. In un mondo che assegna identità fragili e mutevoli, qui troviamo un’identità stabile, ricevuta e non costruita.
Proprio per questo, risulta profondamente in contrasto con questo testo ogni forma di individualismo spirituale che pretende di vivere la fede in isolamento. L’immagine stessa utilizzata da Pietro – un popolo, una casa, un sacerdozio—esclude l’idea di un cristianesimo solitario e autosufficiente. Certo, possono esistere situazioni eccezionali – contesti ostili, isolamento forzato, mancanza reale di una comunità sana – nelle quali un credente si trova temporaneamente solo. Ma queste sono, appunto, eccezioni, non la norma. Dove è possibile, il cristiano è chiamato a cercare, costruire e custodire una comunione concreta con altri credenti. Non farlo per scelta o per comodità significa impoverire gravemente la propria vita spirituale e contraddire la natura stessa dell’opera che Dio sta compiendo.
Questa identità ha uno scopo preciso: “affinché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce”. L’edificio di Dio non è silenzioso, ma testimoniante; il popolo di Dio non esiste per sé stesso, ma per rendere visibile la grazia che lo ha trasformato. Pietro rafforza questo messaggio con un contrasto netto e profondamente consolante: “voi, che già non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia”. È il passaggio dalla non-appartenenza all’appartenenza, dalla perdita alla redenzione, dalle tenebre alla luce. Qui si compie ciò che nessun progetto umano potrà mai realizzare: non semplicemente organizzare persone, ma rigenerarle, unirle e dare loro una nuova identità e una nuova missione.
Conclusione
Torniamo allora a quell’immagine iniziale: i cantieri, i progetti, le grandi costruzioni che promettono solidità e futuro. Abbiamo visto che esiste un solo edificio che regge davvero, quello che Dio costruisce in Cristo. Ma la domanda, a questo punto, non è più teorica, è personale: su quale edificio stai puntando la tua vita? Sei affascinato dai grandi progetti umani-politici, tecnologici, culturali-oppure hai riconosciuto che senza Dio ogni costruzione è destinata, prima o poi, a crollare?
Pietro ci ha poi parlato di un desiderio che fa crescere. Non basta osservare, non basta essere incuriositi: bisogna nutrirsi. La tua fede è una semplice curiosità religiosa, o è una fame reale della Parola di Dio? Hai “gustato” che il Signore è buono al punto da desiderare ancora e ancora nutrirti di Lui, oppure ti accontenti di restare ai margini, spettatore di qualcosa che non ti coinvolge davvero?
Abbiamo visto anche che Cristo è la pietra vivente, e che solo accostandoci a Lui diventiamo pietre viventi inserite in un edificio. Qual è il tuo rapporto con Cristo? È davvero il fondamento su cui stai costruendo, oppure è rimasto un elemento secondario, magari rispettato ma non determinante? E ancora: stai vivendo come una pietra isolata, oppure come parte di quella casa spirituale che Dio sta edificando insieme ad altri?
Infine, Pietro ci ha ricordato chi siamo in Cristo: un popolo, chiamato dalle tenebre alla luce, oggetto di misericordia e portatore di una testimonianza. Ti riconosci in questa identità? Vivi come parte del popolo di Dio, con la consapevolezza di essere stato chiamato e trasformato, oppure continui a cercare altrove la tua identità e il tuo valore? Perché, alla fine, non si tratta solo di osservare un cantiere, ma di essere parte dell’edificio che Dio stesso sta costruendo per l’eternità.
Il teologo Herman Bavinck nella sua Dogmatica Riformata scrive: «La grazia non distrugge la natura, ma la restaura e la porta al suo compimento». Così dicendo Bavinck chiarisce che l’opera di Dio in Cristo non annulla ciò che siamo come creature, ma lo redime e lo porta alla sua vera destinazione. Il peccato ha deformato la natura umana, non l’ha eliminata; perciò la grazia non interviene per sostituirla con qualcosa di completamente estraneo, ma per restaurarla dall’interno. Diventare “popolo di Dio” non è una sovrastruttura artificiale, ma il recupero e il compimento della nostra vocazione originaria: essere una comunità che vive davanti a Dio, nella sua luce, per proclamare la sua gloria. In altre parole, l’edificio che Dio costruisce non è contro la realtà umana, ma è la sua piena realizzazione.
Preghiamo. Signore nostro Dio, ti ringraziamo perché non ci hai lasciati dispersi e senza speranza, ma in Cristo ci hai chiamati dalle tenebre alla tua meravigliosa luce. Confessiamo che troppe volte siamo rimasti spettatori, curiosi ma non coinvolti, interessati ma non trasformati. Perdonaci e rinnova in noi una vera fame della tua Parola,un desiderio sincero di nutrirci di Cristo. Fa’ che Egli sia davvero il nostro fondamento, la pietra su cui costruiamo ogni cosa,e preservaci dall’illusione di edificare senza di Lui. Insegnaci a vivere non come pietre isolate,ma come parte del tuo popolo, uniti gli uni agli altri, per offrire a te una vita che ti sia gradita. E rendici testimoni fedeli della tua grazia,affinché, con le nostre parole e con la nostra vita, proclamiamo le tue virtù a un mondo che ancora cammina nelle tenebre. Te lo chiediamo nel nome di Gesù Cristo, nostra pietra vivente e nostro Signore. Amen.
Paolo Castellina 23 aprile 2026.
Nota
[1] Palantir ha pubblicato ufficialmente il suo nuovo “Manifesto in 22 punti” il 20 aprile 2026. Questo documento, intitolato anche “La Repubblica Tecnologica”, segna una rottura ideologica con la Silicon Valley tradizionale e delinea la visione dell’azienda sulla sovranità tecnologica occidentale. I principi programmatici si concentrano sulla pretesa difesa dei valori democratici occidentali attraverso la tecnologia, sottolineando l’importanza di sistemi di difesa basati sull’intelligenza artificiale (come la piattaforma AIP) che garantiscano il controllo umano e la responsabilità. I punti chiave includono: (1) Centralità del sistema integrato: L’etica non deve riguardare solo i singoli modelli di IA, ma l’intero sistema operativo e il contesto d’uso. (2) Sicurezza e Libertà Civili: L’impegno a preservare la privacy e le libertà fondamentali mentre si utilizzano i dati per scopi di sicurezza nazionale e commerciale. (3) Supervisione Umana: Meccanismi di controllo obbligatori (come gli “Ontology checkpoints”) per assicurare che le decisioni critiche rimangano sotto la responsabilità umana. Cfr. Palantir Technologies, AI Ethics & Principles, consultabile su Palantir AI Ethics e Palantir Privacy and Civil Liberties. Per il recente manifesto del 2026, si veda la sezione Principles sul sito ufficiale www.palantir.com.