Domenica 23 agosto 2026 – Servizio di culto evang. riformato
[Servizio di culto completo con predicazione, 68′ 35″]
[Solo predicazione, 31′ 30″]
[Dialogo introduttivo]
Stiamo perdendo l’abitudine a pensare?
Oggigiorno disponiamo di una quantità di informazioni senza precedenti nella storia. In pochi secondi possiamo conoscere ciò che accade dall’altra parte del mondo, consultare biblioteche intere, ascoltare conferenze, leggere libri, confrontare opinioni e accedere a una quantità sterminata di contenuti. Eppure, proprio in questa epoca dell’informazione, assistiamo anche a un impoverimento della capacità di concentrarsi, di leggere testi lunghi, di seguire un ragionamento complesso e, soprattutto, di distinguere tra informazione e conoscenza, tra opinione e verità. Una parte considerevole della popolazione adulta italiana presenta livelli di competenza nella lettura inferiori a quelli della media dei Paesi dell’OCSE. E contemporaneamente le nostre abitudini comunicative sono sempre più orientate verso immagini, video brevi, messaggi frammentari e contenuti consumati rapidamente.
Il problema non è semplicemente che leggiamo meno libri. Il problema è più profondo: stiamo progressivamente perdendo l’abitudine a pensare in profondità. E questo fenomeno non riguarda soltanto la società nel suo complesso. Riguarda anche le classi dirigenti, il linguaggio della politica, il mondo dell’informazione e, purtroppo, anche le nostre chiese. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscerlo. Talvolta anche noi cristiani rischiamo di accontentarci di una fede fatta di poche formule, di risposte immediate, di “frasi spirituali” ripetute senza essere veramente comprese. Possiamo arrivare a considerare quasi con sospetto tutto ciò che richiede studio, riflessione, ragionamento, conoscenza teologica e impegno intellettuale.
Ma qui dobbiamo porci una domanda: è davvero questo ciò che la Bibbia intende quando parla della semplicità dell’Evangelo? Certamente l’Evangelo è semplice nel suo annuncio fondamentale. Un bambino può comprendere che Dio ha mandato il suo Figlio nel mondo, che Gesù Cristo è morto per i nostri peccati, che è risorto e che chiunque crede in lui ha la vita eterna. Ma la semplicità dell’annuncio non significa superficialità della fede. Anzi, proprio perché l’Evangelo è vero, esso possiede una profondità inesauribile. Paolo può dire ai Corinzi: «Io decisi di non sapere fra voi altro che Gesù Cristo, e lui crocifisso»; e nello stesso tempo, pochi versetti dopo, può dire: «Fra quelli che sono maturi, noi esponiamo una sapienza» (1 Corinzi 2:2,6). Non c’è contraddizione. Cristo crocifisso è il centro dell’Evangelo; ma Cristo crocifisso è anche il centro di una sapienza che deve essere compresa, approfondita e applicata a tutta la vita.
Per questo Dio ha dato alla sua chiesa anche il ministero dei «dottori» (Efesini 4:11). La chiesa non è chiamata semplicemente a conservare una fede infantile, ma a crescere «fino alla maturità, alla misura della statura della pienezza di Cristo». La fede cristiana non ci chiede di smettere di pensare. Ci chiede di imparare a pensare cristianamente.
Ed è proprio questo che vogliamo vedere oggi attraverso un episodio straordinario della vita dell’apostolo Paolo: il suo incontro con i filosofi di Atene. Ascoltate.
Il testo biblico
“Mentre Paolo li aspettava in Atene, lo spirito gli s’inacerbiva dentro a vedere la città piena di idoli. Egli dunque ragionava nella sinagoga con i Giudei e con le persone pie e sulla piazza, ogni giorno, con quelli che vi si trovavano. E anche certi filosofi epicurei e stoici si confrontavano con lui. Alcuni dicevano: “Che vuol dire questo ciarlatano?”. E altri: “Egli pare essere un predicatore di divinità straniere”, perché annunciava Gesù e la risurrezione. E, presolo con sé, lo condussero su nell’Areòpago, dicendo: “Potremmo sapere quale sia questa nuova dottrina che tu proponi? Poiché tu ci fai sentire cose strane. Noi vorremmo dunque sapere che cosa vogliano dire queste cose”. Ora tutti gli Ateniesi e i forestieri che vi dimoravano non passavano il tempo in altro modo che a dire o ad ascoltare quello che c’era di nuovo. E Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: “Ateniesi, vedo che in ogni cosa siete fin troppo religiosi. Poiché, passando e considerando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: ‘al dio sconosciuto’. Ciò dunque che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo e non è servito dalle mani dell’uomo; come se avesse bisogno di qualche cosa; egli, che dà a tutti la vita, il fiato e ogni cosa. Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate e i confini della loro abitazione, affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. Difatti, in lui viviamo, ci muoviamo e siamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: ‘Poiché siamo anche sua discendenza’. Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, argento o a pietra, scolpiti dall’arte e dall’immaginazione umana. Dio dunque, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, perché ha fissato un giorno nel quale giudicherà il mondo con giustizia, per mezzo dell’uomo che egli ha stabilito; ne ha dato prova a tutti, avendolo risuscitato dai morti”. Quando sentirono parlare della risurrezione dei morti, alcuni se ne facevano beffe e altri dicevano: “Su questo noi ti sentiremo un’altra volta”. Così Paolo uscì dal mezzo di loro. Ma alcuni si unirono a lui e credettero, fra i quali anche Dionisio l’areopagita, una donna chiamata Damaris e altri con loro” (Atti 17:16-32).
Ecco dunque l’apostolo Paolo che si trova nel centro stesso della più alta cultura occidentale di quel tempo: Atene. Dei filosofi epicurei e stoici lo invitano a rendere ragione della sua fede. Chi erano? Erano esponenti di due delle principali correnti filosofiche del tempo, molto diverse tra loro. Gli epicurei cercavano la felicità liberando la persona dalla paura degli dèi e della morte e attraverso una vita moderata e serena; gli stoici, invece, insistevano sulla razionalità dell’universo, sulla virtù e sulla necessità di vivere secondo l’ordine della natura. In comune avevano però una cosa importante: ritenevano di possedere una sapienza capace di spiegare come vivere e quale fosse il posto dell’essere umano nel mondo. Ed è proprio con persone come queste che Paolo accetta di confrontarsi, senza timore e senza vergogna.
1. Paolo non teme il mondo del pensiero umano
Paolo dunque, nel cuore della cultura del suo tempo, non si ritira davanti a ciò che quella cultura rappresenta. Luca dice che «ragionava nella sinagoga con i Giudei e con le persone pie e sulla piazza, ogni giorno, con quelli che vi si trovavano». E tra quelli che lo ascoltano ci sono proprio i filosofi epicurei e stoici. Questo è significativo: Paolo non considera la filosofia un territorio pericoloso per la fede cristiana e quindi da evitare. Egli sa ascoltare, discutere, argomentare e confrontarsi con persone che hanno una concezione del mondo diversa dalla sua. Non pensa che la fede appartenga soltanto al sentimento e che la ragione sia qualcosa di ingannevole che appartenga esclusivamente al mondo. Per Paolo, anche la mente umana è parte della creazione di Dio e deve essere raggiunta dall’annuncio dell’Evangelo. Per questo accetta di stare davanti all’Areopago e di parlare a persone abituate a discutere delle grandi questioni della vita. Non ha paura del mondo del pensiero umano, perché non ha paura che la verità di Dio possa essere sconfitta dalla sapienza e dalla retorica di questo mondo. Anche la fede cristiana ha argomentazioni da proporre!
Ma c’è qualcosa di ancora più significativo. Paolo non entra nell’Areopago per dimostrare semplicemente che il cristianesimo è una religione più interessante o efficace delle altre. Egli entra portando una concezione completamente diversa della realtà. Gli Ateniesi hanno le loro idee su Dio, sul mondo e sulla vita; Paolo annuncia loro il Dio che «ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso», il Signore del cielo e della terra. In altre parole, Paolo affronta la filosofia del suo tempo con una visione cristiana del mondo. Non esiste ancora una «filosofia cristiana» elaborata sistematicamente, come avverrà nei secoli successivi; ma ne esistono già i presupposti fondamentali: Dio è il Creatore, tutta la realtà dipende da lui, l’essere umano è sua creatura, il peccato ha deformato la nostra comprensione della realtà e Dio ha rivelato in Cristo la verità verso la quale ogni pensiero deve essere ricondotto. Paolo non teme la sapienza umana perché sa che ogni vera sapienza deve alla fine confrontarsi con il Dio che ha creato tutte le cose.
2. Paolo annuncia una sapienza diversa, centrata su Dio e su Cristo
Paolo, così, non entra nell’Areopago semplicemente per contrapporre un’opinione religiosa a quelle dei filosofi. Egli annuncia loro una diversa concezione della realtà, che parte da Dio come Creatore e Signore di tutte le cose. Il Dio che essi cercano «a tastoni» non è una divinità fra le altre, ma colui «che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso». Da lui dipende la vita stessa dell’essere umano: «in lui viviamo, ci muoviamo e siamo». Perciò anche la loro filosofia deve essere giudicata alla luce della verità su Dio. E Paolo mostra con chiarezza dove conduce questa visione: se siamo discendenza di Dio, non possiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento o alla pietra; se Dio è il Signore della storia, non possiamo sottrarci al confronto con la sua verità: Dio ci chiama a misurare la nostra vita secondo i suoi criteri, che egli ha reso in qualche misura riconoscibili anche nella coscienza umana, e per questo ci chiama al ravvedimento; e se ha stabilito un giorno per giudicare il mondo, dobbiamo sapere chi è colui mediante il quale lo giudicherà. Tutto il ragionamento di Paolo conduce infine a Cristo, anche se il suo nome viene pronunciato esplicitamente soltanto alla conclusione, quando parla dell’«uomo che egli ha stabilito» e della sua risurrezione. Il cristianesimo, dunque, non offre semplicemente una diversa opinione filosofica: offre una diversa comprensione dell’intera realtà, perché riconosce in Dio il suo Creatore e in Cristo il suo Signore.
Questo ci aiuta a comprendere anche le parole che Paolo scrive ai Corinzi: «Fra quelli che sono maturi, noi esponiamo una sapienza, però una sapienza non di questo secolo né dei dominatori di questo secolo che stanno per essere annientati; ma esponiamo la sapienza di Dio misteriosa e nascosta» (1 Corinzi 2:6-7). Paolo non contrappone alla sapienza umana l’assenza di sapienza, ma una sapienza più alta: la sapienza di Dio rivelata in Cristo. È qui che troviamo il fondamento di ciò che nei secoli successivi sarà chiamato «filosofia cristiana». Non esisteva ancora allora una disciplina sistematicamente elaborata in quel senso, ma esiste già il suo principio fondamentale: se Dio ha creato ogni cosa, se ogni cosa dipende da lui e se Cristo è il Signore, allora ogni ambito della realtà può essere studiato alla luce della rivelazione di Dio. La filosofia, intesa nel suo significato originario di amore per la sapienza, non è dunque necessariamente nemica della fede. Può diventare, nelle mani del cristiano, uno strumento per comprendere più profondamente l’ordine della creazione e per discernere ciò che è vero, buono e conforme alla volontà di Dio. La filosofia cristiana nasce così non dalla presunzione di possedere una sapienza autonoma, ma dallo stupore davanti alla sapienza di Dio e dal desiderio di comprendere il mondo che egli ha creato.
3. Anche noi siamo chiamati a pensare cristianamente
Che cosa significa, allora, tutto questo per noi? Significa anzitutto che la fede cristiana non può essere confinata alla sfera dei sentimenti privati, lontana dal mondo della cultura, quasi fosse un territorio nel quale sarebbe «rischioso entrare». Se Dio è il Creatore e Cristo è il Signore di ogni cosa, allora nulla di ciò che appartiene alla vita umana è estraneo alla nostra fede: il modo in cui comprendiamo la persona, la famiglia, il lavoro, la società, la politica, l’educazione, la scienza, l’arte e la storia. È precisamente qui che trova il suo ruolo la filosofia cristiana: non come un lusso intellettuale riservato a pochi, ma come il tentativo di comprendere sistematicamente la realtà alla luce della rivelazione di Dio. Pensare cristianamente significa imparare a riconoscere l’ordine della creazione, a discernere le deformazioni prodotte dal peccato e a riportare ogni cosa sotto la signoria di Cristo. Per questo la chiesa ha bisogno di credenti che non si accontentino di sapere che cosa credere, ma desiderino anche comprendere perché lo credono e quali conseguenze quella fede abbia per ogni ambito dell’esistenza. La filosofia, intesa in questo senso, è distinta dalla teologia, ma è altrettanto necessaria alla maturità della fede. Il ministero dei «dottori» che Cristo ha dato alla sua chiesa serve proprio a questo: condurre i credenti verso la maturità, affinché la fede non rimanga infantile e facilmente esposta alle idee dominanti del tempo.
Questo ha anche un’importanza decisiva per la nostra missione. Se noi cristiani rinunciamo a pensare e a pensare con rigore logico, saranno inevitabilmente altri a pensare per noi. E allora rischiamo di confessare Cristo con le labbra, mentre interpretiamo il mondo secondo presupposti che provengono da filosofie estranee all’Evangelo. La filosofia cristiana ci aiuta invece a comprendere la cultura nella quale viviamo, a riconoscere le sue domande e i suoi idoli, a confrontarci con le sue idee e a mostrare che l’Evangelo non è una convinzione privata priva di conseguenze per la vita pubblica. Ha dunque un valore missionario, perché ci permette di dialogare con il mondo delle idee; un valore apologetico, perché ci aiuta a dare ragione della speranza che è in noi; e un valore pratico, perché orienta il nostro modo di vivere e di operare. Non siamo chiamati a subire passivamente la cultura, ma a interpretarla e a trasformarla alla luce della signoria di Cristo. Questo non significa che ogni cristiano debba diventare un filosofo. Significa piuttosto valorizzare il ruolo di coloro ai quali Dio ha dato il dono del «dottore» anche in questo campo e imparare da loro, affinché ogni cristiano possa almeno imparare a chiedersi, davanti alle idee che incontra: Che cosa dice la Parola di Dio su questa realtà? Quale concezione dell’essere umano, della verità e del bene è nascosta dietro questa idea? E come deve vivere una persona che riconosce Gesù Cristo come Signore?
Conclusione
Paolo, dunque, non si lascia intimidire dall’Areopago. Non teme la cultura del suo tempo, non considera la ragione un nemico della fede e non rinuncia a confrontarsi con chi pensa diversamente da lui. Ma non entra nell’Areopago neppure per ottenere l’approvazione degli intellettuali: entra per annunciare Cristo, perché sa che tutta la realtà appartiene a Dio e che ogni forma di sapienza deve alla fine confrontarsi con lui. Anche noi siamo chiamati a non avere paura del mondo del pensiero umano. Dobbiamo studiarlo, comprenderlo, valutarlo criticamente e, dove è necessario, contrapporgli una visione cristiana della realtà. Dobbiamo imparare a pensare con rigore, a riconoscere i presupposti nascosti nelle idee del nostro tempo e a riportare ogni cosa sotto la signoria di Cristo. La fede semplice non deve diventare una fede superficiale; la fede matura è una fede che ama Dio anche con la mente.
Ma l’ultima parola di Atti 17 ci ricorda anche che la fedeltà all’Evangelo non garantisce l’approvazione del mondo. Quando Paolo parla della risurrezione, alcuni se ne fanno beffe, altri rimandano la questione a un’altra volta — che non arriverà mai. Ma Luca aggiunge: «Alcuni si unirono a lui e credettero». Ecco dunque il nostro incoraggiamento. Non siamo chiamati a rendere Cristo rispettabile davanti al mondo, ma ad annunciarlo al mondo con la certezza che Dio farà fruttificare la sua Parola quando, dove e come egli ha stabilito. Non dobbiamo avere vergogna dell’Evangelo perché sappiamo che la sapienza di Dio è più profonda di quella dell’essere umano che si ritiene autonomo, e che Cristo è Signore non soltanto della chiesa, ma di tutta la realtà. Perciò studiamo, pensiamo, dialoghiamo, insegniamo e testimoniamo; e, come Paolo ad Atene, facciamo tutto questo senza paura e senza vergogna, sapendo che la nostra responsabilità è essere fedeli, mentre è Dio che apre il cuore di chi ascolta.
Paolo Castellina, 13 agosto 2026
Approfondimenti
Per approfondire le tematiche sulla filosofia cristiana e, in particolare, sulla filosofia detta riformazionale, vedasi il sito di Tempo di Riforma l”indirizzo: Filosofia