Domenica 25 gennaio 2026
[Servizio di culto completo con predicazione, 60′]
[Solo predicazione, 32′]
Quanto sia facile sacralizzare la violenza
È una tentazione antica, ricorrente, e proprio per questo pericolosa: quanto sia facile giustificare e persino sacralizzare la violenza! Ogni volta che una causa viene presentata come assolutamente giusta, ogni volta che una nazione, nel caso, dichiara di essere “dalla parte del bene”, il rischio è sempre lo stesso: smettere di interrogarsi sull’effettiva validità dei mezzi che intende impiegare per conseguire quella causa proprio quando il fine appare indiscutibile.
Oggi la narrativa che passa è spesso, ad esempio, di questo tipo: combattiamo i regimi tirannici, difendiamo le donne oppresse, liberiamo i popoli dalle dittature… E la conclusione sembra ovvia: se il nemico è il male, allora l’uso della forza diventa non solo legittimo, ma doveroso. Noi siamo i “buoni”, i “liberi”, i “democratici”; loro sono i “cattivi”, gli “oppressori”. La realtà viene così indebitamente semplificata, ridotta a uno schema morale elementare che rassicura le coscienze e mobilita le emozioni.
Questa logica non è nuova. La storia ci ricorda che anche nel Medioevo, al tempo delle crociate, il mondo veniva letto in modo simile. Le crociate non erano, come si sente dire oggi da diversi storici, lo sfogo concesso a soldati assetati di sangue oppure risultato di manovre ciniche di potere. Nell’organizzarle, molti uomini e donne credevano sinceramente di servire Dio, di difendere la fede cristiana dall’aggressione dei “saraceni”, di proteggere ciò che ritenevano sacro. E tuttavia, accanto a motivazioni religiose reali, si intrecciavano interessi politici, ambizioni di dominio, controllo delle rotte commerciali, prestigio dei regni europei e dell’autorità dell’istituzione ecclesiastica. Fede, esercizio spregiudicato della forza ed economia erano mescolati in modo quasi indistinguibile.
Il punto, ora per noi, non è tanto giudicare quegli avvenimenti del passato con sufficienza, come se noi fossimo più lucidi o moralmente superiori a loro. Il punto è riconoscere un meccanismo che si ripete: da una parte grandi ideali proclamati pubblicamente, e dietro di essi interessi meno nobili, spesso inconfessati. Cambiano i linguaggi — ieri religiosi, oggi “umanitari” – ma la struttura resta: una causa sacralizzata, un nemico assolutizzato, una violenza resa moralmente accettabile perché rivestita di apparenti buone intenzioni. Facili semplificazioni che ci sollevano dalla fatica di pensare, di riflettere meglio.
È così che la guerra, oggi sempre di più “sdoganata”, smette di apparire per ciò che è: distruzione, immani sofferenze, morte, disumanizzazione, e che diventa “necessaria”, “inevitabile”, perfino “giusta”. È così che il sangue versato viene giustificato come prezzo da pagare “per un bene più grande”. E chi solleva domande critiche viene facilmente accusato di ingenuità, di codardia, o peggio, di complicità con il male.
È proprio qui che nasce l’urgenza del discernimento: non tutto ciò che si presenta come “bene” lo è davvero; e non ogni intervento che si proclama “liberatore” libera realmente. La storia delle crociate ci insegna quanto sia facile confondere la causa di Dio con i progetti di potere – e quanto sia difficile accorgersene mentre lo stiamo facendo.
A questo punto la domanda, così, non è storica, ma profondamente spirituale: quali sono i criteri con cui un cristiano valuta queste narrazioni fallaci alle quali tanto facilmente soccombe? Possiamo davvero riconoscere lo spirito dell’Evangelo nella discutibile logica che divide il mondo in buoni e cattivi, salvatori e nemici? Una sorta di “sindrome messianica” oggi affligge ancora nazioni che pretendono di essere “cristiane” o “progredite” e che vorrebbero “dare lezioni” al mondo intero – e dominarlo imponendo “il bene” con la forza. La loro palese ipocrisia, però, è giustamente smascherata da popolazioni che non intendono più sottomettersene. La via indicata dal Signore Gesù Cristo si rivela essere ben altra – se esaminiamo direttamente il Suo insegnamento.
Questa nostra riflessione oggi non nasce dal desiderio di assolvere le ingiustizie, né di minimizzare la sofferenza dei popoli oppressi. Nasce dalla consapevolezza, più scomoda, che si può combattere il male in maniera disavveduta e tale, di fatto, da moltiplicarlo, e che una causa apparentemente giusta può tradire sé stessa quando adotta strumenti incompatibili con l’Evangelo. Dobbiamo chiederci se abbiamo sufficiente spirito critico verso noi stessi confrontandoci seriamente con la Parola di Dio. Prima ancora di “prendere posizione” sui “temi del giorno”, vicini o lontani a noi che siano, è necessario fermarsi, rallentare, esercitare maggiore discernimento. Dobbiamo tornare alla domanda fondamentale: con quali mezzi il Salvatore Gesù Cristo ha affrontato il male (che solo Lui può definire, e non noi)? Solo da qui può partire una riflessione autenticamente cristiana — non dalle risposte troppo semplici, superficiali, ma dall’insegnamento del Signore.
Servire, non dominare
Esaminiamo così tre testi rappresentativi, emblematici, dei vangeli che focalizzano quanto il Salvatore Gesù Cristo ragioni in modo diverso da come molti dei Suoi stessi discepoli ragionavano e continuano oggi a ragionare.
Il primo è Marco 10:42-45. Ascoltate: “Ma Gesù, chiamatili a sé [i Suoi discepoli], disse loro: Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore e chiunque fra voi vorrà essere primo, sarà servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti”.
Qui i discepoli stanno discutendo su chi sia fra di loro, “il più grande”. Notiamo come Gesù non eviti il tema del potere: lo affronta direttamente. Mette a confronto due modelli ben riconoscibili: da una parte il modo in cui “le nazioni” esercitano il potere, dall’altra il modo in cui deve essere vissuto all’interno del suo Regno.
Gesù non idealizza il mondo: riconosce che il potere, così come normalmente funziona, domina, impone, controlla. Ma poi pronuncia una frase decisiva: “Non deve essere così tra di voi”. Il Regno di Dio non è una versione più morale o “più gentile” dei regni umani; funziona secondo tutta un’altra logica. Non prende il potere esistente per usarlo meglio, lo rovescia!
Qui Gesù smaschera una tentazione sempre attuale: pensare di poter realizzare il bene adottando i metodi del dominio come il mondo comunemente lo intende. Ma se i mezzi sono quelli dell’imposizione, il risultato non sarà mai il Regno di Dio, anche se ne porta il linguaggio. Il servizio non è una strategia alternativa per comandare: è la negazione stessa del dominio comunemente inteso.
Questo testo diventa allora un criterio di discernimento fondamentale. Ogni volta che una causa si presenta come giusta ma fa uso dei meccanismi del potere coercitivo, Gesù ci avverte: attenzione, state importando nel Regno ciò che il Regno è venuto a contestare radicalmente.
«Rimetti la tua spada al suo posto»
Il secondo testo è una famosa frase che Gesù ha detto a Pietro al momento del Suo arresto nel giardino del Getsemani. Ascoltate: “Allora Gesù gli disse: “Riponi la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada periranno di spada. Credi forse che io non potrei pregare il Padre mio, che mi manderebbe in questo istante più di dodici legioni d’angeli? Come dunque si adempirebbero le Scritture, secondo le quali bisogna che così avvenga?” (Matteo 26:52-55).
Questo è un testo che i commentari interpretano in modi diversi e articolati. Non possiamo, né vogliamo, discutere qui tutte le possibili letture. Il nostro intento non è risolvere ogni casistica etica, ma ascoltare ciò che Gesù afferma con chiarezza. Nel Getsemani, Pietro reagisce all’arresto di Gesù con la spada. Non agisce per crudeltà, ma sinceramente per zelo e fedeltà. Eppure Gesù lo ferma perché quella violenza avrebbe ostacolato l’adempimento del Suo disegno redentivo: la via della salvezza passa attraverso la croce, non attraverso la violenza, la reazione rabbiosa, la guerra.
Gesù qui aggiunge una parola che va oltre quel momento unico: “tutti quelli che prendono la spada periranno di spada”. Qui non sta più parlando solo di Pietro, ma enuncia un principio generale. La violenza non è uno strumento neutro che possiamo maneggiare senza conseguenze: essa genera una logica che, prima o poi, ritorna su chi la usa.
Questo testo non pretende di risolvere tutti i dilemmi morali legati alla forza. Ci pone una domanda più profonda: che tipo di mondo nasce quando pensiamo di custodire o imporre il bene con gli strumenti della violenza? È una domanda che attraversa i secoli e arriva fino a noi.
Un regno “non di questo mondo”
Il terzo testo è Giovanni 18:33-36. Ascoltate: “Pilato dunque rientrò nel pretorio, chiamò Gesù e gli disse: Sei tu il Re dei Giudei? Gesù gli rispose: “Dici questo di tuo, oppure altri te l’hanno detto di me?” Pilato gli rispose: Sono io forse giudeo? La tua nazione e i capi sacerdoti t’hanno messo nelle mie mani; che hai fatto?”. Gesù rispose: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei, ma ora il mio regno non è di qui. Allora Pilato gli disse: Ma, dunque, tu sei re?. Gesù rispose: Tu lo dici, io sono re; sono nato per questo e per questo sono venuto nel mondo, per testimoniare della verità. Chiunque è per la verità ascolta la mia voce”.
Gesù è davanti al governatore di una potenza occupante, quella dell’impero romano, potenza che si credeva invincibile. Pilato accusa Gesù di essere un sovversivo politico. È il momento in cui deve chiarire, senza equivoci, la natura della sua missione. Gesù non nega di essere re, ma spiega che il suo regno non funziona secondo le categorie ordinarie del potere – quelle usate da Roma, e nemmeno quelle dei ribelli. Qui Gesù non sta dicendo che Egli sia re di un qualche posto “oltre le nuvole”, “di un altro pianeta”, di “un’altra dimensione”. Egli è il Signore, re di questo mondo che Egli ha creato, ma che “i suoi metodi di governo” sono molto diversi da quelli qui prevalenti. Gesù offre qui un criterio chiarissimo: il modo in cui un regno combatte rivela la sua natura. Se il suo regno fosse come gli altri, avrebbe eserciti, strategie, violenza organizzata. Ma il fatto che i suoi servitori non combattano non è una debolezza: è la prova che il suo regno nasce da un’altra fonte. Questo non significa che il Regno di Dio sia irrilevante o disincarnato. Significa che non si afferma, non si difende e non si diffonde con la forza. Ogni volta che la violenza diventa “necessaria” per difendere il bene, siamo già scivolati in un altro tipo di regno.
Gesù non dice soltanto per che cosa vale la pena vivere e morire, ma come. E ci mette davanti a una domanda scomoda: se per realizzare una causa abbiamo bisogno delle armi, siamo sicuri che quella causa venga davvero da Dio?
Una questione di metodo
Qualcuno potrebbe dire a questo punto: tutto questo è bello, ma è irrealistico. È facile parlare così quando si è lontani dai conflitti reali, dalle ingiustizie brutali, dalla violenza che opprime i popoli. Eppure, nella storia della Chiesa, c’è stato chi ha preso queste parole di Gesù sul serio proprio nei momenti più bui. Francesco d’Assisi, per esempio, nel pieno delle crociate, quando gran parte del mondo cristiano era convinta che il bene dovesse essere imposto con la forza, attraversò le linee nemiche disarmato per incontrare il Sultano saraceno. Non per negoziare potere, non per giustificare la violenza, non per elaborare una strategia alternativa, ma per testimoniare Cristo senza spada.
Francesco non era ingenuo, né ignaro del male. Sapeva bene in quale contesto si muoveva, e sapeva anche di rischiare la vita. Certo, non cambiò la geopolitica del suo tempo, non fermò la crociata, non inaugurò una nuova era di pace. Ma fece qualcosa di forse più scomodo: mostrò che l’Evangelo può essere vissuto anche nel cuore del conflitto senza adottarne la logica. Dimostrò che è possibile rifiutare la semplificazione che divide il mondo in buoni e cattivi armati, e scegliere invece la via della testimonianza, della vulnerabilità, della fiducia radicale nella forza della verità. Francesco non risolse il problema della violenza; mise in luce un altro modo di stare dentro la storia, sotto l’Evangelo.
Se, per ritornare a noi, mettiamo allora insieme i testi che abbiamo ascoltato, emerge un filo rosso chiaro: Gesù non contesta solo gli scopi del potere umano, ma soprattutto i suoi metodi. La sua parola non ci chiede semplicemente di scegliere “le cause giuste”, ma di valutare come quelle cause vengono portate avanti. Ed è qui che l’Evangelo entra in tensione con molte narrazioni contemporanee, anche quando esse si presentano come nobili, umanitarie o liberatrici.
Oggi assistiamo spesso a una retorica che divide il mondo in buoni e cattivi, liberi e oppressori, salvatori e nemici. È una semplificazione potente, emotivamente efficace, ma spiritualmente pericolosa. Perché quando il bene viene assolutizzato, i mezzi smettono di essere interrogati. La violenza diventa “necessaria”, il dominio “inevitabile”, le vittime “collaterali”. È esattamente così che la violenza viene sacralizzata, ieri in nome di Dio, oggi in nome dell’umanità o dei diritti umani.
Il discernimento cristiano, invece, ci obbliga a una domanda più esigente: questa strada che stiamo percorrendo assomiglia davvero a quella di Gesù? Riduce la logica della forza o la rafforza? Interrompe la spirale della violenza o la alimenta? L’Evangelo non ci offre risposte facili, ma ci impedisce di rifugiarci nelle semplificazioni che tranquillizzano la coscienza.
Conclusione
Alla fine, la questione decisiva non è politica, ma spirituale: impariamo davvero a ragionare come Gesù, oppure continuiamo a ragionare come il mondo, rivestendo quel modo di pensare di linguaggio religioso o morale? Gesù non ha mai chiesto ai suoi discepoli di “vincere” come il mondo corrotto e decaduto intende “la vittoria”, ma di seguire “uno stile” molto diverso. E seguirlo significa accettare che il Regno di Dio avanzi per vie che il mondo giudica deboli, lente, inefficaci, ma che, in realtà, non lo sono.
Ragionare come Gesù significa riconoscere che il bene non può essere imposto senza essere tradito, che la verità non ha bisogno della violenza per affermarsi, e che il potere, quando non si converte in servizio, finisce sempre per dominare. È un modo di pensare che va controcorrente, che ci espone all’accusa di ingenuità, ma che resta l’unico coerente con l’Evangelo.
Per questo l’appello finale che facciamo è al ravvedimento: non solo dai peccati evidenti, ma da un modo di pensare troppo radicato in questo mondo e per questo decisamente “miope”. Ravvederci dal credere che le vie prevalenti siano inevitabili, dal confondere forza e giustizia, urgenza e verità. E chiedere al Signore la grazia di una mente rinnovata, capace di discernere, di resistere alle narrazioni dominanti e di camminare, anche oggi, sulle strade strette ma vere del suo Regno.
Preghiamo. Signore Gesù Cristo, noi confessiamo che troppo spesso abbiamo pensato come il mondo pensa e giudicato come il mondo giudica. Abbiamo creduto che il bene dovesse essere imposto, che la forza fosse necessaria, che la verità avesse bisogno di essere difesa con strumenti che non vengono da Te. Perdonaci quando, anche in buona fede, abbiamo preferito la logica dell’efficacia a quella della fedeltà, la via larga del potere alla via stretta del’Evangelo. Che il Tuo Santo Spirito cambi il nostro modo di pensare, liberaci dalla paura che ci spinge a confidare nella forza più che nella Tua verità. Donaci, Signore, una mente rinnovata, capace di ragionare come Tu ragioni, di discernere, di resistere alle narrazioni dominanti, di scegliere i mezzi del Tuo Regno: il servizio, la verità, la mitezza, l’amore. Insegnaci a seguirTi anche quando la Tua via sembra debole agli occhi del mondo, ma forte della potenza di Dio. Fa’ che la nostra vita, personale e comunitaria, testimoni che il Tuo Regno non avanza con la spada, ma con la luce che nessuna violenza può spegnere. Amen.
Paolo Castellina, 15 gennaio 2026.