Per questa vita soltanto? (1 Corinzi 15:12–20)

Domenica 8 marzo 2026 – Terza domenica di Quaresima

[Servizio di culto completo con predicazione, 60′]

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Due regimi da non confondere ma uniti

Ho terminato da poco una nuova traduzione italiana dell’Istituzione della Religione Cristiana di Giovanni Calvino [1]. Nell’ultimo capitolo, quello dedicato ad esporre ciò che riguarda il governo civile, egli distingue con grande chiarezza ciò che chiama i due “regimi” sotto i quali Dio governa la vita umana: quello spirituale, che riguarda la coscienza, la riconciliazione con Dio e la vita eterna; e quello civile, che riguarda l’ordine esteriore, la giustizia pubblica e la disciplina dei costumi [2].

Calvino insiste su un punto decisivo: queste due realtà sono distinte, ma non opposte. Soprattutto, però, non devono essere confuse.

Questa distinzione mi ha fatto molto riflettere, perché mi pare che proprio qui si collochi uno dei problemi più urgenti del nostro tempo. Oggi molte comunità cristiane oscillano tra due estremi: (1) alcune si rifugiano quasi esclusivamente nell’interiorità, nella devozione privata, in una spiritualità disincarnata che sembra non avere nulla da dire alla società; (2) altre si concentrano quasi esclusivamente sull’impegno sociale, politico o culturale, come se il cristianesimo fosse principalmente un progetto di trasformazione del mondo presente. In entrambi i casi, qualcosa si perde.

Se si assorbe tutto nel “regime spirituale” (o sfera spirituale), la fede rischia di diventare evasione dalla realtà e colpevole disimpegno. Se si assorbe tutto nel “regime civile”, la fede rischia di diventare ideologia che non coglie adeguatamente l’insegnamento biblico e cristiano.

Ed è qui che la parola dell’Apostolo Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi, ci raggiunge con forza sorprendente: «Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miserabili di tutti» (1 Corinzi 15:19). È solo un versetto, ma lo vedremo fra un attimo nel suo contesto.

Il testo biblico

Ascoltiamo 1 Corinzi 15:12–20

“Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come mai alcuni fra voi dicono che non c’è risurrezione dei morti? Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è risuscitato e, se Cristo non è risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede. Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio che egli ha risuscitato il Cristo, il quale egli non ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano. Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è risuscitato e, se Cristo non è risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. Anche quelli che dormono in Cristo, sono dunque periti. Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miserabili di tutti gli uomini. Ma ora Cristo è risuscitato dai morti, primizia di quelli che dormono” (1 Corinzi 15:12-20).

Nella comunità cristiana di Corinto alcuni affermavano che non vi fosse risurrezione dei morti. Non negavano necessariamente Cristo in modo diretto; ma svuotavano la fede della sua dimensione escatologica, delle “cose ultime”. Paolo non tratta la questione come un dettaglio secondario. Egli mostra che tutto crolla a catena: (1) Se non c’è risurrezione, Cristo non è risorto. (2) Se Cristo non è risorto, la nostra predicazione è vana. (3) Per cui la fede è vana (4). Siamo ancora nei nostri peccati, soggetti alle loro conseguenze ultime (5). I morti in Cristo sono perduti per sempre. (6) E noi siamo i più miserabili di tutti. Questa ultima affermazione non è un’esagerazione retorica: è la conclusione logica di una fede privata del suo compimento futuro. La fede cristiana non si limita a “questo mondo”, ma include dimensioni della realtà molto più vaste.

1. Una fede svuotata:  una logica inattaccabile

L’Apostolo Paolo affronta una negazione precisa nella prima sua lettera ai Corinzi: alcuni affermano che non vi sia risurrezione dei morti. Paolo non risponde con un appello emotivo o polemico, ma con una rigorosa conseguenza logica. Se non vi è risurrezione, Cristo non è risorto; se Cristo non è risorto, la predicazione è vana; la fede è vana; siamo ancora nei peccati; i morti in Cristo sono perduti per sempre. Il versetto 19 è l’ultima tessera di questa costruzione: se la nostra speranza si esaurisce nell’arco biologico dell’esistenza, che è temporanea, allora tutto ciò che chiamiamo fede cristiana è privo di fondamento oggettivo.

Qui emerge un primo punto rilevante: la fede cristiana non è un sentimento religioso autonomo dai fatti concreti. Essa è legata a un evento storico reale: la risurrezione del Cristo. Se quell’evento non è accaduto, non resta, come si dice, “comunque qualcosa di buono”; resta il vuoto. Le comunità cristiane non possono permettersi di trattare la risurrezione come simbolo o metafora: essa è il cardine su cui tutto ruota.

2. “Per questa vita soltanto”: il pericolo dell’immanenza  

L’espressione paolina restringe drasticamente l’orizzonte: “in questa vita soltanto”. Non si tratta di una critica all’impegno nel mondo, ma alla riduzione della speranza cristiana all’ordine presente: un riduzionismo. Una fede che si esaurisce nel miglioramento morale della società, nella consolazione psicologica o nella coesione comunitaria può apparire utile, ma non è più la fede apostolica. Essa perde la sua dimensione escatologica, cioè la tensione verso la vittoria finale di Dio sulla morte.

Questo è un pericolo molto attuale. Quando il cristianesimo viene presentato principalmente come terapia dell’anima o progetto sociale, Cristo diventa funzionale al benessere temporale, alla provvisorietà della vita attuale. Si parla molto di equilibrio emotivo, di relazioni sane, di impatto culturale; ma poco della risurrezione, del giudizio, della vita eterna. In tal modo, anche senza negarlo apertamente, si svuota il cuore del messaggio.

3. “I più miserabili”: la tragedia di una speranza illusoria

Quando l’Apostolo Paolo afferma che, senza la risurrezione, saremmo «i più miserabili di tutti», egli impiega un termine che indica persone degne di compassione, da compatire. Non sta descrivendo uno stato emotivo, ma una condizione oggettiva. Non dice che i cristiani sarebbero tristi e tragicamente delusi, ma che sarebbero i più tragicamente ingannati. Se Cristo non fosse risorto, la loro fede sarebbe fondata su un evento mai accaduto, su una speranza priva di realtà, su ciò che potremmo chiamare – senza esagerazione – una costruzione religiosa artificiosa.

La tragedia sarebbe duplice. Da un lato, avremmo orientato l’intera esistenza verso una promessa che non si compie: il perdono definitivo, la vittoria sulla morte, la comunione eterna con Dio. Dall’altro, avremmo accettato limitazioni, rinunce e sacrifici nella convinzione che essi abbiano un senso eterno. Il discepolato, con le sue esigenze morali e le sue sofferenze, risulterebbe privo di giustificazione ultima. Avremmo perso vantaggi immediati senza ottenere il compimento promesso.

C’è poi un aspetto ancora più profondo. Se la risurrezione non fosse reale, non solo il futuro sarebbe vuoto, ma anche il presente sarebbe svuotato retroattivamente. Tutto ciò che facciamo “nel Signore” sarebbe vano. La preghiera, la perseveranza nella prova, la fedeltà nelle piccole cose, la resistenza al peccato: tutto sarebbe privo di fondamento oggettivo. Il cristianesimo non sarebbe semplicemente un’opzione spirituale meno efficace di altre; sarebbe una grande illusione, e chi vi aderisce con serietà sarebbe, appunto, il più degno di compassione.

Questo linguaggio forte ci impedisce di banalizzare la fede. Oggi si tende a considerare ogni esperienza religiosa come rispettabile in quanto produce qualche beneficio soggettivo. Paolo non ragiona così. Se Cristo non è risorto, la fede cristiana non è “comunque utile”: è tragica. Ma proprio perché Cristo è risorto, essa non è autoinganno bensì la più solida delle speranze. Il termine “miserabili” non serve a mortificare il credente; serve a mostrare quanto tutto – assolutamente tutto – dipenda dalla realtà storica e corporea della risurrezione.

4.  Distinguere senza separare: i “due regimi” secondo Calvino

Giunto all’ultimo capitolo della sua “Istituzione della religione cristiana”, Giovanni Calvino scrive: «Poiché abbiamo stabilito che nell’essere umano vi sono due regimi, e abbiamo già trattato a sufficienza del primo, che risiede nell’anima, cioè nell’essere interiore, e concerne la vita eterna, ora questo luogo richiede che dichiariamo anche il secondo, il quale ha per scopo di ordinare una giustizia civile e riformare i costumi esteriori». Egli aggiunge che occorre ricordare bene questa distinzione, «affinché non ci accada ciò che comunemente accade a molti, cioè di confondere inconsideratamente queste due realtà, che sono del tutto diverse». Non si tratta questa di una costruzione teorica astratta, ma di una chiave pastorale per evitare errori concreti.

Che cosa intende Calvino scrivendo queste parole? Non due vite, non due signorie, non due ambiti separati della sovranità divina. È sempre Dio che governa. Ma Egli governa in due modi distinti: da una parte, mediante l’Evangelo e lo Spirito, regge la coscienza dei credenti e conduce alla riconciliazione e alla vita eterna; dall’altra, mediante l’ordinamento civile, le leggi e le autorità, preserva la convivenza, reprime il male, promuove una giustizia esteriore. Il primo regime riguarda l’eterna salvezza di coloro che confidano in Cristo; il secondo riguarda l’ordine temporale. Confonderli significa o attribuire allo Stato il compito di salvare l’anima, o attribuire alla Chiesa il compito di governare civilmente.

Questo chiarisce anche il nostro testo paolino. Quando l’Apostolo Paolo afferma che, se abbiamo sperato in Cristo “per questa vita soltanto”, siamo i più miserabili, egli non sta negando l’importanza dell’ordine presente. Sta invece affermando che il regime spirituale – quello che concerne la vita eterna – non può essere ridotto al solo miglioramento dell’esistenza temporale. Se la fede diventa solo uno strumento per riformare i costumi esteriori o rendere la società più vivibile, più giusta – per quanto importante  – essa è stata spostata interamente nel secondo ambito, perdendo il suo centro.

Questa distinzione ci protegge da due derive opposte. Da un lato, lo “spiritualismo” che parla solo di cielo e disprezza le responsabilità civili; dall’altro, l’immanentismo che trasforma il cristianesimo in programma sociale o morale pubblica. Calvino ci ricorda che i due regimi sono distinti ma entrambi ordinati da Dio. Paolo ci ricorda che senza la risurrezione il primo regime crolla, e con esso ogni senso ultimo anche del secondo. Solo se Cristo è veramente risorto possiamo vivere nel mondo senza idolatrarlo e sperare nell’eternità senza evadere dalla storia.

5. La svolta decisiva: “Ma ora Cristo è risorto”  

Il versetto 19 “Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miserabili di tutti gli uomini” non è l’ultima parola. Paolo lo usa per condurre a una proclamazione solenne: “Ma ora Cristo è risorto dai morti”. Qui la logica negativa si capovolge. Se Cristo è risorto, la predicazione non è vana; la fede non è vana; i nostri peccati sono stati perdonati dalla grazia di Dio in Gesù Cristo che ci ha raggiunto; i morti in Cristo non sono perduti per sempre; il presente non è più assurdo, privo di senso.

L’applicazione è chiara e concreta. Proprio perché la nostra speranza non si limita a questa vita, possiamo vivere questa vita con stabilità, sacrificio e perseveranza. Nulla di ciò che è fatto nel Signore sarà allora inutile. La speranza eterna non ci sottrae alla storia: ci radica in essa con una forza che il semplice orizzonte terreno non può dare.

Conclusione: una speranza che fonda il presente

Abbiamo visto così che l’argomentazione dell’Apostolo Paolo in 1 Corinzi 15 non lascia spazio a mezze misure: se Cristo non è risorto, la fede è vana; se la nostra speranza si esaurisce nell’orizzonte di questa vita, siamo i più miserabili degli uomini, i più da compatire. Non perché la fede renda delusi ed ingannati, ma perché sarebbe costruita su un fondamento inesistente. La risurrezione non è un ornamento dottrinale: è la pietra angolare su cui tutto regge – giustificazione, perdono, perseveranza, senso del sacrificio, valore dell’opera presente.

Abbiamo anche considerato, con l’aiuto della distinzione formulata da Giovanni Calvino, che Dio governa l’esistenza umana in due ambiti distinti: quello che concerne la vita eterna e quello che riguarda l’ordine temporale. Confondere questi due regimi significa o spiritualizzare irresponsabilmente la fede, o ridurla a progetto civile. Paolo, però, ci ricorda che senza la realtà del primo – la vittoria sulla morte – anche il secondo perde il suo fondamento ultimo.

La domanda, allora, si fa personale e comunitaria. In che cosa consiste concretamente la nostra speranza? Se togliessimo la realtà della risurrezione, che cosa resterebbe della nostra fede? Resterebbe soltanto un’etica? Un senso di appartenenza? Un conforto psicologico? Se così fosse, Paolo direbbe che abbiamo già spostato il baricentro: stiamo sperando in Cristo “per questa vita soltanto”.

E ancora: nella nostra predicazione e nella nostra testimonianza pubblica, il centro è davvero la risurrezione del Signore e la vita eterna, oppure parliamo quasi esclusivamente di miglioramento della qualità della vita, di relazioni più sane, di impatto culturale? Non si tratta di disprezzare queste realtà, ma di chiedersi se esse sono il frutto della speranza cristiana o il suo surrogato. Una comunità può essere attiva, organizzata, visibile – e tuttavia aver smarrito la tensione escatologica che le dà identità.

Infine: viviamo il presente come chi sa che Cristo è realmente risorto? Le nostre scelte, le nostre rinunce, la nostra perseveranza nella prova sono radicate in una speranza che va oltre la morte? Se la risposta è sì, allora non siamo i più miserabili, ma le persone più fondate, perché il nostro lavoro nel Signore non è vano. Se la risposta è incerta, il testo ci richiama a rimettere al centro ciò che Paolo proclama con forza: «Ma ora Cristo è risorto dai morti». Da questa certezza dipende non solo il nostro futuro, ma il senso stesso del nostro presente.

Preghiamo. Padre santo e misericordioso, ti ringraziamo perché la nostra fede non riposa su un’illusione, ma su un fatto reale: Tu hai risuscitato il tuo Figlio dai morti. Ti lodiamo perché in Lui il peccato è stato espiato, la morte è stata vinta e la nostra speranza non si esaurisce nei confini di questa vita. Perdonaci quando riduciamo l’Evangelo a semplice consolazione temporanea o a progetto umano. Liberaci tanto dallo spiritualismo che evade dalla storia quanto dall’immanentismo che dimentica l’eternità. Donaci una fede radicata nella risurrezione, capace di guardare oltre la tomba e, proprio per questo, di vivere con responsabilità nel tempo presente. Rafforza la tua Chiesa perché annunci con chiarezza che Cristo è veramente risorto. Fa’ che la nostra predicazione non sia vana, né la nostra testimonianza timida. Sostienici nelle prove, nelle rinunce, nelle fatiche del discepolato, ricordandoci che nulla di ciò che è fatto nel Signore è inutile. Signore, radica nei nostri cuori una speranza viva, che fondi le nostre scelte quotidiane, orienti le nostre priorità e dia senso al nostro servizio. Fa’ che non speriamo in Cristo per questa vita soltanto, ma viviamo ogni giorno alla luce della vita eterna che ci hai promesso in Lui. Nel nome di Gesù Cristo, il Risorto, Amen.

Paolo Castellina, 26 febbraio 2026

Note

[1] https://www.tempodiriforma.it/mw/index.php?title=Letteratura/Istituzione_(traduzione_2026)  

[2] “Poiché abbiamo stabilito che nell’essere umano vi sono due regimi, e abbiamo già trattato a sufficienza del primo, che risiede nell’anima, cioè nell’essere interiore, e concerne la vita eterna, ora questo luogo richiede che dichiariamo anche il secondo, il quale ha per scopo di ordinare una giustizia civile e riformare i costumi esteriori.” […] Prima di entrare più oltre in questa materia, dobbiamo ricordarci della distinzione sopra stabilita, affinché non ci accada ciò che comunemente accade a molti, cioè di confondere inconsideratamente queste due realtà, che sono del tutto diverse” [Istituzione, 4:20:1].