Domenica 2 novembre 2025
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Quando l’indignazione non ha più senso
Il nostro tempo vive all’insegna del “tutto è relativo”, anche i valori morali che, secondo alcuni, dipendono dal tempo, dalle circostanze, da chi li stabilisce come tali e dalla misura in cui vengono accettati. Secondo questa prospettiva il bene e il male come valori assoluti non esistono. “Dipende”, si dice. Il relativismo è così affermato come se fosse una verità liberante, una conquista della modernità. Se non esistono criteri assoluti per giudicare ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è bene da ciò che è male, di fatto tutto è ammissibile, consentito; dipende dalla capacità che si ha di giustificarlo – come quando un criminale può godere di “un bravo avvocato” che sappia trovare argomenti per difenderlo.
A livello internazionale vi sono nazioni oggi che contestano il comportamento di altre nazioni che, secondo loro, infrangerebbe “l’ordinamento basato sulle regole”. Spesso, però, tali “regole” sono solo quelle “non scritte”, stabilite, o meglio, imposte, dalle “potenze dominanti”, regole che servono i loro propri interessi e ideologia e che sono fatte passare come “giustizia”.
Se non esistono criteri assoluti per giudicare ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è bene da ciò che è male, può essere pure logico chiedersi perché ci dovremmo indignare quando qualcosa di abominevole accade? Indignarsi per qualcosa, risulta di fatto privo di senso se si afferma il relativismo morale. Se la moralità è semplicemente una questione di preferenze personali o di norme culturali arbitrarie, allora non può esistere uno standard universale con cui condannare gli altri. Ciò significa che, ad esempio, genocidio, schiavitù, abusi sui minori o razzismo potrebbero essere “sbagliati per te”, ma non oggettivamente sbagliati, se uno li ritiene opportuni o giustificati. Ogni indignazione morale oggi diventa così, nella migliore delle ipotesi, un riflesso emotivo, non un’affermazione razionale o giustificabile sul bene e sul male. Se tutto è relativo, allora esistono solo opinioni personali, convenzioni basate su rapporti di forza. E se la moralità non è altro che una preferenza soggettiva o un’abitudine culturale, inevitabilmente ne consegue che l’indignazione morale perda ogni significato. Non ha più senso condannare nulla: nessuno potrebbe più dire: “Questo è sbagliato!”.
Eppure, anche coloro che proclamano il relativismo morale non riescono a vivere coerentemente con le proprie idee. Nel momento stesso in cui si indignano per l’ingiustizia, per l’oppressione, per il razzismo o per la distruzione del pianeta, stanno implicitamente riconoscendo che esiste una misura comune, una norma più alta di loro stessi. Prendono in prestito, senza ammetterlo, quello standard morale che affermano non esistere. C’è una voce dentro ogni essere umano che testimonia come vi siano criteri assoluti di giusto e sbagliato e che non dipende dalle convenzioni, un senso interiore di giustizia che permane anche quando si tenta di soffocarlo. Da dove proviene?
La rivelazione biblica insegna che gli standard morali non sono costruzioni umane, ma sono radicati nel carattere immutabile di Dio. Le leggi che regolano la condotta umana non sono state inventate da noi, ma stabilite da Colui che è Santo e Giusto, e davanti al quale tutti dovremo rendere conto. Se Dio non esistesse, se l’universo fosse soltanto materia e movimento, allora la nostra indignazione morale sarebbe solo una reazione biologica o un riflesso sociale. Ma se il Dio della Scrittura è reale – e lo è – allora il bene e il male sono reali, e quella voce interiore che chiamiamo coscienza è l’eco della Sua legge scritta nei nostri cuori. Ecco perché l’indignazione morale, quando è conforme alla Parola di Dio, non solo è giustificata, ma è necessaria. È la testimonianza che, nonostante la confusione del mondo, la legge di Dio continua a parlare dentro di noi.
Il testo biblico
Questo concetto è espresso bene dall’apostolo Paolo, quando, nella sua lettera ai cristiani di Roma afferma:
“Infatti, quando i Gentili [i pagani] che non hanno legge [quella rivelata a noi da Mosè] adempiono per natura le cose della legge, essi, che non hanno legge, sono legge a sé stessi; essi mostrano che quanto la legge comanda è scritto nei loro cuori per la testimonianza che rende loro la coscienza e perché i loro pensieri si accusano o si scusano a vicenda” (Romani 2:14-15).
L’affermazione di Paolo in questo testo si inserisce in un contesto molto preciso della sua epistola. Nei primi capitoli della lettera, l’apostolo intende dimostrare che tutta l’umanità è colpevole davanti a Dio, sia il mondo pagano che quello giudeo. Dopo aver descritto nel capitolo 1 la corruzione morale delle nazioni che, pur conoscendo Dio attraverso la creazione, non l’hanno glorificato come Dio, Paolo si rivolge nel capitolo 2 a coloro che si ritengono giusti per via della loro religione o tradizione. Egli mostra che anche chi non possiede la Legge scritta, come i Gentili, porta dentro di sé una legge non codificata ma reale, la quale testimonia che il senso del giusto e dell’ingiusto è radicato nella natura stessa dell’essere umano. È questa “legge interiore” che rende ogni persona moralmente responsabile davanti al Creatore, perché non può dire di non sapere che cosa sia il bene.
La legge di Dio scritta nei cuori
La verità che l’apostolo Paolo mette in rilievo nel testo che abbiamo ascoltato, ci conduce al cuore stesso della visione biblica della moralità: la legge morale non è un’invenzione umana, ma il riflesso del carattere di Dio. L’essere umano è creato “a immagine e somiglianza” di Dio (Genesi 1:27), e questa immagine comporta una struttura morale impressa nella coscienza. Anche quando l’umanità si allontana da Dio, continua a percepire — per quanto in modo distorto — l’obbligo morale. In questo senso, la coscienza non è una voce autonoma, ma un testimone interiore della verità divina. Essa approva o condanna, non in base ai capricci individuali, ma in rapporto a un ordine morale oggettivo stabilito da Dio stesso. Perciò, ogni qualvolta l’essere umano si indigna davanti al male, egli manifesta — spesso senza saperlo — che la legge di Dio parla ancora dentro di lui.
Ecco perché il relativismo non può spegnere del tutto la luce morale: può oscurarla, può deformarla, ma non può cancellarla. È una legge scritta nei cuori, e la sua esistenza è una testimonianza vivente della presenza e della sovranità del Creatore.
La ribellione dell’uomo: il soffocamento della coscienza
Se la legge di Dio è scritta nei cuori, come insegna l’apostolo, sorge allora una domanda inevitabile: perché l’essere umano, pur conoscendo in qualche modo il bene, agisce così spesso contro di esso? Paolo stesso risponde nei capitoli iniziali dei Romani: l’uomo ha soffocato la verità con l’ingiustizia (Romani 1:18). La coscienza, che dovrebbe essere una guida interiore, è stata ridotta al silenzio dal peccato. L’essere umano preferisce oscurare la luce morale piuttosto che lasciarsi giudicare da essa, perché quella luce rivela la colpa e la necessità del ravvedimento. Il relativismo contemporaneo, in fondo, non è che una versione sofisticata di questa antica ribellione. È il tentativo di eliminare la colpa non cambiando vita, ma cambiando la definizione del bene e del male. Ma la coscienza, anche ferita e distorta, non può essere interamente soppressa: di tanto in tanto torna a far sentire la sua voce, e l’essere umano ne resta inquietato, anche se cerca di soffocarla con mille distrazioni.
Il dramma spirituale dell’umanità consiste proprio in questo conflitto interiore: la legge scritta nel cuore accusa, ma il cuore si ribella contro la legge. L’uomo e la donna moderno, moderno, come l’antico, tenta di convincersi che il bene e il male siano illusioni, ma non può vivere coerentemente con questa menzogna. Prima o poi, davanti all’ingiustizia, all’inganno, alla violenza, sente salire l’indignazione e si scopre incapace di restare neutrale. È in quel momento che Dio parla ancora, e la coscienza testimonia che non è l’istinto a guidarci, ma una verità più profonda che ci trascende. La Scrittura non ignora questo conflitto: anzi, lo presenta come la prova che noi tutti abbiamo bisogno di redenzione. Non basta sapere ciò che è giusto: occorre essere rinnovati nel cuore per poterlo amare e praticare. È qui che inizia a intravvedersi il bisogno di un Salvatore, Colui che solo può purificare la coscienza e restituirle la sua voce limpida.
Cristo, la Legge e la grazia – L’unico rimedio per la coscienza
La Legge di Dio, scritta sia nelle tavole di pietra che nei cuori, ha una funzione essenziale ma limitata: mostra ciò che è giusto, ma non può rendere giusti. Essa illumina la via, ma non dà la forza di percorrerla. L’essere umano, di fronte alla santità del comandamento divino, scopre la propria impotenza morale: “Io non conoscevo il peccato se non per mezzo della legge” (Romani 7:7). La coscienza, allora, diventa un tribunale interiore che condanna senza poter assolvere. E così molti vivono nell’inquietudine: sanno di non essere ciò che dovrebbero, eppure non trovano la via per diventarlo. In questa tensione si manifesta l’insufficienza della sola morale naturale o religiosa. Nessuna disciplina, nessuna filosofia, nessun sforzo umano può purificare il cuore dalla colpa. La legge è come uno specchio che riflette la verità, ma non può lavare la macchia che rivela.
Ecco perché Cristo è l’unico rimedio per la coscienza. Egli non è venuto per abolire la legge, ma per compierla (Matteo 5:17), portando a perfezione ciò che l’uomo non poteva realizzare. Sulla croce, ha preso su di Sé la condanna che la nostra coscienza ci infliggeva, liberandoci dal peso della colpa. Come afferma la Lettera agli Ebrei, “il sangue di Cristo… purificherà la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente” (Ebrei 9:14). In Lui, la legge che un tempo accusava diventa guida di libertà, perché lo Spirito Santo la incide di nuovo nei nostri cuori (Geremia 31:33). La vera moralità cristiana non nasce dalla paura del castigo, ma dall’amore riconoscente di chi è stato perdonato. Solo una coscienza lavata dal sacrificio di Cristo Gesù sulla croce, che la Scrittura chiama “il sangue dell’Agnello” può tornare a parlare con chiarezza, e la sua voce non è più quella del rimprovero sterile, ma dell’obbedienza gioiosa.
Indignarsi con giustizia – La testimonianza di una coscienza redenta
Quando la coscienza è purificata da Cristo e illuminata dalla Sua Parola, l’indignazione morale non è più semplice reazione emotiva o spirito di condanna: diventa partecipazione alla giustizia di Dio. Il credente non si indigna per orgoglio o per amor proprio, ma perché ama ciò che Dio ama e odia ciò che Dio odia. L’indignazione giusta è una forma di amore: amore per la verità, per la santità e per la dignità dell’essere umano creato a immagine di Dio. È la stessa indignazione che aveva mosso gli antichi profeti di Israele contro l’ingiustizia e che aveva infiammato Cristo quando aveva visto profanato il Tempio, la casa del Padre. Tuttavia, l’indignazione cristiana non si traduce mai in violenza o disprezzo: è accompagnata da compassione e umiltà, perché chi è stato perdonato sa che il male che condanna nel mondo è lo stesso che Cristo ha perdonato in lui.
Viviamo in un tempo in cui il mondo esalta la tolleranza come supremo valore, ma spesso confonde la tolleranza con l’indifferenza morale. Il credente, invece, è chiamato a una via più alta: la verità nell’amore (Efesini 4:15). Non chiude gli occhi davanti al male, ma neppure si erge a giudice; testimonia, con la parola e con la vita, che esiste un bene oggettivo e una giustizia che non dipendono dal consenso umano. Indignarsi con giustizia, oggi, significa resistere alla banalizzazione del peccato, denunciare l’ingiustizia con mansuetudine, e vivere in modo tale che la luce della verità risplenda attraverso le opere. È la forma più autentica di apologetica morale: una coscienza redenta che parla con coerenza, purezza e amore, mostrando che la grazia non distrugge la legge, ma la compie nel cuore trasformato dallo Spirito.
Conclusione: la verità che giudica e redime
L’apostolo Paolo, in questo passo, ci mette cos di fronte a una realtà ineludibile: Dio non ha lasciato l’umanità senza guida né misura morale. Anche dove la rivelazione scritta non è giunta, la legge divina è impressa nei cuori, a testimonianza della sovranità del Creatore e della responsabilità della creatura. Tuttavia, questa luce naturale, pur sufficiente a rendere ogni persona inescusabile, non basta a redimere: mostra la via e la colpa, ma non offre di per sé stessa la grazia. Soltanto in Cristo, nel quale la legge e la misericordia si incontrano, troviamo la piena rivelazione del carattere di Dio e la via per essere riconciliati con Lui.
Per questo la legge morale di Dio contenuta nella Bibbia — riassunta nel Decalogo e interpretata e vissuta perfettamente da Gesù Cristo — resta la norma immutabile del bene e del male, per tutte le persone e per ogni tempo. Essa non è un retaggio del passato, ma il fondamento stesso della giustizia, della libertà e della dignità umana. Le comunità cristiane hanno il compito solenne di confrontarsi costantemente con questa legge, lasciandosi da essa illuminare e correggere, e di proporla con chiarezza e coraggio al mondo come la migliore, anzi l’unica, regola di comportamento conforme al disegno del Creatore.
Ecco così che proprio oggi, il concetto stesso di bene e di male viene relativizzato o dissolto nella soggettività. Noi “moderni”, che pretendiamo di essere “autonomi” (legge a noi stessi), ci illudiamo di poter stabilire da noi stessi le nostre leggi morali, ma così facendo smarriamo il senso della verità e ci rendiamo schiavi dei nostri desideri mutevoli o delle mode culturali del momento. È in questo contesto che la testimonianza cristiana deve risuonare con nuova chiarezza e forza: solo la legge di Dio, rivelata nella Scrittura e adempiuta da Cristo, offre un fondamento stabile alla moralità personale e pubblica. Essa non opprime, ma libera; non mortifica, ma orienta; non toglie la gioia, ma la rende autentica. Tornare alla legge di Dio, alla sua sapienza e giustizia, è dunque la via per ricostruire un ordine morale smarrito, per ridare dignità alla persona e per rendere visibile, nella vita delle comunità cristiane e nella società, la santità del Dio che ancora parla attraverso la Sua Parola eterna.
Preghiamo: Signore, rendici cuori puri e coscienze limpide. Fa’ che la nostra indignazione non sia mai rivolta non tanto contro le persone, ma contro il peccato che le distrugge. Donaci di vivere nella verità del Tuo Evangelo, per essere testimoni della Tua santità e della Tua grazia nel mondo confuso in cui ci poni. Nel nome di Gesù Cristo, nostra giustizia e nostra pace. Amen.
Paolo Castellina, 24 ottobre 2025.