Domenica 3 agosto 2025
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Fieri della nostra identità
Viviamo in un tempo in cui la globalizzazione e la cultura dominante tendono a cancellare le differenze e le identità particolari, sia personali che collettive. L’individuo viene reso intercambiabile, standardizzato, neutralizzato, secondo un modello unico imposto in modo spesso sottile, ma pervasivo — magari perché così è più facile controllare e gestire intere popolazioni. Il linguaggio, le abitudini, i valori, persino i desideri sembrano tutti spinti verso un’unica forma di umanità globale e omologata, dove la ricchezza delle distinzioni si perde.
Eppure, recuperare le identità umane e culturali — senza contrapporle, ma nella coesistenza e nel rispetto reciproco — è un valore positivo. L’identità è ciò che ci radica, ci orienta, ci rende capaci di dialogo autentico.
Ma per chi è “in Cristo”, in comunione con Lui, esiste un’identità ancora più profonda, più vera, più duratura: quella di essere popolo di Dio. Un’identità donata, non costruita. Si tratta di un’appartenenza che trascende tutte le altre — senza annullarle — perché è fondata su una chiamata divina che ci separa dalle tenebre e ci inserisce nella luce del suo regno.
Questa identità cristiana non è una semplice appartenenza religiosa, ma una vocazione esistenziale: essere nel mondo testimoni visibili di uno stile di vita conforme a quello di Gesù, vissuto in comunione con Dio e nella luce della sua Legge morale. È una chiamata tanto alta quanto impegnativa, che si confronta ogni giorno con le inevitabili incoerenze della nostra condizione umana, ma che si fonda sulla grazia e sulla potenza trasformatrice di Dio.
Il testo biblico
Per descrivere questa nostra identità e vocazione in quanto cristiani, l’apostolo Pietro nella sua prima epistola dice:
“Ma voi siete una generazione eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, affinché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce; voi, che già non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia” (1 Pietro 2:9-10).
Queste parole sono rivolte a comunità cristiane disperse, minoritarie, spesso emarginate e talvolta perseguitate, che vivevano in un ambiente ostile, circondate da una cultura pagana e politicamente oppressiva. Pietro scrive a credenti sparsi in diverse regioni dell’Asia Minore (cfr. 1:1), uomini e donne che avevano abbandonato i culti idolatrici per seguire Cristo e che, proprio per questo, sperimentavano una condizione di stranieri e pellegrini, non solo nel senso spirituale, ma anche sociale e culturale.
L’apostolo vuole rafforzare la loro consapevolezza identitaria: anche se disprezzati dal mondo, essi sono il vero popolo di Dio, chiamato a riflettere la luce di Cristo in mezzo alle tenebre, a vivere secondo la santità divina, e a proclamare con la propria esistenza l’importanza e la bellezza di una vita riconciliata con Dio.
Un’identità ricevuta: Eletti per proclamare (v. 9a)
“Ma voi siete una generazione eletta…”. Pietro adopera qui il linguaggio dell’Antico Testamento (Esodo 19:5-6) per descrivere la Chiesa di Cristo, le stesse parole rivolte da Dio all’antico Israele tramite Mosè sul Sinai: “Ora dunque, se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare; poiché tutta la terra è mia; e sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa’. Queste sono le parole che dirai ai figli d’Israele” (Esodo 19:5-6). Il popolo di Dio è uno nell’Antico e nel Nuovo Testamento, tanto che non è sbagliato riferirsi a quello antico come “la chiesa dell’Antico Testamento” [1]. Esso trascende persino il popolo ebraico. Dio ha sempre avuto coloro che Gli appartengono, i Suoi fedeli, e fin dalla più remota antichità.
La grazia e la responsabilità dell’elezione è la costante della grazia di Dio nonostante l’apostasia umana. In Cristo, infatti, non ci sono più distinzioni determinanti: “Qui non c’è Greco e Giudeo, circoncisione e incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti” (Colossesi 3:11), dice l’apostolo Paolo.
I cristiani non si sono dati questa identità; essa è il frutto della scelta libera e sovrana della grazia di Dio. Come Israele era stato liberato dall’Egitto per diventare “il popolo di Dio”, così le comunità cristiane, fatte di gente d’ogni estrazione, è stata liberata dalla schiavitù del peccato per appartenere a Dio come testimonianza di fedeltà a lui in un mondo empio e ribelle “…affinché siate irreprensibili e schietti, figli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale voi risplendete come luci nel mondo, tenendo alta la parola della vita” (Filippesi 2:15).
Giovanni Calvino lo esprime bene quando dice: “Pietro richiama la dignità della Chiesa: poiché Dio l’ha separata dal mondo, essa deve distinguersi dal mondo.” (Commentario a 1 Pietro 2:9). Questa elezione non è motivo di vanto, ma di gratitudine e di responsabilità. Chi è stato chiamato “fuori dalle tenebre” non può più vivere come prima. Il cristiano, certo, non è perfetto, ma è stato separato per uno scopo: proclamare la gloria di Dio con la propria vita.
Una vocazione sacerdotale e regale: Vivere il Vangelo nel mondo (v. 9b)
“…un sacerdozio regale, una gente santa…”.
La comunità cristiana è descritta come “sacerdozio regale”: un linguaggio che fonde le due grandi dignità bibliche. Il sacerdozio richiama la consacrazione al servizio di Dio, la regalità implica autorità morale e responsabilità nel mondo.
Nel Nuovo Patto, ogni credente è sacerdote: offre sé stesso in sacrificio vivente (Romani 12:1), prega, intercede, e soprattutto testimonia la verità del Vangelo con uno stile di vita conforme a quello di Cristo. La Confessione di Westminster afferma: “I santi per professione sono vincolati a mantenere una santa comunione e società nel culto pubblico e privato, e ad aiutarsi reciprocamente nelle cose spirituali e temporali” (XXVI.2).
La Chiesa è chiamata a vivere in modo alternativo rispetto al mondo, come “gente santa”, cioè separata dal peccato e consacrata al servizio dei propositi di Dio. In un tempo segnato dal relativismo morale, dove non esistono più verità stabili né criteri etici condivisi, e in cui il nichilismo spirituale erode ogni senso del dovere o del sacro, la comunità dei redenti è chiamata a incarnare una visione diversa dell’esistenza: non centrata sull’auto-affermazione, ma sulla comunione con Dio e sull’amore per il prossimo.
Questa santità non è isolamento, ma testimonianza concreta, visibile. È vivere “nel mondo, ma non del mondo” (Giovanni 17:15-16), con scelte, parole, relazioni che riflettano la differenza operata dalla grazia. I cristiani, in quanto uniti a Cristo, sono chiamati a una radicale trasformazione della vita, come insegna l’apostolo Paolo in Colossesi: “Fate dunque morire ciò che in voi è terreno: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e cupidigia… Non mentite gli uni agli altri, perché vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue opere e vi siete rivestiti del nuovo, che si va rinnovando in conoscenza, a immagine di colui che l’ha creato” (Colossesi 3:1-2, 5, 9-10).
Le chiese cristiane sono chiamate dunque ad essere segno escatologico della realtà futura: essa anticipa, pur tra debolezze, la vita del mondo a venire, quella del Regno di Dio compiuto. È la “città di Dio” che si manifesta nel tempo presente, opponendosi fermamente alla logica della città dell’uomo, dominata dal culto dell’io, del denaro, del potere. Quando le chiese cristiane vivono secondo la loro vocazione, diventano una profezia visibile: è già oggi ciò che il mondo sarà nella piena redenzione. In essa si respira la speranza, si pratica la giustizia, si coltiva la pace, e si cammina nella verità. Per questo, la sua santità non è opzionale, ma costitutiva.
La missione pubblica della Chiesa: Proclamare con la vita (v. 9c)
“…affinché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati…”. Il fine della grazia dell’elezione non è la salvezza personale soltanto, ma la necessità della proclamazione pubblica della gloria di Dio. Questo “proclamare” non è solo verbale, ma anche esistenziale: la comunità cristiana è una vetrina vivente del carattere di Dio che diffonde quel regno di Dio che avrà certo futuro compimento.
I termini usati in questo testo: “Virtù” = aretas in greco, significano: eccellenze, qualità morali, gloria visibile. Pietro non intende qui virtù astratte o idealizzazioni teoriche, ma le qualità tangibili dell’azione salvifica e santificante di Dio, così come si manifestano concretamente nella vita di coloro che sono stati chiamati fuori dalle tenebre. Sono le sue opere potenti, la sua giustizia, la sua compassione, la sua fedeltà, la sua santità — in breve, tutto ciò che rende Dio degno di lode e adorazione. La vocazione del popolo cristiano è quella di dare voce, forma e visibilità pubblica a queste qualità, affinché il mondo le conosca non solo in teoria ma nella testimonianza viva della comunità credente. La Chiesa è dunque chiamata a proclamare Dio non solo con le parole, ma attraverso l’intero stile di vita delle sue membra.
Allo stesso modo, l’espressione “luce meravigliosa” non è semplicemente un’immagine poetica, ma una descrizione concreta della realtà spirituale che il credente sperimenta quando viene rigenerato dalla grazia. È la luce della verità che libera dalla menzogna, la luce della giustizia che dissipa le tenebre dell’ingiustizia, la luce della pace che interrompe il ciclo dell’odio e dell’ostilità. Vivere in questa luce significa essere governati da criteri diversi da quelli del mondo, significa giudicare con il discernimento di Dio, amare con il cuore di Cristo, servire secondo lo Spirito. In un mondo segnato da confusione morale e da cecità spirituale, il popolo di Dio è chiamato a essere una finestra aperta su una realtà altra, più alta, più vera. La nostra vocazione, dunque, è essere segni visibili e credibili della luce di Cristo.
Ma qui sorge la tensione…
La realtà delle incoerenze: Una santità imperfetta
La Scrittura non tace sulla ripetuta infedeltà del popolo di Dio quand’era identificato nell’antico popolo d’Israele. Era stato chiamato ad essere “regno di sacerdoti e nazione santa” (Esodo 19:6), ma spesso si manifestava ribelle e ostinato. Appena usciti dall’Egitto, gli Israeliti si fabbricano un vitello d’oro e vi si prostrano (Esodo 32); più avanti, si lamentano contro Dio e Mosè nel deserto, mormorando e rimpiangendo la schiavitù (Numeri 14). Anche dopo l’ingresso nella terra promessa, il ciclo di idolatria, oppressione, pentimento e liberazione si ripete nel libro dei Giudici. I profeti, da Osea a Geremia, denunciano con forza l’adulterio spirituale del popolo che “ha abbandonato la sorgente d’acqua viva” per scavarsi “cisterne screpolate” (Geremia 2:13).
Eppure, Dio non rigetta il suo popolo, ma lo corregge per riportarlo a sé. L’esilio a Babilonia è descritto come una dolorosa ma giusta disciplina per la persistente ribellione (2 Re 17; 2 Cronache 36), ma anche come un tempo di purificazione e speranza. I profeti annunciano la restaurazione: “Vi prenderò da fra le nazioni… vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli” (Ezechiele 36:24-25). La fedeltà del Signore è più forte dell’infedeltà del suo popolo: egli resta fedele al patto, preserva un residuo, e prepara una nuova alleanza che sarà scritta nei cuori (Geremia 31:31-34). Questa dinamica di caduta, giudizio e restaurazione è un modello spirituale anche per la Chiesa oggi. Chi può, infatti, negare che spesso la Chiesa non è all’altezza della sua vocazione? Chi può dire onestamente che i cristiani sono sempre esempio di bontà, giustizia, umiltà, misericordia? Le Scritture stesse lo riconoscono: Pietro, che scrive queste parole, ha rinnegato il Signore. Paolo, che ha fondato chiese, parla di “lotta interiore” e del peccato che ancora abita in lui (Romani 7). A questo riguardo Giovanni Calvino scriveva; “La Chiesa contiene peccatori mescolati ai santi, e questi stessi santi hanno ancora molte debolezze” (Istituzione, IV.1.7):
La santità della Chiesa non sta nell’essere senza difetto, ma nel camminare nella luce, confessando le proprie colpe, cercando rinnovamento, amando la verità.
La coerenza cristiana non è perfezione, ma autenticità nella grazia.
Superare le incoerenze
“Dalle tenebre alla luce…” — la vita cristiana è un continuo movimento di uscita dal peccato verso la luce di Dio.
Essere “popolo di Dio” non è un privilegio statico, ma una vocazione dinamica. Significa appartenere a Dio in modo esclusivo, essere oggetto del suo amore e della sua cura, ma anche essere responsabili di onorarlo con una vita coerente. La Chiesa non è un gruppo scelto per i propri meriti, ma una comunità redenta dalla grazia, chiamata a rispecchiare la santità e la misericordia del Signore. L’appartenenza a Dio implica dunque un’identità nuova e un comportamento rinnovato: “Voi siete miei” dice il Signore, e questa appartenenza ha conseguenze concrete.
Proprio per questo, l’identità delle comunità cristiane è sempre in tensione tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. Essa è già il popolo di Dio, ma non ancora pienamente conforme al suo Signore. Da qui la necessità continua di ravvedimento, di riforma, di ritorno alla Parola. Lungi dall’essere perfetta, la Chiesa è spesso un cantiere aperto, talvolta un campo di battaglia spirituale. È un popolo in cammino, che cade e si rialza, che lotta contro il peccato e le sue molteplici forme di mondanità, compromesso, tiepidezza, orgoglio spirituale.
La grazia però non viene meno. Come Dio non aveva abbandonato l’antico Israele Israele malgrado le sue ricadute, così non abbandona la sua Chiesa. Ogni vera riforma della comunità cristiana nasce da un ritorno alla centralità di Cristo, alla croce, alla Scrittura. È qui che si ritrova la propria identità più vera: non in una perfezione apparente, ma nella dipendenza quotidiana dalla misericordia divina. La santità non è una medaglia da esibire, ma un frutto da coltivare nella pazienza, nell’umiltà, nella confessione del proprio bisogno costante del Vangelo.
Infine, sapere di appartenere a Dio è anche fonte di consolazione e di forza. In un mondo che disgrega le identità e moltiplica le appartenenze frammentarie, il credente trova la sua stabilità in questa certezza: “Noi siamo il suo popolo e gregge del suo pascolo” (Salmo 100:3). Da questa identità scaturisce una missione: essere luce, essere sale, essere testimoni. Anche quando la Chiesa vacilla o delude, la chiamata di Dio resta ferma, e il suo Spirito continua a operare per rendere la sua sposa “gloriosa, senza macchia” (Efesini 5:27).
Conclusione
Abbiamo così udito parole grandi e sante. “Voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo che Dio si è acquistato”. In un tempo di omologazione come il nostro in cui ci vorrebbero tutti “allineati e coperti” per seguire acriticamente quel che stabiliscono i potentati di questo mondo, dobbiamo ricuperare con fierezza la nostra identità di popolo di Dio, fedeli al nostro unico Signore
Quelle che abbiamo udito dalla Scrittura non sono solo parole di consolazione, ma anche di responsabilità. Esse ci ricordano chi siamo davanti a Dio, non per merito nostro, ma per la sua grazia elettiva. La nostra identità non è definita dal mondo, né dai nostri fallimenti, ma dalla chiamata di Dio che ci ha tratti dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.
Abbiamo visto che questa identità è radicata nell’opera di Cristo, che ci ha riscattati per renderci popolo suo. È una realtà che ci distingue, ci separa, ci santifica. Siamo chiamati ad essere testimoni, a vivere come luce in mezzo alle tenebre, non con orgoglio o arroganza, ma con umiltà e fedeltà. Abbiamo anche riconosciuto che spesso la Chiesa, come l’antico Israele, è venuta meno a questa vocazione, e che anche oggi noi stessi possiamo essere ciechi, incoerenti, smarriti. Ma Dio non rinnega il suo popolo: egli corregge, ristabilisce, rinnova.
La domanda ora non è se siamo stati scelti, ma se viviamo da popolo scelto. Non se portiamo un’etichetta religiosa, ma se la nostra vita manifesta la santità, la misericordia, la giustizia di Colui che ci ha chiamati. Siamo davvero, nella nostra condotta quotidiana, “sacerdozio regale”? Offriamo a Dio sacrifici spirituali di lode, di intercessione, di servizio? Siamo luce nelle tenebre, o ci stiamo accontentando del grigiore del conformismo?
Il Signore oggi ci chiama a ricordare chi siamo, e a tornare a vivere di conseguenza. Non basta sapere di essere popolo di Dio: occorre rispondere a questa grazia con fede, con ravvedimento, con un nuovo desiderio di consacrazione. Che cosa risponderai tu che ascolti o leggi queste riflessioni? Ti lascerai definire dal mondo, o da Dio? Ti conformerai alle tenebre, o proclamerai le sue meraviglie? Oggi è il tempo della risposta. Non domani. Oggi.
Paolo Castellina, 24 luglio 2025
Preghiera finale
Preghiamo. Signore nostro Dio, che ci hai chiamati dalle tenebre alla tua meravigliosa luce, aiutaci a vivere come popolo tuo, consacrato al tuo servizio, testimoni della tua bontà. Donaci umiltà per riconoscere le nostre cadute, forza per rialzarci, comunione per sostenerci. Rendici coerenti nella grazia, gioiosi nella santità, fedeli nella testimonianza. E fa’ che il mondo veda, attraverso la nostra fragile luce, la gloria del tuo Figlio Gesù. Amen.
Note
[1] Riferirsi a Israele come alla chiesa dell’Antico Testamento non è un’improprietà, ma un modo teologicamente fondato di esprimere la continuità del popolo di Dio attraverso le due economie del patto, pur riconoscendo le differenze tra Antico e Nuovo Patto. La parola greca ekklēsía, che il Nuovo Testamento usa per indicare la Chiesa, è la stessa che la Settanta (la traduzione greca dell’Antico Testamento) usa per tradurre l’assemblea del popolo di Israele (ebraico qāhāl), come in Deuteronomio 9:10 o 23:2. L’autore della Lettera agli Ebrei parla dei fedeli dell’Antico Patto come di una “grande schiera di testimoni” (Ebrei 12:1), e in Atti 7:38 Stefano definisce Israele “la chiesa nel deserto”. Secondo la teologia della Riforma, la Chiesa è una sola lungo tutta la storia della salvezza, “una e medesima nel sostanziale contenuto della fede e della promessa”, sebbene la forma esteriore del culto e dell’amministrazione del patto sia cambiata. Confessione di Westminster (XXV.5): “Questa Chiesa è stata talvolta più visibile, talvolta meno; e le Chiese particolari che la compongono sono più o meno pure. Tuttavia, vi fu sempre una Chiesa sulla terra, da Adamo fino al presente, e vi sarà sempre fino alla fine del mondo, composta da tutti coloro che credono veramente in Cristo”. La Chiesa dell’Antico Testamento era dunque la comunità dell’alleanza, fondata sulla promessa del Messia venturo, mentre la Chiesa del Nuovo Testamento vive nell’adempimento di quella promessa, riconoscendo in Gesù il Cristo. Ma in entrambi i casi si tratta del popolo redento da Dio, chiamato a vivere in santità, sotto la sua Parola, e per la sua gloria.