Quando “funzionare” non basta 

Domenica 18 gennaio 2026 – Seconda domenica dopo l’Epifania.

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Una questione ineludibile

Per conseguire un determinato obiettivo, che sia professionale, politico, oppure spirituale se si tratta di una chiesa, vengono generalmente proposti dei metodi, delle strategie, degli strumenti da usare e ci si chiede: “Funzioneranno per raggiungere quello che ci proponiamo?”. Allora si esaminano dei casi, delle situazioni, dove già sono stati usati e i risultati che hanno ottenuto. Se li riteniamo soddisfacenti cerchiamo così di imitarli, di applicarli anche nella nostra situazione.

“Funziona?” è così la domanda che in politica si pongono i governi per prendere delle decisioni soprattutto se si trovano delle “utili scorciatoie” che comportino il massimo effetto con il minor rischio, la minore spesa.

La stessa domanda, in un campo che oggi si chiama “tecniche di marketing”, se la pongono anche organizzazioni religiose che si vedono in “preoccupante declino” e che vorrebbero aumentare il numero dei loro membri – soprattutto contribuenti. Le troviamo così ad esaminare nuove tecniche propagandistiche e “metodi” che chiamano “di evangelizzazione”, come pure nuove forme di culto che credono “più attraenti” al pubblico di oggi. Eccoli riunirsi e discutere su come trovare ed applicare nuove formule, “meglio adatte” e aggiornate strategie per rafforzare e diffondere la loro organizzazione – il tutto, naturalmente, a loro dire, con il nobile fine di “salvare anime”. Questo pragmatismo sembra ragionevole e responsabile.

Ci si dovrebbe, però, di fatto, porre domande diverse da “funziona”. Se qualcosa funziona, è per questo anche giusto e onesto? Se produce risultati immediati, produce forse anche maturità, responsabilità, verità? Oppure questo “non è importante”? Se oggi ottiene consenso, che cosa lascerà domani? E soprattutto, quello che più conta, il fine che ci proponiamo è davvero compatibile con quanto si prefiggeva e faceva il Signore e Salvatore Gesù Cristo? Anche Lui ha forse pragmaticamente fatto del “funzionare” il criterio delle sue scelte e della Sua prassi? Queste non sono domande da specialisti, ma interrogativi che toccano il cuore del discernimento cristiano. Perché, senza accorgercene, possiamo finire per sostituire la fedeltà all’Evangelo con una malintesa efficacia, e la verità con l’utilità.

La questione che vogliamo oggi esaminare è quella del cosiddetto pragmatismo, cioè l’atteggiamento di chi valuta ciò che è buono, giusto o accettabile soprattutto sulla base dei percepiti “risultati pratici” che si vorrebbero immediati. Non ci si chiede prima: “È vero?”, “È giusto?”, “È conforme a principi morali solidi?”, ma piuttosto: “Serve allo scopo?”, “Produce effetti visibili?”,  “Risolve il problema adesso?”.

Il pragmatismo viene spesso presentato come realismo, come saggezza concreta, come capacità di “stare con i piedi per terra”, ma è davvero così?

In politica il pragmatismo si manifesta quando, per esempio, si ggiranoa le regole “per il bene comune”, si giustificano scorciatoie perché “la situazione lo richiede”, si disattendono le promesse elettorali “perché non c’era altra strada”, si sacrificano legalità e verità in nome dell’efficienza. Nel breve periodo può anche funzionare. Ma nel lungo periodo tutto questo erode la fiducia, indebolisce le istituzioni e normalizza l’ingiustizia. …e prelude al certo fallimento, nonostante tutto.

Nelle chiese il pragmatismo appare quando: ciò che attira un numero più grande di persone viene automaticamente considerato buono, il contenuto viene adattato per non “disturbare” tanto la gente ma “sedurla”, e il messaggio viene semplificato fino a perdere spessore. Il criterio diventa allora: “Se produce crescita numerica, allora è Dio che la benedice”. E’ davvero così?

Qui il rischio è grave: confondere il successo con la fedeltà, e i numeri con il frutto spirituale. Quando il risultato diventa il criterio supremo, la fedeltà passa in secondo piano. In altre parole: non ci chiediamo più se una cosa è giusta, ma solo se produce l’effetto desiderato. Questo modo di pensare entra facilmente anche nella vita cristiana, quando iniziamo a misurare tutto con categorie come: successo, numeri, visibilità, consenso… La domanda allora non è più: “È conforme alla Parola di Dio?” ma: “Attira? Funziona? Produce qualcosa?”.

Consideriamo al riguardo tre testi biblici molto istruttivi.

1.  L’obbedienza parziale di Saul

Pensiamo all’antico Israele al tempo in cui viene scelto il re Saul. Leggiamo nel primo libro di Samuele, al capitolo 15: “Allora Samuele disse: L’Eterno gradisce gli olocausti e i sacrifici quanto l’ubbidire alla sua voce? Ecco, l’ubbidienza è meglio del sacrificio, e dare ascolto vale più del grasso dei montoni; poiché la ribellione è come il peccato della divinazione, e l’ostinatezza è come l’adorazione degli idoli e degli dèi domestici. Poiché tu hai rigettato la parola dell’Eterno, anch’egli ti rigetta come re” (1 Samuele 15:22-23).

Che cosa troviamo qui? Saul era stato scelto da Dio come primo re di Israele, non per la sua grandezza spirituale, ma per pura grazia e secondo il disegno divino. In 1 Samuele 15, Dio gli affida un compito preciso: eseguire il giudizio contro Amalek, un popolo che si era opposto con violenza a Israele durante l’esodo. Il comando non era generico né simbolico, ma chiaro: Saul doveva agire come strumento dell’ubbidienza di Dio, non come stratega politico o capo carismatico in cerca di consenso. Saul però non obbedisce pienamente. Vince la battaglia contro gli Amalechiti, ma trattiene ciò che gli sembrava utile e presentabile: risparmia il re nemico e conserva per sé il bestiame migliore, giustificando la sua scelta con motivazioni religiose (“per offrire sacrifici all’Eterno”) e politiche (non scontentare il popolo). In altre parole, Saul “aggiusta” il comando di Dio per farlo apparire più ragionevole ed efficace. È a questo punto che Samuele pronuncia contro di lui parole durissime: Dio non desidera sacrifici che nascano dalla disubbidienza. Il problema non è che Saul abbia fatto qualcosa di malvagio agli occhi degli uomini, ma che abbia sostituito l’ubbidienza verso Dio con il calcolo, l’interesse privato, la fedeltà con il risultato. Per questo il profeta equipara la sua condotta alla ribellione e all’idolatria: Saul ha rigettato la parola di Dio per seguire il proprio giudizio. E proprio per questo Dio lo rigetta come re. Saul riceve un comando chiaro da Dio. Ma decide di adattarlo. Fa ciò che sembra ragionevole, utile, persino religioso. Conserva ciò che appare buono, ciò che può piacere al popolo. Dal punto di vista umano, la sua scelta indubbiamente “funziona”, “non fa problema”. Il popolo è soddisfatto. L’operazione sembra riuscita. Dio, però, condanna Saul. Il problema non è che Saul abbia disubbidito completamente, ma che abbia obbedito solo in parte, scegliendo lui che cosa tenere e che cosa scartare. Questo è il pragmatismo: aggiustare l’ubbidienza perché sembri più efficace.  Il risultato immediato c’è. Ma il risultato finale è il rigetto.

2. “Essi curano alla leggera la piaga del mio popolo”

Il secondo testo è tratto dal profeta Geremia. Al capitolo 6 troviamo scritto: “Essi curano alla leggera la piaga del mio popolo; dicono: ‘Pace, pace’, mentre pace non c’è” (Geremia 6:14). A chi si riferisce? Queste parole nascono in un contesto di grave crisi spirituale e morale. Il popolo è lontano da Dio, la giustizia è corrotta, l’alleanza con Dio e i suoi impegni è stata tradita. Eppure, proprio in questa situazione, alcuni profeti rassicurano il popolo, proclamando sicurezza e pace, come se il problema fosse solo superficiale e temporaneo. La reazione di Geremia è dura perché vede un pericolo enorme: si sta offrendo una falsa cura a una malattia profonda.

Geremia denuncia così una forma particolarmente subdola di pragmatismo: la ricerca di soluzioni rapide che funzionano nell’immediato. Dire “pace” calma gli animi, evita conflitti, preserva il consenso e rende il messaggio più accettabile. In questo senso, il messaggio dei falsi profeti funziona: tranquillizza le coscienze e impedisce che il popolo si ponga domande scomode. Ma proprio perché funziona così bene, è profondamente ingannevole. Non affronta il peccato, non chiama al ravvedimento, non prepara al giudizio imminente.

La Scrittura ci insegna qui una lezione fondamentale: non tutto ciò che consola è vero, e non tutto ciò che è vero consola subito. La Parola di Dio, quando è annunciata fedelmente, può ferire prima di guarire, smascherare prima di ricostruire. Il pragmatismo si accontenta della superficie, di ciò che appare risolto; la Parola di Dio, invece, va alla radice, perché solo una ferita curata in profondità può davvero guarire.

3. Gesù e la folla che se ne va

Il terzo testo ci conduce nel vangelo secondo Giovanni al capitolo 6, in un momento decisivo del ministero di Gesù. Ascoltate: “Perciò molti dei suoi discepoli, dopo averlo ascoltato, dissero: Questo parlare è duro; chi lo può ascoltare? Ma Gesù, conoscendo in sé stesso che i suoi discepoli mormoravano di ciò, disse loro: “Questo vi scandalizza? E che sarebbe se vedeste il Figlio dell’uomo ascendere dov’era prima? È lo Spirito che vivifica; la carne non giova a nulla; le parole che vi ho detto sono spirito e vita. Ma fra di voi ci sono alcuni che non credono”. Poiché Gesù sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è dato dal Padre. Da allora molti suoi discepoli si trassero indietro e non andavano più con lui. Perciò Gesù disse ai dodici: Non ve ne volete andare anche voi? Simon Pietro gli rispose: Signore, da chi ce ne andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna” (Giovanni 6:60–68).

Dopo aver compiuto segni straordinari e aver attirato una folla numerosa, Gesù pronuncia parole che vanno oltre l’entusiasmo immediato: parla di sé come del pane disceso dal cielo, della necessità di una fede profonda, di una relazione che non si fonda sul beneficio materiale ma sulla vita che viene da Dio. Molti di coloro che lo seguivano ne restano turbati e dicono: “Questo parlare è duro; chi lo può ascoltare?” Il problema non è che Gesù sia incomprensibile, ma che il suo insegnamento non conferma le aspettative di chi lo segue per motivi superficiali.

La reazione è drastica: “da allora molti suoi discepoli si trassero indietro e non andavano più con lui”. Gesù li scongiura forse di rimanere? No. Dal punto di vista umano e pragmatico, questo è un fallimento evidente. Gesù perde seguaci, consenso e visibilità. Eppure Egli non modifica il messaggio per renderlo più accettabile, né abbassa le richieste per trattenere la folla. Anzi, rivolge una domanda diretta ai Dodici: “Non ve ne volete andare anche voi?” È una domanda che smaschera ogni forma di adesione interessata e mette in luce che seguire Gesù non è una questione di utilità, ma di verità.

La risposta di Pietro chiarisce il cuore della questione: “Signore, da chi ce ne andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna”. Qui emerge un principio fondamentale per il discernimento cristiano: Gesù non misura il successo in base ai numeri, ma alla realtà della fede. Ciò che “funziona” può attirare per un tempo, ma solo la verità dona vita. Questo episodio ci ricorda che l’Evangelo non è chiamato ad adattarsi alle aspettative dell’uomo, ma a trasformare le persone secondo la volontà di Dio.

Esiste un equilibrio tra rigidità e compromesso?

A questo punto, però, è necessario evitare un equivoco. La critica al pragmatismo non è un invito alla rigidità cieca, né a un dogmatismo duro e disumano. La Scrittura non ci chiama all’inefficienza, né a un’applicazione meccanica delle regole priva di amore, discernimento e misericordia.

Il problema non è adattarsi alle circostanze, ma adattarsi perdendo di vista la verità. Il problema non è cercare saggezza, ma assumere come criterio la saggezza del mondo, invece di quella che viene da Dio. La Bibbia ci insegna che i mezzi non possono contraddire i fini, e che i fini, per quanto nobili possano apparire, non giustificano mai l’infedeltà alla Parola di Dio.

Quando il rispetto dei princìpi viene sacrificato in nome dell’efficacia, si entra su un terreno pericoloso. Ma è altrettanto vero che anche l’opposto può degenerare: quando i princìpi vengono difesi senza amore, senza pazienza, senza comprensione delle persone reali, si cade in un formalismo sterile. Il criterio biblico, però, non è mai semplicemente il “mezzo giusto” tra due estremi: è la sottomissione della nostra intelligenza, dei nostri metodi e delle nostre ambizioni alla volontà rivelata di Dio.

La Scrittura ci offre dunque un criterio chiaro e non negoziabile: la Parola di Dio deve rimanere la regola della nostra fede e della nostra condotta. Non i risultati. Non l’efficacia immediata. Non il consenso.

Conclusione – Oltre la domanda “funziona?”

All’inizio di questa riflessione ci siamo accorti di quanto una domanda apparentemente semplice governi oggi molte delle nostre scelte: “Funziona?” È una domanda legittima, in sé, ma profondamente insufficiente se diventa il criterio ultimo. Abbiamo visto come, tanto in ambito politico quanto ecclesiale, essa rischi di trasformarsi in una scorciatoia: ciò che produce risultati immediati viene ritenuto buono, ciò che incontra resistenze viene scartato, anche quando è giusto e vero. Il pragmatismo appare allora come saggezza e realismo, ma finisce spesso per sostituire il discernimento con il calcolo e la fedeltà con l’efficacia.

I testi biblici che abbiamo considerato ci hanno mostrato questo pericolo in modo concreto. Saul “funziona”, vince la battaglia, ma perde il regno perché ha adattato l’ubbidienza alle proprie valutazioni. I falsi profeti ai tempi di Geremia “funzionano”, perché tranquillizzano il popolo, ma preparano una rovina più profonda curando solo la superficie. Persino Gesù, nel capitolo 6 di Giovanni, sembra “non funzionare” secondo i criteri umani, perché perde discepoli; eppure proprio lì emerge la differenza decisiva tra ciò che attira per un tempo e ciò che dona vita eterna. In tutti questi casi, il problema non è l’assenza di risultati immediati, ma la perdita della verità quando il risultato diventa il fine supremo.

Siamo così ricondotti al punto centrale: la Scrittura non ci chiama né a un pragmatismo senza princìpi, né a un dogmatismo privo di amore. Ci chiama piuttosto a sottomettere ogni scelta, ogni metodo, ogni strategia alla Parola di Dio. Non tutto ciò che funziona edifica; non tutto ciò che edifica lo fa subito; ma solo ciò che è conforme alla volontà rivelata di Dio può resistere nel tempo. Quando la chiesa confonde il successo con la fedeltà, o i numeri con il frutto spirituale, perde il suo orientamento e diventa vulnerabile alle mode e alle pressioni del momento.

Per questo, la domanda che resta davanti a noi non è semplicemente “che cosa funziona?”, ma piuttosto: “che cosa è conforme alla Parola di Dio?” Siamo chiamati, come credenti e come comunità cristiana, a esercitare uno spirito critico biblico, personale e comunitario, quando prendiamo decisioni, quando adottiamo metodi, quando valutiamo proposte che promettono risultati rapidi. Non lasciamoci guidare solo dall’efficacia apparente, ma impariamo a discernere alla luce delle Sacre Scritture, che rimangono — oggi come sempre — la regola della nostra fede e della nostra condotta.

Preghiamo. Signore Dio, riconosciamo davanti a Te quanto facilmente siamo attratti da ciò che appare efficace, rapido e rassicurante. Confessiamo che spesso giudichiamo le nostre scelte, personali e comunitarie, più dai risultati visibili che dalla fedeltà alla Tua Parola. Donaci uno spirito vigile e umile, capace di discernere tra ciò che semplicemente funziona e ciò che è veramente giusto ai Tuoi occhi. Liberaci dalla tentazione di adattare la verità ai nostri obiettivi, e insegnaci piuttosto a sottomettere i nostri desideri, i nostri metodi e le nostre ambizioni alla Tua volontà rivelata nelle Sacre Scritture. Concedi alle nostre comunità cristiane il dono del discernimento, affinché non siano guidate dal consenso, dai numeri o dal successo apparente, ma dalla fedeltà all’Evangelo di Gesù Cristo. Fa’ che sappiamo annunciare la verità con amore, perseverare anche quando la via è stretta, e confidare non nei nostri mezzi, ma nella potenza del Tuo Spirito. Rendici un popolo che cerca prima di tutto la Tua approvazione, e non quella degli uomini, e che desidera camminare nella verità che dona vita eterna. Te lo chiediamo per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Paolo Castellina, 9 gennaio 2026

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