Domenica 28 giugno 2026
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Sacrifici
Il testo biblico sottoposto oggi alla nostra attenzione è uno dei più celebri, ma anche uno che potrebbe essere considerato fra i più discutibili dell’intera Scrittura. È il racconto della prova di fede di Abraamo: Dio gli chiede di offrire in sacrificio su un altare Isacco, il figlio della promessa, quel figlio tanto atteso nel quale sembrava racchiuso tutto il suo futuro.
Per chi non sia avvezzo ai personaggi biblici, rammento chi sia Abraamo. La Bibbia lo presenta come il “padre dei credenti”, il modello di che cosa debba essere il vero credente, colui che Dio chiama ad essere suo fedele testimone nel mondo. Abraamo non era certamente un uomo perfetto, ma qualcuno che aveva imparato a confidare in Dio anche quando non comprendeva pienamente ciò al quale lo chiamava. A lui Dio aveva promesso una discendenza numerosa e una benedizione destinata a raggiungere tutte le nazioni della terra. Isacco sarebbe stato il figlio nato quando ogni speranza umana sembrava ormai spenta. Per questo egli non era soltanto un figlio amato: rappresentava per lui il futuro, la speranza e l’adempimento delle promesse di Dio. Eppure Dio ad un certo punto gli chiede di sacrificarlo. Che mai poteva significare una tale “assurda” richiesta?
Non credo sia necessario nascondere che questo episodio suscita disagio in molte persone. A dire il vero, lo suscita anche in molti credenti. Viviamo infatti in una cultura che, giustamente, considera il sacrificio umano qualcosa di aberrante e barbarico. L’idea stessa che una vita umana possa essere offerta per ottenere il favore della divinità ci appare estranea e ripugnante. Per questo un predicatore onesto non dovrebbe fingere che le difficoltà di questo testo non esistano. Esse esistono. E sono difficoltà reali.
Vi è però una domanda che forse dovremmo porci prima di giudicare troppo severamente il mondo antico: siamo davvero così lontani dalla logica del sacrificio? A prima vista sembrerebbe di sì. Le nostre società si considerano emancipate dai sacrifici religiosi. Non innalziamo altari, non offriamo vittime agli dèi, non pratichiamo rituali sacrificali. Eppure, se osserviamo con attenzione, scopriamo che il sacrificio non è affatto scomparso: sono solo “cambiati gli altari”. Ancora oggi esistono, infatti, realtà ritenute così preziose da giustificare costi umani elevatissimi: il potere, la nazione, l’economia, il successo, l’ideologia, perfino l’auto-realizzazione personale. Quante volte persone innocenti diventano “danni collaterali” di progetti giudicati superiori? Quante vite vengono consumate sull’altare dell’efficienza, della ricchezza o dell’ambizione?
L’essere umano continua a sacrificare. Cambiano i simboli, cambiano i linguaggi, ma la domanda rimane la stessa: che cosa consideriamo così importante da essere disposti a pagarlo a qualsiasi prezzo? È dentro questa domanda universale che dobbiamo ascoltare il racconto di Abraamo e Isacco. Perché la sorpresa di questa storia non è che Dio chieda un sacrificio. Nel mondo antico ciò non era insolito. La vera sorpresa è un’altra: “il coltello si ferma”.
Il Dio della Bibbia non si rivela come una divinità da placare mediante vittime umane. Si rivela come il Dio che provvede. E la fede cristiana ha sempre visto in questo episodio qualcosa che va oltre Abraamo e Isacco: un’ombra, una figura, un’anticipazione di un giorno in cui Dio stesso avrebbe provveduto il sacrificio definitivo, completo ed irripetibile.
Il testo biblico
Ascoltiamo ora questo antico racconto con mente aperta e cuore attento, chiedendoci non soltanto che cosa esso abbia significato allora, ma che cosa esso possa ancora dire a noi oggi.
La fede di Abraamo messa alla prova con l’ordine di sacrificare Isacco. “Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abraamo, e gli disse: “Abraamo!”. Ed egli rispose: “Eccomi”. E Dio disse: “Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va’ nel paese di Moria, e là offrilo in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò”. Abraamo si alzò la mattina di buon’ora, mise la sella al suo asino, prese con sé due dei suoi servitori e Isacco suo figlio, spaccò della legna per l’olocausto, poi partì per andare al luogo che Dio gli aveva detto. Il terzo giorno, Abraamo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo. Abraamo disse ai suoi servitori: “Rimanete qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi torneremo da voi”. E Abraamo prese la legna per l’olocausto e la mise addosso a Isacco suo figlio; poi prese in mano il fuoco e il coltello, ed entrambi s’incamminarono assieme. Isacco parlò ad Abraamo suo padre e disse: “Padre mio!”. Abraamo rispose: “Eccomi qui, figlio mio”. E Isacco: “Ecco il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?”. Abraamo rispose: “Figlio mio, Dio se lo provvederà l’agnello per l’olocausto”. E camminarono entrambi assieme. Giunsero al luogo che Dio gli aveva detto e Abraamo costruì l’altare, sistemò la legna, legò Isacco suo figlio e lo mise sull’altare, sopra la legna. Poi Abraamo stese la mano e prese il coltello per sgozzare suo figlio. Ma l’angelo dell’Eterno gridò dal cielo e disse: “Abraamo, Abraamo”. Ed egli rispose: “Eccomi”. E l’angelo: “Non mettere la mano addosso al ragazzo e non fargli alcun male; poiché ora so che tu temi Dio, perché non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo”. Allora Abraamo alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro di sé un montone, impigliato per le corna in un cespuglio. Abraamo andò, prese il montone, e l’offrì in olocausto al posto di suo figlio. E Abraamo chiamò quel luogo “Iavè-Irè”. Per questo si dice oggi: “Al monte dell’Eterno sarà provveduto” (Genesi 22:1-14).
I. La fede quando le promesse sembrano morire
La prima cosa che colpisce in questo racconto è che Dio mette alla prova Abraamo proprio nel punto più prezioso della sua vita. Isacco non era semplicemente suo figlio: era il figlio della promessa, il segno visibile della fedeltà di Dio al progetto che avrebbe realizzato attraverso di lui. Chiedendo ad Abraamo di offrirlo, Dio sembra mettere in discussione le sue stesse promesse. Come può Dio mantenere la sua parola se il figlio della promessa deve morire? È questa la vera prova della fede: non credere quando tutto è chiaro, ma continuare a confidare in Dio quando le sue vie appaiono incomprensibili.
In forme diverse, tutti noi conosciamo esperienze simili. Vi sono momenti nei quali ciò che riteniamo essenziale per il nostro futuro sembra venirci sottratto: relazioni, salute, progetti, sicurezza. Anche noi abbiamo i nostri “Isacco”, ciò su cui fondiamo la nostra speranza e la nostra identità. La fede di Abraamo ci insegna che il credente è chiamato a confidare non tanto nei doni di Dio, quanto nel Dio che dona. Come dirà più tardi il Nuovo Testamento, Abraamo credette che Dio fosse capace persino di risuscitare i morti.
II. Il coltello si ferma: il Dio che provvede
Giunti al culmine del racconto, avviene l’imprevedibile: il coltello si ferma. Per il lettore moderno è forse il sacrificio a sembrare scandaloso; per il lettore antico, invece, la vera sorpresa era proprio che esso non venisse compiuto. Nel mondo antico il sacrificio umano non era sconosciuto. Il Dio della Bibbia, però, si distingue dalle divinità pagane: non richiede la distruzione del figlio, ma provvede Egli stesso ciò che è necessario. Al posto di Isacco compare un montone: una vittima sostitutiva. Per la prima volta qui emerge chiaramente nella storia biblica il principio della sostituzione: qualcuno prende il posto di qualcun altro.
Questo è il cuore del messaggio di Genesi 22. Il luogo viene chiamato “Iavè-Irè”, “Il Signore provvede”. La fede biblica non annuncia anzitutto ciò che l’essere umano deve offrire a Dio, ma ciò che Dio provvede per l’essere umano. E forse anche oggi, in una cultura che ha cambiato altari ma non ha eliminato la logica del sacrificio, abbiamo bisogno di riscoprire questa verità: la salvezza non nasce da ciò che noi offriamo a Dio, ma da ciò che Dio offre nella sua grazia.
Vi è però un’altra difficoltà per la sensibilità moderna. Non soltanto il sacrificio ci appare estraneo: ci appare estranea anche l’idea stessa di espiazione. Molti oggi tendono a considerare il male semplicemente come errore, fragilità o condizionamento sociale. La Bibbia, invece, parla anche di colpa morale: vi è qualcosa di distorto nel cuore umano che nessun progresso tecnico, politico o educativo è riuscito a eliminare. Le guerre, le ingiustizie, le violenze e gli egoismi che continuano a segnare la storia ci ricordano che il problema umano non è soltanto esterno, ma anche interiore.
Per questo la Scrittura insegna che il male non può essere semplicemente ignorato o dichiarato inesistente. Ogni colpa crea una ferita che richiede riconciliazione; ogni ingiustizia apre una frattura che deve essere sanata. Lo comprendiamo già nelle relazioni umane: quando il male viene compiuto, qualcuno deve sostenerne il costo. Il perdono autentico non è mai gratuito nel senso di essere senza prezzo; esso comporta sempre che qualcuno assuma su di sé il peso della riconciliazione. Nel linguaggio biblico il sacrificio esprime precisamente questa verità: il male è serio, ma Dio provvede una via per la riconciliazione.
III. Da Moriah al Golgota
Fin dai primi secoli la fede cristiana ha visto in questo racconto qualcosa di più di un episodio della vita di Abraamo. Isacco, il figlio amato, che porta il legno del sacrificio sul monte Moriah, è stato compreso come una figura di Cristo che porta la croce verso il Golgota. Anche qui vi è un padre e un figlio. Anche qui vi è un monte. Anche qui vi è il legno del sacrificio. Eppure, nel momento decisivo, emerge una differenza decisiva: Isacco viene risparmiato.
L’apostolo Paolo sembra richiamare volutamente questo episodio quando scrive: «Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti» (Romani 8:32). Sul monte Moriah il coltello si ferma. Sul Golgota non si ferma. Perché ciò che Dio non chiede ad Abraamo di compiere, Dio lo compie Egli stesso in Cristo. Così il Dio che provvede non rimane distante dal dolore umano, ma entra nella nostra storia per offrire Egli stesso il sacrificio definitivo della riconciliazione.
Qui tocchiamo il cuore dell’Evangelo cristiano. A volte si sente dire: «Perché Dio non si limita semplicemente a perdonare?». Ma anche nella nostra esperienza umana sappiamo che il vero perdono ha sempre un costo. Se qualcuno danneggia gravemente un altro e la relazione viene ricostruita, qualcuno deve portare il peso dell’offesa. Nell’Evangelo non è l’essere umano a salire verso Dio offrendo sacrifici per placarlo. È Dio che, nel suo amore, scende verso l’essere umano e assume su di sé il costo della riconciliazione. La croce non è il segno di un Dio crudele, ma di un Dio giusto e misericordioso insieme: giusto, perché prende sul serio il male; misericordioso, perché porta Egli stesso il suo peso.
La fede cristiana tradizionale ha chiamato questo mistero “espiazione”. Non significa che un Dio irato abbia bisogno di essere convinto ad amare. Significa piuttosto che il Dio che ama il mondo non tratta il male come qualcosa di insignificante. Egli lo affronta, lo giudica e, al tempo stesso, ne porta il peso in Cristo. Per questo la croce non è soltanto un esempio di amore o di sacrificio: è il luogo nel quale Dio riconcilia a sé il mondo. Sul monte Moriah Abraamo aveva imparato che Dio provvede. Sul Golgota il mondo vede che cosa Dio aveva provveduto fin dall’inizio: non il sacrificio di un figlio umano a Dio, ma il dono del Figlio di Dio per gli esseri umani.
Conclusione
Abbiamo seguito oggi Abraamo e Isacco lungo il cammino verso il monte Moriah. Abbiamo visto la fede messa alla prova, un padre disposto a confidare in Dio anche quando tutto sembrava contraddire le sue promesse. Abbiamo visto il coltello alzarsi e, nel momento decisivo, fermarsi. E abbiamo ascoltato il nome che Abraamo diede a quel luogo: “Iavè-Irè”, “Il Signore provvede”.
Questo antico racconto ci pone allora prima di tutto una domanda personale e inevitabile: qual è il nostro “Isacco”? Qual è quella realtà alla quale affidiamo la nostra sicurezza, la nostra identità e il nostro futuro? Il successo, il denaro, la salute, la famiglia, l’approvazione degli altri, i nostri progetti? Sono tutti doni preziosi. Ma che cosa accadrebbe alla nostra fede se ci venissero tolti? Nessuno di essi può prendere il posto di Dio senza trasformarsi in un altare sul quale, prima o poi, finiamo per sacrificare noi stessi o gli altri.
Genesi 22 ci invita anche a interrogarci sulla natura del Dio nel quale crediamo. È forse un dio che esige continuamente qualcosa da noi? Un dio da placare, da soddisfare o da persuadere? Il Dio della Bibbia si rivela invece in modo sorprendente: non come il Dio che prende, ma come il Dio che provvede. Là dove l’essere umano cerca di salire verso Dio con i propri sacrifici, Dio scende verso l’essere umano con la sua grazia.
La fede cristiana riconosce nel monte Moriah un’anticipazione di un altro monte: il Golgota. Sul Moriah il coltello si ferma. Sul Golgota non si ferma. Perché ciò che Dio non chiede ad Abraamo di compiere, Dio lo compie Egli stesso in Cristo. Così il Figlio di Dio porta su di sé il peso della nostra colpa e apre la via della riconciliazione con Dio, affinché noi ricevessimo non ciò che meritiamo, ma ciò che Egli, nella sua grazia, ha provveduto.
Forse il messaggio più profondo di questo racconto è proprio questo: alla fine della fede non troviamo un altare sul quale offrire qualcosa a Dio, ma un Dio che ha provveduto tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Il Dio vero e vivente che aveva provveduto per Abraamo continua ancora oggi a chiamare uomini e donne a confidare in Lui. Questi sono i parametri, i criteri del messaggio dell’Antico e del Nuovo Testamento che con fiducia dobbiamo assumere.
Allora la domanda con la quale siamo lasciati è semplice e decisiva: siamo disposti, come Abraamo, a fidarci del Dio che provvede anche quando non comprendiamo tutto del Suo modo di fare. “’Poiché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie’, dice l’Eterno. ‘Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri’” (Isaia 55:8-9).Preghiamo. O Signore nostro Dio, ti ringraziamo perché nella tua Parola ci hai mostrato ancora una volta che le tue vie sono più alte delle nostre vie e che i tuoi pensieri sono più alti dei nostri pensieri. Ti confessiamo che spesso facciamo fatica a comprendere ciò che tu permetti nella nostra vita e che, come Abraamo, siamo chiamati a camminare per fede e non per visione. Donaci la grazia di confidare in te anche quando il cammino ci appare oscuro e le tue vie incomprensibili. Liberaci dagli idoli ai quali troppo facilmente affidiamo la nostra sicurezza e il nostro futuro. Insegnaci a non confidare nei tuoi doni più che in te stesso, ma a riporre la nostra speranza nel Dio che provvede. Ti lodiamo soprattutto perché in Gesù Cristo hai provveduto ciò di cui avevamo più bisogno: il perdono dei nostri peccati, la riconciliazione con te e la speranza della vita eterna. Fa’ che questa buona notizia rinnovi la nostra fede, rafforzi la nostra speranza e ci renda testimoni fedeli del tuo amore nel mondo. Te lo chiediamo nel nome di Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.
Paolo Castellina, 17 giugno 2026