Domenica 9 novembre 2025
[Servizio di culto con predicazione, 56′ 58″]
[Solo predicazione, 28′]
La fuga che salva
C’è una parola che, nel linguaggio comune, ha un suono negativo: fuga. Quando diciamo che qualcuno “fugge”, pensiamo a chi scappa per paura, a chi non ha il coraggio di affrontare la realtà o le proprie responsabilità. Può essere sicuramente così. “Fuggire”, però, non è sempre un atto di codardia: a volte è una scelta di coscienza, una decisione morale. Fuggire può essere un modo non solo per salvare la propria vita, ma per non essere travolti dal male o dalla rovina, per non essere manipolati o resi complici di ingiustizie.
Alcuni esempi di attualità, fra i tanti possibili, e che la stampa a malapena riporta. In Ucraina milioni di persone sono fuggite da quel paese non tanto per la guerra in corso, ma per sottrarsi ad un regime ispirato da un’ideologia neo-nazista che lo ha distrutto svendendolo a società multinazionali ed alle ambizioni politiche senza scrupoli di potenze occidentali. Innumerevoli sono pure nell’esercito ucraino le diserzioni e la resa alle forze russe. Non si tratta di “tradimento” o di non avere “spirito patriottico”, ma di rifiuto di diventare “carne da cannone” al servizio di un’ideologia perversa. Qualcosa di simile avviene nello stato di Israele, dove un numero sempre maggiore di cittadini stanno abbandonando il paese. Professionisti, ricercatori, studenti, famiglie intere cercano altrove una vita normale. I dati, confermati da diversi osservatori internazionali, parlano di un aumento record dell’emigrazione: numeri che Israele non conosceva da decenni. Un esodo alla rovescia! Le ragioni ufficiali? Opportunità economiche, costo della vita, instabilità. La verità, però, è più profonda: molti non vogliono più vivere in un Paese dove la democrazia è diventata un simulacro ed essere corresponsabili di ingiustizie sempre più intollerabili contro la popolazione palestinese. C’è dunque una fuga buona — non la fuga del vigliacco, ma quella del saggio; non la fuga dalla realtà, ma fuga dal male, per vivere secondo verità.
Molti sono a questo riguardo gli esempi biblici: Giuseppe fugge in Egitto con Maria e il bambino per sottrarre Gesù alla furia infanticida del re Erode. Mosè fugge dall’Egitto per non essere ucciso dalla vendetta del Faraone. Davide fugge da Saul per non reagire con violenza contro l’unto del Signore. E il popolo d’Israele, nella notte di Pasqua, fugge dalla schiavitù verso la libertà.
Vi è però anche una fuga morale e spirituale dall’incombente giusto giudizio di Dio. Dio concede la grazia e salva dal Suo giusto giudizio se ci si ravvede dai propri peccati, cambiando direzione alla propria vita. È il messaggio dei profeti di Israele, come pure era il messaggio di Giovanni, il battezzatore, l’ultimo profeta e precursore del Cristo.
Il testo biblico
Giovanni annunciava: “Ravvedetevi, poiché il regno dei cieli è vicino” (Matteo 3:2). Quando però aveva visto accostarsi al battesimo, segno di ravvedimento, dei farisei e dei sadducei, aveva loro detto: “Razza di vipere! Chi vi ha insegnato a fuggire dall’ira a venire?” (Matteo 3:7), anche tradotto: “Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire al castigo, che ormai è vicino?” (TILC). Perché non credeva alla sincerità del loro ravvedimento? Ascoltiamo l’intero testo.
“Vedendo molti dei farisei e dei sadducei venire al suo battesimo, disse loro: ‘Razza di vipere, chi vi ha insegnato a fuggire dall’ira a venire? Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento. E non pensate di dire dentro di voi: ‘Abbiamo per padre Abraamo’, perché io vi dico che Dio può far sorgere da queste pietre dei figli ad Abraamo. La scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero dunque che non fa buon frutto sta per essere tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo in acqua, in vista del ravvedimento, ma colui che viene dietro a me è più forte di me e io non sono degno di portargli i calzari; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha il suo ventilabro in mano, pulirà interamente la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma arderà la pula con fuoco inestinguibile” (Matteo 3:7-12).
Giovanni predicava nel deserto di Giudea un battesimo di ravvedimento, annunciando che il Messia era vicino. Il popolo accorreva in massa. Anche i farisei e i sadducei, i rappresentanti dell’ortodossia e del potere religioso, si erano presentati per farsi battezzare. Giovanni, però, smaschera le loro illusioni: non basta partecipare a un rito e non basta appartenere formalmente al popolo eletto di Dio.
Il battesimo non poteva essere una copertura religiosa, ma doveva essere un segno di conversione reale. Giovanni parla dunque di una fuga vera, che non è solo un gesto, ma un cambiamento profondo. È la fuga dal peccato, dalla falsa sicurezza, dalla presunzione religiosa.
La vera fuga: conversione che porta frutto (v. 8).
La fuga di cui parla Giovanni Battista non è la corsa disordinata di chi teme, ma la decisione lucida di chi comprende dove conduce il proprio cammino e sceglie di cambiare direzione. “Fuggire dall’ira a venire” non significa cercare una via di scampo religiosa o un rifugio emotivo, ma intraprendere una conversione reale, che coinvolge l’intera persona. Per questo Giovanni aggiunge subito: “Fate dunque frutti degni del ravvedimento.” È come se dicesse: “Non venite qui solo per un gesto, ma per cominciare una nuova vita.” Il ravvedimento non è una parola astratta: è un movimento dell’anima che si vede nei fatti. Non basta pentirsi in teoria, bisogna voltarsi e camminare nella direzione opposta al peccato, lasciando che la grazia di Dio ci trasformi interiormente.
Il verbo “fuggire”, nella prospettiva biblica, esprime proprio questo dinamismo: un allontanamento dal male e un avvicinamento al bene. Non è una fuga “da”, ma una fuga “verso”: verso Dio, verso la luce, verso la verità. È il movimento del cuore che, lasciando le tenebre, corre verso la vita. Giovanni chiama i suoi ascoltatori — e noi con loro — a una fuga consapevole, non dettata dal terrore del giudizio, ma dal desiderio di essere diversi dal conformismo generalizzato e dalle scelte di comodo – in termini biblici: dall’andazzo di questo mondo. La vera fuga non è paura, è scelta di coscienza; non è un atto di debolezza, ma di forza spirituale. È la decisione di non restare dove il peccato ci ha messi, ma di rispondere alla voce che ci chiama alla libertà.
Ed è proprio questa fuga interiore che produce frutti. Giovanni parla di “frutti degni del ravvedimento”: segni visibili di una trasformazione invisibile. Dove c’è vera fede, si vede un cambiamento di mentalità, di linguaggio, di relazioni. È la coerenza tra ciò che crediamo e ciò che viviamo. Chi fugge davvero dal peccato, inevitabilmente corre verso il bene: come l’apostolo Paolo dirà nelle sue lettere, “fuggite la fornicazione”, “fuggite l’idolatria”, “fuggite le passioni giovanili”. Ogni volta che scegliamo di fuggire da ciò che ci corrompe, fuggiamo verso la libertà che Cristo ci dona. È la fuga che non ci allontana dal mondo, ma ci riconduce al mondo da persone nuove, portatrici di luce, di giustizia e di pace.
La vera fuga: conversione che porta frutto
“Fate dunque frutti degni del ravvedimento”. Giovanni non dice soltanto di fuggire, ma spiega come fuggire: non correndo via dal mondo, ma correndo verso Dio. La sua parola è un appello alla vera conversione, non a un gesto formale, emotivo o passeggero, ma a un movimento profondo dell’anima, che ha due direzioni complementari: distacco e adesione. Distacco dal peccato, dalle abitudini sbagliate, dai compromessi morali che ci tengono prigionieri; adesione a Dio mediante la fede e il desiderio di conformarsi alla Sua volontà. È questa la fuga buona: non la fuga da qualcosa, ma verso Qualcuno. Quando una persona si converte davvero, la fuga dal male è immediatamente accompagnata dalla ricerca del bene, e questo cambiamento si rende visibile nei “frutti degni del ravvedimento”: un nuovo modo di pensare, di parlare, di vivere.
Giovanni sa che questa fuga non è solo morale, è spirituale: essa nasce dal riconoscimento che il peccato è separazione da Dio, ribellione contro di Lui, e che non c’è vita finché non si ristabilisce, in Cristo Gesù, quella comunione spezzata. La conversione è dunque il ritorno dell’essere umano alla sua origine, alla fonte della vita. Nel momento in cui ci volgiamo a Dio, la grazia ci libera dalla schiavitù dell’autonomia illusoria e ci restituisce la libertà vera: quella di appartenere a Colui che ci ha creati. Solo allora il cuore, guarito dalla ribellione, comincia a portare frutti di giustizia e di amore — segni concreti che la fuga è riuscita, perché ci ha ricondotti a casa.
L’urgenza della fuga: il giudizio è vicino
“Già la scure è posta alla radice degli alberi…” (v. 10). Giovanni usa parole forti, perché il tempo è breve. Non sappiamo quanto personalmente ci sarà concesso per ravvederci, per cambiare strada. Giovanni parla come un profeta che vede la scure già pronta, non in lontananza ma alla radice degli alberi. Il giudizio di Dio non è una minaccia lontana: è una realtà imminente, anzi, già in atto. Dio non attende all’infinito; la Sua pazienza ha uno scopo, e quando è disprezzata, diventa condanna. Chi non porta frutto sarà reciso, dice Giovanni, e questo vale anche per chi finge di fuggire ma in realtà resta fermo nel peccato, nascondendosi dietro una religiosità di facciata. Non basta dunque dire “io credo”, se la vita non manifesta il cambiamento del cuore. La fuga, per essere vera, deve portare frutto.
Eppure, in mezzo a queste parole severe, brilla la promessa: “Colui che viene dopo di me… vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco.” (v. 11). Giovanni annuncia che il fuoco del giudizio, per chi crede, diventa fuoco di purificazione. Cristo stesso è la via di fuga: non scappiamo dal fuoco, ma attraverso di Lui veniamo purificati da esso. Egli trasforma la minaccia in grazia, la paura in speranza. L’unico rifugio dal giudizio di Dio è Dio stesso, manifestato in Gesù Cristo. Fuggire verso Cristo significa essere trovati in Lui, dove il fuoco non distrugge, ma purifica, e la scure non recide, ma pota per far crescere nuova vita.
La fuga continua del cristiano
Nel Nuovo Testamento il verbo fuggire ricorre come un indice di vita spirituale sana: non è un evento una tantum, ma la disciplina quotidiana del credente. La fuga cristiana non è una strategia di evitamento, bensì un cammino coerente in cui si scansano le occasioni del male e si coltivano le vie della santità. Gli esempi paiono inequivocabili: “Fuggite la fornicazione” (1 Corinzi 6:18) indica la purezza come obiettivo concreto; “Fuggite l’idolatria” (1 Corinzi 10:14) sottolinea la fedeltà a Dio; “Tu, uomo di Dio, fuggi queste cose e cerca giustizia, pietà, fede, amore, costanza e dolcezza” (1 Timoteo 6:11) e “Fuggi le passioni giovanili e cerca giustizia, fede, amore e pace” (2 Timoteo 2:22) spostano il discorso dalla fuga passiva alla rincorsa attiva delle virtù cristiane. Anche Pietro parla di una fuga volta a costituire partecipazione alla natura divina (2 Pietro 1:4) e mette in guardia contro il ritorno alle contaminazioni del mondo (2 Pietro 2:20): la fuga autentica è quindi insieme protezione e formazione.
Questo significa, in termini pratici, che il cristiano vive «fuggendo» ma non per codardia: fugge dal male per custodire il bene, fugge dal peccato per mantenere la libertà della coscienza, fugge dalle contaminazioni del mondo per rimanere fedele al Signore. È un dinamismo quotidiano — discernimento, rinuncia, ricerca — che produce comportamenti visibili e comunità più sane. Come ricorda il proverbio usato spesso nella nostra tradizione: “Il Nome del Signore è una torre fortificata: il giusto vi corre (vi fugge) e vi trova salvezza” (Proverbi 18:10). La fuga cristiana è dunque fiducia pratica in Dio: un correre verso il rifugio che è al tempo stesso giudizio trasformato in grazia e vita che cresce.
Conclusione – Quando fuggire è fede
Abbiamo così visto come la parola “fuggire” attraversa la Scrittura non come segno di paura, ma come gesto di coscienza, come scelta di chi riconosce la verità e risponde con responsabilità. Giovanni Battista, rivolgendosi ai farisei e ai sadducei, non rimprovera il desiderio di fuggire dall’ira di Dio, ma l’illusione di poterlo fare senza un reale cambiamento del cuore. La vera fuga, infatti, non è evasione, ma conversione: è lasciare il male e correre verso il bene, è allontanarsi dal peccato per avvicinarsi a Dio.
In questo senso, la fuga diventa una forma di fede. Credere in Dio significa fidarsi abbastanza da cambiare direzione, da rinunciare a ciò che ci trattiene e correre verso Colui che solo può salvarci. È la stessa logica che attraversa tutto il Nuovo Testamento: fuggire la fornicazione, l’idolatria, l’avidità, le passioni impure, la corruzione del mondo — non per timore servile, ma per amore del Signore, per custodire la libertà che Egli ci ha donato. Fuggire è il modo in cui la fede si traduce in scelte concrete, quotidiane, coerenti.
E tuttavia, questa fuga non è mai solitaria. Il credente non scappa nel vuoto, ma corre verso una Persona: Cristo, il nostro rifugio. In Lui il fuoco del giudizio diventa fuoco di purificazione; in Lui la scure che recide diventa mano che pota per dare frutto. Fuggire verso Cristo significa trovare la vera sicurezza, quella che non dipende dal sangue, dal nome o dai meriti, ma dalla grazia. È in Lui che il peccatore trova scampo e che la fuga si trasforma in salvezza.
E così risuona ancora oggi l’appello apostolico: “E con molte altre parole li scongiurava e li esortava, dicendo: ‘Salvatevi da questa perversa generazione’” (Atti 2:40). È lo stesso invito che Giovanni aveva fatto sulle rive del Giordano: non restare dove sei, non cullarti nell’illusione religiosa, ma alzati e fuggi verso Cristo. Fuggi dal peccato, fuggi dall’inganno, fuggi da tutto ciò che ti trattiene lontano da Dio — e corri verso la torre fortificata del Suo Nome. È lì, e solo lì, che la fuga diventa libertà, e il timore si trasforma in gioia.
🙏 Preghiera finale. Signore nostro Dio, Tu che hai parlato per mezzo del tuo servo Giovanni, richiamando i cuori alla verità, insegnaci anche oggi a comprendere il tempo in cui viviamo. Liberaci dalle false sicurezze della religiosità esteriore, e donaci il coraggio di quella fuga che non è paura, ma desiderio di Te. Fa’ che fuggiamo dal peccato con decisione, dall’ipocrisia con sincerità, e dalle illusioni del mondo con occhi purificati dalla Tua luce. Conducici, o Signore, non lontano dal fuoco, ma dentro il Tuo amore che purifica e rinnova. Rendici pronti a portare frutti degni del ravvedimento, e fa’ che la nostra vita sia segno della Tua grazia nel mondo. In Cristo, nostra via di fuga e nostro rifugio sicuro, Ti preghiamo. Amen.
Paolo Castellina, 30 ottobre 2025