“Scegli dunque la vita!” (Deuteronomio 30:11-20)

Domenica 1 Marzo 2026 – Seconda domenica di Quaresima

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Una cultura della morte

Possiamo definire il nostro tempo come dominato una “cultura della morte”? Sì, non è difficile provarlo – e a tutti i livelli. È un clima diffuso che non dipende tanto dai tragici avvenimenti che capitano ogni tanto. Guardiamo semplicemente alla banalizzazione della vita umana: la vita delle persone non conta – ciò che conta sono i fini che ci si propone. Oggi la guerra è largamente “sdoganata”, considerata uno strumento utile “in certe circostanze”, senza badare ai costi sia preventivati che umani – migliaia di morti ammazzati sono considerati “un danno collaterale”. Le persone sono spesso valutate solo per i profitti economici che possono dare: chi non produce è considerato “un peso” da sopportare e possibilmente da eliminare. La vita fragile – del nascituro, dell’anziano, del disabile, del povero, del migrante, del malato – appare spesso come un problema da gestire più che un dono da valorizzare e custodire. Questi sono solo esempi fra innumerevoli altri, e persino banali.

Questa, però, non è una novità del nostro secolo. La Scrittura insegna che una simile cultura è tipica dell’umanità decaduta. Quando il cuore si allontana da Dio, dai valori che la sua legge insegna, la vita perde il suo fondamento e le altre persone diventano concorrenti o un peso. Fin dalle prime pagine della Bibbia, l’invidia sfocia nell’omicidio; l’egoismo si traduce in oppressione; il potere si consolida attraverso l’ingiustizia. La “cultura della morte” è, in realtà, la cultura del cuore che ha dimenticato il suo Creatore.

In questo contesto, la Parola di Dio non offre soltanto consolazione individuale, ma una visione alternativa: una cultura della vita, fondata sulla giustizia e sulla misericordia. Il Deuteronomio, il libro biblico che stiamo esplorando in questa serie di riflessioni, non parla a un’umanità astratta, ma a un popolo concreto, chiamato a vivere nel mondo in modo diverso. Dopo aver noi considerato come la grazia preceda il comando, come l’amore per Dio debba essere indiviso e che la legge è data come “via di vita”, oggi ci confrontiamo con una domanda decisiva: come si manifesta pubblicamente una comunità che appartiene al Dio della vita?

Il testo biblico che leggeremo e commenteremo mostra che la risposta passa attraverso la cura del “povero” e la ricerca di una giustizia imparziale. In un mondo segnato dall’egoismo e dall’oppressione, Dio chiama coloro che Gli appartengono ad essere segno visibile di un ordine diverso. Non per ideologia, ma per fedeltà; non per sostituire l’Evangelo, ma per incarnarne le conseguenze. Se esiste una cultura della morte, la vocazione delle comunità cristiane è testimoniare, con parole e opere, la signoria del Dio che ama la vita e la difende.

Il testo biblico

Ascoltiamo quanto il libro del Deuteronomio dice al capitolo 30. È Parola di Dio.

“Questo comandamento che oggi ti do, non è troppo difficile per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: ‘Chi salirà per noi nel cielo e ce lo porterà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica?’. Non è di là dal mare, perché tu dica: ‘Chi passerà per noi di là dal mare e ce lo porterà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica?’. Invece questa parola è molto vicina a te; è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica. Vedi, io metto oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io ti comando oggi di amare l’Eterno, il tuo Dio, di camminare nelle sue vie, di osservare i suoi comandamenti; le sue leggi e i suoi precetti affinché tu viva e ti moltiplichi, e l’Eterno, il tuo Dio, ti benedica nel paese dove stai per entrare per prenderne possesso. Ma se il tuo cuore si volta indietro, e se tu non ubbidisci, e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servirli, io vi dichiaro oggi che certamente perirete, che non prolungherete i vostri giorni nel paese, per entrare in possesso del quale voi state passando il Giordano. Io prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra, che io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, affinché tu viva, tu e la tua progenie, amando l’Eterno, il tuo Dio, ubbidendo alla sua voce e tenendoti stretto a lui (poiché egli è la tua vita e colui che prolunga i tuoi giorni), affinché tu possa abitare sul suolo che l’Eterno giurò di dare ai tuoi padri Abraamo, Isacco e Giacobbe” (Deuteronomio 30:11-20).

Il brano che abbiamo ascoltato si colloca verso la conclusione del libro del Deuteronomio, nel grande discorso di Mosè alle pianure di Moab, poco prima dell’ingresso del popolo di Dio nella terra promessa. Non siamo più nel deserto delle prime ribellioni, ma alla soglia di una nuova fase della storia. Mosè, consapevole di non entrare lui stesso nella terra, rinnova il patto e mette Israele di fronte a una decisione solenne. Dal punto di vista letterario, il Deuteronomio assume la forma di un documento di alleanza, simile ai trattati del Vicino Oriente antico: ricordo delle opere compiute, esposizione dei comandamenti, benedizioni e maledizioni, chiamata alla scelta. Il capitolo 30 rappresenta il culmine esortativo di questa struttura. Dopo aver delineato le conseguenze dell’obbedienza e della disubbidienza, Mosè riassume tutto in una alternativa radicale: vita o morte, benedizione o maledizione.  È significativo che la “vita” non sia definita in termini biologici, ma relazionali e spirituali: amare l’Eterno, camminare nelle sue vie, ubbidire alla sua voce, tenersi stretto a Lui – “poiché Egli è la tua vita”. Non si tratta di un’esortazione moralistica, ma di un appello pattizio: il Dio che ha liberato ora chiama a scegliere la via che custodisce e promuove la vita. In questo senso, il testo non è soltanto un antico discorso di commiato, ma una parola che attraversa i secoli e interpella ogni generazione posta davanti alla medesima alternativa.

1. La scelta inevitabile: non neutralità ma decisione

Il testo pone davanti al popolo un’alternativa netta: “la vita e il bene, la morte e il male”. Non c’è spazio per una posizione neutrale. Mosè non parla di un’opzione religiosa fra le tante, ma di un orientamento fondamentale dell’esistenza. Amare l’Eterno Iddio, camminare nelle sue vie, osservare i suoi comandamenti significa scegliere la vita; volgere il cuore altrove significa imboccare una via di morte. In questo senso, il brano smaschera l’illusione moderna della neutralità morale. Anche quando una società pretende di essere pragmatica o semplicemente “realista”, in realtà sta scegliendo criteri, valori, priorità. E quando questi non sono fondati su Dio, la vita umana perde il suo fondamento.

Comprendiamo così meglio cosa significhi “cultura della morte”. Non è solo una somma di errori politici o economici, ma il risultato di cuori che si sono “voltati indietro”, che non vogliono più ubbidire alla voce di Dio. Il testo afferma che il problema è il cuore che si lascia trascinare verso altri dèi – oggi potremmo dire verso altri assoluti: potere, profitto, sicurezza, successo. Ogni volta che qualcosa prende il posto di Dio come criterio ultimo, la vita viene subordinata a fini che la consumano. Il Deuteronomio ci ricorda che la scelta è sempre davanti a noi, personalmente e collettivamente.

E allora le domande diventano inevitabili: quali criteri orientano davvero le mie decisioni? Dove, nella mia vita quotidiana, sto scegliendo la “vita” secondo Dio, e dove invece sto accettando compromessi che la sminuiscono? Sono disposto a riconoscere che non esiste neutralità, che anche il silenzio o l’indifferenza sono una scelta? Come comunità, quali valori stiamo implicitamente trasmettendo alle nuove generazioni: la fiducia nel Dio vivente o l’adattamento agli idoli del nostro tempo?

2. La Parola vicina: responsabilità e possibilità

Mosè poi insiste: “Questo comandamento non è troppo difficile per te, né troppo lontano… questa parola è molto vicina a te; è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”. La cultura della morte si alimenta anche dell’idea che il bene sia irraggiungibile, che la giustizia sia un ideale astratto. Qui invece Dio dichiara che la sua volontà è accessibile, comprensibile, praticabile. Non è nascosta in cielo né irraggiungibile oltre il mare. Il problema non è l’oscurità della rivelazione, ma la resistenza del cuore.

Questo rende la nostra responsabilità ancora più chiara. Non possiamo giustificarci dicendo che non sappiamo cosa sia giusto, o che la volontà di Dio sia troppo complessa. Amare Dio, ubbidire alla sua voce, tenersi stretti a Lui sono realtà concrete. Nel Nuovo Testamento l’apostolo Paolo riprende proprio questo testo per mostrarne il compimento in Cristo: la Parola si è fatta vicina in modo definitivo. Se dunque la volontà di Dio ci è resa così prossima, ogni forma di indifferenza verso la vita e la giustizia non nasce dall’ignoranza, ma da una scelta.

Ciò ci interpella direttamente: quanto tempo dedico ad ascoltare questa Parola che è “vicina”? Posso dire che essa è davvero “nella mia bocca e nel mio cuore”, o per me essa resta un principio teorico? Quando devo prendere decisioni concrete – nel lavoro, nella famiglia, nell’uso del denaro – lascio che sia la voce di Dio a orientarmi? Se la volontà di Dio non è lontana, che cosa mi trattiene dal metterla in pratica con maggiore coerenza?

3. “Egli è la tua vita”: il fondamento della cultura della vita

Il cuore teologico del brano è nell’affermazione: “Egli è la tua vita”. La vita non è definita primariamente come sopravvivenza biologica o prosperità materiale, ma come rapporto con Dio. Quando una società recide questo legame, resta solo una vita ridotta a funzione, a produzione, a utilità. Ma quando il popolo si tiene stretto all’Eterno, la vita viene custodita perché è ricevuta come dono e non come strumento. La cultura della vita nasce da una teologia della vita: Dio è il Signore, e ogni persona porta l’impronta della sua creazione.

Per questo la scelta della vita non è sentimentalismo, ma fedeltà. Scegliere la vita significa amare l’Eterno Iddio e, proprio per questo, difendere la vita che Egli ha creato; significa rifiutare idoli che sacrificano i deboli; significa costruire relazioni e strutture più conformi alla sua giustizia. Alla luce di Cristo, che ha detto di essere “la via, la verità e la vita”, comprendiamo che questa alternativa attraversa tutta la storia. Le comunità cristiane sono chiamate a testimoniare che la vera vita si trova nell’ubbidienza al Dio vivente.

Allora chiediamoci: la mia idea di “vita buona” coincide con quella che il testo descrive, o è modellata dai criteri del successo e dell’efficienza? Sto insegnando, con le mie scelte, che Dio è la mia vita, oppure che la mia vita dipende da altre sicurezze? In che modo concreto la mia fede contribuisce a costruire una cultura della vita – nella famiglia, nella chiesa, nella società – opponendosi alla logica che considera alcune vite meno degne di altre?

4. Il compimento nel Nuovo Testamento

Questo testo non resta confinato nell’Antico Testamento. L’apostolo Paolo lo cita esplicitamente in Romani 10, applicando le parole “non è nel cielo” e “non è di là dal mare” alla rivelazione di Cristo. Per Paolo, la Parola vicina trova il suo compimento nell’Evangelo: Cristo è disceso, Cristo è risorto, e ora la parola della fede è annunciata perché sia creduta e confessata. La scelta fra vita e morte si concentra nella risposta a Lui. Non si tratta più solo dell’ingresso nella terra promessa, ma della partecipazione alla vita che Egli dona. La “terra promessa” si apre ora sull’intero mondo posto sotto la signoria di Cristo: un mondo già illuminato e progressivamente rinnovato dalla sua opera, attraverso la testimonianza dei Suoi discepoli che vivono secondo i Suoi valori alternativi, e tuttavia ancora in attesa del suo pieno compimento quando Egli farà nuove tutte le cose.

Ecco così che, in questo modo, il contrasto vita/morte assume una profondità ancora maggiore. Accogliere Cristo significa entrare nella vita; rifiutarlo significa restare nella morte. Ma questa fede non è disincarnata: produce infatti un’esistenza nuova, coerente con il carattere del Dio vivente. Il Nuovo Testamento non annulla l’appello del Deuteronomio; lo radicalizza e lo illumina. Scegliere la vita oggi significa credere nel Signore Gesù Cristo e, in Lui, vivere secondo la volontà di Dio, diventando segni credibili di una cultura della vita in mezzo a una cultura della morte.

Conclusione

Abbiamo ascoltato una parola antica e insieme attualissima. Mosè pone davanti al popolo un’alternativa radicale: vita o morte, bene o male. Non esiste neutralità. Anche oggi, in mezzo a una cultura che spesso banalizza la vita e ne sacrifica i più deboli, siamo chiamati a riconoscere che ogni scelta personale e collettiva si colloca dentro questa alternativa. O si ama l’Eterno Iddio e si cammina nelle sue vie, oppure il cuore si volge altrove e la vita perde il suo fondamento.

Abbiamo visto che la Parola di Dio non è lontana né irraggiungibile. Essa è “vicina”, nella bocca e nel cuore, perché sia messa in pratica. Non possiamo invocare ignoranza o complessità eccessiva: la volontà di Dio è chiara, accessibile, concreta. Il problema non è la distanza della rivelazione, ma la resistenza del cuore. In Cristo, questa vicinanza si è fatta ancora più intensa: la Parola è venuta fra noi, e la scelta della vita si concentra nella risposta a Lui.

Abbiamo infine compreso che la vita non è semplicemente sopravvivenza o successo, ma relazione con Dio: “Egli è la tua vita”. Da qui nasce una vera cultura della vita. Se Dio è la nostra vita, ogni persona ha valore; se Dio è la nostra vita, nessun idolo può giustificare il sacrificio dei deboli; se Dio è la nostra vita, la giustizia non è un’opzione ma una conseguenza necessaria. La “terra promessa” si apre ora al mondo intero, già posto sotto la signoria di Cristo e progressivamente trasformato dalla testimonianza dei Suoi discepoli, pur ancora in attesa del suo pieno compimento.

Perciò l’appello resta solenne: scegli dunque la vita. Non solo con parole, ma con scelte concrete; non solo nell’interiorità, ma nella testimonianza pubblica; non solo per te stesso, ma per la tua discendenza, per le generazioni che verranno. In un tempo come il nostro, segnato dalla cultura della morte, le comunità cristiane sono chiamate a essere segno del Dio vivente. Non possiamo servire gli idoli del nostro tempo: ricordiamo che la vita vera è offerta come dono della grazia di Dio in Cristo. Egli è la nostra vita. A Lui vogliamo tenerci stretti.

Preghiamo. Signore nostro Dio, Tu che hai posto davanti a noi la vita e la morte, il bene e il male, donaci un cuore capace di scegliere la vita. Liberaci dagli idoli che seducono il nostro tempo e che insinuano che alcune vite valgano meno di altre. Perdona le nostre complicità, le nostre paure, le nostre indifferenze. Fa’ che la tua Parola, vicina alla nostra bocca e al nostro cuore, diventi obbedienza concreta. Rinnova in noi l’amore per Te, affinché camminiamo nelle tue vie con fedeltà. Rendici testimoni credibili della tua giustizia e della tua misericordia, in mezzo a un mondo ferito. Tienici stretti a Te, perché Tu sei la nostra vita. E mentre attendiamo il compimento del tuo regno, rendici strumenti della tua pace, difensori della vita, servitori della tua verità. Nel nome di Gesù Cristo, Signore della vita. Amen.

Paolo Castellina, 19.2.2026

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