Domenica 8 febbraio 2026 – Quinta domenica dopo l’Epifanìa
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Stiamo ascoltando?
Che cosa vuol dire “ascoltare”? Non è così ovvio quanto sembra. Nella nostra esperienza quotidiana sappiamo bene che si può udire una voce senza darle realmente attenzione, e che si può essere presenti davanti a qualcuno che ci parla senza essere davvero disponibili a ciò che dice. L’ascolto vero non è un semplice fatto acustico: è un atteggiamento interiore, una disposizione del cuore.
Questo lo comprendiamo bene nelle relazioni più elementari. Un figlio che ascolta suo padre o sua madre non si limita a percepire dei suoni: riconosce un’autorità, prende sul serio una parola, accetta che quella parola abbia il diritto di orientare il suo comportamento. Lo stesso vale per l’allievo o per il discepolo: se l’ascolto non produce apprendimento, cambiamento, risposta, allora non è stato un vero ascolto.
È interessante notare come questa connessione profonda tra ascolto e risposta conseguente, ascolto in vista dell’obbedienza, sia sempre stata organica a molte lingue. In tante lingue antiche, e in particolare nelle lingue bibliche, ascoltare e obbedire sono concetti strettamente intrecciati. Nell’ebraico biblico, il verbo shama‘ significa sì “ascoltare”, ma anche “prestare attenzione” e “dare ascolto” nel senso di rispondere fattivamente. Non a caso, la fede biblica è fondata su un imperativo che non dice “fa’”, ma “ascolta”. Lo stesso vale nel greco del Nuovo Testamento, dove il verbo akouō non indica soltanto l’udire passivo, ma un ascolto che implica comprensione e risposta. Persino il latino conserva questa intuizione: il verbo oboedire deriva da ob-audire, cioè “ascoltare stando sotto”, ascoltare riconoscendo un’autorità. Tutto questo trova un significativo riflesso nella stessa mia stessa cultura e lingua piemontese, dove scoté significa sia ascoltare sia ubbidire. Questa non è una curiosità folkloristica, ma riflette un modo antico e profondamente umano di intendere l’ascolto.
È significativo questo dettaglio? Indubbiamente! Viviamo in un’epoca che ci distrae continuamente, che frammenta l’attenzione e rende difficile soffermarsi davvero su un discorso. Siamo, infatti, esposti a migliaia di voci, voci che spesso non sono più che insignificanti “rumori di fondo”, ma raramente siamo disposti ad ascoltarne una fino in fondo. Si dice giustamente che per proteggerci dobbiamo avere un “ascolto selettivo” basato sul discernimento, ma spesso va a finire che …non scegliamo proprio nulla perché, come si dice, tutte le cose che udiamo “ci entrano da un orecchio e ci escono dall’altro”, dando credito magari solo “chi grida più forte”. È essenziale allora chiederci: Chi e che cosa vale la pena di ascoltare?
È proprio a questo punto che si inserisce la fede proclamata dalla Bibbia: Dio, il Creatore, ci parla. Egli è “Parola”, parola che si rivolge a noi, non come una voce fra le tante, ma la Parola per eccellenza, significativa ed autorevole, la sola che alla fine per noi “conti”. Essa ci chiama ad ascoltare con attenzione e a seguirla.
Il testo biblico
In questa nostra seconda riflessione biblica, basata sul libro del Deuteronomio, ci concentreremo così su una sua affermazione fondamentale, che sarà ripresa dallo stesso Signore e Salvatore Gesù Cristo. Ascoltate:
“4Ascolta, Israele: l’Eterno, il nostro Dio, è l’unico Eterno. 5Tu amerai dunque l’Eterno, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. 6E questi comandamenti che oggi ti do staranno nel tuo cuore; 7li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando starai seduto in casa tua, quando sarai per strada, quando ti coricherai e quando ti alzerai. 8Te li legherai alla mano come un segnale, ti saranno come frontali tra gli occhi, 9e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Deuteronomio 6:4-9).
Queste parole che abbiamo appena ascoltato non sono isolate né casuali. Esse si collocano all’interno di un grande discorso di Mosè rivolto al popolo d’Israele alla vigilia dell’ingresso nella terra promessa. Israele non è più nel deserto delle origini, ma non è ancora stabilito nella nuova terra: si trova in un momento di passaggio, carico di promesse ma anche di rischi. Il rischio principale non è tanto l’ostilità esterna, quanto la dimenticanza. Il Deuteronomio è, per così dire, il libro della memoria e dell’ascolto rinnovato. Mosè non introduce una nuova legge, ma richiama il popolo a ciò che Dio ha già detto e fatto. Prima di parlare di norme, di prescrizioni o di istituzioni, egli pone al centro una confessione di fede fondamentale: “Ascolta, Israele”. È come se dicesse: tutto ciò che segue dipende da questo atteggiamento di fondo.
Questo testo è noto nella tradizione ebraica come lo Shemà, dalla prima parola con cui si apre. Per Israele non è semplicemente un passo biblico, ma il cuore stesso della fede, una confessione quotidiana, trasmessa di generazione in generazione. Qui troviamo affermata l’unicità di Dio, l’amore totale che Egli richiede, e il modo concreto in cui questa fede è chiamata a impregnare la vita quotidiana. Non è senza importanza notare che Gesù stesso riprenderà proprio questo testo quando gli verrà chiesto quale sia il comandamento più grande. Questo ci dice che non siamo davanti a un residuo di un’epoca superata, ma a una parola che attraversa tutta la rivelazione biblica. Per questo lo Shemà non appartiene solo alla storia d’Israele, ma interpella direttamente anche il credente cristiano di oggi.
1. La fede nasce dall’ascolto
Il testo che abbiamo ascoltato si apre con un imperativo semplice e solenne: “Ascolta, Israele”. Prima ancora di qualsiasi comando specifico, Dio chiede attenzione. Questo è un principio fondamentale della rivelazione biblica: la fede non nasce dall’iniziativa umana, ma dalla Parola di Dio che viene prima ascoltata. Non siamo noi a cercare Dio per primi; è Dio che si rivolge a noi, che prende la parola, che interpella. L’ascolto precede l’azione, così come la grazia precede l’obbedienza. Questo rovescia molte idee spontanee sulla religione. Spesso si pensa che la fede consista principalmente in ciò che facciamo per Dio. La Scrittura, invece, insiste sul contrario: la fede comincia da ciò che riceviamo da Dio. L’ascolto è un atto di umiltà, perché riconosce che la verità non nasce da noi, ma ci viene incontro. Dove l’ascolto viene meno, la fede si trasforma facilmente in attivismo, tradizione vuota o semplice moralismo.
C’è poi un aspetto decisivo da cogliere: ascoltare Dio significa riconoscere che Dio ha il diritto di parlare e che la sua Parola ha autorità sulla nostra vita. Non si tratta di un ascolto selettivo, in cui scegliamo ciò che ci è congeniale e scartiamo il resto, ma di un ascolto che si pone sotto la Parola. È qui che ascolto e obbedienza si incontrano: non come costrizione esterna, ma come risposta coerente a una voce riconosciuta come vera e buona.
Da questo punto di vista, il Deuteronomio ci insegna anche come leggere l’Antico Testamento. Non come un insieme di norme superate, ma come testimonianza di un Dio che parla e chiama all’ascolto. La forma storica è legata all’antico Israele, ma il principio è permanente: il popolo di Dio, in ogni tempo, vive della Parola che ascolta. Anche il credente cristiano non è definito anzitutto da ciò che fa, ma da ciò che ascolta e accoglie come parola autorevole per la propria vita.
2. “Il Signore è uno”: l’unità di Dio e l’unità della vita
Subito dopo l’invito all’ascolto, il testo proclama una confessione fondamentale: “L’Eterno, il nostro Dio, è l’unico Eterno”. Non si tratta di una semplice affermazione teorica sull’esistenza di un solo Dio, ma di una dichiarazione che ha conseguenze concrete per la vita. Se Dio è uno, allora non ammette rivali; se è unico, allora non può essere affiancato ad altre lealtà ultime. La fede biblica nasce come rifiuto di ogni divisione del cuore. In questo senso, l’unicità di Dio è anche una chiamata all’unità interiore della persona. Non si può riconoscere un solo Signore e poi vivere come se la vita fosse governata da criteri diversi a seconda degli ambiti: uno per il culto, uno per il lavoro, uno per la sfera privata. Il Deuteronomio non conosce una fede a compartimenti stagni. Tutta l’esistenza è posta sotto la signoria dell’unico Dio, e da Lui riceve coerenza e orientamento.
Questo concetto è sorprendentemente attuale. Anche se non viviamo in un mondo formalmente politeista, siamo continuamente tentati di moltiplicare i “signori” a cui dare ascolto: “leader”, successo, sicurezza, consenso, benessere, ideologie. Il testo ci ricorda che il problema non è soltanto che cosa ascoltiamo, ma chi riconosciamo come autorità ultima. L’unicità di Dio mette in discussione ogni altra pretesa di assolutezza. Dal punto di vista didattico, questo ci aiuta a comprendere l’Antico Testamento non come una fase primitiva superata, ma come una rivelazione che tocca il cuore dell’esperienza umana. Il primo comandamento non è stato abolito, ma confermato. In Cristo, l’unico Dio si rivela pienamente, e proprio per questo chiede una fedeltà indivisa. L’unità di Dio resta il fondamento dell’unità della vita credente, anche oggi.
3. Amare Dio con tutto sé stessi: il cuore come centro della persona
Dalla confessione dell’unicità di Dio scaturisce immediatamente la chiamata all’amore: “Tu amerai dunque l’Eterno, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze”. L’amore richiesto non è parziale, né occasionale, ma totale. Non riguarda un ambito ristretto della vita, ma la persona nella sua interezza. Il linguaggio utilizzato non descrive sentimenti passeggeri, ma un orientamento profondo dell’esistenza.
Nella Bibbia, il cuore non è soltanto la sede delle emozioni, ma il centro della persona: là dove si formano le decisioni, i desideri, le intenzioni. Amare Dio con tutto il cuore significa dunque lasciarsi orientare da Lui nel modo di pensare, di volere e di agire. È un amore che coinvolge l’intelligenza, la volontà e le energie della vita quotidiana. Non si tratta di un’emozione religiosa, ma di una fedeltà vissuta.
Questo ci aiuta a comprendere in che senso la Legge, nell’Antico Testamento, non è mai pensata come un insieme di regole esterne imposte dall’alto. I comandamenti sono destinati al cuore: “Questi comandamenti… staranno nel tuo cuore”. Dio non si accontenta di una conformità esteriore, ma cerca una risposta interiore. Senza questo coinvolgimento del cuore, anche l’obbedienza più scrupolosa rischia di diventare vuota.
Qui emerge un criterio importante per il credente cristiano. Leggere l’Antico Testamento in modo corretto significa cogliere che la volontà rivelata di Dio mira sempre alla trasformazione interiore, non al semplice conformarsi. In Cristo, questo principio viene portato a compimento: Egli non abolisce il comando di amare Dio, ma ne rivela la profondità, chiamando i suoi discepoli a una devozione che coinvolge tutta la persona e dà forma concreta alla vita.
4. Una fede trasmessa e vissuta
Il testo prosegue mostrando che l’ascolto e l’amore per Dio non restano mai confinati all’interiorità: “… li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai…”. La fede biblica non è mai puramente privata. Essa è chiamata a essere trasmessa, comunicata, resa visibile nel tessuto ordinario della vita. Casa, strada, riposo, lavoro: non esistono spazi neutri o indifferenti. Tutto diventa occasione per ricordare, per raccontare, per dare forma concreta alla fede.
Questo non va inteso come un invito a una religiosità invadente o artificiosa, ma come il riconoscimento che ciò che conta davvero finisce inevitabilmente per emergere nella vita quotidiana. Ciò che abita il cuore modella il linguaggio, le priorità, le scelte educative. Una fede che non viene mai detta, condivisa, trasmessa, incarnata nei gesti e nelle relazioni, difficilmente può dirsi una fede viva. Presto inaridisce, si polverizza e scompare.
I gesti simbolici evocati dal testo — legare le parole alla mano, portarle come frontali, scriverle sugli stipiti — non vanno letti in senso magico, superstizioso, oppure come una vuota (e ridicola) tradizione, ma come immagini forti di una verità spirituale: la Parola di Dio è chiamata a strutturare lo sguardo e l’agire. Essa orienta ciò che facciamo e il modo in cui interpretiamo la realtà. La fede non è un’aggiunta esterna alla vita, ma una chiave di lettura dell’esistenza.
Dal punto di vista didattico, questo è un insegnamento prezioso anche per il cristiano. L’Antico Testamento ci mostra che la volontà rivelata di Dio non è destinata a restare astratta, ma a plasmare una comunità concreta e riconoscibile. In Cristo, questo principio non viene annullato, ma approfondito: la fede continua a essere una fede vissuta, comunicata, testimoniata, non solo professata a parole.
5. Il compimento in Cristo: lo Shemà ripreso da Gesù
Quando, nei vangeli, Gesù viene interrogato su quale sia il comandamento più grande, Egli risponde citando proprio le parole che abbiamo ascoltato dal Deuteronomio: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore…”. Questa risposta è di grande importanza. Gesù non introduce un principio nuovo né mette da parte l’Antico Testamento; al contrario, ne riconosce il centro e lo conferma. Lo Shemà resta il cuore della volontà di Dio, anche nel Nuovo Testamento. Ma Gesù compie questo testo in modo decisivo. Da un lato, Egli è colui che vive perfettamente l’amore per Dio con tutto sé stesso: la sua vita è un ascolto continuo del Padre, una obbedienza filiale senza divisioni. Dall’altro lato, Gesù unisce inseparabilmente allo Shemà il comandamento dell’amore per il prossimo, mostrando che l’ascolto autentico di Dio si manifesta sempre in una vita di amore concreto verso gli altri. In Lui, l’unità di Dio diventa unità dell’amore.
Questo ci offre una chiave fondamentale per leggere e applicare l’Antico Testamento. Non siamo chiamati a riprodurre le forme storicamente condizionate d’Israele, ma a vivere lo stesso principio spirituale, alla luce di Cristo. L’ascolto che conduce all’amore per Dio e per il prossimo resta il criterio della vita credente. In un mondo attraversato da voci contrastanti e da criteri mutevoli di giustizia, il cristiano è chiamato a testimoniare che la volontà rivelata di Dio, ascoltata e vissuta in Cristo, è il fondamento più solido, più umano e più vero su cui costruire la propria vita.
Conclusione
Siamo oggi così partiti da una domanda apparentemente semplice: che cosa vuol dire ascoltare? Abbiamo visto che non si tratta di un fatto puramente acustico, ma di una disposizione del cuore; non di udire una voce fra le tante, ma di riconoscere un’autorità degna di essere seguita. In un tempo segnato dalla distrazione, dal rumore di fondo e dalla frammentazione dell’attenzione, questa domanda si rivela tutt’altro che marginale. Essa tocca il cuore stesso della fede.
Il testo che abbiamo ascoltato ci ha mostrato che la fede biblica nasce dall’ascolto, si fonda sull’unicità di Dio, chiama a un amore totale che coinvolge l’intera persona e si esprime in una vita concreta, visibile, trasmessa. Non si tratta di una religione fatta di gesti isolati o di momenti separati, ma di una vita unificata davanti a un unico Signore. E abbiamo visto come Gesù stesso abbia confermato questo cuore della rivelazione, mostrandone il compimento nella sua persona e nel duplice comandamento dell’amore per Dio e per il prossimo.
Giovanni Calvino, nell’Istituzione della religione cristiana [1], insiste più volte su questo punto: la vera religione non è una questione di apparenza esteriore, ma di cuore. Egli osserva che Dio “non guarda tanto alle opere esteriori quanto all’affetto interiore del cuore”, e che l’obbedienza autentica nasce solo quando il cuore è stato conquistato dalla Parola di Dio. Per Calvino, il cuore è come il centro di comando della vita umana: se non è orientato a Dio, anche le azioni migliori restano distorte o vuote. In questo senso, il Deuteronomio e l’Evangelo parlano la stessa lingua.
A questo punto, però, la Parola non ci chiede solo di comprendere, ma di interrogarci. Che tipo di ascolto pratichiamo? È un ascolto distratto, selettivo ma privo di autentico discernimento, occasionale, o un ascolto che riconosce davvero l’autorità di Dio? Quali voci hanno più peso nelle nostre decisioni quotidiane? La Parola di Dio è una fra le tante che udiamo, o è la parola che alla fine “conta” davvero? E ancora: ciò che diciamo di credere trova spazio nella nostra vita concreta, nel modo in cui pensiamo, parliamo, scegliamo, educhiamo, viviamo?
Il testo che abbiamo ascoltato ci insegna che ascoltare Dio significa lasciarsi orientare da Lui, con tutto il cuore, con tutta la vita. Non è un ascolto perfetto quello che ci viene richiesto, ma un ascolto sincero, leale, disposto a rispondere. È da questo ascolto che nasce una fede non divisa, una testimonianza credibile e una vita che riconosce nella volontà rivelata di Dio il criterio più alto e più giusto per vivere.
Preghiamo. Signore nostro Dio, tu che non sei una voce fra le tante, ma la Parola che dà senso a tutte le altre, insegnaci ad ascoltarti davvero. Liberaci da un ascolto distratto, superficiale, selettivo, da un ascolto che ci lascia come siamo e non incide sul nostro cuore e sulle nostre scelte. Donaci un cuore attento, disponibile, disposto a ricevere la tua Parola come parola buona, vera e autorevole. Aiutaci ad amarti con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le nostre forze, non a parole soltanto, ma in una vita unificata davanti a te. Fa’ che il nostro ascolto si traduca in obbedienza fiduciosa, e che la nostra obbedienza diventi testimonianza visibile nel mondo. Per Gesù Cristo, la Parola fatta carne, che ha ascoltato perfettamente il Padre e ci ha insegnato la via della vita. Amen.
Paolo Castellina, 29 gennaio 2026
Note
[1] Il riferimento a Giovanni Calvino sul ruolo del “cuore” nell’obbedienza e nella vera religione rinvia in particolare a Istituzione della religione cristiana, Libro III, capitolo 6, sezione 4 [3:6:4], dove Calvino afferma che Dio non si accontenta di un’ubbidienza esteriore, ma richiede un’ubbidienza che proceda dal cuore, come sede dell’affetto e dell’orientamento dell’intera vita.