Un solo corpo: contro l’idolatria dell’io

Domenica 10 maggio 2026 – Sesta domenica di Pasqua

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Singolarismo

Nel nostro tempo e e sempre più spesso, le persone faticano a costruire qualcosa insieme. C’è sfiducia reciproca, frammentazione, relazioni che iniziano e finiscono facilmente. Il problema non è soltanto sociale: è più profondo.

Un filosofo italiano contemporaneo, Dimitri D’Andrea, ha descritto questo fenomeno con un termine efficace: singolarismo [1]. Con questa parola intende una forma radicale di individualismo, dove l’“io” diventa assoluto. Non è semplicemente la consapevolezza della propria dignità personale che certo va sempre salvaguardata. È qualcosa di più: un io che non riconosce più nulla al di sopra di sé e nulla di stabile attorno a sé. Ciò che “io sento” diventa il criterio ultimo. Ogni legame è accettato solo finché mi corrisponde. Ogni comunità vale solo finché mi rispecchia. Il risultato è sotto i nostri occhi: tante voci, ma nessuna armonia; tante relazioni, ma fragili; tante iniziative, ma senza durata.

Questo modo di pensare non è rimasto, ahimè, fuori dalle comunità cristiane. È entrato anche nel nostro modo di essere cristiani.  Oggi è sempre più diffusa una fede vissuta in modo individuale, selettiva nell’ascolto, poco disponibile ad essere guidata ed alla correzione, fragile nel legame con la comunità. Si sente dire: “io vivo la fede a modo mio”, “non ho bisogno della chiesa”, “seguo Dio, ma non le persone”. Ed anche quando si frequenta una comunità: si resta finché “ci si trova bene”. Si va via quando qualcosa disturba, si cercano conferme, non trasformazione.  Così, senza accorgercene, l’io diventa il centro anche della vita spirituale.

Ora, però, è importante chiarire una cosa. Quando la Scrittura parla di comunità, di appartenenza, di “sottomissione” reciproca, non sta parlando di autoritarismo. Non sta giustificando strutture oppressive, né modelli rigidi e settari. Il Nuovo Testamento non presenta la Chiesa come un sistema di dominio, ma come una realtà di servizio. L’autorità stessa è descritta come cura, responsabilità, esempio, non controllo. È un ordine reale, sì, ma non duro; è una struttura, ma non disumana. Potremmo dire: è una comunità ferma nei principi, ma mite nello spirito. Questo è fondamentale, perché oggi molte persone rifiutano la comunità non per ribellione, ma per difesa: hanno visto o temono forme di autoritarismo. E dobbiamo dirlo chiaramente: quelle distorsioni non rappresentano il modello biblico. Ma detto questo – e proprio perché questo è vero – resta una domanda che non possiamo evitare: È possibile essere cristiani senza appartenere realmente a una comunità? È possibile vivere in Cristo rimanendo spiritualmente isolati? La Parola di Dio risponde in modo molto chiaro. E lo fa attraverso un’immagine semplice e potente: quella del corpo. Ascoltate quanto dice l’apostolo Paolo nella prima epistola ai cristiani di Corinto.

Il testo biblico

“Poiché, come il corpo è uno e ha molte membra e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un unico corpo, così è anche di Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati da un unico Spirito in un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un unico Spirito. Infatti il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra. Se il piede dicesse: “Siccome io non sono mano, non sono del corpo”, non per questo non sarebbe del corpo. E, se l’orecchio dicesse: “Siccome io non sono occhio, non sono del corpo”, non per questo non sarebbe del corpo. Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? Ma ora Dio ha collocato ciascun membro nel corpo, come ha voluto. Se tutte le membra fossero un unico membro, dove sarebbe il corpo? Invece ci sono molte membra, ma c’è un unico corpo; l’occhio non può dire alla mano: “Io non ho bisogno di te” né il capo può dire ai piedi: “Non ho bisogno di voi”. Al contrario, le membra del corpo che sembrano essere più deboli sono invece necessarie; quelle parti del corpo che noi stimiamo essere le meno onorevoli, le circondiamo di maggior onore e le parti nostre meno decorose sono fatte oggetto di maggior decoro, mentre le parti nostre decorose non ne hanno bisogno, ma Dio ha formato il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che ne mancava, affinché non ci fosse divisione nel corpo, ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre. Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui e, se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui. Ora voi siete il corpo di Cristo e membra d’esso, ciascuno per parte sua” (1 Corinzi 12:12-27).

Il brano che abbiamo ascoltato si colloca all’interno di una sezione della Prima lettera ai Corinzi in cui l’apostolo Paolo affronta problemi concreti della chiesa di Corinto: divisioni, rivalità, ricerca di prestigio e uso disordinato dei doni spirituali. In quella comunità alcuni credenti tendevano a esaltare sé stessi – soprattutto in base ai doni più visibili – mentre altri si sentivano inferiori o inutili. Paolo interviene per correggere entrambe le distorsioni: da un lato l’orgoglio individualista, dall’altro il senso di irrilevanza. Lo fa mostrando che la chiesa non è un insieme casuale di persone, ma un organismo vivente voluto da Dio, dove ogni membro ha un posto e una funzione. L’immagine del corpo, già nota nel mondo antico, viene così profondamente trasformata: non descrive semplicemente una società ordinata, ma la realtà stessa della comunità cristiana unita a Cristo, nella quale l’unità non cancella la diversità e la diversità non rompe l’unità.

1. Unità ricevuta, non costruita (vv. 12–13)

L’apostolo Paolo inizia con un’affermazione fondamentale: “come il corpo è uno… così è anche di Cristo”. Non dice: dovreste diventare un corpo, ma: lo siete. L’unità della Chiesa non nasce da uno sforzo umano, ma dall’opera di Dio. “Noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito in un unico corpo”. L’unità, quindi, non è una conquista, ma un dono ricevuto. Non è qualcosa che costruiamo quando ci troviamo bene insieme, ma una realtà che esiste già, perché è fondata in Cristo.

Ma c’è qualcosa di ancora più fondamentale. Un corpo non esiste senza un capo, una testa. Non esiste senza un centro che lo guida, che lo coordina, che gli dà direzione. E chi è questo capo? Non è un’autorità umana, non è una gerarchia, non è un leader che prende il controllo. La Scrittura è chiara: “Egli è il capo del corpo, cioè della chiesa” (Colossesi 1:18). È Cristo stesso. Questo significa che l’unità della Chiesa non è mantenuta da strutture umane, ma dalla signoria vivente di Cristo, che opera attraverso la sua Parola e il suo Spirito. Egli non delega la sua autorità in modo assoluto a nessun altro. E questo ci libera da due errori opposti: da un lato l’individualismo, dove ognuno fa da sé; dall’altro l’autoritarismo, dove qualcuno prende il posto di Cristo. No: nella Chiesa, Cristo è il capo, e noi siamo membra gli uni degli altri sotto di lui.

2. Nessuno è autosufficiente (vv. 14–20)

Paolo prosegue smontando l’idea dell’individuo autosufficiente. “Il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra”. E poi usa immagini semplici: il piede non può dire “non sono del corpo”, l’orecchio non può escludersi perché diverso. Ogni membro ha una forma, una funzione, una posizione diversa – ma proprio questa diversità rende possibile la vita del corpo. Se tutto fosse uguale, il corpo non esisterebbe.

Qui il testo parla con forza alla nostra cultura – e anche alla nostra esperienza di chiesa. Il singolarismo ci porta a pensare: se non mi riconosco in ciò che vedo, mi tiro fuori. Oppure: se non mi sento valorizzato, allora non appartengo. Ma Paolo dice il contrario: non sei tu a determinare la tua appartenenza. “Dio ha collocato ciascun membro nel corpo, come ha voluto”. La tua identità non è auto-costruita, ma ricevuta. E la tua vita cristiana non può esistere senza gli altri.

3. Nessuno è inutile, nessuno è superiore (vv. 21–25)

Dopo aver corretto l’individualismo, Paolo corregge anche l’altra possibile distorsione: l’idea che alcuni contino più di altri. “L’occhio non può dire alla mano: ‘Io non ho bisogno di te’”. E ancora: le membra più deboli sono necessarie, quelle meno onorevoli ricevono più onore. Qui l’apostolo ribalta completamente i criteri umani di valore e visibilità. Ciò che nel mondo appare secondario, nel corpo diventa essenziale.

Questo è importante, perché la risposta al singolarismo non è un collettivismo che schiaccia la persona. La Chiesa non è un sistema dove si perde la propria identità, ma dove essa viene riconosciuta e valorizzata. Non c’è uniformità, ma armonia. Non c’è dominio, ma cura reciproca. E questa armonia è possibile proprio perché il capo non siamo noi. Non è il più forte, non è il più visibile, non è il più influente. È Cristo. È lui che dà valore a ogni membro, è lui che stabilisce il posto di ciascuno. Quando questo viene dimenticato, emergono inevitabilmente o il dominio umano o la frammentazione individualista. Ma dove Cristo è riconosciuto come capo, la comunità può vivere una vera unità nella diversità.

4. Vivere per gli altri: la fine dell’idolatria dell’io (vv. 25–27)

Paolo arriva così al cuore del suo insegnamento: “affinché non ci sia divisione nel corpo, ma le membra abbiano la medesima cura le une per le altre”. E poi: “se un membro soffre, tutte le membra soffrono; se uno è onorato, tutte gioiscono”. Questa è la vita del corpo: non centrata su sé stessi, ma orientata agli altri. Non si tratta solo di struttura, ma di amore concreto, partecipazione reale, condivisione della vita.

Qui l’idolatria dell’io viene smascherata. Nel mondo si cerca riconoscimento: chi vede me, chi approva me. Nel corpo di Cristo, invece, la domanda cambia: di chi io mi prendo cura? Questo non è naturale per noi. Richiede ravvedimento. Richiede che l’io scenda dal trono. Ma è proprio qui che la Chiesa diventa testimonianza: non perfetta, ma reale, visibile, diversa. Un luogo in cui individuo e comunità non si oppongono, ma trovano il loro ordine in Cristo. “Ora voi siete il corpo di Cristo e membra d’esso, ciascuno per parte sua”.

5. Tra ferite reali e chiamata reale: come discernere la comunità

A questo punto qualcuno potrebbe pensare: “Tutto bello, ma nella pratica? In quella comunità non posso stare: troppo autoritaria e settaria. In quell’altra no: troppo priva di disciplina e di linee bibliche precise. E allora?” È una domanda seria. E va presa sul serio. Anche perché la chiesa di Corinto, a cui Paolo scrive, non era una comunità ideale: era segnata da divisioni, abusi, immaturità, persino scandali morali. Eppure Paolo non invita i credenti a uscire e cercare altrove una comunità perfetta. Li richiama piuttosto a riconoscere ciò che quella comunità è in Cristo, e a vivere dentro di essa un processo di correzione, crescita e responsabilità.

Questo non significa chiudere gli occhi davanti agli errori, né giustificare derive autoritarie o lassiste. Il Nuovo Testamento è chiaro: la verità e l’amore devono camminare insieme. Ma significa anche evitare una tentazione sottile: quella di diventare giudici permanenti della comunità, senza mai lasciarsi realmente coinvolgere. Forse, allora, più che cercare subito risposte definitive, è utile porsi alcune domande davanti a Dio: Sto cercando una comunità che mi trasformi, o una che mi confermi? Sono disposto a portare il peso degli altri, o solo a valutare i loro difetti? Sto evitando relazioni difficili per amore della verità, o per proteggere il mio io? Sono domande che non risolviamo con facilità, ma che dobbiamo portare in preghiera, chiedendo al Signore luce, umiltà e discernimento.

6. Un modello per il mondo: la Chiesa come segno visibile

L’immagine del corpo non riguarda solo la vita interna della Chiesa. Ha anche una dimensione testimoniale più ampia. In un mondo segnato dalla competizione, dalla frammentazione e dall’incapacità di cooperare, la Chiesa è chiamata a mostrare che è possibile vivere in modo diverso: non cancellando le differenze, ma armonizzandole; non imponendo uniformità, ma coltivando unità nella diversità. In questo senso, la comunità cristiana diventa un segno visibile di un ordine più alto, dove persone diverse contribuiscono insieme al bene comune.

Questo non significa trasferire semplicemente il modello ecclesiale alla politica o alla società in modo diretto. Ma significa affermare un principio: l’umanità non è fatta per vivere come somma di individui in competizione permanente. È fatta per una forma di convivenza in cui ciascuno, con i propri doni e limiti, contribuisce al bene degli altri. La Chiesa, quando vive realmente come corpo di Cristo, anticipa e testimonia questa realtà. Non perfettamente, ma realmente. E proprio per questo può parlare al mondo non solo con le parole, ma con la vita.

Conclusione

Siamo partiti da una diagnosi del nostro tempo: un io che tende a farsi assoluto, a sottrarsi a ogni legame, a vivere senza mediazioni. Abbiamo visto come questa mentalità non resti fuori dalla Chiesa, ma rischi di entrare anche nella nostra fede, trasformandola in qualcosa di privato, selettivo, centrato su noi stessi. Ma la Parola di Dio ci ha mostrato un’altra realtà: in Cristo non siamo individui isolati, ma membra di un corpo. Unità ricevuta, non costruita; diversità valorizzata, non annullata; vita condivisa, non solitaria. E soprattutto: un corpo che ha un capo – Cristo stesso, vivente e operante in mezzo al suo popolo.

Questo, però, ci conduce a una scelta. Perché non si tratta solo di capire, ma di rispondere. L’idolatria dell’io non si abbatte con un ragionamento, ma con il ravvedimento. Significa riconoscere dove abbiamo messo noi stessi al centro, dove abbiamo evitato il confronto, dove abbiamo scelto la distanza invece della comunione. Significa tornare a Cristo non solo come Salvatore personale, ma come capo al quale sottometterci con fiducia, sapendo che la sua autorità non opprime, ma guida, non schiaccia, ma dà vita.

E così la Chiesa diventa ciò che è chiamata a essere: non un sistema umano, ma un corpo vivente sotto la signoria di Cristo. Un luogo dove l’io non è annullato, ma neppure idolatrato; dove il noi non opprime, ma sostiene; dove tutto trova ordine sotto la guida del Signore. In un mondo frammentato, questo è già una testimonianza potente. E la domanda che rimane è semplice e personale: sto vivendo sotto la guida di Cristo, come parte del suo corpo, oppure sto ancora cercando di vivere da solo?

Preghiamo. Signore nostro Dio, ci presentiamo davanti a te riconoscendo quanto facilmente il nostro cuore si chiude in sé stesso. Tu ci hai creati per vivere in relazione con te e con gli altri, eppure tante volte scegliamo la strada dell’autosufficienza, del distacco, dell’indifferenza. Perdona, Signore, quando abbiamo fatto del nostro io un idolo, quando abbiamo cercato di vivere la fede a modo nostro, senza lasciarci guidare, senza lasciarci correggere, senza voler portare il peso degli altri. Ti ringraziamo perché in Cristo non ci hai chiamati a vivere da soli, ma ci hai fatti parte di un corpo. Donaci, per opera del tuo Spirito, un cuore umile, disposto ad ascoltare, a imparare, a servire. Insegnaci a riconoscere il valore degli altri, a non disprezzare nessuno, a non sentirci né superiori né inutili, ma a vivere ciascuno il posto che tu ci hai dato, per il bene di tutti. Ti preghiamo anche per le nostre comunità cristiane: rendile luoghi di verità e di amore, ferme nei principi e miti nello spirito. Liberaci da ogni forma di durezza, di orgoglio, di chiusura, ma anche da ogni superficialità e mancanza di discernimento. Fa’ che possiamo crescere insieme, sostenendoci a vicenda, e che la nostra vita comune sia una testimonianza viva della tua grazia in mezzo a questo mondo. E ora, Signore, guidaci tu. Aiutaci a non restare solo ascoltatori della tua Parola, ma a metterla in pratica, con fede e con perseveranza. A te sia la gloria, nel tuo Figlio Gesù Cristo, nostro Signore.  Amen.

Paolo Castellina, 30 aprile 2026

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Nota

Sul “singolarismo” vedasi: https://www.tempodiriforma.it/mw/index.php?title=Teopedia/Singolarismo