«Voi non sapete di quale spirito siete»:  Lo spirito del discepolo alla scuola di Gesù (Luca 9:51–56)

Domenica 29 giugno 2025 – Seconda domenica dopo la Trinità

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Fuoco dal cielo

Viviamo in un mondo che conosce bene il linguaggio del fuoco. Basta accendere un notiziario per vedere quante volte, ancora oggi, interi popoli invocano fuoco dal cielo sul proprio nemico. Più spesso lo invocano e lo realizzano leader politici al servizio di potentati economici che da tali fuochi lucrano ingenti guadagni. Non sempre, però, è un fuoco letterale quello che invocano, come quello delle armi e dei bombardamenti, ma spesso ci troviamo di fronte a un fuoco interiore, fatto di disprezzo, vendetta, parole cariche d’odio, brama di rivalsa. Anche tra singole persone si accende facilmente questo “fuoco”: nei litigi familiari, nei conflitti religiosi, nelle divisioni ideologiche.

Ma cosa succede quando questo spirito (impuro) entra anche nei discepoli di Cristo? È possibile servire Gesù con lo spirito sbagliato, difendere la verità con un cuore che non riflette veramente lo Spirito dell’Evangelo?

Nel brano che sul quale oggi riflettiamo, Luca 9:51–56, troviamo proprio questa situazione. Due discepoli, Giacomo e Giovanni, tipi per altro impulsivi che per questo avevano proprio ricevuto il soprannome di “figli del tuono”, erano pronti a scatenare il fuoco del cielo sui Samaritani che avevano rifiutato Gesù. Ma Gesù li sgrida e, secondo alcuni manoscritti antichi, pure dice loro: «Voi non sapete di quale spirito siete».

Il testo biblico

Ascoltatene il testo dalla versione Nuova Diodati:

“Or avvenne che, mentre si stava compiendo il tempo in cui egli doveva essere portato in cielo, egli diresse risolutamente la sua faccia per andare a Gerusalemme, e mandò dei messaggeri davanti a sé. Ed essi, partiti, entrarono in un villaggio dei Samaritani, per preparargli un alloggio. Ma quelli del villaggio non lo vollero ricevere, perché egli camminava con la faccia rivolta a Gerusalemme. Visto ciò, i suoi discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda fuoco dal cielo e li consumi, come fece anche Elia?». Ma egli si voltò verso di loro e li sgridò, dicendo: «Voi non sapete di quale spirito siete; poiché il Figlio dell’uomo non è venuto per distruggere le anime degli uomini, ma per salvarle». Poi andarono in un altro villaggio” (Luca 9:51-56).

Quella di Gesù era e rimane una parola forte e scomoda, ma necessaria. Ed è la chiave per capire il cuore della missione di Gesù e il cammino di trasformazione del discepolo che vuole seguirne le orme.

Contesto: Un Messia in cammino verso Gerusalemme

«Gesù … diresse risolutamente la sua faccia per andare a Gerusalemme…» (v. 51). Luca ci mostra Gesù nel momento in cui prende consapevolmente la strada che lo porterà alla croce. È una svolta decisiva. La sua missione non è più solo quella di insegnare e guarire: è ora il momento di compiere il disegno ultimo di salvezza, la Sua morte in croce come sacrificio di espiazione per permettere la salvezza di coloro che a Lui si sarebbero affidati. Per questo avrebbe affrontato il rifiuto, la sofferenza e la morte.

Il “cammino verso Gerusalemme”, però,  è anche il cammino della rivelazione piena del carattere di Gesù: non solo cosa dice, ma come vive e affronta il male.

Il cammino verso Gerusalemme, che inizia qui in Luca 9:51, segna infatti una svolta narrativa e teologica nel Vangelo. Non si tratta solo di uno spostamento geografico, ma di una scelta volontaria e consapevole di affrontare la sofferenza e la croce. Gesù “indurisce il volto” – espressione letterale del testo greco – come i profeti antichi che si disponevano ad affrontare l’opposizione con determinazione (cfr. Isaia 50:7). È il volto del servo obbediente, che non si tira indietro, ma entra nella città che lo ucciderà, per portare a compimento l’amore di Dio fino alla fine. La croce non sarà un incidente, ma la manifestazione suprema della sua missione. Ma in questo cammino, Gesù non solo compie il disegno della salvezza: rivela se stesso in profondità. Non solo insegna la via del Regno, ma la vive nella carne, mostrando come si affronta il rifiuto, l’incomprensione, l’ingiustizia. È lungo questo cammino che emerge il contrasto tra lo spirito degli uomini e lo Spirito di Dio. I discepoli devono imparare a seguire non solo la destinazione del Maestro, ma la sua disposizione d’animo, il suo stile, il suo cuore. Il cammino verso Gerusalemme è, dunque, anche la scuola della trasformazione spirituale del discepolo, chiamato a condividere non solo la dottrina di Cristo, ma il suo Spirito riconciliatore e misericordioso.

I Samaritani e il rifiuto

«Mandò davanti a sé dei messaggeri; essi entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli un alloggio; ma quelli non lo vollero ricevere…» (52-53).

Chi erano i Samaritani? Erano un gruppo etnicamente misto, discendenti di Israeliti del nord e di popolazioni pagane, che non riconoscevano Gerusalemme come luogo legittimo di culto. I Giudei li consideravano eretici, impuri, traditori. E i Samaritani, dal canto loro, disprezzavano i Giudei. Il rifiuto di accogliere Gesù non è un semplice gesto di maleducazione. È l’espressione concreta di un odio religioso e culturale profondo, che durava da secoli. È un rifiuto carico di ostilità, proprio nel momento in cui Gesù sta per offrire tutto sé stesso.

Nonostante l’antico rancore tra Giudei e Samaritani, Gesù non si lascia mai condizionare dagli schemi etnici o religiosi del suo tempo. Anzi, in diverse occasioni li presenta come esempi positivi. Nel racconto della guarigione dei dieci lebbrosi (Luca 17:11-19), solo uno torna indietro a ringraziare – e Luca sottolinea: era un Samaritano. Gesù non si limita a notarlo, ma lo loda: «Non si è trovato nessuno che sia tornato per dar gloria a Dio, tranne questo straniero?» (v. 18). Il riconoscimento della grazia, la vera fede, viene da chi era ritenuto estraneo al popolo di Dio. Ancora più esplicita è la parabola del buon Samaritano (Luca 10:25-37), dove Gesù ribalta completamente la visione comune: il sacerdote e il levita passano oltre, mentre è il Samaritano a fermarsi, a provare compassione, a prendersi cura del ferito. Gesù chiude il racconto con una domanda che costringe l’ascoltatore a cambiare prospettiva: «Chi di questi tre ti pare sia stato il prossimo?» Il Samaritano, disprezzato e marginale, incarna la misericordia attiva che Gesù insegna. Questi episodi non sono marginali: sono dichiarazioni profetiche di un Messia che non riconosce barriere etniche, culturali o religiose quando si tratta di onorare la fede e la compassione.

Un altro episodio decisivo è l’incontro tra Gesù e la donna samaritana al pozzo di Giacobbe (Giovanni 4:1–42). In quel dialogo, Gesù supera apertamente le barriere culturali, religiose e di genere, parlando con una donna samaritana, cosa scandalosa agli occhi dei Giudei del tempo. Non la respinge, ma la guida con pazienza verso la verità, rivelandosi come il Messia. E sarà proprio lei – una donna e per di più samaritana – a diventare una delle prime annunciatrici dell’Evangelo, correndo a dire alla sua gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto; che sia lui il Cristo?» (v. 29). Il risultato è sorprendente: «Molti Samaritani di quella città credettero in lui» (v. 39). Gesù riconosce la sete spirituale dei Samaritani e li accoglie nel suo progetto di salvezza, ben prima che i discepoli ne comprendano la portata universale.

La tentazione dello zelo distruttivo

«I suoi discepoli dissero: “Signore, vuoi che diciamo che un fuoco scenda dal cielo e li consumi?”» (54). Giacomo e Giovanni non si limitano a indignarsi. Vogliono invocare un miracolo punitivo: fuoco dal cielo, come il profeta Elia sul monte Carmelo. Ma qui non si tratta di dimostrare il vero Dio contro gli idoli: si tratta di annientare chi ha rifiutato Gesù.

Sì, Giacomo e Giovanni si ispirano chiaramente al profeta Elia, che sul monte Carmelo aveva invocato il fuoco dal cielo per dimostrare che il Signore – e non Baal – era il vero Dio (1 Re 18:36-38). In quella drammatica scena, Elia sfida i profeti di Baal a invocare il loro dio senza successo, mentre lui, alzando una semplice preghiera, vede scendere il fuoco che consuma l’olocausto, la legna, le pietre e persino l’acqua della trincea. Era un atto profetico, un giudizio pubblico contro l’idolatria dilagante, finalizzato a riportare Israele alla fedeltà al Signore. Più tardi, in un altro episodio (2 Re 1:10-12), Elia invoca ancora il fuoco per colpire i soldati mandati dal re Acazia, che lo sfidavano come uomo di Dio.

Ma Gesù prende le distanze da quel modello. Non perché Elia avesse agito contro la volontà di Dio nel suo tempo, ma perché ora è venuto qualcosa di nuovo: la rivelazione piena della grazia e della salvezza in Cristo. I discepoli non capiscono che il tempo della condanna è finito, e che ora il Regno si manifesta non con fuoco distruttivo, ma con fuoco purificatore. Lo zelo che vuole annientare i nemici non appartiene allo Spirito del Messia crocifisso. Il fuoco che Gesù è venuto a portare (Luca 12:49) non distrugge i peccatori, ma arde nei cuori per trasformarli.

Ecco il punto: lo zelo religioso può diventare distruttivo. La verità può essere usata come un’arma. Il discepolo può diventare simile a un fanatico, e credere di servire Dio mentre alimenta l’odio.

Il rimprovero di Gesù e la rivelazione dello Spirito

«Ma egli, voltatosi, li sgridò…». Gesù reagisce con fermezza. In alcuni antichi testi, aggiunge: «Voi non sapete di quale spirito siete» (55).

Questo rimprovero va al cuore del problema. Giacomo e Giovanni sono con Gesù, ma non hanno ancora lo Spirito di Gesù. Seguono il Maestro, ma portano nel cuore uno spirito di vendetta, di separazione, di dominio.

Gesù non è uno zelota, né religioso né politico. Non è venuto per purificare Israele dai “pagani” o per ristabilire l’orgoglio nazionale. Non è venuto per punire chi rifiuta, ma per offrire la salvezza anche a chi, forse anche temporaneamente, lo respinge.

Il suo Spirito è universale, riconciliatore, mite, paziente, e rifiuta ogni violenza in nome di Dio.

Un esempio potente di questa trasformazione è l’esperienza dell’apostolo Paolo. All’inizio, era animato dallo stesso spirito di zelo cieco e violento che Gesù rimprovera ai suoi discepoli: perseguitava la Chiesa con accanimento, convinto di servire Dio (Atti 9:1-2; Galati 1:13-14). Era pronto a distruggere, in nome della verità, chiunque fosse ritenuto eretico o pericoloso per la purezza della fede. Ma proprio lui, sulla via di Damasco, viene arrestato dalla grazia di Cristo. Gesù non lo annienta, ma lo chiama per nome e lo trasforma: da persecutore a testimone, da giudice a servitore, da strumento di violenza a strumento di riconciliazione. Paolo stesso confesserà: «La grazia del Signore nostro ha sovrabbondata con la fede e l’amore che sono in Cristo Gesù» (1 Timoteo 1:14). È la prova vivente che lo Spirito di Cristo non distrugge, ma converte, e che nessuno è troppo lontano per essere cambiato dalla potenza dell’Evangelo.

Lo Spirito di Cristo oggi: Come possiamo seguirlo?

Noi viviamo in un tempo in cui la cultura del fuoco è ancora viva: fuoco mediatico, fuoco ideologico, fuoco del disprezzo e della polarizzazione. Lo stesso che porta alcuni a giustificare persino bombardamenti preventivi sui loro nemici, un vero e proprio “fuoco dal cielo” e a farlo persino con “argomenti biblici” senza che si pongano delle domande se tale atteggiamento sia compatibile con lo spirito di Gesù di Nazareth. Anche nelle nostre comunità. Certo, si potrebbe anche utilizzare la Bibbia rinnegando lo spirito manifestato da Gesù.

Allora dobbiamo domandarci: Di quale spirito siamo? Non basta dire di essere cristiani. Non basta avere ragione. Lo Spirito di Cristo, infatti, è riconciliazione: cerca la pace, non la vendetta; la riconciliazione, non la distruzione.

La domanda è davvero urgente:  Come possiamo, come discepoli di Gesù, contribuire oggi alla pace e alla guarigione delle ferite e ad ogni livello?

Possiamo ascoltare invece di reagire, anche davanti al rifiuto, ricordando che lo Spirito di Cristo ci invita a comprendere prima di giudicare, e che spesso un cuore chiuso ha bisogno più di pazienza che di condanna.

Possiamo rispondere con mitezza anche quando siamo tentati di gridare, sapendo che la vera forza spirituale non si manifesta nell’aggressività, ma nella padronanza di sé e nella fermezza gentile che disarma l’ostilità.

Possiamo riconoscere il dolore degli altri, anche se ci sembrano lontani da noi, perché l’Evangelo ci chiama a vedere ogni persona come potenzialmente una per cui Cristo è morto, e a superare le distanze con compassione e verità.

Possiamo rinunciare allo spirito di parte, e cercare sempre il bene comune, lasciandoci guidare non dal bisogno di affermare la nostra identità, ma dal desiderio che la giustizia, la pace e la riconciliazione fioriscano anche dove sembrano impossibili. E lo possono ben fare! Dov’è la nostra fede?

Un fuoco diverso  

Sì, lo Spirito di Gesù porta un fuoco – ma non il fuoco che consuma i nemici, bensì il fuoco che purifica i cuori. È lo Spirito Santo, quello che in sintonia col Cristo Gli rende testimonianza e che converte, consola, rinnova.

Giacomo e Giovanni dovevano a quel punto ancora imparare tutto questo. Lo faranno più avanti. Ma anche noi siamo chiamati, oggi, a fare questo passo. «Voi non sapete di quale spirito siete» – ma oggi possiamo chiedercelo in maniera critica verso noi stessi.  Possiamo chiedere a Dio di darci lo Spirito del Figlio di Dio per eccellenza, dell’eletto, per camminare con lui, verso la croce, e diventare strumenti di pace e non di condanna.

A questo riguardo, un predicatore inglese dell’800 diceva in un suo sermone sullo stesso testo:

“Le prime istruzioni del Signore, anche ciò che aveva loro insegnato quando cominciando a insegnare in modo contrario ai primi rudimenti della sua religione, erano: “Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano” (Matteo 5:44). Dovevano ancora imparare quella magnanima lezione del loro Signore: “C’è maggior felicità nel dare che nel ricevere!” (Atti 20:35). Non avevano ricevuto nulla, avrebbero potuto dare tutto il loro perdono non richiesto, la loro spontanea preghiera per la conversione di coloro che li avevano trattati con tanto disprezzo. Questo avrebbe accumulato sulla testa dei loro nemici carboni ardenti, l’unico fuoco che avrebbe potuto portare una benedizione, l’unico fuoco dal cielo che avrebbe potuto diffondere la fiamma della carità dai loro cuori a quelli dei loro avversari mentre erano ancora sulla loro strada con loro. Questa è l’unica vendetta che un discepolo di Cristo si permetterà mai. Questa è l’unica vendetta che può convertire un nemico in un amico” (Henry T. Austin, 1829).

Paolo Castellina, 19 giugno 2025

Preghiera finale

Signore Gesù, tu che sei salito verso Gerusalemme con cuore saldo, mentre noi siamo tentati dallo spirito della vendetta e dell’orgoglio, purificaci. Donaci il tuo Spirito:  non quello che invoca il fuoco sugli altri,  ma quello che offre grazia anche a chi rifiuta, che cerca riconciliazione dove il mondo semina frattura. Insegnaci a non camminare solo dietro di te, ma a camminare con il tuo stesso spirito, per portare nel mondo la luce che salva, non il fuoco che consuma. Amen.