Predicazioni/2Pietro/Una revisione sempre necessaria

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In officina!

Una revisione sempre necessaria  

In occasione della Domenica della Riforma, questa predicazione ci invita a considerare la necessità di una verifica periodica della nostra vita cristiana, personale e comunitaria. Come un'automobile deve essere sottoposta a controlli per accertarne la sicurezza e individuare eventuali difetti, così anche la pratica della nostra fede deve essere sempre di nuovo riesaminata alla luce della Parola di Dio. Partendo da 2 Pietro 1:3-11, rifletteremo sul pericolo di una fede sterile, sulla necessità di crescere nelle virtù cristiane e sul coraggio di correggere ciò che deve essere corretto. La Riforma non è soltanto un evento da ricordare, ma un richiamo a lasciarci esaminare e trasformare dalla Parola di Dio, cominciando da noi stessi e dalla nostra comunità cristiana.

Autoriparazioni

Immaginate un’automobile sottoposta alla revisione periodica prevista dalla legge. Il tecnico non si limita a guardarla dall’esterno per constatare che la carrozzeria sia in buone condizioni e che il veicolo sembri funzionare regolarmente. Lo sottopone a una serie di verifiche: controlla i freni, le luci, gli pneumatici, le emissioni e gli altri elementi previsti dalle norme di sicurezza. Per ciascuna verifica esistono parametri precisi, stabiliti dalla legge, con i quali confrontare i risultati dei test. Al termine, il tecnico stabilisce se il veicolo soddisfa i requisiti richiesti oppure se presenta difetti che devono essere corretti. Quando le riparazioni sono necessarie, il proprietario è tenuto a provvedervi; nei casi più gravi, il veicolo può essere dichiarato non idoneo alla circolazione.

La revisione, dunque, non è una semplice formalità. È una verifica effettiva, condotta sulla base di criteri stabiliti, che permette di riconoscere eventuali difetti e di intervenire di conseguenza. Non basta che il proprietario sia convinto che la propria automobile funzioni bene: occorre sottoporla a un esame obiettivo. E non sarebbe ragionevole (e comunque non permesso dalle autorità)  ignorare i risultati della verifica soltanto perché correggere i difetti potrebbe essere scomodo o costoso.

Se, però, una verifica periodica è necessaria per un’automobile, quanto più è necessaria per la nostra vita cristiana! Anche noi possiamo avere una buona opinione di noi stessi, essere convinti di conoscere bene la fede cristiana e considerare soddisfacente la nostra condizione spirituale. Ma su quali criteri fondiamo questa valutazione? Sulle nostre impressioni? Sulle abitudini che abbiamo ereditato? Sul confronto con altre persone o con altre comunità cristiane? Oppure siamo disposti a sottoporci a una verifica più seria, confrontando la nostra vita con ciò che Dio ci ha rivelato nella sua Parola?

Le Sacre Scritture non ci invitano soltanto a esaminare gli altri, a riconoscere gli errori del mondo o a denunciare le infedeltà delle istituzioni ecclesiastiche. Ci richiama anche alla responsabilità di esaminare noi stessi e la comunità cristiana alla quale apparteniamo. La nostra fede è autentica e produce i frutti che Dio si aspetta? La nostra condotta corrisponde a ciò che professiamo? Le nostre convinzioni e le nostre tradizioni sono realmente conformi alla Parola di Dio, oppure abbiamo finito per considerare intoccabili cose che avrebbero bisogno di essere corrette?

La Bibbia parla anche di un giudizio che comincia dalla casa di Dio. È un richiamo serio: il popolo del Signore non può considerarsi esente dalla sua valutazione e dalla sua disciplina. Non dobbiamo però intendere questo giudizio come se Dio condannasse indistintamente i suoi figli; dobbiamo piuttosto riconoscere che la nostra appartenenza alla Chiesa non ci dispensa dal confronto con la sua volontà. La grazia di Dio non è un pretesto per trascurare la nostra condizione spirituale, ma il fondamento sul quale siamo chiamati a crescere e a lasciarci correggere.

È in questa prospettiva che vogliamo celebrare oggi la Domenica della Riforma. Ricordiamo avvenimenti importanti della storia della Chiesa e il coraggio di coloro che, nel XVI secolo, richiamarono il popolo cristiano all'autorità della Parola di Dio. Ma sarebbe insufficiente limitarci a commemorare ciò che altri hanno fatto se non fossimo disposti a domandarci che cosa tutto questo significhi per noi oggi. La Riforma non è soltanto una pagina della nostra storia: ci pone davanti a una responsabilità presente.

Non siamo necessariamente nella condizione di riformare istituzioni ecclesiastiche lontane da noi, né possiamo pretendere di correggere tutte le realtà religiose che consideriamo in errore. Possiamo però cominciare da noi stessi e dalla comunità cristiana nella quale viviamo e serviamo. Possiamo esaminare criticamente la nostra fede, riconoscere le nostre incoerenze, verificare le nostre convinzioni e avere il coraggio di correggere ciò che, alla luce della Scrittura, risulta sbagliato. La nostra testimonianza sarà tanto più credibile quanto più saremo disposti a mettere in pratica ciò che professiamo.

La domanda, dunque, non è soltanto se la Chiesa del passato avesse bisogno di essere riformata, ma se noi siamo disposti oggi a lasciarci riformare dalla Parola di Dio.

Il testo biblico

Per affrontare questa domanda, leggiamo un testo della seconda lettera di Pietro, capitolo 1, versetti 3-11. In questo passo l'apostolo si rivolge a credenti che hanno già ricevuto le promesse di Dio e sono stati chiamati a una nuova vita. Pietro comincia ricordando ciò che Dio ha donato loro; passa poi a descrivere la crescita nelle virtù cristiane e mette in guardia contro il pericolo di una fede sterile, che dimentica praticamente la purificazione ricevuta. Infine, li esorta a impegnarsi sempre più nel vivere in modo coerente con la loro vocazione. Ascoltiamo, dunque, la Parola di Dio, chiedendoci non soltanto che cosa essa ci insegni, ma anche che cosa riveli della nostra condizione e a quale cambiamento ci chiami.

“La sua potenza divina ci ha donato tutte le cose che appartengono alla vita e alla pietà mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la propria gloria e virtù, attraverso le quali egli ci ha largito le sue preziose e grandissime promesse, perché per mezzo di esse voi foste fatti partecipi della natura divina, dopo essere fuggiti dalla corruzione che è nel mondo per via della concupiscenza. Voi, per questa stessa ragione, mettendoci da parte vostra ogni premura, aggiungete alla fede vostra la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza l'autocontrollo, all'autocontrollo la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l'affetto fraterno e all'affetto fraterno l'amore. (8) Perché, se queste cose si trovano e abbondano in voi, non vi renderanno né oziosi né sterili nella conoscenza del nostro Signore Gesù Cristo. Poiché colui nel quale queste cose non si trovano è cieco o miope, avendo dimenticato di essere stato purificato dei suoi vecchi peccati. Perciò, fratelli, impegnatevi sempre di più a rendere sicura la vostra vocazione ed elezione perché, facendo queste cose, non inciamperete mai. Così, infatti, vi sarà largamente provveduta l'entrata nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo” (2 Pietro 1:3-11).

1. La verifica comincia dalla grazia ricevuta  

Pietro comincia ricordandoci una verità fondamentale: Dio «ci ha donato tutte le cose che appartengono alla vita e alla pietà». La vita cristiana non nasce dai nostri meriti, dalle nostre capacità o dai nostri sforzi di miglioramento personale. Nasce dall'iniziativa di Dio, che ci ha chiamati a sé mediante l'Evangelo di Gesù Cristo e ci ha fatto preziose promesse.

Questo è importante anche per comprendere correttamente il significato dell'esame di noi stessi. Non ci esaminiamo per conquistare il favore di Dio, come se la nostra salvezza dipendesse dalla perfezione morale che riusciamo a raggiungere. Ci esaminiamo perché abbiamo ricevuto la grazia di Dio e siamo chiamati a vivere in modo coerente con essa.

La grazia non elimina la necessità della verifica: ne costituisce il fondamento. Se Dio ci ha chiamati a una vita nuova, dobbiamo domandarci se questa novità si manifesta effettivamente nella nostra condotta.

La domanda, dunque, non è soltanto se conosciamo le verità della fede cristiana, se frequentiamo il culto o se apparteniamo a una comunità evangelica. È anche se la nostra vita manifesta una trasformazione reale. La nostra fede influenza il modo in cui trattiamo gli altri, affrontiamo le difficoltà, utilizziamo il nostro tempo e le nostre risorse? È riconoscibile nelle nostre relazioni familiari, nel lavoro e nelle responsabilità quotidiane?

La stessa domanda riguarda la comunità cristiana. Possiamo avere una confessione di fede corretta, una buona organizzazione e tradizioni consolidate, ma dobbiamo anche verificare se la nostra vita comunitaria manifesta concretamente l'amore, la santità e l'ubbidienza che professiamo.

2. La verifica rivela ciò che deve ancora crescere  

Dopo aver ricordato ciò che Dio ha donato, Pietro esorta i credenti ad aggiungere alla loro fede una serie di virtù: la virtù stessa, la conoscenza, l'autocontrollo, la pazienza, la pietà, l'affetto fraterno e l'amore.

Non si tratta di una scala attraverso la quale conquistare progressivamente la salvezza, ma delle qualità che devono caratterizzare una vita trasformata dalla grazia. La fede cristiana non è una realtà statica: è chiamata a produrre frutti.

Pietro non si accontenta, infatti, di una professione di fede puramente verbale. Al versetto 8 afferma che, quando queste virtù si trovano e abbondano in noi, non siamo «né oziosi né sterili nella conoscenza del nostro Signore Gesù Cristo».

Ecco un criterio concreto per la nostra verifica: la nostra fede sta producendo frutto oppure è diventata sterile?

Possiamo conoscere la Bibbia e avere familiarità con le dottrine cristiane, ma essere impazienti, incapaci di controllare le nostre reazioni, poco disponibili a perdonare o indifferenti alle necessità degli altri. Possiamo difendere con convinzione la verità e, nello stesso tempo, trascurare l'amore fraterno. Possiamo denunciare gli errori degli altri senza riconoscere quelli che caratterizzano la nostra vita.

È proprio qui che la verifica diventa necessaria. Non basta domandarsi se crediamo nelle cose giuste; dobbiamo anche chiederci se la nostra fede sta trasformando il nostro modo di vivere.

Pietro descrive poi, al versetto 9, la condizione di chi è privo di queste qualità: è «cieco o miope», avendo dimenticato di essere stato purificato dai suoi vecchi peccati. Non necessariamente ha cancellato dalla memoria le verità del Vangelo; può averne dimenticato praticamente il significato e le conseguenze. La grazia ricevuta non orienta più concretamente le sue scelte.

Questo è un pericolo che riguarda anche noi. Quando ci abituiamo alla fede, possiamo finire per considerare normale una vita che non corrisponde più a ciò che professiamo. Le nostre tradizioni, persino quelle nate con buone intenzioni, possono diventare un riparo dalla verifica anziché uno strumento al servizio della fedeltà.

Perciò dobbiamo esaminare non soltanto le nostre azioni, ma anche le nostre convinzioni e abitudini. Non dobbiamo abbandonare qualcosa soltanto perché è antico, né accoglierlo soltanto perché è nuovo. Dobbiamo chiederci se sia conforme alla Parola di Dio.

Questo vale per ogni credente e per ogni comunità cristiana. Una comunità che si lascia esaminare dalla Scrittura riconosce i propri difetti, si ravvede e cerca di correggerli. Una comunità che si ritiene già arrivata, invece, rischia di diventare sterile proprio mentre continua a parlare della fede.

3. La verifica deve condurre a un cambiamento concreto  

Al versetto 10 Pietro conclude la sua esortazione con queste parole: «Impegnatevi sempre di più a rendere sicura la vostra vocazione ed elezione».

L'apostolo non insegna che dobbiamo meritarci l'elezione divina attraverso le nostre opere. Ci invita piuttosto a vivere in modo coerente con la chiamata ricevuta, mostrando attraverso i frutti della fede la realtà della nostra appartenenza a Cristo.

L'esame di noi stessi, quindi, non deve ridursi a una riflessione astratta o a un sentimento momentaneo di dispiacere per i nostri difetti. Deve condurre a decisioni concrete: riconoscere un peccato, chiedere perdono, ristabilire una relazione, correggere un comportamento, imparare a controllare le nostre reazioni, dedicarci maggiormente al servizio degli altri.

Lo stesso principio vale per la comunità cristiana. Se riconosciamo che una nostra abitudine non è conforme all'insegnamento biblico, dobbiamo essere disposti a correggerla. Se trascuriamo la cura reciproca, dobbiamo recuperarla. Se una tradizione umana è stata elevata a norma indiscutibile senza fondamento nella Scrittura, dobbiamo avere il coraggio di riesaminarla.

Non si tratta di perseguire il cambiamento per il gusto della novità, ma di ubbidire a Dio anche quando questo richiede di abbandonare consuetudini alle quali siamo affezionati. La Riforma comincia proprio quando smettiamo di usare la Parola per confermare le nostre convinzioni e permettiamo invece alla Parola di correggerle.

In Efesini 5:25-27 Paolo descrive Cristo che ama la Chiesa e la santifica, purificandola «con l'acqua della Parola». È Cristo il Signore della Chiesa e colui che opera per la sua santificazione. Per questo non possiamo sostituire la sua Parola con le nostre preferenze, né considerare concluso il nostro cammino di crescita.

Celebrare la Riforma significa anche essere disposti a correggere la nostra vita e quella della nostra comunità, là dove la Parola di Dio ci mostra che è necessario.

Conclusione  

Torniamo all'immagine iniziale della revisione di un'automobile. Non avrebbe senso sottoporre un veicolo a tutti i controlli necessari, scoprire difetti e poi ignorarli - ammesso che le autorità lo permettessero. La verifica avrebbe perso il suo scopo.

Lo stesso vale per la nostra vita cristiana. Non basta ascoltare la Parola di Dio, riconoscere che cosa non va e poi continuare come prima. L'esame deve condurre al ravvedimento, alla correzione e alla crescita.

In questa Domenica della Riforma, dunque, non limitiamoci a ricordare il coraggio di chi ci ha preceduti nella fede. Chiediamoci se siamo disposti a esercitare lo stesso coraggio nella nostra vita, senza presumere di essere migliori degli altri e senza sottrarci alla verifica della Scrittura.

Che cosa dobbiamo riconoscere e abbandonare? Quali virtù devono ancora crescere in noi? Quale cambiamento concreto siamo chiamati a realizzare, personalmente e nella nostra comunità?

Il Signore ci ha donato tutto ciò che appartiene alla vita e alla pietà. Accogliamo dunque con umiltà la sua Parola, lasciamoci correggere dalla sua grazia e impegniamoci a vivere una fede che non sia sterile, ma feconda di amore, ubbidienza e servizio. La Riforma comincia da noi, quando siamo disposti a lasciarci esaminare e trasformare dalla Parola di Dio.

Paolo Castellina, 14 ottobre 2026


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