Etica/Grazia comune Kuyp/1-14 Il racconto dell’Eden come storia

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Indice generale

La Grazia comune, di Abraham Kuyper (1837–1920)

1-14 Il racconto dell’Eden come storia

Questo articolo sostiene l'importanza di considerare i primi capitoli della Genesi come una narrazione storica reale, anziché metaforica, affermando che tale certezza costituisca il fondamento imprescindibile per una visione del mondo cristiana coerente e solida. L'autore sottolinea come la Parola di Dio, intesa come comunicazione diretta e autorevole, rappresenti il cardine della Scrittura e avverte che la dottrina della "grazia comune", purtroppo spesso trascurata, sia vitale per il futuro delle chiese riformate; recuperare tale dottrina, insieme a una consapevolezza profonda di Dio come Creatore, è presentato come l'unica via per superare le divisioni teologiche, comprendere correttamente il rapporto tra Chiesa e mondo e restituire forza e unità alla confessione di fede.

"Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono" (Genesi 1:31a).

È necessario ricordare con deliberazione che i primi capitoli della Genesi devono essere compresi come storia. Solo se la narrazione del Paradiso è storia, infatti, abbiamo il diritto di trarre conclusioni dagli eventi che vi sono registrati e di basarci su ciò che ci è comunicato come detto da Dio, dall’uomo o da Satana. È vero che anche coloro che negano che si tratti di storia si appellano, con una certa ostentazione, al cosiddetto Protoevangelo, secondo cui il seme della donna schiaccerà la testa del serpente, o all’ordinanza che il peccatore mangerà il pane con il sudore del suo volto; ma, dal loro punto di vista, questo è semplicemente inammissibile. Chi non crede che Dio abbia effettivamente parlato nel Paradiso non ha il diritto di appellarsi a tali espressioni come se fossero rivestite di autorità divina. Un appello a tali parole è valido solo se si riconosce con tutto il cuore che in questi primi capitoli ci viene presentata una narrazione di eventi che sono effettivamente accaduti e in cui sono state pronunciate esattamente le parole che ci sono riportate.

Non solo ciò che è narrato deve essere storia reale, ma anche il resoconto che ci è pervenuto deve essere tale da poterci fidare. Ciò che è riportato in questi primi capitoli della Genesi è di una gravità straordinaria e condiziona completamente la nostra visione del mondo, al punto che dipende letteralmente da ogni parola, anzi, da ogni lettera. Non vi serve a nulla, quindi, che qualcuno vi dica che qualcosa di simile sarà successo. No, dovete concludere con certezza e precisione. Solo allora potrete basarvi su di esso, trarre conclusioni e costruire la vostra visione del mondo.

La domanda se le parole che leggiamo come pronunciate in quel tempo siano state effettivamente dette in quell’ordine e con le stesse espressioni che ora ci stanno davanti non deve trattenerci, purché lo Spirito Santo ci offra la garanzia che il senso e il significato di quelle parole, anche se espresse diversamente, siano del tutto identici e che così ogni incertezza sia esclusa per noi. Anche quando è scritto ciò che il serpente ha detto, dovete avere la certezza che proprio quel pensiero, e non un altro, sia venuto da Satana all’uomo. E quando è ripetutamente riportato che Dio ha parlato, questo non deve essere inteso come se Dio non avesse parlato e l’uomo avesse solo avvertito qualcosa sorgere dentro di sé. Soprattutto, quel "parlare di Dio" deve essere compreso da noi senza dubbio, sia per quanto riguarda il fatto che Egli ha effettivamente parlato, sia per quanto riguarda il contenuto di ciò che è stato detto.

Il parlare di Dio come fondamento della Scrittura

Questo "parlare di Dio" è il grande fatto che, in tutta la Sacra Scrittura, viene instancabilmente e con enfasi posto in primo piano. È ciò che rende la Scrittura la Scrittura. Non ciò che l’uomo ha meditato o riflettuto, ma proprio ciò che Dio ha detto è il fondamento di tutto nella Scrittura. Attualmente Dio non ci parla più. Egli ha parlato, nei tempi antichi e in molti modi per mezzo dei profeti, e dopo il compimento della profezia per mezzo del Suo Figlio. Ma ora quel parlare di Dio è cessato; e proprio per questo motivo quel parlare precedente ha per noi un valore così decisivo. Chi chiude l’orecchio a esso ha solo se stesso da biasimare se, senza la luce della rivelazione, procede a tentoni nel buio. Chi invece lo ascolta cammina nella luce, e per lui ciò che il suo Dio ha detto è una lampada ai suoi piedi sul sentiero della vita.

Si può certo dire che anche ora esiste ancora un parlare di Dio nella natura: una voce di Dio nel tuono e nel lampo, nel ruggito dell’uragano e nel fruscio della brezza gentile, e così pure una voce di Dio nel muoversi dello Spirito nel cuore e nel linguaggio della coscienza. Ma tutto questo è figurativo. Non è un parlare nel senso proprio. Attraverso tutte queste voci, in noi si genera forse un atteggiamento di riverenza e adorazione, o un impulso viene destato in noi, o il nostro piede viene trattenuto dal sentiero sbagliato; ma un tale parlare non ci rivela nulla, non ci comunica nulla e non ci fa conoscere la volontà di Dio. Il parlare nel senso proprio avviene solo quando dalla coscienza di chi parla pensieri consapevoli passano nella coscienza di chi ascolta. In questo senso, quindi, deve essere compreso il parlare di Dio nel Paradiso e dopo la caduta. Chi non lo fa gioca con le parole se poi continua a trarre le proprie concezioni da tali detti.

Ad esempio, quando è scritto che Dio disse: "Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza" (Genesi 1:26), e voi non credete che questo sia stato effettivamente detto così, allora vi manca anche il diritto di costruire il vostro sistema sull’uomo in base alla creazione dell’uomo a immagine di Dio. Eppure è esattamente ciò che la gente fa oggi. A un pensiero così bello come la creazione dell’uomo a immagine di Dio ci si aggrappa saldamente, su di esso si costruiscono sistemi e teorie; ma quando si chiede: "Credete davvero che Genesi 1:26 e 27 debba essere preso alla lettera?", allora ci si stringe nelle spalle di fronte alla vostra ingenuità. Naturalmente non lo si crede. Ma, altrettanto naturalmente, tutto ciò che si ragiona ulteriormente da quel punto di vista sulla creazione dell’uomo a immagine di Dio non ha per voi un solo fondamento solido su cui la casa potrebbe poggiare. Tutto ciò che si scrive in quel senso non è altro che invenzione propria. Sono idee che si esprimono, bei pensieri con cui ci si lascia trascinare. Ma che ci sia verità, che ci sia realtà in essi, è un’affermazione senza prova. Un fondamento solido per tutte queste affermazioni non lo si possiede.

La realtà del parlare di Dio

Sul "parlare di Dio" si deve quindi porre un’enfasi maggiore di quanto non sia stato fatto in passato. È perfettamente vero che Dio è Spirito e, in quanto tale, non ha un corpo e, di conseguenza, non possiede né bocca né facoltà di parola. Ma lo stesso vale per l’occhio. Uno spirito non ha corpo e quindi non ha neppure occhio. Eppure nessuno esita ad ammettere che Dio, anche senza occhio, nondimeno vede, anzi, vede tutte le cose e le vede molto meglio di noi con il nostro occhio. Lo stesso vale per l’orecchio. Dio, non avendo corpo, non ha neppure orecchio. Questo è ovvio. Eppure tutti ammettono che Dio, anche senza orecchio, sente tutto perfettamente e con una finezza che supera di gran lunga il nostro udito. Quando pregate, voi stessi dimostrate di crederlo. Perché altrimenti preghereste, se non foste fermamente convinti che il vostro Dio vi ascolta? Vi ascolta anche quando sussurrate quasi in modo inudibile. È questo che il salmista canta: "Colui che ha piantato l’orecchio, non udrà Egli? Colui che ha formato l’occhio, non vedrà Egli?" (Salmo 94:9). La differenza tra Dio e gli idoli è proprio questa: gli idoli hanno orecchio e occhio, ma non odono né vedono, mentre Dio, al contrario, senza occhio e orecchio, vede e ode tutto. E questo deve essere così, perché, in effetti, prima che Dio creasse l’occhio e l’orecchio, Egli li aveva pensati in Sé stesso. Dovevano prima esistere nel Suo pensiero prima di essere creati. L’atto del vedere e dell’udire dovevano quindi esistere per Dio prima che Egli creasse orecchio e occhio nell’uomo e negli animali, e l’intero funzionamento del vedere e dell’udire doveva essere noto a Dio, affinché Egli potesse creare orecchio e occhio per questo, in connessione anche con le vibrazioni delle onde sonore e delle onde eteree, e con le operazioni sui nostri nervi e dei nervi sull’anima. E poiché il vedere e l’udire esistevano per Dio prima che Egli chiamasse all’esistenza orecchio e occhio, così per Dio il vedere e l’udire devono essere effettivamente indipendenti da questi strumenti, che per noi sono indispensabili.

E lo stesso vale per il parlare di Dio. Degli idoli è scritto espressamente: "Hanno bocca, ma non parlano" (Salmo 115:5). Il non parlare è quindi il segno di un idolo, e in contrasto con questo sta proprio il molto e l’eccellente parlare, come segno del Dio vivente. Anche qui vale la domanda: "Colui che ha formato la bocca e ha dato la parola all’uomo, non parlerà Egli?" La bocca era forse lì per prima, e Dio ha poi dato la parola all’uomo in base a ciò che quella bocca era? Oppure, piuttosto, quella bocca è stata creata da Dio proprio come doveva essere per poter produrre la parola? E se è così, non dovevano forse la parola e il pensiero esistere in Dio prima che Egli creasse il progetto, il piano per la bocca e per tutti gli organi della parola? E quegli organi della parola non sono forse altro che un aiuto, uno strumento, che per noi creature è indispensabile per giungere al parlare, ma che Dio, che non ha bisogno di nulla, non richiede? Se il Dio vivente vuole operare sul vostro orecchio e far risuonare suoni sui vostri nervi uditivi, cosa potrebbe ostacolarLo? Oppure, anche quando Egli vuole saltare il vostro udito e risvegliare direttamente nella vostra anima le stesse sensazioni che un uomo risveglia in voi parlando, cosa potrebbe impedirGlielo? Non sono forse tutte le lingue Sue? Date da Lui ai popoli? Potrebbe esserci una lingua sconosciuta a Dio? E cosa, anzi, cosa potrebbe ostacolare il Signore nostro Dio dal trasmettere i Suoi pensieri nella nostra coscienza chiara e luminosa attraverso un linguaggio a noi perfettamente comprensibile?

Permettiamo quindi che il "parlare di Dio" stia in tutta la sua pienezza e senza diminuzione. Adamo, Eva, Caino, Noè, Abramo: tutti udirono chiaramente e distintamente le stesse cose che noi percepiamo quando un uomo ci parla. Non erano nozioni nebulose che sorgevano in loro, ma il linguaggio giungeva a loro, parole erano da loro accolte, detti, espressioni, prove, dichiarazioni, promesse penetravano in loro, che potevano ripetere letteralmente. Non erano emozioni vaghe che operavano nell’anima e che essi stessi interpretavano, ma pensieri chiari, fermi, ben espressi, che essi coglievano nella loro coscienza.

La necessità di una fede salda

Nessuno consideri superfluo che abbiamo qui insistito sulla realtà di questo parlare di Dio con una certa ampiezza. Soprattutto negli ambienti più colti, la fede decisa in un tale parlare essenziale di Dio è stata così indebolita da una teologia traviata che si può rafforzare di nuovo il ginocchio vacillante solo con un ragionamento deliberato e far sì che il dubbio ceda di nuovo davanti a quella fede. Si dice infatti di credere, ma non lo si fa davvero. Bene, sì, qualcosa del genere, in qualche modo, purché non sia deciso e in tutto… e l’impressione travolgente di ciò che significa quando Dio ha parlato si perde completamente in questo modo. Non ci si inchina davanti alla Parola, perché non ci si può aggrappare alla Parola come a una parola essenziale di Dio.

Se ora vi trovate in questa condizione, allora la lettura e la rilettura di Genesi 1–5 non vi dà nulla, perché, sì, è bello e amabile come vi è presentato, ma se tutto questo è effettivamente accaduto e se la verità di esso sussiste ancora, a questo punto ci si stringe nelle spalle. Abbiamo quindi, a titolo di introduzione a ciò che segue, dovuto insistere sulla realtà del "parlare di Dio" con una certa enfasi. Solo coloro tra i nostri lettori che, insieme a noi, credono con tutto il cuore in un tale "parlare essenziale di Dio" possono essere convinti da ciò che stiamo per esporre ulteriormente. Gli altri possono prenderne atto con una certa buona volontà, ma non troveranno in esso alcun fondamento sotto i loro piedi, alcun punto di vista dal quale devono considerare la vita del mondo.

Eppure è proprio per questo che ci interessa questa serie di articoli sulla "grazia comune". Dalle idee vaghe dobbiamo tornare alla fermezza della convinzione. Dobbiamo, in quanto confessori del Signore, assumere di nuovo un punto di vista incrollabile. Dobbiamo sapere dove stiamo, e per poterlo sapere, dobbiamo prima sapere dove siamo posizionati.

La Genesi come libro delle origini

Per quanto si possa tentare di accantonare le domande fondamentali della vita, esse nondimeno tornano sempre. La domanda su da dove veniamo, su come questo universo e questo mondo siano venuti all’esistenza e su come noi stessi siamo venuti a esistere su questo mondo, semplicemente non può essere soppressa. L’incredulo, che, nel suo imbarazzo, per non concedere nulla alla fede, alla fine si vieta ogni riflessione su queste domande, ottunde così il proprio spirito e oscura la propria coscienza. Così come non si può sopprimere la domanda su dove andiamo morendo, e dove finirà un giorno tutto questo mondo, e qual è lo scopo di tutta questa creazione, altrettanto poco si può tagliare fuori la domanda sull’origine delle cose. E proprio a questa domanda sull’origine delle cose, il ricco libro della Genesi vi dà una risposta perfettamente soddisfacente. Non comprendete nemmeno questo libro finché non percepite che vi è stato dato con lo scopo deliberato di informarvi su quelle origini delle cose. Esso è chiamato Genesi, e Genesi significa: nascita. Quindi leggete in Genesi 2:4: "Queste sono le generazioni dei cieli e della terra". E quella stessa espressione: "Queste sono le generazioni", la trovate ripetuta in Genesi 6:9; 10:1; 11:10; 25:12; 25:19; 36:1 e 36:9. E poiché generazione fu tradotto nella versione dei Settanta con Genesi, per questo quel nome di Genesi è stato dato a tutto il libro. Gli ebrei non lo chiamavano Genesi, ma Bereshit, cioè "in principio", secondo le parole iniziali del primo versetto di Genesi 1. Eppure anche in quel "in principio" vi era già la stessa indicazione. Anche quel nome, infatti, puntava all’origine delle cose, alla loro nascita, al loro inizio, al loro sorgere.

E in verità questo libro della Genesi vi fa conoscere l’origine di tutte le cose: l’origine dell’universo, l’origine degli angeli, l’origine di tutte le creature, l’origine dell’uomo, l’origine del matrimonio, l’origine del peccato, l’origine della grazia, l’origine della sofferenza, l’origine dello stato attuale della terra, della rottura dell’ordine sociale tra gli uomini, l’origine di ogni legge e di ogni dominio. Di tutto ciò che anche ora suscita il vostro interesse e vi circonda nella vostra vita personale, e che avviene nel vostro cuore, le origini vi sono svelate in questo libro della Genesi. Per questo il libro della Genesi è così straordinariamente importante per la Chiesa, per le nazioni, per il governo, per la vostra vita insieme in famiglia e nella società, e non meno per tutto il mondo del vostro pensiero. In questo ricco tesoro che vi sta davanti in questo libro, dovreste immergervi sempre di nuovo. La Chiesa dovrebbe cercare instancabilmente di stabilire la congregazione nelle certezze di questo libro che governano tutta la nostra vita, e nella scuola domenicale e nel catechismo lo sforzo di tutti dovrebbe essere diretto a fissare nella coscienza della generazione nascente i punti di partenza di tutta la nostra esistenza, vita e essere.

L’importanza della dottrina della grazia comune

Naturalmente ci porterebbe troppo lontano se anche solo pensassimo di sviscerare l’intero contenuto di questo libro in tutti i suoi particolari. Rimaniamo fedeli al nostro percorso e ci limitiamo quindi al nostro argomento, che è la "grazia comune". Ma proprio perché la dottrina della "grazia comune", che era caduta in un oblio così deplorevole, possa trovare di nuovo ingresso ed esercitare la sua influenza sul nostro pensiero e sulla nostra vita, è così urgentemente necessario che le altre parti di questa rivelazione, che ci è stata concessa nella Genesi, siano ripensate una volta ancora. Lo spirito deve viverci dentro, deve sentirsi a casa in esso, deve restare saldo in esso.

Il mondo fuori da Cristo cerca ogni sorta di visione della vita e del mondo. Esso continua a scivolare e spera di porre di nuovo saldamente il piede, cioè di trovare un punto di vista dal quale possa contemplare le cose. E queste visioni della vita e del mondo cambiano di giorno in giorno. L’una sostituisce l’altra di continuo. E alla fine, nella disperazione, non si sa più a cosa aggrapparsi e spesso si finisce con il grido di scoraggiamento che non è concesso a noi uomini possedere la certezza e che dobbiamo ritirarci nella nostra ignoranza. Ma questa è proprio la grande prerogativa della congregazione di Cristo: che essa non deve cercare né chiedere, perché le cose le sono state rivelate da Dio. Un cristiano ben fondato è sempre pronto con la sua risposta. Egli non dubita più e non esita più, ma riposa nella rivelazione che gli è stata concessa. Il filosofo cerca una filosofia, ma un cristiano che conosce la Parola di Dio ha la sua filosofia, ha il suo punto di vista, e da quel punto di vista fisso getta uno sguardo fermo su ciò che sta dietro, intorno e davanti a lui.

In questo risiede il mistero per cui semplici cristiani tra contadini e operai spesso vedono così chiaramente e sono così riccamente sviluppati. Anche dagli avversari è stato spesso notato che nessun libro eguaglia la nostra Bibbia nella sua idoneità a sviluppare le persone in modo multiforme. Chi è stato educato sulla Scrittura ha la sua filosofia, conosce la storia del mondo e ha una visione ferma e accurata dei grandi eventi del mondo. Per lui c’è prospettiva nelle cose. Cristo e la Sua croce formano il punto centrale, e tutto ciò che sta dietro di esso converge verso quel punto centrale, e tutto ciò che accade è spiegato da quella croce, e tutto ciò che deve ancora venire è profetizzato in quella croce. Ma proprio per questo è così altamente necessario che i cristiani restino saldi nel punto di partenza della Scrittura, e fa un danno incalcolabile alla comunità di Dio il dichiarare non autentiche le narrazioni di Genesi 1–5.

Le divisioni tra i cristiani e il ritorno alle origini

Ma anche questo non è ancora sufficiente. Il fatto che i cristiani differiscano così ampiamente nella loro confessione della verità e si trovino l’uno di fronte all’altro con concezioni così divergenti è in non piccola misura attribuibile al fatto che non tutti comprendono questi capitoli così gravi nello stesso modo. Anche le differenze che tengono divisi i cristiani, le generazioni, le origini si trovano in questi primi capitoli della Genesi. In particolare, l’antitesi che è sorta tra la Chiesa romana e le Chiese protestanti trova la sua origine nei diversi modi in cui le due parti concepiscono la creazione dell’uomo a immagine di Dio, la corruzione portata dal peccato nell’uomo e il rapporto tra natura e grazia. E quando attualmente sorge una nuova antitesi tra l’impegno anabattista e quello calvinista, anche in questo caso l’origine di quell’antitesi risiede nei diversi modi in cui si comprende il resoconto del Paradiso, della caduta e della restaurazione del peccatore.

Ancor più forte: che la vita riformata ai tempi dei nostri padri sia fiorita così riccamente sotto molti aspetti e che, dopo il 1650, sia declinata così tristemente, fino a che alla fine il flusso si è completamente intasato, è in non piccola misura spiegabile dal fatto che i nostri padri restarono saldi in questi primi capitoli, li lessero chiaramente e ne compresero il contenuto e il significato, mentre in seguito gli uomini persero di vista il ricco significato di questi capitoli, non vi prestarono attenzione e non ne tennero conto.

Questo vale in particolare per la "grazia comune", che i nostri padri trovarono, onorarono e confessarono, e che i riformati successivi trascurarono e ignorarono completamente. Non si va neppure troppo in là nell’affermazione che sulla domanda se questa dottrina della "grazia comune" rivivrà di nuovo con l’antica forza si gioca il futuro delle Chiese riformate e la rinascita del calvinismo. Se questa dottrina rimane trascurata come finora, allora le Chiese riformate sono condannate a chiudersi in una predicazione di salvezza senza sfondo e senza fondamento, e non possono trovare la via per giungere di nuovo, in mezzo al conflitto degli spiriti e ai tumulti del mondo, a un punto di partenza fisso e a un punto di vista fermo. Esse allora vagano senza meta e mancano di un timone fermo.

Se invece si riuscisse a far sì che questa ricca e bella dottrina trovi di nuovo ingresso e riprenda il posto che le spetta nella nostra convinzione, allora la consapevolezza che si sa dove si sta diventerà di nuovo generale; e con mano ferma si potrà determinare di nuovo il rapporto in cui ci si trova di fronte alla vita del mondo. I dodici articoli di fede, del resto, non trattano solo del Redentore e dello Spirito Santo, ma iniziano dirigendovi a Dio Padre, l’Onnipotente, Creatore del cielo e della terra; e la vostra confessione della santa Trinità manca addirittura del suo punto di partenza se non ricondurre tutta la vostra confessione del Figlio e dello Spirito Santo a Dio Padre. Tutta la nostra predicazione della salvezza e la predicazione della santificazione devono quindi nella Chiesa tornare di nuovo alla predicazione di Dio Padre, e quindi alla creazione e alla ricreazione di tutte le cose. Solo così viene l’unità nella vostra confessione, la fermezza nel vostro punto di vista, la decisione nella vostra convinzione.

E poiché il peccato ha qui aperto una breccia e ne è seguita una restaurazione, e la "grazia comune" è la dottrina che vi indica quale stato ne è nato, non potete che restare deboli e esitanti finché la dottrina della "grazia comune" non vi sarà stata di nuovo chiarita. Per quanto possiate chiudervi nella vostra Chiesa, non potete per questo sfuggire alla necessità di vivere anche in mezzo al mondo. E il rapporto tra queste due cose, cioè tra Chiesa e mondo, non potete percepirlo chiaramente finché non siete fondati nella questione della "grazia comune".