Etica/Grazia comune Kuyper/1-7 La protezione della vita umana

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Indice generale

La Grazia comune, di Abraham Kuyper (1837–1920)

1-7 La protezione della vita umana

Il capitolo "La protezione della vita umana" esplora il fondamento biblico e provvidenziale della salvaguardia dell'esistenza dopo il Diluvio, analizzando come Dio abbia stabilito ordinamenti specifici per proteggere l'umanità sia dalle minacce esterne, come le bestie feroci, sia dal pericolo interno dell'omicidio reciproco. Il testo evidenzia la profonda distinzione tra la sopravvivenza animale e il valore sacro della vita umana, fondata sul legame di fratellanza universale e sulla dignità dell'essere umano creato a immagine di Dio. Infine, viene approfondito il tema della giustizia divina, presentata come una realtà ineluttabile che si manifesta attraverso la coscienza, la storia e il giudizio finale, ponendo l'omicidio non solo come una violazione sociale, ma come un affronto supremo contro il Creatore stesso.

Introduzione: Il comandamento e la storia

«Se uno uccide con la spada, bisogna che sia ucciso con la spada. Qui sta la costanza e la fede dei santi» (Apocalisse 13:10).

Il comandamento dato a Noè, che punisce l'omicidio quasi esclusivamente, è in accordo con la natura e la storia dell'umanità. La storia ci insegna, con Caino e Abele, come si sia giunti quasi subito all'omicidio; la natura umana fa sì che nella protezione dall'omicidio sia data allo stesso tempo la protezione di tutta la nostra esistenza. Il pericolo di estinzione era allora molto grande: il futuro dell'umanità dipendeva da quattro persone maschi dopo il Diluvio. Un attacco di bestie feroci, un omicidio fratricida o una malattia avrebbero potuto cancellare tutto. Dopo aver visto il mondo intero annegare, la vita era percepita come un possesso precario. Un ordinamento di Dio che protegge la vita dell'uomo come uno scudo contro le bestie e la violenza umana era dunque attuale e confortante. Dio pone l'umanità al sicuro dal Diluvio con la Sua promessa, dalle bestie con il Suo ordinamento e dall'omicidio con il Suo comandamento.

L'ordinamento contro le bestie feroci

«Chiederò conto del sangue dell'uomo a ogni animale» è l'ordinanza di Dio che precede persino il comandamento contro l'omicidio. È probabile che il Diluvio abbia sommerso solo la parte abitata del globo, lasciando le bestie feroci in esistenza nelle altre regioni. Se tutti gli animali fossero morti eccetto quelli nell'arca, Noè e i suoi figli li avrebbero avuti sotto totale controllo e non avrebbero provato alcun terrore. L'ordinanza contro le bestie diventa spiegabile solo se si assume che esse potessero ancora compiere incursioni nelle regioni abitate da Noè una volta ritirate le acque.

Queste parole non vanno intese come se ogni singolo animale debba essere ucciso come punizione, ma come una disposizione provvidenziale. Le specie animali che rispettano l'uomo aumenteranno, mentre quelle che versano il sangue umano saranno sterminate. La storia ha confermato questo corso: le bestie feroci sono state scacciate dalle zone abitate verso foreste e montagne.

Dio ha armato l'uomo di coraggio e ingegno e ha ispirato terrore nelle bestie. Dietro questi fatti storici agisce una giustizia divina che vendica il sangue versato. La Scrittura ci rivela il mistero che opera dietro il visibile: la malvagità della bestia è punita da Dio Onnipotente.

Il comandamento contro l'omicidio

L'uomo non deve essere salvato solo dalle bestie, ma anche dal pericolo di autodistruggersi tramite l'omicidio reciproco, come avveniva tra tribù che si sterminavano a vicenda. Per questo segue il comandamento che Dio chiederà conto dell'anima dell'uomo per mano di ogni suo fratello.

Mentre per le bestie si parla di "sangue", per l'uomo si parla di "anima". Il sangue è il portatore dell'anima, la vita nascosta. L'omicidio umano è più profondo: è l'estinzione volontaria della vita, spesso dettata da odio e vendetta, non dalla necessità di cibo come per gli animali. La radice dell'omicidio non è la caccia alla preda, ma l'invidia. Chi odia suo fratello è un omicida.

L'espressione «per mano del fratello di ognuno» richiama Caino e Abele. Ogni uomo è legato da un vincolo di fratellanza comune. Un uomo che uccide un suo simile è un essere inumano che distrugge ciò che dovrebbe proteggere. Dio stabilisce che ogni omicidio è, in ultima analisi, un fratricidio.

La giustizia divina e la vendetta

In queste parole non vi è ancora il comandamento della pena di morte da parte delle autorità, ma ciò che Dio Stesso farà nella Sua provvidenza. Nessun uomo è mai stato ucciso senza che Dio vendicasse il suo sangue. Questo avviene attraverso il rimorso della coscienza, punizioni provvidenziali nella vita terrena o, infine, la punizione eterna nel giudizio finale. Il fatto che un criminale non sembri punito qui non sminuisce la verità: Dio chiederà conto dell'anima della vittima in modo ancora più terribile nell'ultimo giorno.

Anche il peccatore che si pente trova pace solo confessando che il suo Salvatore ha portato la sua colpa. Nulla deve essere tolto alla validità universale di questa parola: Dio ha richiesto, richiede e richiederà l'anima di tutti gli uccisi per mano di chi li ha uccisi.

L'immagine di Dio e l'ordinamento sociale

L'estinzione della vita umana è una violazione del legame fraterno e dell'ordinamento fondamentale di Dio per la società umana. L'omicidio è egoismo che nega il fratello. Dio deve vendicare questo assalto per mantenere saldo il Suo ordinamento e non abbandonare la vita umana al caos del peccato.

Ma c'è di più: l'uomo è creato a immagine di Dio. Chi estingue una vita assale Dio Stesso nel Suo portatore di immagine. Per questo, nel versetto 6, si giungerà alla menzione della pena di morte come conseguenza di questo affronto supremo.