Letteratura/L'Addestramento dei Dodici/24-2 La questione dei bambini e l'adieu
SEZIONE II. LA QUESTIONE DEI BAMBINI E L'ADIEU
Giovanni 13:36-38; 14:5-7, 8-14, 22-31.
Le domande poste in successione da quattro dei piccoli al loro genitore morente ora attirano la nostra attenzione. La prima di queste fu posta dal discepolo che era sempre il più sbrigativo nell'esprimere il suo pensiero: Simon Pietro. La sua domanda si riferiva all'annuncio fatto da Gesù circa la Sua partenza. Pietro aveva notato quell'annuncio ed era rimasto allarmato. Sembrava alludere a un pericolo; parlava chiaramente di separazione. Tormentato dall'incertezza, terrorizzato dal vago presentimento di un pericolo nascosto, addolorato al pensiero di essere separato dal suo amato Maestro, non poté darsi pace finché non ne ebbe penetrato il mistero; e alla prima pausa del discorso chiese bruscamente: "Signore, dove vai?", pensando, pur non dicendo, "Dove vai tu, andrò anch'io".
Fu a questo pensiero inespresso che Gesù rivolse la Sua risposta. Non disse dove stesse andando; ma, lasciando che ciò fosse dedotto dalla Sua studiata riservatezza e dal tono con cui parlava, disse semplicemente a Pietro: "Dove vado io, non seguirmi ora, ma mi seguirai più tardi". Con questa risposta dimostrò di non aver dimenticato che aveva a che fare con dei bambini. Non si aspettava un comportamento eroico da parte di Pietro e dei suoi confratelli discepoli nell'imminente crisi. Si aspettava, infatti, che presto si comportassero da eroi e Lo seguissero sulla via del martirio portando la loro croce, in conformità con la legge del discepolato proclamata da Lui stesso in occasione del primo annuncio della Sua morte. Ma nel frattempo si aspettava che si comportassero semplicemente come bambini, fuggendo terrorizzati quando giungeva il momento del pericolo.
Sebbene questa fosse l'idea che Gesù aveva di Pietro, non era l'idea che Pietro aveva di se stesso. Non si considerava un bambino, ma un uomo in tutto e per tutto. Pur comprendendo vagamente cosa significasse seguire il suo Maestro, si riteneva ormai perfettamente all'altezza del compito, e si sentiva quasi addolorato dalla scarsa opinione che si nutriva del suo coraggio. "Perché", chiese quindi con un tono di virtù offesa, "Signore, perché non posso seguirti ora?". Forse perché c'è pericolo, prigionia, morte sul cammino? Se questo è tutto, non è una buona ragione, perché "darò la mia vita per amor tuo". Ah, quel "perché", com'è da bambino; quella fiducia in se stesso, che segno infallibile di debolezza spirituale!
Se la risposta di Gesù alla prima domanda di Pietro fu indiretta ed evasiva, quella che diede alla seconda fu troppo chiara per essere fraintesa. «Vuoi tu», disse, riprendendo le parole del discepolo, «dare la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu mi abbia rinnegato tre volte».[24.20] Meglio per Pietro se si fosse accontentato della prima risposta! Eppure no: non migliore, solo più piacevole per il momento. Fu un bene per Pietro sentirsi dire così schiettamente cosa pensava di lui il suo Signore, e vedersi mostrare una volta per tutte il suo ritratto tracciato da una mano infallibile. Era proprio ciò che serviva per condurlo alla conoscenza di sé e per provocare una crisi salutare nella sua storia spirituale. Già più di una volta era stato lealmente punito per difetti derivanti dai suoi caratteristici vizi di sfacciataggine e sicurezza di sé. Ma una correzione così dettagliata non aveva prodotto alcuna profonda impressione, nessun effetto decisivo e duraturo sulla sua mente. Era ancora ignaro di sé, ancora sfacciato, sicuro di sé e caparbio come sempre, come la dichiarazione che aveva appena fatto dimostrava chiaramente. C'era quindi urgente bisogno di una lezione che non sarebbe mai stata dimenticata; di una parola di correzione che si sarebbe impressa indelebilmente nella memoria del discepolo errante e avrebbe portato frutto per tutta la sua vita futura. Ed eccola finalmente, e al momento giusto. Il Signore dice al Suo coraggioso discepolo che da subito si comporterà da codardo; dice al Suo discepolo devoto, per il quale la separazione dal Maestro sembra più terribile della morte, che, entro poche ore, rinnegherà ogni conoscenza o legame con Colui che ama così teneramente. Gli dice tutto questo in un momento in cui la profezia deve essere seguita dal suo adempimento quasi con la stessa rapidità con cui un lampo è seguito dal suo rombo di tuono. La predizione di Gesù, così minuziosamente circostanziata, e il rinnegamento di Pietro, così esattamente corrispondente, entrambi di per sé così notevoli e così vicini, contribuiranno sicuramente a rendersi impressionanti a vicenda; e sarà davvero strano se le due cose combinate non facciano, con la benedizione di Dio, in risposta alla preghiera di intercessione del Maestro, del discepolo decaduto un uomo completamente diverso. Il risultato dimostrerà senza dubbio la verità di un'altra parola profetica riportata da Luca come rivolta dal Signore al Suo discepolo nella stessa occasione.[24.21] La pula sarà separata dal grano nel carattere di Pietro; egli subirà un grande cambiamento di spirito; e, convertito dalla fiducia in se stesso e dalla propria ostinazione alla mansuetudine e alla modestia, sarà finalmente in grado di rafforzare gli altri, di essere un pastore per i deboli e, se necessario, di portare la sua croce, e così seguire il suo Maestro attraverso la morte verso la gloria.
La seconda domanda proveniva da Tommaso, il discepolo malinconico, lento a credere e incline ad avere visioni cupe delle cose. La mente di questo discepolo si fissò sull'affermazione con cui Gesù concluse la Sua seconda parola di consolazione: "Dove io vado, voi conoscete la via". Quell'affermazione sembrò a Tommaso non solo falsa, ma irragionevole. Quanto a lui, era completamente inconsapevole di possedere la conoscenza che l'oratore aveva attribuito ai suoi ascoltatori; e, inoltre, non vedeva come fosse possibile che qualcuno di loro la possedesse. Infatti, Gesù non aveva mai detto loro chiaramente dove stesse andando; e non conoscendo il terminus ad quem, come poteva qualcuno conoscere la strada che conduceva ad essa? Pertanto, con un tono asciutto, pratico, quasi cinico, questo secondo interlocutore osservò: "Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?" [24.22]
Questa espressione era del tutto caratteristica dell'uomo, così come lo conosciamo dal ritratto di Giovanni.[24.23] Mentre Pietro, dalla mentalità pratica, chiede a Gesù dove stia andando, determinato, se possibile, a seguirlo, Tommaso non ritiene che valga la pena di fare una simile indagine. Non che la questione lo indifferenti. Vorrebbe tanto sapere dove è diretto il suo Signore; e, se fosse possibile, sarebbe pronto quanto il suo condiscepolo a fargli compagnia. Il pericolo non lo scoraggerebbe. Aveva già detto una volta: "Andiamo, per morire con Lui", e poteva dire la stessa cosa onestamente di nuovo; perché, sebbene sia cupo, non è egoista o codardo. Ma proprio come in quella precedente occasione, quando Gesù, ignorando gli avvertimenti dei suoi discepoli, decise di andare dalla Persia alla Giudea per far visita alla famiglia afflitta di Betania, Tommaso adottò la visione più cupa della situazione e considerò la morte come il destino certo che li attendeva tutti, così ora si rassegna a uno stato d'animo disperato e sconfortato. Il pensiero della partenza del Maestro lo rende così triste che non ha il coraggio di chiedersi il perché o il dove. Si rassegna all'ignoranza su queste questioni come a una condanna inevitabile. Dove? Dove? Non lo so; chi può dirlo? Il futuro è oscuro. La casa del Padre di cui hai parlato, dove può essere nell'universo? Esiste davvero un posto simile?
Anche la domanda posta da Tommaso, "Come possiamo conoscere la via?", non è tanto una domanda quanto una scusa per non aver posto domande. Non è una richiesta di informazioni, ma una gentile lamentela contro Gesù per essersi aspettato che i suoi discepoli fossero informati. Non è l'espressione di un desiderio di conoscenza, ma una scusa per l'ignoranza. Il discepolo malinconico è, per il momento, privo di speranza di conoscere né la meta né la via, e quindi è incuriosito e apatico. Lungi dal cercare la luce, è piuttosto incline a esagerare l'oscurità. Come Giona, nel suo stato d'animo rabbioso, si abbandonava alla querula, così Tommaso, nella sua tristezza, si delizia nell'oscurità. Non attende con ansia l'alba del giorno; piuttosto, trae piacere dalla notte, in quanto congeniale al suo attuale stato d'animo. I buoni uomini dal temperamento malinconico sono, nella migliore delle ipotesi, come uomini che camminano nella solenne oscurità di una foresta. La tristezza è il sentimento prevalente nelle loro anime, e si accontentano di occasionali scorci di cielo, come sguardi attraverso il tetto di foglie del bosco. Ma Thomas ha il cuore così pesante che non gli importa nemmeno di intravedere il mondo celeste; non alza lo sguardo, ma cammina lentamente attraverso la foresta oscura, con gli occhi fissi a terra.
Le inclinazioni argomentative[24.24] di questo discepolo traspaiono dalle sue parole, così come dalla sua tendenza allo sconforto. Un altro uomo, in preda alla disperazione, avrebbe potuto dire: Non conosciamo né la fine né la via; siamo completamente all'oscuro sia della tua meta, sia della strada per la quale devi arrivarci. Ma Tommaso ha bisogno della ragione; la sua abitudine mentale lo porta a rappresentare un'ignoranza come conseguenza necessaria di un'altra: Non conosciamo il terminus ad quem, e quindi è impossibile che possiamo conoscere la via. Quest'uomo è afflitto dalla malattia del pensiero; dà ragioni per ogni cosa e pretenderà ragioni per ogni cosa. Qui dimostra l'impossibilità di un certo tipo di conoscenza; in un'altra crisi lo troveremo insistere sulla dimostrazione tangibile che il suo Signore è davvero risorto dai morti.
Come risponde Gesù al lugubre discorso di Tommaso? Con grande compassione e simpatia, ora come in altre occasioni. Alla curiosa domanda di Pietro, Egli rispose con una risposta evasiva; al triste Tommaso, invece, concesse informazioni che non erano state richieste. E le informazioni fornite sono piene, fino alla ridondanza. Il discepolo si era lamentato di ignoranza riguardo al fine, e soprattutto riguardo alla via; e sarebbe stata una risposta sufficiente dire: Il Padre è il fine, e io sono la via. Ma il Maestro, dalla pienezza del Suo cuore, disse di più. Con tono fermo ed enfatico, pronunciò questa risposta oracolare, destinata all'orecchio non solo di Tommaso, ma di tutto il mondo: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me".
Confrontando questa dichiarazione fondamentale con la precedente parola di consolazione, osserviamo un cambiamento nel modo di presentare la verità. Il Padre stesso prende il posto della casa del Padre con le sue numerose dimore, come fine; e Gesù, invece di essere la guida che un giorno condurrà i Suoi figli alla casa comune, diventa Lui stesso la via. Il Maestro gentile modifica il Suo linguaggio, adattandosi graziosamente alle capacità infantili. Dei cristiani, al massimo, si può dire, con le parole di Paolo, che ora, in questa vita presente, vedono il celeste e l'eterno come attraverso uno specchio, in enigmi.[24.25] Ma i discepoli, in questa crisi della loro storia, non furono in grado di fare nemmeno questo. Gesù aveva posto davanti ai loro occhi lo specchio lucidato di una bella parabola riguardante una casa dalle molte dimore, ed essi non vi avevano visto nulla; nessuna immagine, ma solo una superficie opaca. Il futuro rimaneva oscuro e nascosto come prima. Cosa si doveva fare, allora? Proprio quello che fece Gesù. Le persone dovevano essere sostituite ai luoghi. Ai discepoli deboli nella fede bisogna rivolgersi in questo modo: Non capite dove vado? Pensate, dunque, da chi vado. Se non sapete nulla del luogo chiamato cielo, sappiate almeno che avete un Padre lì. E quanto alla via per il cielo, lasciate che per voi significhi me. Conoscendomi, non avete bisogno di ulteriori conoscenze; credendo in me, potete guardare al futuro, persino alla morte stessa, senza paura o preoccupazione.
Esaminando più attentamente la risposta data da Gesù a Tommaso, non è affatto facile convincerci di quanto precisamente debba essere esposta. La pienezza stessa di questo detto ci lascia perplessi; è oscurata da un eccesso di luce. Gli interpreti differiscono su come distinguere la Via, la Verità e la Vita e su come siano correlate tra loro. Uno offre, come parafrasi del testo: Io sono il principio, il mezzo e la fine della scala che conduce al cielo; un altro: Io sono l'esempio, il maestro, il datore di vita eterna; mentre un terzo subordina gli ultimi due attributi al primo e recita: Io sono la vera via della vita.[24.26] Ciascuna interpretazione è vera in sé, eppure si esita ad accettarne una come esaustiva del significato delle parole del Salvatore.
Qualunque sia il metodo preferibile per interpretare queste parole del nostro Signore, almeno due cose emergono chiaramente da esse. Gesù si presenta qui come tutto ciò di cui l'uomo ha bisogno per la salvezza eterna, e come l'unico Salvatore. Egli è via, verità, vita, ogni cosa; e Lui solo conduce al Padre. Egli dice agli uomini in effetti: "Cosa volete? È la luce? Io sono la luce del mondo, il rivelatore del Padre: per questo scopo sono venuto, per poterlo annunciare. Oppure desiderate la riconciliazione? Io, con quella stessa morte che sto per subire, sono il Riconciliatore. Il mio stesso scopo nel morire è quello di portare voi che siete vicini a Dio, come a un Padre misericordioso e misericordioso. Oppure cercate la vita, la vita spirituale, la vita senza fine? Credete in me e non morirete mai; o anche se morite, vi risusciterò per entrare in un'eredità incorruttibile, incontaminata e che non appassisce, eterna nei cieli. Che tutti coloro che cercano queste cose guardino a me. Guardate a me per la luce, non ai rabbini o ai filosofi; nemmeno alla natura e alla provvidenza. Queste ultime rivelano davvero Dio, ma lo fanno debolmente. La luce della creazione non è che la luce stellare della teologia, e la luce della provvidenza non è che la sua luce lunare, mentre io sono la luce del sole. Il Nome di mio Padre è scritto in geroglifici nelle opere della creazione; nella provvidenza e nella storia è scritto in lettere semplici, ma così distanti che ci vuole molto studio per metterle insieme e così sillabare il Nome divino: in me il Nome divino è scritto affinché chi corre possa leggerlo, e la sapienza di Dio è diventata latte per i bambini.[24.27] Guardate a me anche per la riconciliazione, non per i sacrifici legali. Quel modo di avvicinarsi a Dio è ormai antiquato. Io sono la via nuova, vivente, eterna verso il Santo dei Santi, attraverso la quale tutti possono avvicinarsi alla presenza divina con cuore sincero, nella piena certezza della fede. Guardate a me, infine, per la beatitudine eterna. Io sono Colui che, essendo morto, risorgerà e vivrà per sempre, e terrò nelle mie mani le chiavi dell'Ade e della morte, e aprirò il regno dei cieli a tutti i credenti."
La dottrina secondo cui in Cristo è la pienezza della grazia e della verità è molto confortante per coloro che Lo conoscono; ma che dire di coloro che non Lo conoscono, o che possiedono solo una conoscenza implicita e inconscia che difficilmente merita questo nome? L'affermazione che abbiamo considerato esclude forse costoro dalla possibilità di salvezza? No. Dichiara che nessuno viene al Padre se non per mezzo di Cristo, ma non dice quanta conoscenza sia richiesta per la salvezza.[24.28] È possibile che alcuni possano essere salvati da Cristo, e per amor Suo, pur sapendo ben poco di Lui. Questo possiamo dedurlo dal caso dei discepoli stessi. Cosa sapevano della via della salvezza in quel periodo? Gesù si rivolge a loro come a persone ancora all'oscuro di Sé, dicendo: "Se mi aveste conosciuto, avreste conosciuto anche il Padre mio". Ciononostante, non esita a parlare loro come a persone che dovrebbero essere con Lui nella casa del Padre. E che dire di Giobbe, della donna siro-fenicia, dell'eunuco etiope, di Cornelio e, potremmo aggiungere, dopo Calvino, del cortigiano siriano Naaman? Non possiamo dire più di quanto il grande teologo di Ginevra abbia detto lui stesso riguardo a tali casi: "Confesso", scrive, "che sotto un certo aspetto la loro fede era implicita, non solo per quanto riguarda la persona di Cristo, ma anche per quanto riguarda la sua virtù e grazia, e l'ufficio assegnatogli dal Padre. Nel frattempo è certo che erano imbevuti di principi che davano un certo assaggio di Cristo, per quanto lieve". [24.29] È dubbio che si possa dire altrettanto di Naaman; sebbene Calvino, senza prove e semplicemente per soddisfare le esigenze di una teoria, sostenga che sarebbe stato troppo assurdo, quando Eliseo gli aveva parlato di questioni di poco conto, tacere sull'argomento più importante. Oppure se concediamo a Naaman il leggero gusto per cui si contende, non dobbiamo forse concederlo anche, con Giustino Martire[24.30] e Zwingli, a Socrate e Platone e ad altri, in base al principio che ogni vera conoscenza di Dio, da chiunque possegga e comunque ottenga, sia essa la luce del sole, della luna o delle stelle, è virtualmente cristiana; in altre parole, che Cristo, proprio perché è l'unica luce, è la luce di ogni uomo che ha una qualche luce in sé?
Questo principio, pur avendo una sua verità, può essere facilmente trasformato in un argomento contro una rivelazione soprannaturale. Pertanto, nel suo primo capitolo, "Della Sacra Scrittura", la Confessione di Westminster afferma ampiamente che la luce della natura e le opere della creazione e della provvidenza non sono sufficienti a dare quella conoscenza di Dio e della Sua volontà che è necessaria per la salvezza. Pur sostenendo fermamente questa verità, tuttavia, dobbiamo stare attenti a non lasciarci trascinare in un tono di disprezzo quando parliamo di come possiamo apprendere di Dio da quelle fonti inferiori. Mentre camminiamo alla luce del sole, non disprezziamo le più deboli luci della notte, né dimentichiamo la loro esistenza, come di giorno gli uomini dimenticano la luna e le stelle. Così facendo, di fatto, denigreremmo le Scritture stesse. Poiché molto di ciò che si trova nella Bibbia, specialmente nell'Antico Testamento, non è altro che una testimonianza di ciò che uomini ispirati avevano appreso dall'osservazione delle opere di Dio nella creazione e delle Sue vie nella provvidenza. Non tutti, in effetti, possono vedervi tanto quanto videro. Al contrario, una rivelazione era necessaria non solo per far conoscere verità che vanno oltre gli insegnamenti della religione naturale, ma anche per dirigere gli occhi deboli degli uomini verso verità che, sebbene visibili in natura, in realtà per la maggior parte non erano visibili. La Bibbia, nel linguaggio pittoresco di Calvino, è un paio di occhiali, attraverso i quali i nostri occhi deboli vedono la gloria di Dio nel mondo.[24.31] Eppure, ciò che viene visto attraverso gli occhiali dagli occhi deboli è in molti passaggi proprio ciò che potrebbe essere visto da occhi forti senza il loro aiuto: "nulla è posto lì che non sia visibile nella creazione".[24.32]
Queste osservazioni possono aiutarci a nutrire speranza per coloro le cui opportunità di conoscere Colui che è "la via, la verità e la vita" sono scarse. Non giustificano, tuttavia, coloro che, pur avendo ampie possibilità di conoscere Cristo, si accontentano del minimo di conoscenza. C'è più speranza per i pagani che per uomini simili. Nessun vero cristiano può appartenere a loro. Un vero discepolo può anche sapere poco, fin dall'inizio: questo era il caso persino degli apostoli stessi; ma non si accontenterà di essere al buio. Desidererà essere illuminato nella conoscenza di Cristo e pregherà: "Signore, mostraci il Padre".
Questa era la preghiera di Filippo, il terzo discepolo che prese parte al dialogo durante la cena. La richiesta di Filippo, come la domanda di Tommaso, era una negazione di fatto di un'affermazione fatta in precedenza da Gesù. "Se mi aveste conosciuto", aveva detto Gesù a Tommaso, "avreste conosciuto anche il Padre mio"; e poi aveva aggiunto: "e fin da ora lo conoscete e lo avete veduto". Quest'ultima affermazione Filippo si sentiva incapace di omologare. "Visto il Padre! Oh, fosse così! Nulla ci gratifica di più: Signore, mostraci il Padre e ci basta".
Di per sé, la preghiera di questo discepolo era devotissima e degna di lode. Non può esserci aspirazione più elevata di quella che cerca la conoscenza di Dio Padre, né miglior indice di una mente spirituale che considerare tale conoscenza il sommo bene, né sintomo più promettente del raggiungimento finale della meta del candore che confessa onestamente la propria ignoranza presente. Sotto questi aspetti, i sentimenti espressi da Filippo erano adatti a gratificare il suo Maestro. Sotto altri aspetti, tuttavia, non erano altrettanto soddisfacenti. L'ingenuo ricercatore aveva evidentemente un'idea molto rozza di cosa significasse vedere il Padre. Immaginava possibile, e a quanto pare desiderava, vedere il Padre come allora vedeva Gesù: come un oggetto visivo esteriore per l'occhio del corpo. Quindi, supponendo che questo fosse il suo desiderio, quanto sciocca la riflessione: "e ci basta"! A cosa poteva servire una mera visione esteriore del Padre? E infine quella stessa riflessione mostrò dolorosamente quanto poco i discepoli avessero guadagnato fino a quel momento dal rapporto con Gesù. Erano stati con Lui per anni, eppure non avevano trovato riposo e soddisfazione in Lui, ma avevano ancora un desiderio ardente di qualcosa che andasse oltre Lui; mentre ciò che desideravano, senza saperlo, lo avevano sempre ottenuto da Lui.
Tale ignoranza e incapacità spirituale, a quel punto della giornata, furono molto deludenti. E Gesù fu deluso, ma, con la pazienza che lo caratterizzava, non si irritò. Non si offese né per la stupidità di Filippo, né per la contraddizione che aveva arrecato alla Sua stessa affermazione (perché preferiva essere contraddetto piuttosto che avere discepoli che fingevano di sapere quando in realtà non sapevano), ma si sforzò di illuminare in qualche modo i più piccoli nella conoscenza del Padre. A tal fine diede grande risalto alla verità che la conoscenza del Padre e di Se stesso, il Figlio, erano una sola; che chi ha visto il Figlio ha visto il Padre. Per meglio fissare questo grande principio nella mente dei Suoi ascoltatori, lo espresse nel modo più incisivo possibile, trattando la loro ignoranza del Padre come una virtuale ignoranza di Se stesso. "Sono io", chiese, "da tanto tempo con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?" Poi continuò a ragionare, come se ignorare il Padre significasse ignorare se stesso al punto da negare di fatto la sua divinità. "Non credi", chiese di nuovo, "che io sono nel Padre e il Padre è in me?" e poi aggiunse alla domanda un riferimento a quelle cose che servivano a dimostrare l'asserita identità: le sue parole e le sue opere.[24.33] Né si fermò qui, ma proseguì parlando di prove ancora più convincenti della sua identità con il Padre, da fornire nelle opere meravigliose che sarebbero state compiute in seguito dagli stessi apostoli nel suo nome e attraverso i poteri loro concessi.
da Lui stesso in risposta alle loro preghiere.[24.34]
La prima domanda posta da Gesù a Filippo, "Non mi hai conosciuto?", era qualcosa di più di un artificio logico per far riflettere i discepoli stupidi sul contenuto della conoscenza che già possedevano. Alludeva a un fatto reale. I discepoli in realtà non avevano ancora visto Gesù, per tutto il tempo in cui erano stati con Lui. Lo conoscevano e non Lo conoscevano: non sapevano di sapere, né cosa sapessero. Erano come bambini, che possono ripetere il Catechismo senza capirne il senso, o che possiedono un tesoro senza essere in grado di stimarne il valore. Erano come uomini che guardano un oggetto attraverso un telescopio senza regolarne la messa a fuoco, o come un contadino ignorante che alza lo sguardo al cielo in una notte d'inverno e vede le stelle che compongono una costellazione, come l'Orsa o Orione, senza tuttavia riconoscere la costellazione stessa. I discepoli avevano familiarità con le parole, le parabole, i discorsi, ecc. pronunciati e con le opere miracolose compiute dal loro Maestro, ma li conoscevano solo come particolari isolati; i singoli raggi di luce emanati dalla fonte di sapienza, potenza e amore divini in Gesù non erano mai stati concentrati in un unico punto focale, così da formare un'immagine distinta di Colui che era venuto nella carne per rivelare il Dio invisibile. Avevano visto molte stelle brillare nei cieli spirituali mentre erano in compagnia di Cristo; ma le stelle non avevano ancora assunto ai loro occhi l'aspetto di una costellazione. Non avevano una concezione spirituale chiara, completa e coerente della mente, del cuore e del carattere dell'uomo Cristo Gesù, nel quale dimorava corporalmente tutta la pienezza della Divinità. Né avrebbero posseduto una tale concezione finché non fosse venuto lo Spirito di Verità, il Consolatore promesso. La cosa stessa che Egli avrebbe fatto per loro era mostrare loro Cristo; non solo per richiamare alla loro memoria i dettagli della Sua vita, ma per mostrare loro l'unica mente e spirito che dimorava in mezzo ai dettagli, come l'anima dimora nel corpo, e li rendeva un tutto organico, e che, una volta percepiti, avrebbero di per sé richiamato alla memoria tutti i particolari isolati che al momento giacevano latenti nella loro coscienza. Quando gli apostoli avessero avuto questa concezione, avrebbero conosciuto Cristo davvero, lo stesso Cristo che avevano conosciuto prima, ma diverso, un nuovo Cristo, perché un Cristo compreso, visto con l'occhio dello spirito, come il precedente era stato visto con l'occhio della carne. E quando avessero visto Cristo in questo modo, avrebbero sentito di aver visto anche il Padre. La conoscenza di Cristo li avrebbe appagati, perché in Lui avrebbero visto a volto scoperto la gloria del Signore.
Poiché la visione appagante dell'anima di Dio era un bene futuro da raggiungere dopo l'avvento del Consolatore, non poteva essere intenzione di Gesù assicurare ai discepoli di possederla già, né tanto meno imporla loro con un ragionamento. Quando disse: "Fin da ora in poi lo conoscete (il Padre) e lo avete veduto", intendeva evidentemente: "Ora sapete come vederlo, cioè riflettendo sul vostro rapporto con me". E l'unico scopo delle affermazioni fatte a Filippo riguardo allo stretto rapporto tra il Padre e colui che parlava era evidentemente quello di imprimere nei discepoli la grande verità che la soluzione di tutte le difficoltà religiose, la soddisfazione di tutti i desideri, si trovava nella conoscenza di Lui stesso. "Conoscimi", diceva Gesù, "fidati di me, pregami, e tutto andrà bene per te. La tua mente sarà piena di luce, il tuo cuore sarà in pace; avrai tutto ciò che desideri; la tua gioia sarà piena".
Una lezione importantissima, questa; ma anche una lezione che, come Filippo e gli altri discepoli, tutti sono lenti ad apprendere. Quanto pochi, persino tra coloro che confessano la divinità di Cristo, vedono in Lui il vero, perfetto Rivelatore di Dio! Per molti, Gesù è un Essere, e Dio è un Essere diverso e del tutto diverso; sebbene la verità che Gesù è divino sia sempre onestamente riconosciuta. Questa grande verità giace nella mente come un seme infruttuoso sepolto in profondità nel terreno, e possiamo dire di essa ciò che è stato detto della dottrina dell'immortalità dell'anima: "Si può crederci per vent'anni, e solo nel ventunesimo, in un momento importante, scoprire con stupore il ricco contenuto di questa fede, il calore di questa sorgente di nafta". [24.35] Impressioni di Dio sono state ricevute da una parte, impressioni di Cristo dall'altra; e le due serie di impressioni giacciono fianco a fianco nella mente, incompatibili, eppure entrambe ricevono spazio. Quindi, quando un cristiano inizia a mettere in pratica coerentemente il principio secondo cui, essendo Gesù Dio, conoscere Gesù significa conoscere Dio, è incline a sperimentare un doloroso conflitto tra una nuova e una vecchia classe di idee sull'Essere Divino. Due Dei – un Dio cristianizzato e una sorta di divinità pagana – lottano per il posto di sovranità; e quando alla fine il conflitto si conclude con l'intronizzazione nella mente e nel cuore del Dio che Gesù rivelata, è arrivata l'alba di una nuova vita spirituale.
Un'idea di primaria importanza nella concezione di Dio rivelata da Gesù Cristo è quella espressa dal nome Padre. Secondo la dottrina del nostro Signore e Salvatore, Dio non è veramente conosciuto finché non lo si pensa e non si crede sinceramente in Lui come Padre; né un Dio che non sia considerato Padre può soddisfare il cuore umano. Pertanto, il Suo modo di parlare di Dio era in piena conformità con questa dottrina. Non parlava agli uomini della Divinità o dell'Onnipotente. Quegli epiteti che i filosofi amano applicare all'Essere Divino, all'Infinito, all'Assoluto, ecc., non varcarono mai le Sue labbra. Nessuna parola da Lui pronunciata avrebbe mai potuto suggerire l'idea del cupo tiranno arbitrario davanti al quale si rannicchia la coscienza colpevole del paganesimo superstizioso. Egli parlava sempre, nei sermoni, nelle parabole, nella preghiera modello e nelle conversazioni private, di un Padre. Espressioni come "il Padre", "Padre mio", "Padre tuo", erano costantemente sulla Sua lingua; e tutto ciò che Egli insegnò riguardo a Dio era in perfetta armonia con i sentimenti che queste espressioni erano adatte a suscitare.
Eppure, nonostante tutte le Sue sofferenze e tutta la bellezza delle Sue parole riguardo all'Essere che nessun uomo ha mai visto, c'è da temere che Gesù sia riuscito solo in modo imperfetto a stabilire il culto del Padre. Per ignoranza o per preferenza, gli uomini adorano ancora ampiamente Dio sotto altri nomi e categorie. Alcuni ritengono l'appellativo paterno troppo familiare e preferiscono un nome che esprima relazioni più distanti e cerimoniali. La Divinità, o l'Onnipotente, è sufficiente per loro. I filosofi detestano l'appellativo Padre, perché mette troppo in risalto la personalità di Dio. Preferiscono pensare all'Increato come a un'Astrazione Infinita ed Eterna, un oggetto di speculazione piuttosto che di fede e amore. I professori di religione con una mentalità giuridica si spaventano al pensiero del termine Padre. Non sono sicuri di quale sia il loro diritto di usarlo e ritengono più sicuro parlare di Dio in termini generali, che non danno nulla per scontato, come il Giudice, il Sovrintendente o il Legislatore. I mondani, i dotti e i religiosi, per motivi diversi, concordano quindi nel lasciare cadere in disuso il nome nel quale sono stati battezzati, e solo una piccola minoranza adora il Padre in spirito e verità.
I lettori superficiali del Vangelo potrebbero nutrire l'idea che il nome Padre, applicato a Dio da Gesù, sia semplicemente o principalmente un'espressione poetica sentimentale, la cui perdita non sarebbe motivo di grande rammarico. Non potrebbe esserci errore più grande. Il nome, sulle labbra di Cristo, rappresenta sempre un pensiero preciso e insegna una grande verità. Quando usa il termine per esprimere la relazione dell'Invisibile con Sé stesso, ci offre uno scorcio del mistero dell'Essere Divino, dicendoci che Dio non è un essere astratto, come lo concepivano platonici e ariani; non l'assoluto, incapace di relazioni; non un essere privo di passioni, senza affetti; ma uno che ama eternamente ed è amato, nella cui natura infinita gli affetti familiari trovano spazio per un gioco incessante: Uno in tre: Padre, Figlio e Spirito Santo, tre persone in un'unica sostanza divina. D'altra parte, quando chiama Dio Padre, riferendosi all'umanità in generale, come fa ripetutamente, proclama agli uomini immersi nell'ignoranza e nel peccato questa benedetta verità: "Dio, mio Padre, è anche vostro Padre; nutre un sentimento paterno verso di voi, anche se siete così rovinati nella visione morale che Egli potrebbe benissimo non conoscervi, e così degenerati che potrebbe benissimo vergognarsi di riconoscervi; e io, Suo Figlio, sono venuto, vostro fratello maggiore, per riportarvi alla casa del Padre vostro. Non siete degni di essere chiamati Suoi figli, perché avete smesso di portare la Sua immagine e non Gli avete prestato obbedienza e riverenza filiale; tuttavia, Egli è disposto a essere un Padre per voi e ad accogliervi graziosamente tra le Sue braccia. Credete a questo e diventate figli di Dio nel cuore e nella condotta, affinché possiate godere del pieno, spirituale ed eterno beneficio dell'amore paterno di Dio". Quando, infine, chiama Dio Padre, con particolare riferimento ai Suoi discepoli, li assicura che sono oggetto della Sua costante, tenera ed efficace cura; che tutta la Sua potenza, la Sua sapienza e il Suo amore sono impegnati per la loro protezione, preservazione, guida e salvezza eterna finale; che il loro Padre celeste farà in modo che non manchino di alcun bene e farà sì che ogni cosa serva al loro interesse, e alla fine garantirà loro la loro eredità nel regno eterno. "Non temete", è il Suo messaggio confortante al Suo piccolo gregge eletto, "è piaciuto al Padre vostro di darvi il regno".
Dobbiamo ora notare la quarta e ultima domanda dei bambini, posta da Giuda, "non Iscariota" (è occupato in altro), ma dall'altro discepolo di quel nome, chiamato anche Lebbeo e Taddeo.[24.36]
Nella Sua terza parola di consolazione, Gesù aveva parlato di una riapparizione (dopo la Sua dipartita) rivolta in modo speciale ed esclusivo ai "Suoi". "Il mondo", aveva detto, "non mi vede più; ma voi mi vedrete", cioè, mi vedrete tra poco. Ora, due domande potrebbero sorgere spontaneamente riguardo a questa manifestazione esclusiva: come è stata possibile? e qual era la ragione? Come poteva Gesù rendersi visibile ai Suoi discepoli, eppure rimanere invisibile a tutti gli altri? E, data questa possibilità, perché non mostrarsi al mondo intero? Non è facile stabilire quale di queste due difficoltà Giuda avesse in mente, poiché la sua domanda poteva essere interpretata in entrambi i modi. Tradotta letteralmente, era in questo senso: "Signore, che cosa è accaduto, che stai per manifestarti a noi e non al mondo?". Il discepolo potrebbe voler dire, come Nicodemo, "Come possono accadere queste cose?". oppure potrebbe voler dire: "Abbiamo sperato nella venuta del Tuo regno in potenza e gloria, visibile agli occhi di tutti gli uomini: cosa ti ha spinto a cambiare i tuoi piani?"
In entrambi i casi, la questione di Giuda si fondava su un'errata comprensione della natura della manifestazione promessa. Egli immaginava che Gesù sarebbe riapparso corporalmente, dopo la sua dipartita al Padre, quindi in modo da essere visibile all'occhio esteriore, e non a questo o a quello, ma a tutti, a meno che non si prendesse la briga di nascondersi ad alcuni mentre si rivelava ad altri.[24.37] Né Giuda né alcuno dei suoi fratelli era ancora in grado di concepire una manifestazione spirituale, per non parlare di trovarvi una piena compensazione, per la perdita della presenza corporea. Se avessero afferrato il pensiero di una presenza spirituale, non avrebbero avuto difficoltà a conciliare la visibilità per uno con l'invisibilità per un altro; poiché avrebbero capito che la visione poteva essere goduta solo da coloro che possedevano il senso interiore della vista.
Come si poteva rispondere a una domanda dettata dall'incapacità di comprendere l'argomento a cui si riferiva? Proprio come spieghereste il funzionamento del telegrafo elettrico a un bambino. Se vostro figlio vi chiedesse: "Padre, come fate a inviare un messaggio telegrafico a mio zio o mia zia in America, così lontano?", non pensereste nemmeno di provare a spiegargli i misteri dell'elettricità. Lo portereste in un ufficio telegrafico e gli fareste guardare l'uomo effettivamente impegnato a inviare un messaggio, e gli direste che, mentre l'uomo muoveva la manovella, un ago in America indicava le lettere dell'alfabeto, le quali, messe insieme, formavano parole che esprimevano esattamente ciò che volevate dire.
In questo modo Gesù rispose alla domanda di Giuda. Non cercò di spiegare la differenza tra una manifestazione spirituale e una corporea, ma disse semplicemente: Fate questo e quello, e ciò che ho promesso si avvererà. "Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui". Non è altro che la ripetizione della precedente affermazione, in una forma leggermente modificata e più incisiva. Non viene detto nulla di nuovo, perché nulla di nuovo può essere detto in modo comprensibile. L'antica promessa è semplicemente formulata in modo da attirare l'attenzione sulla condizione del suo adempimento. "Se uno mi ama, osserverà la mia parola": "Attenzione, figli miei, e il resto verrà da sé. La divina Trinità – Padre, Figlio e Spirito Santo – dimorerà veramente con il discepolo fedele, che con trepida sollecitudine si sforza di osservare i miei Comandamenti. Quanto a coloro che non mi amano, non osservano le mie parole e non credono in me, è semplicemente impossibile per loro godere di una compagnia così augusta. Solo i puri di cuore vedranno Dio.
Gesù aveva ormai detto tutto ciò che intendeva dire ai suoi discepoli, come un genitore morente che si rivolge ai figli addolorati. Non restava che concludere il discorso e salutare i più piccoli.
Nel concludere, Gesù non immagina di aver rimosso tutte le difficoltà e dissipato ogni tristezza dalle menti dei discepoli. Al contrario, è consapevole che tutto ciò che ha detto ha fatto solo una leggera impressione. Tuttavia, non dirà altro per confortarli. In primo luogo, non c'è tempo. Giuda e la sua banda, il principe di questo mondo, di cui Giuda e tutti i suoi compagni sono servi, possono ora essere attesi da un momento all'altro, ed Egli deve tenersi pronto ad andare incontro al nemico.[24.38] Poi, in secondo luogo, aggiungere altro sarebbe inutile. Non è possibile rendere le cose più chiare ai discepoli nel loro stato attuale con qualsiasi discorso. Perciò non ci prova, ma rimanda per ogni altra spiegazione al Consolatore promesso,[24.39] e procede a pronunciare le parole di addio: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace",[24.40 - parole toccanti in ogni momento, indicibilmente toccanti nelle circostanze di chi le pronuncia e degli ascoltatori. Non sappiamo se esse abbiano fatto di più per confortare i piccoli scoraggiati di tutto ciò che era stato detto prima. C'è un pathos e una musica nel suono stesso di queste parole, a prescindere dal loro significato, che sono meravigliosamente lenitivi. Possiamo immaginare, in effetti, che mentre venivano pronunciate, i poveri discepoli furono sopraffatti da un impeto di tenerezza e scoppiarono in lacrime. Questo, tuttavia, avrebbe fatto loro bene. Il dolore si guarisce con il pianto: la simpatia che scioglie il cuore allo stesso tempo lo conforta.
Questo commovente e comprensivo addio è più di un augurio: è una promessa, una promessa fatta da Colui che sa che la benedizione promessa è a portata di mano. È come la parola di incoraggiamento pronunciata da Davide ai fratelli nell'afflizione: "Aspettate il Signore; fatevi coraggio, ed egli rinforzerà i vostri cuori; sperate, vi dico, nel Signore". Davide pronunciò questa parola per esperienza, e così fa Gesù qui. La pace che Egli offre ai Suoi discepoli è la Sua stessa pace: "la mia pace": non semplicemente la pace che Egli procura, ma la pace che Egli sperimenta. Egli ha avuto pace nel mondo, nonostante il dolore e la tentazione: una pace perfetta attraverso la fede. Perciò può assicurare loro che una cosa del genere è possibile. Anche loro possono avere pace nella mente e nel cuore in mezzo a una tribolazione sgradevole. Il mondo non può né comprendere né impartire tale pace, l'unica pace di cui sa qualcosa è quella connessa alla prosperità, che le difficoltà possono distruggere con la stessa facilità con cui un alito di vento agita la calma superficie del mare. Ma esiste una pace che è indipendente dalle circostanze esteriori, la cui virtù sovrana e la cui funzione benedetta è quella di preservare il cuore dalla paura e dalle preoccupazioni. Gesù stesso aveva goduto di tale pace; e fa capire ai Suoi discepoli che, attraverso la fede e la semplicità di mente, possono goderne anche loro.
La parola d'addio non è solo una promessa fatta da Colui che sa di cosa parla, ma la promessa di Colui che può elargire la benedizione promessa. Gesù non dice semplicemente: "Siate di buon animo; possiate avere pace, come io ho avuto pace, nonostante la tribolazione". Dice inoltre, e più in particolare: "La pace che io ho avuto, ve la lascio come eredità morente, ve la concedo come dono d'addio". L'eredità della pace è affidata ai più piccoli mediante un testamento, sebbene, essendo minorenni, non ne entrino subito in possesso. Quando raggiungeranno la maggiore età, erediteranno la promessa e si delizieranno dell'abbondanza della pace. L'esperienza successiva dei discepoli dimostrò che la promessa fatta loro dal loro Signore non era stata falsa e vana. Gli apostoli, come predetto da Gesù, trovarono nel mondo molta tribolazione; ma in mezzo a tutto ciò godevano di una pace perfetta. Confidando nel Signore e facendo il bene, erano senza timore e senza preoccupazioni. In ogni cosa, con preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti, facevano conoscere le loro richieste a Dio; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodiva i loro cuori e le loro menti in Cristo Gesù.
Gesù non aveva ancora detto la sua ultima parola ai piccoli. Vedendo sui loro volti i segni del dolore, nonostante tutto ciò che aveva detto per confortarli, all'improvviso pronunciò un'ulteriore osservazione, che diede all'intero argomento della sua dipartita una svolta completamente nuova. Aveva detto loro, durante tutto il suo discorso di addio, che sebbene se ne stesse andando, sarebbe tornato da loro, personalmente o per delega, infine nel corpo, nel frattempo nello Spirito. Ora disse loro che, a parte il suo ritorno, la sua dipartita stessa sarebbe stata un'occasione di gioia piuttosto che di dolore, a causa di ciò che significava per Lui stesso. "Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò da voi": traete conforto da questa promessa in ogni modo. Ma "se mi amaste (come dovete), vi rallegrereste che io vada al Padre",[24.41] dimenticando voi stessi e pensando a quale felice cambiamento sarebbe stato per me. Poi aggiunse: "Perché il Padre mio è più grande di me". Il collegamento tra questa proposizione e la parte precedente della frase è alquanto oscuro, così come il suo significato teologico. La nostra idea, tuttavia, è che quando Gesù pronunciò queste parole stesse pensando alla Sua morte, e che si scontrasse con un'obiezione che ne derivava all'idea di rallegrarsi della Sua dipartita. "Vai al Padre", si sarebbe potuto dire, "sì; ma per quale via!". Gesù risponde: "La via è aspra e abominevole per la carne e il sangue; ma è la via che il Padre mio ha stabilito, e questo mi basta; perché il Padre mio è più grande di me". Interpretando così le parole, non facciamo altro che accennare a un pensiero che troviamo espresso chiaramente da Lui subito dopo nella Sua frase conclusiva, dove presenta la Sua volontaria sopportazione della morte come una manifestazione al mondo del Suo amore per il Padre e come un atto di obbedienza al Suo comandamento.
E ora, finalmente, con parole e gesti, Gesù si sforza di imprimere nei bambini la solenne realtà della loro situazione. Innanzitutto, chiede loro di ricordare ciò che ha detto loro della sua dipartita, affinché quando la separazione avverrà non siano colti di sorpresa. "Ve l'ho detto prima che accada, affinché quando avverrà, crediate". [24.42] Poi fa loro capire che l'ora della separazione è vicina. D'ora in poi non parlerà molto con loro; non ci sarà l'occasione; perché viene il principe di questo mondo. Poi aggiunge parole di questo tenore: «Venga pure; io sono pronto per lui. Egli non ha nulla in me, nessun diritto su di me, nessun potere su di me, nessuna colpa che possa accusarmi. Tuttavia, mi abbandono nelle sue mani, affinché tutti vedano che amo il Padre e sono fedele alla sua volontà: che sono pronto a morire per la verità, per la giustizia, per gli ingiusti».[24.43] Poi, infine, con voce ferma e risoluta, dà a tutti il comando di alzarsi dai divani sui quali erano adagiati, adattando senza dubbio la propria azione alla parola: «Alzatevi, andiamo via di qui».[24.44]
Dal seguito del discorso, così come riportato da Giovanni, così come dalla dichiarazione da lui fatta all'inizio del diciottesimo capitolo del suo Vangelo ("Dopo aver detto queste cose, Gesù uscì", ecc.), deduciamo che i presenti non lasciarono a questo punto la sala del cenacolo. Assunsero semplicemente una nuova posizione, passando dalla posizione sdraiata a quella eretta, come se fossero pronti ad andarsene. Questo movimento, date le circostanze, era del tutto naturale. Esprimeva adeguatamente il temperamento risoluto di Gesù e corrispondeva al tono alterato con cui si rivolgeva ai discepoli. Il gesto di alzarsi costituì, di fatto, il passaggio dalla prima alla seconda parte del Suo discorso. Meglio di quanto avrebbero potuto fare le parole, cambiò l'umore e preparò i discepoli ad ascoltare un linguaggio non più dolce, tenero e familiare come in precedenza, ma severo, dignitoso e appassionato. Fu la nota fondamentale, se così possiamo esprimerci, con cui l'oratore passò dallo stile lirico a quello eroico. Diceva, in effetti: Basta con il dialetto infantile, che, se continuato più a lungo, non farebbe che snervare: lasciate che vi parli ora per un breve momento, come a uomini che hanno il compito di svolgere un ruolo importante nel mondo. Alzatevi; scrollatevi di dosso il languore e ascoltate, mentre pronuncio parole adatte a infiammarvi di entusiasmo, a ispirarvi coraggio e a infondervi il senso delle responsabilità e degli onori connessi alla vostra futura posizione.
Quindi, comprendendo l'alzarsi da tavola, saremo pronti ad ascoltare insieme ai discepoli e ad addentrarci nello studio della parte rimanente del discorso di addio di Cristo, senza alcuna sensazione di bruschezza.