Letteratura/L'Addestramento dei Dodici/Inizi

Da Tempo di Riforma Wiki.
Vai alla navigazione Vai alla ricerca

Ritorno


1. INIZI

Giovanni 1:29-51.

La sezione della storia del Vangelo sopra indicata possiede l'interesse peculiare degli inizi di tutte le cose che sono cresciute fino a raggiungere la grandezza. Qui si presentano alla nostra vista la Chiesa nascente nella sua culla, le piccole sorgenti del Fiume della Vita, i primi germogli della fede cristiana, le umili origini del potente impero del Signore Gesù Cristo.

Tutti gli inizi sono più o meno oscuri in apparenza, ma nessuno è mai stato più oscuro di quelli del cristianesimo. Che evento insignificante nella storia della Chiesa, per non dire del mondo, questo primo incontro di Gesù di Nazareth con cinque umili uomini, Andrea, Pietro, Filippo, Natanaele e un altro senza nome! In realtà sembra quasi troppo banale per trovare posto anche nella narrazione evangelica. Perché qui non abbiamo a che fare con una formale e solenne chiamata al grande ufficio dell'apostolato, o anche con l'inizio di un discepolato ininterrotto, ma al massimo con l'inizio di una conoscenza e di una fede in Gesù da parte di alcuni individui che in seguito divennero assidui frequentatori della Sua persona e, infine, apostoli delù Suo movimento. Di conseguenza, nei primi tre Vangeli non troviamo alcuna menzione degli eventi qui narrati.

Lungi dal sorprendersi del silenzio degli evangelisti sinottici, si è piuttosto tentati di chiedersi come sia potuto accadere che Giovanni, l'autore del quarto Vangelo, dopo così tanti anni, abbia ritenuto utile raccontare episodi così minuti, soprattutto in così stretta prossimità con le sublimi frasi con cui inizia il suo Vangelo. Ma ci tratteniamo da tale incredulo stupore dalla riflessione che fatti oggettivamente insignificanti possono essere molto importanti per i sentimenti di coloro che li riguardano personalmente. E se Giovanni fosse stato uno dei cinque che in questa occasione conobbero Gesù? Ciò farebbe una grande differenza tra lui e gli altri evangelisti, che potevano conoscere gli episodi qui raccontati, se mai ne fossero a conoscenza, solo di seconda mano. Nel caso ipotizzato, non sorprenderebbe che fino all'ultimo momento Giovanni ricordasse con emozione la prima volta che vide il Verbo Incarnato e considerasse i più minuti ricordi di quel tempo indicibilmente preziosi. I primi incontri sono sacri tanto quanto quelli ultimi, soprattutto quelli seguiti da una storia importante e accompagnati, come spesso accade, da presagi profetici per il futuro.[1.1] Tali presagi non mancarono in relazione al primo incontro tra Gesù e i cinque discepoli. Non fu forse il Battista a dare per primo a Gesù il nome di "Agnello di Dio", così esattamente descrittivo della Sua missione e del Suo destino terreno? La domanda dubbiosa di Natanaele: "Da Nazaret può forse venire qualcosa di buono?" non era forse un'inquietante indicazione di un conflitto con l'incredulità che attendeva il Messia? E quale felice presagio di un'era di meraviglie da compiere per grazia e potenza divina era contenuto nella promessa di Gesù al pio, sebbene inizialmente dubbioso, Israelita: "D'ora in poi vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell'uomo"!

Che Giovanni, l'autore del quarto Vangelo, fosse realmente il quinto discepolo senza nome, può essere considerato certo. È sua abitudine, in tutto il suo Vangelo, quando allude a se stesso, usare una perifrasi, o lasciare, come qui, uno spazio vuoto dove dovrebbe esserci il suo nome. Uno dei due discepoli che sentirono il Battista chiamare Gesù l'Agnello di Dio era l'evangelista stesso, l'altro era Andrea, fratello di Simon Pietro.[1.2]

Le impressioni prodotte nelle nostre menti da questi piccoli aneddoti dell'infanzia del Vangelo devono essere davvero deboli, se paragonate alle emozioni suscitate dal loro ricordo nel cuore dell'anziano apostolo che li ha narrati. Tuttavia, non sarebbe degno né della nostra intelligenza né della nostra pietà se potessimo leggere questa pagina della storia evangelica impassibili, come se fosse del tutto priva di interesse. Dovremmo dedicarci allo studio di questa semplice storia con un po' dello stesso sentimento con cui gli uomini compiono pellegrinaggi nei luoghi sacri; perché in effetti la terra è santa.

La scena degli eventi di cui ci occupiamo si trovava nella regione della Persia, sulle rive del Giordano, nel suo corso inferiore. Le persone che compaiono sulla scena erano tutte originarie della Galilea, e la loro presenza qui è dovuta alla fama di un uomo straordinario il cui compito era quello di essere il precursore di Cristo. Giovanni, soprannominato il Battista, che aveva trascorso la sua giovinezza nel deserto come eremita, nutrendosi di locuste e miele selvatico e indossando una veste di pelo di cammello, era uscito dal suo ritiro ed era apparso tra gli uomini come profeta di Dio. Il messaggio della sua profezia era: "Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino". In breve tempo molti furono attratti da ogni dove per vederlo e ascoltarlo. Di coloro che accorrevano alla sua predicazione, la maggior parte procedeva come veniva; ma non pochi ne rimasero profondamente colpiti e, confessando i propri peccati, si sottoposero al rito del battesimo nelle acque del Giordano. Tra coloro che furono battezzati, un numero selezionato si formò in un cerchio di discepoli attorno alla persona del Battista, tra cui almeno due, e molto probabilmente tutti, i cinque uomini menzionati dall'evangelista. Il precedente dialogo con il Battista aveva risvegliato in questi discepoli il desiderio di vedere Gesù e li aveva preparati a credere in Lui. Nelle sue comunicazioni con le persone intorno a lui, Giovanni faceva frequenti allusioni a Uno che sarebbe venuto dopo di lui. Parlò di questo Colui che sarebbe venuto con un linguaggio adatto a suscitare grandi aspettative. Si definì, riferendosi a Colui che sarebbe venuto, una semplice voce nel deserto, che gridava: "Preparate la via del Signore". In un'altra occasione disse: "Io battezzo con acqua; ma in mezzo a voi sta Uno che non conoscete: colui che viene dopo di me, mi è stato preceduto, e a cui io non sono degno di sciogliere il legaccio dei sandali". Questo grande Colui non era altri che il Messia, il Figlio di Dio, il Re d'Israele.

Tali discorsi avrebbero probabilmente avuto come risultato, e l'uomo di Dio che li pronunciò intendeva che avessero come risultato, che i discepoli del Battista lo abbandonassero e passassero a Gesù. E qui vediamo il processo di transizione effettivamente iniziare. Non affermiamo che le persone qui nominate abbiano definitivamente abbandonato la compagnia del Battista in quel momento, per diventare da allora in poi seguaci abituali di Gesù. Ma ora inizia una conoscenza che si concluderà con questo. La sposa viene presentata allo Sposo, e il matrimonio arriverà a tempo debito; non con disappunto ma con gioia dell'amico dello Sposo.[1.3]

Con quanta facilità e ingenuità la sposa mistica, rappresentata da questi cinque discepoli, fa la conoscenza del suo Sposo celeste! Il racconto del loro incontro è idilliaco nella sua semplicità, e sarebbe solo rovinato da un commento. Non c'è bisogno di presentazioni formali: tutti si presentano a vicenda. Persino Giovanni e Andrea non furono presentati formalmente a Gesù dal Battista; piuttosto si presentarono da soli. L'esclamazione del profeta del deserto alla vista di Gesù: "Ecco l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!", ripetuta il giorno dopo in forma abbreviata, fu l'espressione involontaria di qualcuno assorto nei propri pensieri, piuttosto che il discorso deliberato di chi stava ordinando ai suoi discepoli di abbandonare se stesso e di andare verso Colui di cui parlava. I due discepoli, d'altra parte, nell'inseguire il personaggio la cui presenza era stata annunciata in modo così impressionante, non obbedivano a un ordine impartito dal loro vecchio maestro, ma seguivano semplicemente i dettami dei sentimenti che erano stati risvegliati nei loro petti da tutto ciò che avevano sentito dire da lui di Gesù, sia in quella occasione che in quelle precedenti. Non avevano bisogno di alcuna ingiunzione per cercare di conoscere qualcuno per il quale provavano un interesse così profondo: tutto ciò di cui avevano bisogno era sapere che era Lui. Erano ansiosi di vedere il Re Messianico quanto il mondo lo è di vedere il volto di un principe secolare.

È naturale che esaminiamo attentamente la narrazione evangelica alla ricerca di indicazioni sul carattere di coloro che, nel modo così pittorescamente descritto, incontrarono Gesù per la prima volta. Poco si dice dei cinque discepoli, ma abbastanza per dimostrare che erano tutti uomini pii. Ciò che trovarono nel loro nuovo amico indica ciò che desideravano trovare. Appartenevano evidentemente al gruppo selezionato che attendeva la consolazione di Israele e attendeva con ansia Colui che avrebbe adempiuto le promesse di Dio e realizzato le speranze di tutte le anime devote. Oltre a questa indicazione generale sul carattere fornita dalla loro comune confessione di fede, vengono menzionati alcuni fatti riguardanti questi primi credenti in Gesù che tendono a farci conoscere un po' meglio. Due di loro certamente, probabilmente tutti quanti, erano stati discepoli del Battista. Questo fatto è decisivo per quanto riguarda la loro serietà morale. Da un simile gruppo era probabile che non provenissero altri che uomini spiritualmente seri. Poiché, se i seguaci di Giovanni erano in qualche modo simili a lui, erano uomini affamati e assetati di vera giustizia, stanchi della giustizia allora in voga; dicevano "Amen" in cuor loro alla smascherazione sferzante del predicatore della vacuità della professione religiosa corrente e dell'inutilità delle buone opere alla moda, e sospiravano per una santità diversa da quella della superstizione e dell'ostentazione farisaica; la loro coscienza riconosceva la verità dell'oracolo profetico: "Siamo tutti come una cosa impura, e tutte le nostre rettitudini sono come stracci sporchi; e tutti appassiamo come una foglia, e le nostre iniquità come il vento ci hanno portato via"; e pregavano fervidamente per il risveglio della vera religione, per la venuta del regno divino, per l'avvento del Re Messianico con il ventilabro in mano per separare la pula dal grano e correggere tutto ciò che era sbagliato. Tali, senza dubbio, erano i sentimenti di coloro che ebbero l'onore di essere i primi discepoli di Cristo.

Simone, il più noto tra i dodici con il nome di Pietro, ci viene presentato qui, attraverso l'intuizione profetica di Gesù, nel lato buono del suo carattere di uomo di roccia. Quando questo discepolo fu condotto dal fratello Andrea al cospetto del suo futuro Maestro, Gesù, ci viene detto, "lo guardò e disse: Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa" - Cefa in siriaco, come spiega l'evangelista, lo stesso significato di Pietro in greco. Lo sguardo penetrante di Cristo discerneva in questo discepolo capacità latenti di fede e devozione, i rudimenti della forza e del potere ultimi.

Che tipo di uomo fosse Filippo, l'evangelista non ce lo dice direttamente, ma solo da dove provenisse. Dal presente brano, e da altre notizie nei Vangeli, si è dedotta la conclusione che egli fosse caratteristicamente riflessivo, lento nel giungere a una decisione; e a riprova di questa opinione, si è fatto riferimento alla "flemmatica circostanzialità"[1.4] con cui descrisse a Natanaele la persona di Colui che aveva appena conosciuto.[1.5] Ma queste parole di Filippo, e tutto ciò che leggiamo altrove di lui, ci suggeriscono piuttosto l'idea del ricercatore attento della verità, che ha scrutato a fondo le Scritture e si è fatto conoscere dal Messia promesso e profetico, e per il quale la conoscenza di Dio è il sommo bene. Nella sollecitudine manifestata da questo discepolo per conquistare alla stessa fede il suo amico Natanaele, riconosciamo quello spirito generoso e comprensivo, caratteristico dei sinceri ricercatori, che in seguito si rivelò in lui quando si fece portatore della richiesta dei devoti Greci di poter vedere Gesù.[1.6]

Le notizie riguardanti Natanaele, conoscente di Filippo, sono più dettagliate e interessanti che nel caso di qualsiasi altro dei cinque; e non è poco sorprendente che ci venga detto così tanto in questo luogo su uno di cui altrimenti non sappiamo quasi nulla. Non è nemmeno del tutto certo che appartenesse alla cerchia dei dodici, sebbene sia probabile che debba essere identificato con il Bartolomeo dei cataloghi sinottici – il suo nome completo in quel caso è Natanaele, figlio di Tolmai. È fortemente a favore di questa supposizione che il nome Bartolomeo venga immediatamente dopo Filippo negli elenchi degli apostoli.[1.7] Comunque sia, sappiamo da fonte autorevole che Natanaele era un uomo di grande eccellenza morale. Non appena Gesù lo vide, esclamò: "Ecco un vero Israelita, in cui non c'è inganno!". Le parole suggeriscono l'idea di uno dal cuore puro; in cui non c'era doppiezza, moventi impuri, orgoglio o passione profana: un uomo dallo spirito gentile e meditativo, nella cui mente il cielo si rifletteva come il cielo azzurro in un lago immobile in una calma giornata estiva. Era un uomo molto dedito alla devozione: si era dedicato agli esercizi spirituali sotto un fico poco prima di incontrare Gesù. Quindi siamo giustificati a concludere, dalla profonda impressione che le parole di Gesù avevano lasciato nella sua mente: "Prima che Filippo ti chiamasse, quando eri sotto il fico, io ti ho visto". Natanaele sembra aver interpretato queste parole come: "Ho visto nel tuo cuore e ho capito cosa facevi, e perciò ti ho dichiarato veramente israelita". Accettò l'affermazione fattagli da Gesù come prova di conoscenza preternaturale, e perciò confessò immediatamente: "Rabbi! Tu sei il Figlio di Dio; Tu sei il Re d'Israele" - il Re di quella sacra repubblica di cui voi dite che io sia cittadino.

È notevole che quest'uomo, così altamente dotato delle disposizioni morali necessarie per vedere Dio, sia stato l'unico tra i cinque discepoli a manifestare qualche esitazione nell'accettare Gesù come il Cristo. Quando Filippo gli disse di aver trovato il Messia in Gesù di Nazareth, chiese incredulo: "Può forse venire qualcosa di buono da Nazareth?". Difficilmente ci si aspetterebbe un simile pregiudizio da un uomo così mite e amabile; eppure, a pensarci bene, lo percepiamo come un tratto distintivo. Il pregiudizio di Natanaele contro Nazareth non nasceva dall'orgoglio, come nel caso della gente della Giudea che disprezzava i Galilei in generale, ma dall'umiltà. Era lui stesso un Galileo, e oggetto del disprezzo ebraico tanto quanto lo erano i Nazareni. Il suo pensiero interiore era: "Sicuramente il Messia non potrà mai venire da un popolo povero e disprezzato come noi, da Nazareth o da qualsiasi altra città o villaggio della Galilea!"[1.8] Timidamente lasciò che la sua mente fosse influenzata da un'opinione corrente che aveva origine da sentimenti per i quali non provava alcuna simpatia; un difetto comune agli uomini la cui pietà, sebbene pura e sincera, si rimette troppo all'autorità umana, e che così diventano schiavi di sentimenti del tutto indegni di loro.

Sebbene Natanaele non fosse esente da pregiudizi, dimostrò la sua ingenuità nel volerli rimuovere. Venne e vide. Questa apertura alla convinzione è il segno dell'integrità morale. L'uomo ingenuo non dogmatizza, ma indaga, e quindi alla fine giunge sempre alla conclusione giusta. L'uomo dal cuore malvagio e disonesto, al contrario, non viene e vede. Ritenendo che sia suo interesse rimanere nella sua mente presente, evita accuratamente di guardare qualsiasi cosa che non tenda a confermare le sue conclusioni preconcette. Può, in effetti, professare un desiderio di indagine, come certi Israeliti di cui leggiamo in questo stesso Vangelo, di stampo diverso da Natanaele, ma che condividevano con lui il pregiudizio contro la Galilea. "Cerca e guarda", dissero questi Israeliti non senza astuzia, in risposta all'ingenua domanda dell'onesto ma timido Nicodemo: "La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?". "Cerca e guarda", dissero, facendo appello all'osservazione e invitando all'indagine; ma aggiunsero: "Perché dalla Galilea non sorge profeta"[1.9], un detto che di fatto proibiva l'indagine e al tempo stesso lasciava intendere che non era necessaria. "Cercate e osservate; ma vi diciamo in anticipo che non potete giungere ad altra conclusione che alla nostra; anzi, vi avvertiamo che fareste meglio a non farlo".

Tali erano i caratteri degli uomini che per primi credettero in Gesù. Qual era, ora, la portata e il valore della loro fede? A prima vista, la fede dei cinque discepoli, a parte la breve esitazione di Natanaele, sembra innaturalmente improvvisa e matura. Credono in Gesù all'istante, ed esprimono la loro fede in termini che sembrano appropriati solo a un'intelligenza cristiana avanzata. Nella presente sezione del Vangelo di Giovanni troviamo Gesù chiamato non semplicemente il Cristo, il Messia, il Re d'Israele, ma il Figlio di Dio e l'Agnello di Dio – nomi che per noi esprimono le dottrine cardinali del Cristianesimo, l'Incarnazione e l'Espiazione.

La fretta e la maturità che sembrano caratterizzare la fede dei cinque discepoli sono solo apparenze superficiali. Quanto al primo aspetto: questi uomini credevano che il Messia sarebbe venuto prima o poi; e desideravano ardentemente che accadesse allora, perché sentivano che Egli era molto necessario. Erano uomini che attendevano la consolazione di Israele, ed erano pronti in qualsiasi momento ad assistere all'avvento del Consolatore. Poi il Battista aveva detto loro che il Cristo era venuto, e che si trovava nella persona di Colui che aveva battezzato, e il cui battesimo era stato accompagnato da segni così straordinari dal cielo; e ciò che il Battista aveva detto, essi credevano implicitamente. Infine, l'impressione prodotta nelle loro menti dal comportamento di Gesù quando si incontrarono, contribuì a confermare la testimonianza di Giovanni, che era del tutto degno del Cristo.

L'apparenza di maturità nella fede dei cinque fratelli è altrettanto superficiale. Quanto al nome Agnello di Dio, fu dato a Gesù da Giovanni, non da loro. Era, per così dire, il nome battesimale che il predicatore del pentimento aveva imparato per riflessione, o per speciale rivelazione, a dare al Cristo. Ciò che quel nome significava, anche lui lo comprendeva solo vagamente, la sua stessa ripetizione mostrava che era solo uno studente che si sforzava di apprendere la lezione; e sappiamo che ciò che Giovanni comprese solo in parte, gli uomini che egli introdusse alla conoscenza di Gesù, ora e per molto tempo dopo, non lo capirono affatto.[1.10]

Il titolo di Figlio di Dio fu dato a Gesù da uno dei cinque discepoli e dal Battista, un titolo che persino gli apostoli, in seguito, trovarono sufficiente per esprimere la loro matura fede nella Persona del loro Signore. Ma non ne consegue che il nome fosse da loro usato all'inizio con la stessa pienezza di significato che alla fine. Era un nome che poteva essere usato in un senso ben al di sotto di quello che è in grado di trasmettere, e che trasmetteva nella predicazione apostolica: semplicemente come uno dei titoli dell'Antico Testamento di Messia, sinonimo di Cristo. Fu senza dubbio in questo senso rudimentale che Natanaele applicò la designazione a Colui che chiamò anche Re d'Israele.

La fede di questi fratelli era, quindi, proprio quella che ci si aspetterebbe da chi è alle prime armi. In sostanza, si trattava di riconoscere in Gesù il Divino Profeta, Re, Figlio della profezia dell'Antico Testamento; e il suo valore non risiedeva nella sua maturità o accuratezza, ma nel fatto che, per quanto imperfetta, li metteva in contatto e in stretta comunione con Lui, in compagnia del quale avrebbero visto cose più grandi di quando avevano creduto per la prima volta, una verità dopo l'altra che prendeva posto nel firmamento delle loro menti, come le stelle che appaiono nel cielo serale al tramonto.