Predicazioni/Matteo/Non consegnare a Cesare ciò che appartiene a Dio

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Moneta e riflesso antico

Non consegnare a Cesare ciò che appartiene a Dio

«Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Matteo 22:21) è una delle parole di Gesù più frequentemente citate quando si parla del rapporto fra fede cristiana, Stato e vita pubblica. Ma che cosa significa realmente distinguere ciò che appartiene a Cesare da ciò che appartiene a Dio? Questa predicazione rilegge il celebre episodio della moneta mostrando che Gesù non sta creando due mondi separati, uno religioso e uno secolare, ma riconoscendo un'autorità civile reale e, nello stesso tempo, i suoi limiti. Cesare può avere ciò che legittimamente gli appartiene, ma non può pretendere ciò che appartiene a Dio: la nostra coscienza, la nostra fedeltà ultima e, in definitiva, noi stessi. Una riflessione sulla signoria di Dio e di Cristo che invita a distinguere senza separare e a vivere ogni dimensione dell'esistenza davanti a Dio.

Audio predicazione

Introduzione

«Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio». Ecco una delle frasi di Gesù che probabilmente conosciamo meglio. È entrata perfino nel linguaggio comune e viene citata continuamente quando si parla dei rapporti fra religione e politica, fra Chiesa e Stato, fra fede e vita pubblica.

E forse proprio perché la conosciamo così bene, rischiamo di non farci più una domanda molto semplice: che cosa voleva veramente dire Gesù con quelle parole? A prima vista sembrerebbe una frase abbastanza chiara: ci sono le cose che appartengono a Cesare - l'autorità politica, lo Stato - e ci sono le cose che appartengono a Dio. A Cesare le sue cose, a Dio le sue.

Ma è davvero così semplice? Pensiamo per un momento alla nostra vita quotidiana. Il nostro denaro, il nostro lavoro, le nostre responsabilità nella società, le nostre scelte politiche, il modo in cui educhiamo i nostri figli: sono realtà semplicemente «civili», oppure sono anch'esse vissute davanti a Dio? E ancora: oggi, quando pensiamo a «Cesare», dobbiamo pensare soltanto allo Stato? Viviamo, infatti, in un mondo nel quale il potere non è concentrato soltanto nei governi nazionali. Esistono grandi organizzazioni economiche, multinazionali, istituzioni finanziarie, piattaforme tecnologiche, gruppi capaci di esercitare un'influenza enorme sulla nostra vita quotidiana. Tutto questo rende la domanda di Gesù sorprendentemente attuale. A chi dobbiamo la nostra fedeltà? E, soprattutto, esiste qualcosa nella nostra vita che possa essere considerato completamente estraneo alla signoria di Dio?

Notate però che Gesù, nell'episodio dei Vangeli in cui pronuncia quelle parole, non sta tenendo una lezione teorica sui rapporti fra religione e politica. Sta rispondendo a una trappola che gli era stata tesa.

Ascoltiamo il testo nella sua interezza.

La questione del tributo a Cesare. “Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per cercare di coglierlo in fallo nelle sue parole. E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: ‘Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non guardi all'apparenza delle persone. Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito o no pagare il tributo a Cesare?’. Ma Gesù, conosciuta la loro malizia, disse: “Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo’. Ed essi gli porsero un denaro. Ed egli domandò loro: ‘Di chi è questa effigie e questa iscrizione?’. Gli risposero: ‘Di Cesare’. Allora Gesù disse loro: ‘Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio’. Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono” (Matteo 22:15-22).

1. Una domanda costruita come una trappola

Cominciamo dunque dalla situazione nella quale Gesù si trovava allora.

Matteo ci dice che «i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per cercare di coglierlo in fallo nelle sue parole». Non stanno cercando una risposta a una questione che li interessa sinceramente. Stanno cercando un'arma da usarsi contro Gesù.

Per raggiungere il loro scopo, così, fanno una cosa piuttosto sorprendente: mettono insieme persone che normalmente non avrebbero avuto molto in comune. Farisei ed erodiani appartenevano a schieramenti molto diversi, eppure si trovano insieme davanti a Gesù. Persone che normalmente avrebbero avuto ben poco in comune fanno fronte comune quando hanno un nemico comune.

E il loro strumento è una domanda apparentemente innocente: «È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Notiamo la formulazione: non chiedono semplicemente se sia conveniente pagare una tassa. Chiedono se sia lecito. In altre parole: è conforme alla volontà di Dio? È moralmente giusto? È compatibile con la fedeltà a Dio pagare un tributo a un imperatore pagano che domina il popolo di Dio?

Qui comprendiamo la trappola in cui vogliono farlo cascare. Se Gesù avesse risposto semplicemente: «Sì, bisogna pagare», avrebbe potuto apparire come colui che accettava senza riserve il dominio romano. Ma se avesse risposto: «No, non bisogna pagare», avrebbero avuto una ragione per accusarlo davanti alle autorità romane. Qualunque risposta sembrava comprometterlo.

Qui, però, c'è qualcosa di ancora più interessante. La domanda presuppone una certa concezione della realtà: o sei dalla parte di Cesare oppure sei dalla parte di Dio. Ed è precisamente questa alternativa che Gesù non accetta. Non dice «scegliete fra Cesare e Dio», ma neppure nega che Cesare abbia una legittima autorità. Dice invece: «Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio».

La tentazione, però, non è scomparsa. È la tentazione anche oggi di pensare che ni si debba scegliere fra Dio e una realtà terrena: fra Dio e lo Stato, fra fede e società, fra cristianesimo e cultura, come se per vivere responsabilmente nel mondo il cristiano dovesse lasciare la propria fede sulla soglia della società. Gesù, però, non accetta questa alternativa. Il cristiano non vive in due mondi. Vive in un unico mondo: quello creato da Dio. Le sue responsabilità sono diverse secondo la sua vocazione, ma non cambia il Signore davanti al quale tutte queste responsabilità vengono esercitate.

Gesù, per il momento, non sviluppa ancora questo insegnamento. Fa qualcosa di molto più semplice. Chiede una moneta. «Mostratemi la moneta del tributo». E qui la scena diventa ancora più interessante. Perché Gesù non tira fuori la moneta dalla propria tasca. Sono loro a porgergliela. E allora Gesù pone la domanda che cambierà completamente il significato della discussione: «Di chi è questa immagine e questa iscrizione?».

2. La moneta che parla

«Di chi è questa immagine e questa iscrizione?». Fermiamoci su questo particolare. Matteo lo racconta quasi senza commentarlo. Gesù non ha bisogno di fare un lungo discorso. Gli basta una moneta. «Di chi è questa immagine e questa iscrizione?». La risposta è ovvia: «Di Cesare». La moneta porta l'immagine dell'imperatore e un'iscrizione che ne proclama l'autorità. È, in qualche modo, un piccolo manifesto del potere imperiale.

E’ proprio qui che possiamo cogliere una prima ironia della scena. Gli interlocutori di Gesù vogliono metterlo in difficoltà a causa della moneta di Cesare; ma sono loro a portare la moneta davanti a Gesù. Gesù domanda: «Di chi è questa immagine?». Non domanda quanto valga la moneta né quanto costi il tributo. Domanda: «Di chi è questa immagine?». Questa domanda apre una prospettiva completamente nuova. Perché nella Bibbia l'immagine non è un dettaglio irrilevante.

Fin dalle prime pagine della Genesi troviamo una dichiarazione straordinaria: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza» (Genesi 1:26). E subito dopo: «Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio» (Genesi 1:27). Ecco dunque il contrasto che il testo di Matteo ci permette di intravedere: La moneta porta l'immagine di Cesare. La persona porta l'immagine di Dio. Gesù non pronuncia esplicitamente questo confronto. Non dice: «Come la moneta porta l'immagine di Cesare, così voi portate l'immagine di Dio». Ma quando mette insieme «l'immagine di Cesare» e «ciò che è di Dio», è difficile non ricordare il grande tema biblico dell'immagine di Dio nell'essere umano. Allora la questione cambia completamente. Se una moneta porta l'immagine di Cesare, può essere restituita a Cesare. Se, però, noi portiamo l'immagine di Dio, a chi dobbiamo restituire noi stessi? Questa è una domanda molto più seria. Perché noi siamo continuamente tentati di pensare alla nostra vita in termini di appartenenza. Ma la Scrittura ci conduce più in profondità. Prima di essere cittadini, siamo creature di Dio. E non semplicemente creature: portatori della sua immagine. La nostra dignità fondamentale non viene dallo Stato, dall'azienda per cui lavoriamo, dal nostro conto in banca, dalla nostra posizione sociale o dal riconoscimento degli altri. Viene dal fatto che siamo stati creati da Dio a sua immagine.

Qui, inoltre, troviamo anche un criterio per comprendere correttamente la parola di Gesù. Cesare può reclamare la moneta perché sulla moneta c'è la sua immagine. Ma Cesare non può reclamare l'essere umano come se l'essere umano portasse la sua immagine. L'essere umano porta l'immagine di Dio. Lo Stato, il governo, l'azienda, ogni istituzione umana possono avere una loro autorità; nessuna può trasformarla in una pretesa assoluta sulla persona. La persona appartiene a Dio.

Al tempo di Gesù il grande potere politico era Roma. Per questo la domanda riguardava Cesare. Oggi il potere è più frammentato. Abbiamo gli Stati, certamente, ma anche grandi imprese multinazionali, organizzazioni economiche, piattaforme tecnologiche e istituzioni finanziarie capaci di esercitare un'influenza enorme sulla vita delle persone. Il problema nasce quando una realtà creata dall'uomo comincia a pretendere una fedeltà che supera la sua legittima funzione. Un'azienda può chiedere il nostro lavoro, ma non può chiedere la nostra anima. Lo Stato può chiedere le tasse, ma non può chiedere la nostra adorazione. Nessuna ideologia, nessun movimento, nessuna organizzazione può pretendere ciò che appartiene esclusivamente a Dio. Perché c'è qualcosa che non appartiene a Cesare. Siamo noi stessi.

La moneta porta l'immagine di Cesare. Noi portiamo l'immagine di Dio. Quindi la domanda decisiva non è più soltanto: «Che cosa dobbiamo a Cesare?». La domanda diventa: «Che cosa dobbiamo a Dio?».

3. Cesare ha un limite

Siamo ora arrivati al punto decisivo della risposta di Gesù: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Gesù riconosce dunque che Cesare ha qualcosa che gli appartiene. Gesù non nega l'esistenza dell'autorità civile. Ma è proprio quel «e» - «e a Dio quello che è di Dio» - che pone un limite invalicabile a Cesare. Cesare ha qualcosa. Ma non può avere tutto. Ha una funzione legittima, ma non un'autorità assoluta. La sua autorità è derivata e limitata. E questo principio non riguarda soltanto lo Stato. Nella nostra epoca esistono molti «Cesari»: grandi imprese, organizzazioni, partiti, movimenti, ideologie. Possono avere una funzione legittima, ma nessuno di essi può diventare il nostro signore. Un'azienda può avere il nostro lavoro, ma non la nostra anima. Proprio qui possiamo comprendere meglio una questione importante nel pensiero cristiano: come dobbiamo intendere il rapporto fra la fede e la vita nel mondo? È sicuramente giusto distinguere fra Chiesa e Stato, fra famiglia, economia, educazione, scienza e altre forme della vita sociale. Dio, però, non ha dato a tutte queste realtà la stessa funzione o la stessa autorità.

Ne consegue che distinguere non significa separare e soprattutto non significa creare una zona della realtà nella quale Dio non abbia più nulla da dire. La domanda cristiana non è: «Questa parte della mia vita è religiosa oppure secolare?». È: «Come devo vivere questa parte della mia vita davanti a Dio?». La politica, l'economia, il lavoro, la cultura, la famiglia: ciascuna ha la propria responsabilità, ma nessuna è spiritualmente autonoma davanti a Dio. Non esistono due mondi. Esiste un solo mondo: quello creato da Dio e sottoposto alla sua signoria. Questo non significa che la Chiesa debba governare lo Stato, né che lo Stato debba governare la Chiesa. Significa qualcosa di molto più semplice e, nello stesso tempo, molto più radicale: nessuna autorità umana è autonoma davanti a Dio. Anche Cesare è sotto giudizio. Anche Cesare deve rendere conto di sé stesso. Cesare ha un limite. E quel limite non è stabilito da Cesare. È stabilito da Dio.

Conclusione  

Torniamo allora alla domanda da cui siamo partiti: «Di chi è questa immagine?». Gesù aveva davanti una moneta. Su quella moneta c'era l'immagine di Cesare. E disse: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare». Sì. Cesare ha qualcosa che gli appartiene. Ma Gesù aggiunge: «E a Dio quello che è di Dio».

Qui la domanda diventa personale. Perché noi non siamo una moneta. Noi portiamo l'immagine di Dio. Perciò Dio non reclama soltanto una parte della nostra vita. Reclama noi stessi. Possiamo dunque rendere a Cesare ciò che è di Cesare, senza mai dare a Cesare ciò che appartiene a Dio. Cesare ha un'autorità, ma non è il Signore. La nostra ultima appartenenza non è a Cesare, né a un'azienda, né a una nazione, né a un'ideologia. Noi apparteniamo a Dio.

Cristo, dopo la sua risurrezione, lo dirà con parole definitive: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra» (Matteo 28:18). È perché sappiamo che ogni autorità umana è sottoposta alla sua signoria che possiamo vivere pienamente nel mondo senza riconoscere al mondo una signoria assoluta su di noi. Possiamo quindi rendere a Cesare ciò che è di Cesare, senza consegnargli ciò che appartiene a Dio. Una sola vita. Un solo Signore. Tutta la nostra vita vissuta davanti a Dio.

Paolo Castellina, 8 ottobre 2026


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