Predicazioni/Matteo/Non consegnare a Cesare ciò che appartiene a Dio/Versione più lunga

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Non consegnare a Cesare ciò che appartiene a Dio

Introduzione: «A Cesare quel che è di Cesare»  

«Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio». Ecco una delle frasi di Gesù che probabilmente conosciamo meglio. È entrata perfino nel linguaggio comune e viene citata continuamente quando si parla dei rapporti fra religione e politica, fra Chiesa e Stato, fra fede e vita pubblica. E forse proprio perché la conosciamo così bene, rischiamo di non farci più una domanda molto semplice: che cosa voleva veramente dire Gesù con quelle parole?

A prima vista sembrerebbe una frase abbastanza chiara: ci sono le cose che appartengono a Cesare - l'autorità politica, lo Stato - e ci sono le cose che appartengono a Dio. A Cesare le sue cose, a Dio le sue.

Ma è davvero così semplice? Pensiamo per un momento alla nostra vita quotidiana. Il nostro denaro: appartiene a noi, allo Stato, alla banca, all'azienda per cui lavoriamo... oppure a Dio? Il nostro lavoro: è semplicemente una realtà «civile», oppure è qualcosa che pure viviamo davanti a Dio? E le nostre responsabilità nella società? Le nostre scelte politiche? Il modo in cui educhiamo i nostri figli? Le nostre convinzioni sul bene e sul male? Il modo in cui utilizziamo la tecnologia, consumiamo, produciamo, investiamo?

E ancora: oggi, quando pensiamo a «Cesare», dobbiamo pensare soltanto allo Stato? Viviamo in un mondo nel quale il potere non è concentrato soltanto nei governi nazionali. Esistono grandi organizzazioni economiche, multinazionali, istituzioni finanziarie, piattaforme tecnologiche, gruppi capaci di esercitare un'influenza enorme sulla nostra vita quotidiana. E noi stessi possiamo arrivare a identificare profondamente la nostra vita con una professione, un'azienda, un'organizzazione, una nazione, un'ideologia o un movimento.

Tutto questo rende la domanda di Gesù sorprendentemente attuale. A chi dobbiamo la nostra fedeltà? E, soprattutto, esiste qualcosa nella nostra vita che possa essere considerato completamente estraneo alla signoria di Dio?

Notate però che Gesù, nell'episodio dei Vangeli in cui pronuncia quelle parole, non sta tenendo una lezione teorica sui rapporti fra religione e politica. Sta rispondendo a una trappola che gli era stata tesa. Ascoltiamo il testo nella sua interezza.

Il testo biblico

La questione del tributo a Cesare. “Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per cercare di coglierlo in fallo nelle sue parole. E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: ‘Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non guardi all'apparenza delle persone. Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito o no pagare il tributo a Cesare?’. Ma Gesù, conosciuta la loro malizia, disse: “Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo’. Ed essi gli porsero un denaro. Ed egli domandò loro: ‘Di chi è questa effigie e questa iscrizione?’. Gli risposero: ‘Di Cesare’. Allora Gesù disse loro: ‘Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio’. Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono” (Matteo 22:15-22).La questione del tributo a Cesare. “Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per cercare di coglierlo in fallo nelle sue parole. E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: ‘Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non guardi all'apparenza delle persone. Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito o no pagare il tributo a Cesare?’. Ma Gesù, conosciuta la loro malizia, disse: “Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo’. Ed essi gli porsero un denaro. Ed egli domandò loro: ‘Di chi è questa effigie e questa iscrizione?’. Gli risposero: ‘Di Cesare’. Allora Gesù disse loro: ‘Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio’. Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono” (Matteo 22:15-22).

Notiamo subito che davanti a Gesù ci sono persone che non sono venute per ascoltarlo sinceramente, ma per metterlo in difficoltà. Gli pongono una domanda dalla quale, apparentemente, non sembra esserci via d'uscita. Una risposta può metterlo in contrasto con le aspettative di coloro che mal sopportano il dominio romano. L'altra può offrire alle autorità romane un motivo per considerarlo un sovversivo. Gesù, però, come spesso accade nei Vangeli, non si lascia imprigionare dall'alternativa che gli viene proposta.

E la sua risposta comincia con una richiesta molto concreta: «Mostratemi la moneta del tributo». Che cosa accadrà a questo punto? Perché Gesù chiede di vedere proprio una moneta? Perché domanda: «Di chi è questa immagine e questa iscrizione?». E perché, dopo aver parlato di Cesare, aggiunge immediatamente: «e a Dio quel che è di Dio»?

1. Una domanda costruita come trappola  

Cominciamo dunque dalla situazione nella quale Gesù si trova. Matteo ci dice che «i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per cercare di coglierlo in fallo nelle sue parole». Non stanno cercando una risposta a una questione che li interessa sinceramente. Stanno cercando un'arma da usare contro Gesù.

E per raggiungere il loro scopo fanno una cosa piuttosto sorprendente: mettono insieme persone che normalmente non avrebbero avuto molto in comune. Da una parte ci sono i farisei, profondamente preoccupati della fedeltà d'Israele a Dio e fortemente critici nei confronti dell'influenza pagana e del dominio romano. Dall'altra ci sono gli erodiani, legati alla dinastia di Erode (re fantoccio) e quindi, almeno politicamente, molto più accomodanti nei confronti del potere romano. Eppure, davanti a Gesù, fanno fronte comune. Questo ci dice qualcosa di importante. Talvolta persone che hanno concezioni molto diverse della società, della religione e della politica possono unirsi quando hanno un nemico comune.

E il loro strumento è una domanda apparentemente innocente: «È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Notiamo la formulazione: non chiedono semplicemente se sia conveniente pagare una tassa. Chiedono se sia lecito. In altre parole: è conforme alla volontà di Dio? È moralmente giusto? È compatibile con la fedeltà a Dio pagare un tributo a un imperatore pagano che domina il popolo di Dio?

E qui comprendiamo la trappola. Se Gesù avesse risposto semplicemente: «Sì, bisogna pagare», avrebbe potuto apparire come colui che accettava senza riserve il dominio romano. Avrebbero potuto accusarlo di non avere alcuna sensibilità per la condizione del suo popolo. Ma se avesse risposto: «No, non bisogna pagare», avrebbero avuto una ragione per accusarlo davanti alle autorità romane. Qualunque risposta sembrava comprometterlo.

Ma c'è qualcosa di ancora più interessante. La domanda presuppone una certa concezione della realtà: o sei dalla parte di Cesare oppure sei dalla parte di Dio. Ed è precisamente questa alternativa che Gesù non accetta. Gesù non dice: «Scegliete fra Cesare e Dio». Non dice neppure: «Cesare non ha alcun diritto». E non dice nemmeno: «Dio non ha nulla a che fare con ciò che appartiene a Cesare».

La risposta di Gesù è molto più sottile: «Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio». Notate che Gesù non nega l'esistenza di un'autorità civile legittima. Non invita i suoi discepoli a una ribellione politica. Non insegna che ogni forma di governo sia necessariamente illegittima perché pagana o imperfetta. Ma, allo stesso tempo, non concede a Cesare ciò che Cesare vorrebbe implicitamente reclamare.

E qui dobbiamo fermarci un momento. Perché la domanda dei suoi interlocutori contiene una tentazione che non è affatto scomparsa. È la tentazione di pensare che dobbiamo necessariamente scegliere fra Dio e una realtà terrena: fra Dio e lo Stato, fra fede e società, fra cristianesimo e cultura, fra convinzioni religiose e vita pubblica. Come se, per vivere responsabilmente nel mondo, il cristiano dovesse lasciare la propria fede sulla soglia della società. Ma Gesù non accetta questa alternativa.

E questo è importante anche per noi. Il cristiano non vive in due mondi. Vive in un unico mondo: quello creato da Dio. Ha certamente responsabilità diverse. È contemporaneamente membro di una famiglia, lavoratore, cittadino, membro della Chiesa, consumatore, produttore, elettore, vicino di casa, amico. Le sue responsabilità cambiano a seconda della vocazione e della situazione. Ma non cambia il Signore davanti al quale tutte queste responsabilità vengono esercitate.

Questa distinzione sarà importante per ciò che diremo più avanti. Perché riconoscere una legittima autorità civile non significa attribuirle un'autorità assoluta; e distinguere le diverse responsabilità della vita non significa creare una zona della realtà nella quale Dio non abbia più nulla da dire. Ma Gesù, per il momento, non sviluppa ancora questo insegnamento.

Fa qualcosa di molto più semplice. Chiede una moneta. «Mostratemi la moneta del tributo». E qui la scena diventa ancora più interessante. Perché Gesù non tira fuori la moneta dalla propria tasca. Sono loro a porgergliela. E allora Gesù pone la domanda che cambierà completamente il significato della discussione: «Di chi è questa immagine e questa iscrizione?».

2. La moneta che parla  

«Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gliene porgono una. Fermiamoci un momento su questo particolare, perché Matteo lo racconta quasi senza commentarlo. Gesù non ha bisogno di fare un lungo discorso. Gli basta una moneta. La prende - o almeno la fa comparire davanti a tutti - e domanda: «Di chi è questa immagine e questa iscrizione?». La risposta è ovvia: «Di Cesare», l’imperatore romano. La moneta porta l'immagine dell'imperatore e un'iscrizione che ne proclama l'autorità. È, in qualche modo, un piccolo manifesto del potere imperiale.

Ed è qui che possiamo cogliere una prima ironia della scena. Gli interlocutori di Gesù vogliono metterlo in difficoltà a causa della moneta di Cesare; ma sono loro a portare la moneta davanti a Gesù. Vogliono discutere della purezza religiosa di Israele, ma stanno tenendo in mano il simbolo del potere romano. Vogliono mettere Gesù sotto accusa, ma la loro stessa domanda rivela quanto profondamente il mondo di Cesare sia già entrato nella loro vita. Non dobbiamo però fermarci a questa ironia.

Gesù domanda: «Di chi è questa immagine?». Non domanda anzitutto: «Quanto vale questa moneta?». Non domanda: «Quanto costa il tributo?». Non domanda nemmeno: «Vi piace Cesare?». Domanda: «Di chi è questa immagine?». E questa domanda apre una prospettiva completamente nuova. Perché nella Bibbia l'immagine non è un dettaglio irrilevante.

Fin dalle prime pagine della Genesi troviamo una dichiarazione straordinaria: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza» (Genesi 1:26). E subito dopo il testo aggiunge: «Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio» (Genesi 1:27). Ecco dunque il contrasto che il testo di Matteo ci permette di intravedere. La moneta porta l'immagine di Cesare.

La persona porta l'immagine di Dio. Gesù non pronuncia esplicitamente questo confronto. Non dice: «Come la moneta porta l'immagine di Cesare, così voi portate l'immagine di Dio». Ma quando mette insieme «l'immagine di Cesare» e «ciò che è di Dio», è difficile non ricordare il grande tema biblico dell'immagine di Dio nell'essere umano. E allora la questione cambia completamente. Se una moneta porta l'immagine di Cesare, può essere restituita a Cesare. Ma se noi portiamo l'immagine di Dio, a chi dobbiamo restituire noi stessi? Questa è una domanda molto più seria.

Perché noi siamo continuamente tentati di pensare alla nostra vita in termini di appartenenza. «Questo è mio». «Questo appartiene alla mia famiglia». «Questo appartiene alla mia professione». «Questo appartiene alla società». «Questo appartiene allo Stato». «Questo appartiene alla mia azienda». Ma la Scrittura ci conduce più in profondità. Prima di essere cittadini, siamo creature. Prima di appartenere a una nazione, a un'organizzazione, a una professione o a qualsiasi altra realtà umana, siamo creature di Dio.E non semplicemente creature: portatori della sua immagine. Questo significa che la nostra dignità non viene dallo Stato. Non viene dall'azienda per cui lavoriamo. Non viene dal nostro conto in banca. Non viene dalla nostra posizione sociale. Non viene dal riconoscimento degli altri. Non viene neppure dalla nostra appartenenza religiosa. La nostra dignità fondamentale viene dal fatto che siamo stati creati da Dio a sua immagine.

E qui troviamo anche un criterio per comprendere correttamente la parola di Gesù. Cesare può reclamare la moneta perché sulla moneta c'è la sua immagine. Ma Cesare non può reclamare l'essere umano come se l'essere umano portasse la sua immagine. L'essere umano porta l'immagine di Dio. E questa distinzione pone un limite radicale a ogni potere umano. Lo Stato ha una sua autorità. Il governo ha una sua autorità. Un'azienda ha una sua autorità. Un datore di lavoro ha una sua autorità. Una comunità ha una sua autorità. Ma nessuna di queste autorità può trasformarsi in una pretesa assoluta sulla persona. Perché la persona non è proprietà dello Stato, non è proprietà dell'azienda e non è proprietà di alcuna istituzione umana. La persona appartiene a Dio. E questo principio vale anche quando cambiano le forme del potere.

Al tempo di Gesù il grande potere politico era Roma. Per questo la domanda riguardava Cesare. Oggi il potere è più frammentato. Abbiamo gli Stati, certamente. Ma abbiamo anche grandi imprese multinazionali, organizzazioni economiche, piattaforme tecnologiche, istituzioni finanziarie e sistemi culturali che possono esercitare un'influenza enorme sulla vita delle persone. E qui dobbiamo stare attenti. Non c'è nulla di necessariamente sbagliato nel lavorare per una grande azienda, nell'utilizzare una piattaforma tecnologica o nel partecipare alla vita economica di una società complessa. Il problema nasce quando una realtà creata dall'uomo comincia a pretendere una fedeltà che supera la sua legittima funzione. Un'azienda può chiedere il nostro lavoro. Può chiedere professionalità. Può chiedere lealtà nell'ambito del rapporto professionale. Ma non può chiedere la nostra anima. Lo Stato può chiedere le tasse. Può chiedere il rispetto delle leggi giuste. Può chiedere l'adempimento dei nostri doveri civici. Ma non può chiedere la nostra adorazione. E nessuna ideologia, nessun movimento, nessuna organizzazione può pretendere ciò che appartiene esclusivamente a Dio. È questo, in fondo, il limite che Gesù pone davanti a ogni Cesare. «Rendete a Cesare quel che è di Cesare». Sì. Ma proprio perché Gesù aggiunge: «e a Dio quel che è di Dio», Cesare scopre di avere un limite. Perché c'è qualcosa che non appartiene a Cesare. E quel qualcosa non è semplicemente una piccola parte della nostra vita che abbiamo riservato alla religione. Siamo noi stessi. La moneta porta l'immagine di Cesare. Noi portiamo l'immagine di Dio. E quindi la domanda decisiva non è più soltanto: «Che cosa dobbiamo a Cesare?». La domanda decisiva diventa: «Che cosa dobbiamo a Dio?»

3. Cesare ha un limite  

Siamo ora arrivati al punto decisivo della risposta di Gesù. «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Gesù riconosce dunque che Cesare ha qualcosa che gli appartiene. Non nega l'esistenza dell'autorità civile e non invita i suoi discepoli a sottrarsi ai loro doveri nella società. Il cristiano non è chiamato a vivere come se lo Stato non esistesse. Deve rispettare le autorità, adempiere i propri doveri civili, pagare ciò che legittimamente gli viene richiesto, contribuire al bene comune. Ma Gesù aggiunge immediatamente: «E a Dio quello che è di Dio». Ed è proprio questo «e» che pone un limite invalicabile a Cesare. Cesare ha qualcosa. Ma non può avere tutto. Ha una funzione legittima, ma non un'autorità assoluta. Può governare, ma non può essere adorato. Può esigere una tassa, ma non può esigere la coscienza. Può chiedere rispetto, ma non può pretendere la nostra fedeltà ultima. Può esercitare un'autorità reale, ma la sua autorità è comunque derivata e limitata.

E questo principio non riguarda soltanto lo Stato. Perché, se ci pensiamo, nella nostra epoca esistono molti «Cesari». Ci sono grandi organizzazioni economiche e multinazionali. Ci sono aziende nelle quali possiamo lavorare per decenni e alle quali possiamo essere profondamente legati. Ci sono organizzazioni, partiti, movimenti, istituzioni, ideologie e perfino comunità alle quali possiamo arrivare a dedicare una parte enorme della nostra vita. Tutte queste realtà possono avere una funzione legittima. Ma nessuna di esse può diventare il nostro signore. Un'azienda può avere il nostro lavoro, ma non la nostra anima. Una nazione può avere il nostro servizio civile, ma non la nostra adorazione. Un partito può avere il nostro voto, ma non la nostra coscienza. Un'organizzazione può avere la nostra collaborazione, ma non la nostra fedeltà assoluta. Perché quella appartiene a Dio.

Ed è qui che possiamo comprendere meglio una questione che ha avuto grande importanza nella storia del pensiero cristiano: come dobbiamo intendere il rapporto fra la fede e la vita nel mondo? È giusto distinguere fra Chiesa e Stato? Certamente. È giusto distinguere fra famiglia, Chiesa, Stato, economia, educazione, scienza e altre forme della vita sociale? Certamente. Dio non ha creato una realtà indistinta nella quale tutte le istituzioni abbiano la stessa funzione e la stessa autorità. Ma distinguere non significa separare. E soprattutto non significa creare una zona della realtà nella quale Dio non abbia più nulla da dire. Una concezione della vita cristiana che divide rigidamente il mondo in una sfera «spirituale», governata dalla Parola di Dio, e una sfera «civile», nella quale il cristiano dovrebbe ragionare come se la propria fede non avesse più nulla da dire, rischia di produrre proprio ciò che le parole di Gesù ci impediscono di fare. Perché la domanda cristiana non è: «Questa parte della mia vita è religiosa oppure secolare?». La domanda è: «Come devo vivere questa parte della mia vita davanti a Dio?». È una domanda molto diversa. Come deve essere esercitato il potere politico davanti a Dio? Come deve essere esercitata l'attività economica davanti a Dio? Come deve essere praticata la scienza davanti a Dio? Come deve essere svolto il nostro lavoro davanti a Dio? Come devono essere utilizzate le nostre risorse davanti a Dio? Come devono essere educate le nostre famiglie davanti a Dio? Non esistono due mondi. Esiste un solo mondo: quello creato da Dio e sottoposto alla signoria di Dio. Questo non significa che la Chiesa debba governare lo Stato, né che lo Stato debba governare la Chiesa.

Significa qualcosa di molto più semplice e, nello stesso tempo, molto più radicale: nessuna autorità umana è autonoma davanti a Dio. Anche Cesare è sotto giudizio. Anche Cesare deve rendere conto. Anche Cesare porta, in ultima analisi, l'immagine di Dio. E questo vale per ogni forma di potere umano. Per questo il cristiano può essere un buon cittadino senza trasformare lo Stato in un idolo. Può essere un buon lavoratore senza trasformare l'azienda nel proprio padrone assoluto. Può amare la propria nazione senza trasformare la nazione in un oggetto di culto. Può impegnarsi nella politica senza credere che la politica possa salvare l'uomo. Può utilizzare la tecnologia senza diventare servo della tecnologia. Può partecipare alla cultura senza dimenticare che anche la cultura deve essere sottoposta al giudizio di Dio. Cesare ha un limite. E quel limite non è stabilito da Cesare. È stabilito da Dio.

Conclusione  

Torniamo allora alla domanda da cui siamo partiti: «Di chi è questa immagine?», Gesù aveva davanti una moneta. Su quella moneta c'era l'immagine di Cesare. E disse: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare». Sì. Cesare ha qualcosa che gli appartiene. Ma Gesù aggiunge: «E a Dio quello che è di Dio».

E qui la domanda diventa personale. Perché noi non siamo una moneta. Noi portiamo l'immagine di Dio. Perciò Dio non reclama soltanto una parte della nostra vita. Reclama noi stessi: il nostro lavoro, il nostro denaro, la nostra famiglia, le nostre responsabilità, le nostre decisioni, il nostro tempo, la nostra intelligenza. Tutta la nostra vita. Possiamo dunque rendere a Cesare ciò che è di Cesare, senza mai dare a Cesare ciò che appartiene a Dio.Possiamo rispettare lo Stato senza farne un idolo. Possiamo lavorare per un'azienda senza appartenerle anima e corpo. Possiamo amare la nostra nazione senza trasformarla nel nostro assoluto. Possiamo impegnarci nella politica senza attribuirle il potere di salvarci.

Cesare ha un'autorità, ma non è il Signore. E questo vale per ogni potere umano. Perché la nostra ultima appartenenza non è a Cesare, né a un'azienda, né a una nazione, né a un'ideologia. Noi apparteniamo a Dio. Ed è proprio questa la libertà cristiana: riconoscere le autorità che Dio ha stabilito senza trasformarle in idoli; partecipare pienamente alla vita del mondo senza dimenticare a chi appartiene il mondo. Cristo, dopo la sua risurrezione, lo dirà con parole definitive: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra» (Matteo 28:18). Perciò possiamo vivere nel mondo senza appartenergli. Possiamo rendere a Cesare ciò che è di Cesare. E possiamo rendere a Dio ciò che è di Dio. Una sola vita. Un solo Signore. Tutta la nostra vita vissuta davanti a Dio.