Teologia/Teologia riformazionale/2-3-1

Da Tempo di Riforma Wiki.
Vai alla navigazione Vai alla ricerca

Ritorno


2-3-1 Tempo, storia e cultura

Capitolo III - Storia

L’idea di storia è inconcepibile se separata dall’idea di tempo. Queste due realtà non sono semplicemente identiche, sebbene siano strettamente intrecciate. Definizioni precise ci sfuggono. Ciò che si dice abbia affermato Agostino riguardo al tempo vale anche per la storia: se nessuno me lo chiede, so cos’è; ma se me lo si chiede, le parole mi mancano.

Il fatto che Dio crei il tempo qualifica gli eventi descritti nei primi sei giorni del racconto della Genesi. Con l’alba del settimo giorno, ha inizio il tempo della creazione. È allora che, per la prima volta, possiamo parlare di tempo cosmico, così come noi lo sperimentiamo. Il tempo giunge così alla sua piena misura. Anch’esso richiama la benedizione di Dio: «Molto buono!».

Con il compimento della creazione, avviene il passaggio dal tempo in cui Dio crea al tempo della creazione, ovvero al tempo così come lo conosciamo oggi. Questa storia del tempo è anche la storia della storia; poiché la storia presuppone il tempo. Il passaggio dal sesto al settimo giorno - dal «pre-tempo» al «tempo del calendario» - segna anche il passaggio dalla «preistoria» alla «storia universale», a una storia databile, documentabile e oggetto di ricerca; una storia che, da quel momento in poi, contestualizza in modo permanente il nostro vivere insieme nella creazione di Dio, fino alla nuova creazione.

Di conseguenza, il corso della storia è saldamente ancorato al cammino del tempo. Al pari dello spazio e di ogni altra realtà creata, sia il tempo che la storia - nella loro convergenza essenziale - sono creature di Dio. Essi sono dunque suoi servitori, chiamati all’esistenza e continuamente sostenuti dalla sua Parola (il che vale anche per quella stessa razionalità che ci consente di riflettere, seppur in modo limitato, su tali questioni).

Esiste, pertanto, una Parola di Dio per la temporalità, che stabilisce e mantiene il tempo come dimensione irriducibile di tutta la realtà creata, qualificando ogni esperienza storica. Questo fattore temporale gioca un ruolo formativo nella nostra percezione degli inizi, della durata e delle conclusioni. Esso modella in modo decisivo la successione dei momenti nelle nostre vite, la sequenza ordinata di eventi ed epoche nella storia del mondo, la trama stessa della rivelazione biblica, così come le pause in uno spartito musicale o le fasi di sviluppo nell’esistenza umana.

Come sappiamo fin troppo bene, è possibile trasgredire il buon ordine temporale della creazione. Ciò si riflette in espressioni comuni, come «ammazzare il tempo», «sprecare il tempo» o non «prendersi il tempo» necessario - ad esempio, per un riposo adeguato. Tali mancanze richiamano il serio monito biblico a osservare la legge di Dio riguardo all’obbedienza temporale, «contando i nostri giorni» e «riscattando il tempo».

La storia della creazione, intrinsecamente legata all’ordine temporale delle cose, implica ed esplicita il dramma della cultura umana. La dimensione storica di tutta la realtà creata coinvolge le comunità umane in processi che si dispiegano dinamicamente all’interno di modelli di sviluppo definiti dalla creazione stessa. Essa comprende «prima», «dopo» e «punti intermedi»; mette in luce l’«ascesa» e il «declino» delle civiltà; ci apre gli occhi sugli orizzonti temporali del «già» e del «non ancora». Sotto questo aspetto, la visione biblica del tempo - inteso come qualificazione della storia e della cultura - si pone in netto contrasto con la concezione ciclica e ripetitiva del tempo, tipica di molte società antiche. I principali pensatori pagani consideravano le fluttuazioni del tempo trascorso sulla terra come un’infinita serie di ripetizioni, contrapponendole a una concezione dell’eternità intesa come immutabile. Il tempo e la storia imprigionavano l’essere umano in una condizione cronologica alla quale non restava che rassegnarsi fatalisticamente, sottomettendo le proprie attività culturali a un destino inesorabile. Le vicende terrene offrivano ben poco senso, prospettavano solo una flebile speranza di un futuro migliore e non indicavano alcun obiettivo superiore se non, eventualmente, la fuga.

Quando tali concezioni pagane, in forme parzialmente cristianizzate, sono penetrate nelle tradizioni cristiane dominanti, hanno dato origine a una spiritualità orientata esclusivamente all’«altrove». La temporalità e la storicità vennero identificate con un flusso e un divenire incessanti, caratterizzati da incertezza e relatività, da un’imperfezione intrinseca e da una corruttibilità sempre in agguato. Ciò indusse i Padri della Chiesa e, in seguito, altri pensatori cristiani a delineare una netta antinomia tra le inevitabili ambivalenze della vita presente e le perfezioni certe e immutabili dell’eternità. L’esistenza terrena è naturale e, di conseguenza, transitoria; l’esistenza celeste è soprannaturale ed eterna. Questa prospettiva trascura la testimonianza biblica secondo cui anche il cielo, nelle sue varie accezioni, appartiene alla realtà creata ed è, pertanto, anch’esso temporale, dotato di una sua storia peculiare. La concezione bipolare tradizionale della vita, intesa come contrapposizione tra due ordini di esistenza nettamente distinti, è estranea alla Parola di Dio riguardo alla creazione, così come essa è illuminata dalla Parola scritta. Tale visione riflette l’impianto dualistico tipico delle annose speculazioni sul rapporto tra natura e grazia. Le Scritture non avvalorano affatto una simile svalutazione della storia, della vita terrena o dell’impegno culturale, né pongono un’antitesi di questo genere tra il «qui» e l’«aldilà». Esse propongono, al contrario, una visione del tempo - inteso come condizione creazionale - che è dinamicamente orientata da norme, in vista di un agire storicamente significativo e culturalmente rilevante, un’attività umana formativa all’interno dell’ordine cosmico stabilito da Dio. La storia segue un corso lineare: proviene da qualche parte e si dirige verso qualche meta. Non è una concatenazione casuale di dati fortuiti, né un teatro dell’assurdo, né un povero burattino nelle mani di un destino ineluttabile, né il mero prodotto di leggi naturali. La storia possiede un passato, un presente e un futuro che trovano il loro fondamento normativo nell’ordine della creazione; essa costituisce una parte integrante dell’alleanza di Dio con il Suo mondo ed è intenzionalmente orientata verso l’avvento del Regno.

Il tempo, la storia e la cultura sono onnicomprensivi tanto quanto la creazione stessa. È evidente, dunque, che la ricerca e la riflessione storica non possono né narrare tutto ciò che è accaduto in passato, né occuparsi di tutto ciò che accade nel presente. Lo studio della storia si concentra perciò su persone, luoghi, eventi e movimenti che, nel corso del tempo, esercitano un impatto culturalmente formativo sulla nostra vita nel mondo di Dio. Un principio di selezione narrativa - orientato alla redenzione - emerge chiaramente anche nel messaggio biblico, che si sviluppa lungo l’asse temporale e mira al ripristino della cultura umana.

Così come il tempo e la storia sono strettamente correlati, lo sono anche la storia e la cultura. La cultura riguarda ciò che è storicamente significativo, proprio come la riflessione storica si sofferma su ciò che è culturalmente formativo. Le forze che plasmano la storia e, di conseguenza, la cultura, implicano un’interazione costante tra la rivelazione divina e la risposta umana.

La storia culturale è, pertanto, subordinata alla Parola sovrana di Dio. Questo punto di riferimento normativo e supremo non riduce, tuttavia, la responsabilità umana riguardo al corso degli eventi nella nostra vita e nel nostro mondo; al contrario, la accresce. Proprio perché Dio è sovrano, noi siamo ancora più responsabili. È dunque un errore di fondo - o quantomeno una prospettiva potenzialmente fuorviante - definire la storia semplicemente come la “storia di Lui” (*His-story*). Non possiamo, con tanta facilità, esonerare noi stessi per addossare a Dio la colpa delle calamità che affliggono il mondo. La creazione è, nella sua interezza, l’opera buona di Dio; Quella benedizione ambivalente che chiamiamo cultura è nostra. È dunque più vicino alla verità affermare che, sotto il dominio sovrano della Parola di Dio - Parola che sostiene e risana -, la storia è «la nostra storia». Noi restiamo destinatari della rivelazione, chiamati a rispondervi, e agenti responsabili nell’impiego del tempo che Dio ci concede per plasmare la storia e formare la cultura. La storia è, di conseguenza, la testimonianza delle risposte - obbedienti o disobbedienti - che, nel corso dei secoli, le diverse comunità umane hanno dato al mandato culturale.


Supplementi


➔  Continua la lettura: 📖 Pagina successiva