Teologia/Teologia riformazionale/2-3-5
2-3-5 Miracoli
Per oltre un millennio, gli insegnamenti biblici sul mistero dei miracoli sono stati gravemente oscurati dalla distinzione scolastica tra la «potenza ordinata» di Dio ("potentia ordinata" - la provvidenza) e la sua «potenza assoluta» ("potentia absoluta" - i miracoli). Tra i pensatori che pongono l’accento sulla volontà divina, l’idea di una «potenza assoluta» di Dio è spesso sfociata in un puro volontarismo. Secondo questa prospettiva, la mano di Dio interviene direttamente e immediatamente nelle vicende del nostro mondo. Dio può fare tutto ciò che vuole: una caricatura dell’insegnamento biblico secondo cui «a Dio tutto è possibile». Gli atti continui della provvidenza divina vengono così concepiti in modo grossolanamente arbitrario, se non addirittura capriccioso.
Tali concezioni volontaristiche di «potenza assoluta» negano l’insegnamento biblico sulla costanza di Dio nel suo agire verso il mondo, una costanza fondata sul suo patto e saldamente ancorata alla sua Parola, tramite la quale egli si relaziona al creato. Altri pensatori, che privilegiano la razionalità divina, fanno ricorso all’idea di «potenza assoluta» per sostenere che Dio sia in grado di compiere tutto ciò che è coerente con le leggi della logica. Sono concepibili, da un punto di vista logico, solo quegli atti divini che non violano il principio di non contraddizione (si è ritenuto, ad esempio, che persino il miracolo sacramentale della misteriosa transustanziazione del pane e del vino nell’Eucaristia fosse logicamente difendibile). Il ricorso a tali dimostrazioni razionali della «potenza assoluta» di Dio nel compiere miracoli poggia in larga misura sui metodi di ragionamento aristotelici, introdotti nel cristianesimo occidentale da Boezio, consacrati nelle "Sentenze" di Pietro Lombardo ed elaborati dai grandi pensatori della Chiesa medievale. Sebbene tale impostazione sia stata in gran parte respinta dai Riformatori, essa fu ben presto ripresa nell’ambito della scolastica protestante, sotto l’influenza di Beza e Melantone. Gli effetti persistenti di questa tradizione sono presenti, seppur in modo ambiguo, nella seguente definizione del potere sovrano di Dio formulata da Louis Berkhof:
"Il potere in Dio può essere definito come l’energia efficace della Sua natura, o quella perfezione del Suo essere per cui Egli costituisce la causalità assoluta e suprema. [...] La "potentia ordinata" può essere definita come quella perfezione di Dio per cui Egli, attraverso il solo esercizio della Sua volontà, è in grado di realizzare tutto ciò che è presente nella Sua volontà o nel Suo consiglio" ("Systematic Theology", pp. 79-80).
Secondo i presupposti della scolastica tradizionale, le grandi opere di Dio nella storia vengono ridotte a problemi razionali che l’intelletto umano deve risolvere in modo analitico. I decreti divini vengono adattati alle leggi della causalità, dando luogo a una sorta di tirannia della probabilità logica. Dio stesso viene ridotto alla premessa maggiore che sostiene un complesso processo di argomentazioni deduttive. In tal modo, il Dio attivo, santo e fedele al patto - il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, Padre del nostro Signore Gesù Cristo - scompare dietro le argomentazioni di filosofi e teologi (come notava Pascal). Il tenore profondamente spirituale del messaggio biblico viene, in gran parte, ridotto al silenzio. L’idea di «analogia dell’essere» ("analogia entis"), con la sua teoria della conoscenza basata sulla corrispondenza, domina il dibattito, avvolgendo Dio e l’uomo in una rete condivisa di complessità logiche. L’autonomia della ragione umana finisce per rivaleggiare con la rivelazione divina in quanto principio operativo. I pensatori cristiani perdono di vista il fatto che la razionalità è, essa stessa, una funzione creata, soggetta alle norme e ai limiti propri della creatura. Di conseguenza, la distinzione tra Creatore e creatura subisce un’eclissi quasi totale. Questa tradizione teologica di stampo scolastico dà luogo a diversi approcci discutibili riguardo alla questione dei miracoli. Alcuni sostengono che i miracoli siano "contra naturam": essi agirebbero in contrasto con le norme stabilite per l’ordine della creazione. Altri li descrivono come "supra naturam": Dio, di tanto in tanto e in luoghi specifici, sospenderebbe momentaneamente e localmente la Sua «legge naturale» - che di norma governa lo svolgimento ordinato degli eventi - per fare spazio a interventi soprannaturali. Entrambe le posizioni si fondano su visioni del mondo dialettico-dualiste. Come sottolinea Diemer, quando l'uomo moderno cerca di spiegare i miracoli facendo appello al soprannaturale, il miracoloso viene, di fatto, negato.
"Temo che molti cristiani contemporanei, con la loro concezione dei miracoli come fenomeni soprannaturali e con le loro conoscenze di medicina e psicologia odierne, dubiterebbero del carattere miracoloso delle guarigioni narrate nelle Scritture, qualora esse dovessero verificarsi oggi in Europa. Eventi soprannaturali non si sono verificati in Palestina allora, né si verificano oggi in Europa... [Poiché] il soprannaturale è stato, è e sarà sempre un "asylum ignorantiae" [rifugio dell'ignoranza] in cui si può far rientrare tutto ciò che non è spiegabile. ... Sono [pertanto] convinto che non sia affatto necessario postulare interventi soprannaturali per spiegare i miracoli di cui parlano le Scritture. Chiunque ricorra al soprannaturale come spiegazione si preclude la possibilità di comprendere la natura reale di tali eventi" (Natura e miracolo, pp. 21-23).
Secondo una visione del mondo olistica, orientata in senso biblico, Dio e il mondo non sono forze in competizione. Di conseguenza, in quelli che definiamo miracoli, Dio non elimina l’azione strumentale delle Sue creature. Esse rimangono Sue servitrici, rispondendo al potere imperativo della Sua Parola. Questi potenti atti di Dio, pertanto, non contraddicono né sostituiscono il Suo ordine per il creato, un ordine dinamico e al contempo stabile. La possibilità di compiere opere miracolose è insita, fin dal principio, nella Parola di Dio - Parola che permane - per la nostra vita nel Suo mondo. I miracoli, dunque, non costituiscono “rotture” soprannaturali che superano o scavalcano gli ordinamenti del creato. Nel manifestare la Sua potenza prodigiosa, Dio non ritira la Sua cura provvidenziale, né la accantona, né la aggira, né la sospende, né ne annulla l’effetto. La volontà di Dio, rivelata in segni e prodigi così straordinari, risiede nella forza stessa della Sua Parola. Non vi è nulla di arbitrario o capriccioso in tutto ciò. Dal nostro punto di vista, essi possono apparire come interventi sorprendenti, inattesi e straordinari della mano di Dio nella storia. Per Dio, tuttavia, i miracoli non sono tali nel modo in cui noi li percepiamo; sono, piuttosto, l’attuazione della Sua volontà attraverso modalità che a noi appaiono insolite ed eccezionali, ma che, in realtà, rispondono sempre e coerentemente al comando di Dio. Infatti, per citare ancora una volta Diemer:
“con i segni e i miracoli della provvidenza divina nella storia dell’umanità, non vengono eluse leggi o relazioni fisse. Piuttosto, in condizioni diverse da quelle ordinarie e ben note, si dischiudono altre potenzialità. Ciò accade quando l’uomo vive e agisce in virtù della fede e della preghiera. Le potenzialità e le forze della natura vengono così messe al servizio dell’avvento del Regno di Dio sulla terra” (Nature and Miracle, p. 16).
Secondo la prospettiva biblica, dunque, un miracolo non è il segno che un Dio, solitamente assente, sia presente per un breve istante... [bensì] un segnale del fatto che Dio, per un momento e per uno scopo particolare, sta percorrendo sentieri che solitamente non batte... un segno che Dio, sempre presente con la Sua potenza creatrice, sta operando qui e ora in modo insolito" (Lewis Smedes, "Ministry and the Miraculous", pp. 48-49)
Tutte le possibilità insite nel creato sono al servizio di Dio. I miracoli, pertanto, non contraddicono la Parola di Dio, ma ne rivelano - in modo eclatante - il potere di sostenere e risanare il creato. Tale Parola racchiude potenzialità straordinarie di cui siamo appena consapevoli, che spesso sfuggono alla nostra attenzione e verso le quali siamo, in gran parte, insensibili. Per dirla con Berkouwer:
Non è che nei miracoli si manifesti una potenza superiore a quella presente nel corso ordinario delle cose. Tutto ciò che Dio chiama all’esistenza è opera della Sua unica onnipotenza. Tuttavia, nei miracoli, Dio sceglie una via diversa da quella che ci si aspetterebbe nel normale svolgersi degli eventi. Questo modo «altro» in cui Dio opera - spesso riscontrabile nelle Scritture - costituisce il fondamento della natura testimoniale dei miracoli. È proprio questo a suscitare stupore. ("The Providence of God", p. 231)..
Dobbiamo dunque essere attenti alla cura provvidenziale di Dio non solo nei momenti di grande esaltazione spirituale o quando scampiamo per un soffio a un disastro, ma anche nel corso della nostra quotidianità. Il dono della manna nel deserto non è, in fondo, più miracoloso del seme che, gettato nel terreno, muore per poi far germogliare nuovo grano nei campi. La risposta di Dio a una preghiera fervente può essere altrettanto reale attraverso una terapia medica quanto lo è nelle guarigioni prodigiose operate da Gesù e dai Suoi apostoli. Come afferma Bavinck:
"[La Provvidenza] non si manifesta solo, né principalmente, in eventi straordinari o miracoli, bensì altrettanto nell’ordine stabile della natura e nel normale svolgersi della vita quotidiana". (Gereformeerde Dogmatiek, vol. II, p. 580)
Il significato più profondo e completo della provvidenza speciale di Dio - ciò che chiamiamo miracoli - è, in effetti, avvolto nel mistero. Ma lo stesso vale per la sua provvidenza generale. Nessun aspetto della realtà creata, nessun evento della storia, è razionalmente trasparente. Il razionalismo è una pretesa superba. Di conseguenza, il misterioso significato profondo dei miracoli va più adorato con reverenza che sondato intellettualmente. Tale umiltà «ci preserva sia da un ottimismo superficiale, che non coglie gli enigmi della vita, sia da un pessimismo orgoglioso, che dispera del mondo e del nostro destino» (Bavinck, Gereformeerde Dogmatiek, vol. II, p. 580). È difficile tracciare una linea di demarcazione netta tra la provvidenza ordinaria e i miracoli, intesi come un «altro modo» in cui Dio interagisce con il creato. Nel commentare due «miracoli» - il sole che si ferma ai tempi di Giosuè e quello che torna indietro sulla meridiana in risposta alla richiesta di Ezechia - Calvino stabilisce una stretta relazione tra questi due aspetti della provvidenza divina. Ecco le sue parole:
"Dio ha testimoniato, attraverso quei pochi miracoli, che il sole non sorge e non tramonta quotidianamente per un cieco istinto della natura; al contrario, è Lui stesso a governarne il corso, per ravvivare in noi il ricordo del suo favore paterno. Nulla è più naturale dell’avvicendarsi delle stagioni: la primavera segue l’inverno, l’estate la primavera, l’autunno l’estate e l’inverno l’autunno. Eppure, in questa successione, si riscontra una tale varietà, così ampia e irregolare, che sembra quasi che ogni anno, ogni mese e ogni giorno governato da una nuova, speciale provvidenza di Dio. (Istituzione, 1:16:2).
Tutti gli atti di Dio possiedono un significato profondo, misteriosamente miracoloso. Di conseguenza, la fede nella realtà storica dei miracoli costituisce un aspetto duraturo della fede cristiana storica. La dottrina biblica della provvidenza e la visione cristiana della storia sono inconcepibili se separate da grandi atti divini quali la creazione, l’esodo e la risurrezione, i quali sono intrinsecamente intessuti nell’intero tessuto della rivelazione biblica. Con l’avvento della modernità, tuttavia, si è verificato un mutamento radicale. I pensatori illuministi hanno relegato i miracoli alla visione del mondo mitologica dell’antichità, dichiarando obsoleta tale prospettiva pre-scientifica. Stava nascendo una nuova visione del mondo. L’uomo moderno, ormai giunto finalmente alla maturità, esclude qualsiasi necessità dell’«ipotesi» di una provvidenza divina, per non parlare di «variabili» o «deviazioni» come i miracoli. Il «Dio delle lacune» è morto. Viviamo infatti in un universo autosufficiente, un continuum chiuso di relazioni causa-effetto uniformi; un mondo sigillato ermeticamente dalla legge dell’analogia, che esclude fattori scientificamente incontrollabili come la provvidenza, i miracoli o l’intervento di una «mano superiore» nella storia. La critica contemporanea alla testimonianza biblica su segni, prodigi e miracoli viene messa a nudo da Helmut Thielicke nelle righe che seguono, in cui egli dà voce alla mentalità dell’uomo moderno:
«... La certezza è possibile solo se la verità che mi interpella è analoga a ciò che la mia struttura di coscienza racchiude in sé come coscienza della verità. Poiché sono un essere razionale, consapevole di essere illuminato e maturo, qualsiasi pretesa di verità che mi giunge può essere accolta e fatta propria solo se contiene una verità razionale. Ciò significa, tuttavia, che una verità soltanto attestata a livello storico, ma non convalidata dalla ragione, non è altro che un frammento insignificante». Se, d’altro canto, essa viene convalidata in tal modo, una volta percepita, può essere svincolata dalla storia che ne attesta l’origine. La religione, infatti, non è vera perché l’hanno insegnata gli evangelisti e gli apostoli; l’hanno insegnata perché è vera. Dispongo dunque di un accesso autonomo alla verità. È possibile che, nelle fasi più ottuse e immature del mio sviluppo, la verità mi giunga dapprima attraverso la storia. Ma, una volta percepita e fatta propria, divento indipendente da chi me l’ha trasmessa e imparo a camminare con le mie gambe. Quando l’educazione storica del genere umano giungerà al termine, non rimarrà che il puro ed eterno vangelo della ragione" (La fede evangelica, vol. I, p. 42).
La presunzione audace e sicura di sé, che sta alla base di questa visione razionalista dell’uomo e del mondo tipica del XIX secolo, è stata duramente ridimensionata dagli eventi rivoluzionari del XX secolo. I pensatori contemporanei si esprimono con maggiore cautela e circospezione riguardo ai cosiddetti «risultati certi del metodo scientifico». Sono meno categorici nelle loro affermazioni sulle immutabili «leggi della natura» e riconoscono che la realtà appare più complessa di quanto si ritenesse in passato. Concetti come contingenza, indeterminatezza, relatività e persino irrazionalità sono oggi correnti negli ambienti accademici. Siamo di fronte a una «rivoluzione dei paradigmi». I cristiani sono talvolta tentati di rallegrarsi per questi segnali di cedimento e ritrattazione all’interno della moderna visione del mondo, di stampo meccanicistico-deterministico. Potrebbero essere portati a credere che tale mutamento offra almeno una flebile speranza di ritagliare, ancora una volta, uno spazio per l’intervento della divina provvidenza e per i miracoli. Come se i miracoli esistessero solo in virtù delle lacune fortuite della scienza! Coloro che cedono a questa mentalità negativa - lasciando che sia la scienza moderna a dettare l’agenda decisiva e accontentandosi di raccogliere le briciole di fede che cadono dalla sua tavola - non possono che attendere i futuri sviluppi della ricerca scientifica con un senso di timore e trepidazione. Come afferma Berkouwer:
«Chi riscopre uno spazio per l’agire di Dio all’interno della crisi delle scienze naturali... ha già implicitamente relativizzato tale agire [divino], ponendolo in contrapposizione a un ordine naturale inteso come realtà dotata di esistenza autonoma. In tal modo, la questione dei miracoli rimane inevitabilmente invischiata nelle problematiche proprie delle scienze naturali. E, di fatto, viene in gran parte abbandonato il modo biblico di parlare dell’agire di Dio in questo mondo» (The Providence of God, pp. 219-20).
Nel nostro secolo, seppur in modi talvolta ambigui, Barth, Bonhoeffer e altri hanno sferrato un deciso contrattacco contro l’ermeneutica storico-critica del liberalismo moderno - radicata in una visione del mondo naturalistico-secolare - che privava la rivelazione biblica della realtà dei miracoli. Ciò ha portato Barth a confrontarsi criticamente con il metodo di radicale demitizzazione proposto da Bultmann. È ben nota, inoltre, la posizione di Barth - un «sì» contrapposto al «no» di Brunner - riguardo al miracolo della nascita da vergine. Tuttavia, come accade per ogni ermeneutica coerente, il metodo di Barth nell’interpretazione dei miracoli trova il proprio contesto di senso all’interno della sua peculiare visione del mondo. In essa, egli traccia una netta linea di demarcazione tra «storia» e «soprastoria». Di conseguenza, distingue tra «miracolo» (l’evento storico) e «mistero» (il suo significato sovrastorico). I miracoli, come la nascita da vergine, accadono realmente - insiste Barth, in contrapposizione ai suoi maestri modernisti. Per coglierne il significato autentico, tuttavia, dobbiamo guardare oltre la loro natura di eventi storici verso il loro significato transtorico: il mistero dell’atto libero e sovrano di Dio in Gesù Cristo. Nel trattare il «miracolo della Pentecoste», Barth distingue dunque l’evento miracoloso in sé dal suo significato misterioso. Per usare le sue parole:
"Il miracolo è la forma del mistero. Non può essere separato da esso. Eppure, deve essere distinto e considerato a parte. Il resoconto del miracolo sta in rapporto a quello del mistero come il racconto della nascita di Gesù da una vergine sta a quello dell’incarnazione che in tale nascita si attua; o come il racconto del sepolcro vuoto sta a quello della vita di Gesù come Risorto; o, ancora, come il racconto dei miracoli di Gesù sta a quello delle sue dichiarazioni messianiche in essi espresse. Qui, come altrove, il miracolo assolve alla funzione specifica e indispensabile di indicare e, al contempo, caratterizzare il mistero, conferendogli un senso preciso e peculiare, e interpretandolo nel modo in cui deve essere inteso. Qui, come altrove, la forma non può essere separata dal contenuto, né il contenuto dalla forma. Anche in questo caso, tuttavia, non vi è dubbio che il miracolo costituisca, in tal senso, la forma del mistero - dell’atto divino e della rivelazione che esso attesta".
Qual è, dunque, il significato specifico del miracolo della Pentecoste? «...Si tratta del mistero, assolutamente divino, della libertà di questi uomini di farsi messaggeri di Gesù risorto presso Israele e il mondo intero». Secondo Barth, però, la prova cruciale e decisiva della fede non risiede nei segni miracolosi dell’evento pentecostale in quanto tali, bensì nel significato misterioso di questi drammatici accadimenti, così come viene esposto nel discorso di Pietro. Ciò nonostante,
"la narrazione di Lake su questo miracolo era indispensabile - non per spiegare il miracolo stesso, che parla da sé, né per accrescerne o stabilirne la storicità, bensì per delimitarlo e definirlo. Il suo messaggio è che, negli atti degli apostoli che ne seguono, abbiamo a che fare realmente con le opere meravigliose di Dio, e non con opere umane; opere che consistono, nello specifico, nel superamento - mediante la parola - dell’abisso che separa i vicini dai lontani. (Dogmatica ecclesiale, III/4, § 54, pp. 320-23).
La distinzione di Barth tra miracolo e mistero, interpretati rispettivamente come forma e contenuto, rivela i tratti di un ritorno - in chiave esistenziale - alle tendenze dualistiche della scolastica protestante. Emerge così un nuovo schema basato sulla dicotomia natura/grazia. Tali concezioni dicotomiche, che inclinano verso una visione deistica del rapporto tra Creatore e creatura, hanno a lungo compromesso la nostra comprensione dei miracoli. Per dirla con Bavinck:
"L’obiezione principale al deismo è indubbiamente questa: separando Dio dal mondo, l’infinito dal finito, e ponendoli l’uno accanto all’altro in modo dualistico, esso li trasforma in potenze rivali, impegnate in una lotta incessante per contendersi il dominio. Ciò che viene attribuito a Dio viene sottratto al mondo. Più si estende la provvidenza divina, più la creatura perde la propria indipendenza e libertà. E, viceversa, la creatura può preservare la propria autonomia d’azione solo respingendo Dio e privandolo della sua sovranità" (Gereformeerde Dogmatiek, vol. II, p. 563)
Tali visioni del mondo muovono dal presupposto che la realtà creata operi, sostanzialmente, in conformità alle leggi naturali. Di tanto in tanto, tuttavia, si verificano intrusioni soprannaturali - provenienti dall’«oltre» - nelle regolarità consolidate dell’ordine naturale, al fine di manifestare una grazia del tutto particolare o una cura provvidenziale. Dietro una tale interpretazione dei miracoli si cela, neppure troppo velatamente, il presupposto di una visione del mondo dualistica, in cui la causalità naturale opererebbe indipendentemente dalla Parola di Dio, salvo subire, di tanto in tanto, un intervento correttivo da parte di un "deus ex machina".
Prospettive di questo genere sono diametralmente opposte alla visione biblica del mondo, la quale ci presenta un Dio che agisce provvidenzialmente in ogni istante, sostenendo e governando incessantemente tutte le sue creature mediante il potere, che sostiene e risana, della sua Parola. È dunque opportuno abbandonare molte delle categorie correnti, comunemente utilizzate per distinguere il miracolo dalla storia ordinaria. Tra queste figurano:
- (a) la distinzione tra naturale e soprannaturale, dato che ogni elemento del creato è, da un lato, «naturale» - in quanto dotato di una propria, specifica identità di creatura - e, dall’altro, «soprannaturale», poiché costantemente soggetto al decreto divino;
- (b) la distinzione tra atti mediati e immediati di Dio, dal momento che, in ogni relazione vitale, Dio interagisce con le sue creature nell’ambito di un patto, attraverso il potere mediatore della sua Parola - contrariamente a quanto affermato da Calvino, secondo cui la provvidenza divina sarebbe «il principio determinante di tutte le cose, tale per cui essa opera talvolta tramite un intermediario, talvolta senza di esso, e talvolta in contrasto con qualsiasi intermediario» ("Istituzione della religione cristiana", 1:17:1;
- (c) la distinzione tra normale e anormale... Tali categorie rappresentano, peraltro, un modo fortemente peggiorativo di distinguere tra le opere provvidenziali di Dio. Questa prospettiva presuppone che l’attività divina si discosti, talvolta, dall’ordine stabilito della creazione. È inoltre assai discutibile quel metodo che
- (d) distingue i miracoli dalla costante sovrintendenza di Dio sulla storia, facendo ricorso alla distinzione aristotelica tra cause prime e cause seconde, al fine di sottolineare la natura soprannaturale e immediata (ovvero priva di intermediari) degli eventi miracolosi (cfr. Louis Berkhof, "Systematic Theology", pp. 176-77).
- (e) Infine, è alquanto dubbia anche quella concezione dei miracoli che li distingue dagli eventi storici ordinari definendoli inspiegabili o incomprensibili, poiché ciò sottintende che il significato della maggior parte degli accadimenti sia, al contrario, trasparente. In realtà, non siamo in grado di comprendere a fondo nemmeno gli eventi più comuni della nostra esperienza quotidiana. Per dirla con le parole di Herman Hoeksema:
"È vero che non riusciamo a comprendere come il Signore possa moltiplicare pochi pani tra le Sue mani divine, tanto da sfamarne una vera e propria moltitudine. Ma non rientra meno nei limiti della mia capacità di comprensione il modo in cui un seme possa cadere nella terra e morire, per poi portare frutto cento volte tanto. Certo, la mia mente resta sbalordita quando il Salvatore chiama Lazzaro fuori dalla tomba, dopo che questi è rimasto per quattro giorni a riposare nella polvere; eppure, la nascita di un bambino trascende, altrettanto, ogni mia più audace capacità di comprensione. Il modo in cui il Signore Gesù, alle nozze di Cana, abbia potuto trasformare l’acqua in vino rimane per noi un mistero; ma non è meno incomprensibile il modo in cui la vite possa produrre uva, trasformando così elementi diversi in vino. In altre parole, per la mia comprensione non fa alcuna differenza se Dio, con la Sua onnipotenza, agisca sulla vite nel modo consueto e noto per farle produrre uva, oppure se, con la medesima onnipotenza, intervenga sull’acqua per trasformarla in vino. Quando il sole e la luna si fermano al comando di Giosuè, confessiamo di non riuscire a comprendere tale fenomeno; ma anche quando, ogni mattina, il Signore fa sorgere nuovamente il sole sull'orizzonte orientale, quell'opera di Dio trascende la mia comprensione... Il miracolo ci lascia stupiti e attira in modo particolare la nostra attenzione. Tuttavia, la ragione di ciò non va ricercata nel fatto che noi comprenderemmo gli eventi ordinari e le azioni della provvidenza divina, mentre i prodigi supererebbero la nostra comprensione; essa risiede piuttosto nel fatto che ci siamo talmente abituati alle opere quotidiane della potenza onnipresente di Dio da non prestarvi, di norma, alcuna attenzione. Nel miracolo, Dio compie certamente qualcosa di speciale che, proprio in virtù del suo carattere singolare, richiama l'attenzione. Ciononostante, l'essenza stessa del miracolo non può essere individuata né nel suo aspetto cosiddetto soprannaturale, né nel suo carattere immediato, né nella sua natura incomprensibile" (Dogmatica riformata, pp. 242-43).
L'enfasi biblica non cade sui miracoli intesi come problemi da risolvere, né su interrogativi circa la loro possibilità o probabilità, bensì sulla loro realtà concreta e indiscutibile. I miracoli, naturalmente, accadono! Cos'altro dovremmo aspettarci? Di fronte alla risurrezione, i critici potrebbero esclamare: «Impossibile!». La Scrittura, tuttavia, usa un linguaggio del tutto diverso: era impossibile che la morte potesse trattenere Cristo (Atti 2:24-28). I miracoli sono conferme dell'invincibile verità della Parola di Dio. Non si tratta di semplici manifestazioni di forza bruta; il loro scopo non è impressionare le persone con dimostrazioni schiaccianti dell'onnipotenza divina, né sono stati concessi per soddisfare la nostra curiosità. I miracoli sono intrisi di un intento, un fine e un significato di natura rivelativa.
Di conseguenza, la Scrittura stabilisce uno stretto legame tra miracoli e fede. La fede sa cogliere le opere meravigliose di Dio, essendo essa stessa un prodigio della grazia divina. Nei Vangeli, laddove l’incredulità rendeva le persone cieche, leggiamo che «[Gesù] non vi poté compiere alcun miracolo...» (Marco 6:5). Forse la nostra frequente impotenza spirituale è legata a una mancanza di fede nelle «opere più grandi» (Giovanni 14:12-14) che il nostro Signore ha promesso.
Non vi è, dunque, alcuna valida ragione biblica per limitare il potere prodigioso di Dio a determinati tempi (passati) e luoghi (lontani), come ad esempio l’epoca biblica. Rifiutare a priori la realtà, o persino la possibilità, dei miracoli nel nostro tempo rivela la nostra resa allo spirito secolare dell’epoca attuale. La vita, oggi come in passato, rimane aperta ai miracoli. Arrendersi a una visione del mondo «chiusa» significa impoverire la forza della preghiera. D’altro canto, un’ossessiva fascinazione per i segni miracolosi può facilmente renderci ciechi di fronte alla cura provvidenziale di Dio negli eventi ordinari della vita quotidiana. I miracoli non sono fenomeni estranei a questo mondo; essi costituiscono una parte integrante della nostra esperienza concreta. Attraverso i miracoli, in risposta alla preghiera, si compiono più cose di quanto la maggior parte di noi osi immaginare. In essi, Dio non agisce "contra naturam" (contro la natura), bensì "contra peccatum" (contro il peccato), contrastando la deviazione, la distorsione e la perversione della vita causate dal peccato, senza contravvenire alla sua opera creatrice.
I miracoli, dunque, non sono eventi anormali o innaturali - concezioni, queste, che presuppongono la normalità di una «legge naturale». Piuttosto, essi costituiscono una riaffermazione della normatività del buon ordine creato e della fedeltà costante di Dio alle promesse del suo patto. I miracoli sono segni e prodigi dello "shalom" voluto da Dio - uno "shalom" oggi infranto, ma restaurato in Cristo - il cui ripristino definitivo ci viene prospettato come speranza escatologica. Essi rappresentano manifestazioni del regno futuro all’interno della realtà presente; sono un richiamo potente alla dimensione del «già» propria del regno che viene. Come dichiarò Gesù: «Se io scaccio i demòni per mezzo del dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio» (Luca 1120). Tuttavia, lo stupore che essi suscitano in noi funge anche da promemoria enfatico della dimensione del «non ancora» del regno. Ciononostante, la loro natura apparentemente eccezionale non deve trarci in inganno, portandoci a considerarli come «deviazioni» verso un qualche luogo immaginario e irreale. I miracoli sono, piuttosto, segnavia del regno, saldamente piantati lungo quel cammino - riaperto in Cristo - che conduce al rinnovamento della buona terra, in cui dimora la giustizia perfetta.
"Per un’analisi comparativa sintetica dei concetti di «passato», «presente» e «futuro» - intesi come chiavi di lettura della storia nelle prospettive occidentale secolare, dei nativi americani e biblica - si veda B. J. Van Der Walt, "Being Human: A Gift and a Duty", pp. 40-42.
Supplemento
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