Ecclesiologia/La Chiesa riformata è la vera chiesa

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La Chiesa riformata è la vera Chiesa? Sì, lo affermiamo

(Di Francesco Turrettini, https://www.apuritansmind.com/puritan-favorites/francis-turretin/is-the-reformed-church-the-true-church/)

I. Poiché è evidente da quanto detto nella domanda precedente che la chiesa romana di oggi non è la vera chiesa di Cristo, non può essere meno chiaro dalla regola dei contrari che questo titolo non può essere negato ai Riformati e chiese evangeliche (che si separarono da Roma, in comunione con la quale quindi si può certamente ottenere la salvezza), qualunque cosa sostengano i nostri avversari nei loro giudizi più avventati ed iniqui.

II. Né è difficile dimostrarlo ulteriormente rispetto a quanto detto prima riguardo ai segni della chiesa. Poiché è stato dimostrato che una vera Chiesa è soltanto quella in cui vige la pura predicazione della Parola e la fede istituita da Cristo e dagli Apostoli, non si può negare che le nostre Chiese siano giustamente designate con questo nome, se è vero (come sosteniamo) che la nostra fede non è altro che la fede di Cristo e degli apostoli.

III. Che la cosa sia davvero così chiara risulta dall'esame della fede stessa. Infatti, in qualunque modo lo consideri, sia riguardo alla fede, sia al culto, sia al governo (tre cose che è abituato ad abbracciare), non c'è nulla in esso che non sia fondato sulla parola di Dio e che non sia stato istituito e trasmesso da Cristo e dagli apostoli; come si può vedere dall'esame di teste particolari. E questo è il fondamento primario della nostra fede, al quale abbiamo sempre fatto e facciamo ora appello. E se da noi viene insegnato qualcosa che va oltre o è contrario alla parola di Dio, proprio per questa circostanza le nostre chiese dovrebbero essere considerate false. Se invece è certo che da noi non viene trasmesso nulla, né in materia di fede, né in materia di morale e di culto, in contrasto con la dottrina trasmessa da Cristo e dagli apostoli nella Parola, nessuno può dubitare che la verità della fede trae necessariamente dietro di sé la verità della Chiesa che la professa. Se i nostri avversari vogliono negarlo o metterlo in discussione, dobbiamo passare ad un esame della dottrina (che essi rifiutano con tanto zelo).

IV. So che i cattolici-romani criticano diverse nostre dottrine, che essi ritengono contrarie sia alla verità che alla pietà, e per le quali sono soliti marchiarci con il marchio dell'eresia. Ma che questa sia un'accusa assolutamente ingiusta può apparire più chiaro del sole di mezzogiorno da una discussione delle cose stesse. Da ciò risulta:

(1) che ci vengono accusate calunniosamente e falsissimamente alcune cose, dalle quali siamo più lontani e che detestiamo assolutamente: come che facciamo di Dio l'autore del peccato perché affermiamo la sua efficace provvidenza sul peccato; che neghiamo l'onnipotenza di Dio perché insegniamo che Dio non può far sì che il corpo di Cristo sia essenzialmente presente in molti luoghi allo stesso tempo; che distruggiamo l'uguaglianza delle persone divine perché attribuiamo al Padre una preminenza (hyperochen) di divinità, mentre riteniamo che il Figlio non sia autotheon (“Dio da se stesso”); che imponiamo dalla divina provvidenza una necessità assoluta, fatale e stoica a tutte le cose; che rendiamo uguali tutti i peccati perché riteniamo che tutti siano mortali e nessuno veniale; che neghiamo la vera umanità di Cristo, togliendogli personalità; che affermiamo che Cristo ha disperato sulla croce; che neghiamo la rettitudine intrinseca e non riconosciamo la necessità di buone opere; e altre cose simili che chi conosce la nostra fede e ha letto le nostre pubbliche confessioni e libri simbolici, non può non sapere che sono falsissime e accusate contro di noi con pura calunnia (come è stato da noi dimostrato in tutta questa opera riguardo a ciascun capo).

(2) Che gli altri vengono falsamente educati dalle false conseguenze dei nostri veri principi; come che la dottrina della predestinazione (come da noi insegnata) spegne nell'animo degli uomini ogni fede ed è maestra o della profanazione o della disperazione; che togliamo di mezzo la legge morale, eliminando la necessità delle buone opere; che chiamando facciamo dell'uomo un tronco di legno, ritenendosi (secondo noi) meramente passivo nel primo momento della chiamata; che nella giustificazione pensiamo che l'uomo non è reso giusto in se stesso, ma rimane un peccatore ingiusto e impuro ed è ritenuto giusto solo in Cristo; che gli uomini, per quanto pecchino, non dovrebbero essere non meno certi della loro perseveranza; che con la nostra dottrina della certezza della salvezza e della giustizia indistruttibile, corrompiamo l'idea della vera perseveranza, abroghiamo l'uso di ogni timore e distruggiamo la natura delle virtù cristiane; e molte altre cose di questo genere, che se qualcuno esaminerà più attentamente, troverà estremamente estranee alla nostra dottrina rettamente intesa, e che non possono essere dedotte se non da conseguenze violente e contorte contro la natura delle cose stesse (come è avvenuto stato da noi dimostrato nelle sedi opportune). Oppure:

(3) che le cose che sono di per sé più vere e coerenti con la parola di Dio, sono state accusate più ingiustamente di falsità: come ciò che da noi viene insegnato contro l'invocazione dei santi e il culto delle immagini; contro il purgatorio e le soddisfazioni umane; la transustanziazione e il sacrificio della Messa; il primato del papa e altre cose con cui si lotta contro gli errori papali. Oppure:

(4) che le parole più dure di alcuni scrittori e le opinioni private di insegnanti mai accolte dalla chiesa vengono presentate come la sua fede pubblica e uniforme.

V. Queste cose risplenderanno più chiaramente, se concepiremo mentalmente l'idea vera e genuina della nostra fede, in contrasto con quella falsa e fallace che i nostri avversari, per pura calunnia o ignoranza e cieco pregiudizio, sono soliti inventare per diffamarla, non solo come assurdo e mero scheletro senza umidità e unzione, privo di ogni ornamento; ma anche come empi e impuri, degni dell'odio e dell'indignazione di tutti; mentre tuttavia non si può concepire nulla di più sacro e puro, nulla di più degno dell'amore e della venerazione degli uomini.

La nostra fede è quella tutta occupata a conoscere il Dio uno e trino, Creatore, conservatore e Redentore, e ad adorarlo giustamente secondo il suo comando. Dà tutta la gloria della nostra salvezza solo a Dio e scrive solo contro l'uomo la vera causa del suo peccato e della sua distruzione. È la nostra fede che non riconosce altra regola di fede e di pratica oltre le sacre Scritture; nessun altro mediatore e capo della chiesa oltre a Cristo; nessun altro sacrificio propiziatorio se non la sua morte; nessun altro purgatorio che il suo sangue; nessun altro merito se non la sua obbedienza; nessun'altra intercessione che le sue preghiere. È la nostra fede che insegna che solo Dio deve essere adorato e invocato e non permette che la gloria e il culto religioso a Lui dovuti si trasferiscano sulle creature. È la nostra fede che deprime quanto più possibile l'uomo togliendogli ogni presunzione delle proprie forze e dei propri meriti; e lo eleva al vertice predicando che la grazia e la misericordia di Dio sono l'unica causa di salvezza, sia nell'acquisizione che nell'applicazione. È la nostra fede che proclama la guerra contro tutti i vizi, raccomanda tutte le virtù e insiste sulla necessità della santità e delle buone opere per la salvezza; colloca la pietà e il culto, non in esercizi corporali, che sono di scarsa utilità (per esempio la distinzione del cibo, l'osservanza di feste, digiuni, pellegrinaggi, flagellazioni e altre cerimonie esterne e culti [ethelothreskeiais], che Dio non ha ingiunto in nessun luogo), ma nel culto in spirito e verità, consistente in un cuore puro, una buona coscienza, una fede non finta, un amore e una pratica delle buone opere. È la nostra fede che reca solida pace e consolazione all'anima del credente in vita e in morte per la vera fiducia che gli ordina di riporre non nell'incertezza e nella vanità della propria giustizia o delle soddisfazioni umane, ma nell'unica misericordia di Dio e giustizia perfettissima di Cristo, la quale, applicata al cuore mediante la fede, toglie dubbi e diffidenze e genera una viva persuasione di salvezza dopo questa vita. È la nostra fede che non solo non vieta la lettura delle Sacre Scritture in quanto pericolosa, ma lo comanda come estremamente utile e altamente necessario; che non vuole che le cose sacre siano compiute in una lingua straniera, per cui i miserabili non capiscono Dio che parla e sono tenuti nell'ignoranza i più lontani dai misteri; ma loda l'uso della lingua comune conosciuta da tutti affinché possa consultare per l'edificazione e l'istruzione di tutti. È la nostra fede che impone a tutti l'obbedienza dovuta ai poteri superiori e pensa che non senza grande malvagità e sacrilega audacia qualsiasi persona morale possa arrogarsi il potere di deporre i re e di assolvere i sudditi dal giuramento di fedeltà. È la nostra fede che, contenta dei due sacramenti istituiti da Cristo (il Battesimo e la Cena), rifiuta tutti gli altri come invenzioni del genio umano. Riconosce la presenza vera, spirituale ed unica salvifica di Cristo nella Cena e non può ammettere la presenza corporea e capernaitica per la quale Dio si crede non solo fatto dall'uomo ma anche mangiabile, in contrapposizione al senso, alla ragione e alla fede e pieno di diecimila contraddizioni. Ora, quale falsità o empietà si può scoprire in tutte queste cose? D'altra parte, cosa si può trovare che non trasmetta verità e sincerità e non sia d'accordo con la parola di Dio e con lo spirito del cristianesimo? Può esserci qualcuno così spudorato da osare dire che coloro che credono veramente e osservano sinceramente tali cose dovrebbero essere consegnati alle fiamme eterne e condannati senza speranza di salvezza?

VI. Se si volesse istituire un parallelismo della fede romana con la nostra, si potrebbe facilmente cogliere quale sia la più santa e degna del desiderio e della venerazione degli uomini e quale la più impura e spudorata. Quello romano, che trasferisce il culto dovuto al solo Creatore (Dio benedetto in eterno) alle creature e ordina all'uomo razionale di prostrarsi davanti a immagini e statue mute e inanimate? O il nostro, che ordina che solo il Dio sempre vivo e vero sia adorato e venerato? Quella romana, che divide tra Dio e l'uomo la gloria della nostra redenzione, conversione e salvezza; o il nostro, che lo attribuisce unicamente a Dio? Quello romano, che riconosce e venera un uomo debole, peccatore e mortale, come capo della Chiesa e come giudice supremo delle controversie e delle coscienze; o il nostro, che non sottomette né il corpo mistico di Cristo, né le sue singole membra ad altro che a Cristo solo, il Figlio consustanziale (homoousio) del Dio beato? Il romano, che cerca ancora Cristo in terra sotto le specie di cosa corruttibile contro la testimonianza dei sensi, della ragione e della Scrittura; o il nostro, che lo cerca solo in cielo seduto sul trono del Padre e si serve del sacramento, non per creare, ma per onorare Cristo; non per aver mandato il suo corpo nei nostri cuori, ma per aver innalzato il nostro cuore a Lui? Il Romano, il quale, per regnare più facilmente nelle tenebre, pone la candela sotto il moggio, vietando la lettura della Scrittura e del Testamento del Padre nostro, ingiungendo l'uso di una lingua straniera nelle cose sacre, e sostiene che la fede debba essere definito dall’ignoranza e dall’obbedienza cieca piuttosto che dalla scienza e dalla conoscenza? Oppure la nostra, che esorta tutti alla lettura e allo studio delle Scritture, si raccomanda con la manifestazione della verità e ripone fede nella conoscenza dei sacri misteri? Il romano, che equipara le tradizioni umane alla parola di Dio, corrompe i precetti della legge e mutila il sacramento in una sua parte? Oppure la nostra, che, contenta della parola di Dio divinamente ispirata (theopneusto), non tollera che nulla le venga aggiunto o tolto. Da questi (per non parlare degli altri) ognuno vede cosa bisogna giudicare circa la verità o la falsità di ciascuna fede e chiesa.

VII. Ma per avvicinarci di più ai nostri avversari, dalla loro confessione raccogliamo la verità della nostra fede e della nostra chiesa. Poiché infatti non crediamo nulla degli articoli meramente affermativi (che contengono cose da credere, sia sulla fede, sia sulla morale e sul culto, che essi stessi non professano di credere con noi come verissimi), dovrebbero confessare o che la nostra fede è vera o che la loro, che hanno in comune con noi, è falsa. Da ciò è confermato che tutta la nostra controversia con i cattolici-romani non riguarda questi articoli affermativi, che la Chiesa cattolica in tutti i tempi ha costantemente insegnato e che anche Roma stessa ora riceve e professa; ma riguardo agli articoli negativi ed esclusivi che ci propone come necessari per essere creduti, noi li respingiamo costantemente come falsi ed erronei. La questione tra noi, ad esempio, non è se la Scrittura sia la parola di Dio divinamente ispirata (theopneuston), la regola della fede e della pratica (che è la nostra convinzione e che anche loro stessi ammettono); ma se oltre alle Scritture vi siano tradizioni non scritte (agraphoi) da accogliere con uguale affetto di pietà e riverenza come regola di fede (che essi sostengono e noi neghiamo). Non è in discussione se Cristo sia il nostro Mediatore presso Dio e la sua morte un sacrificio propiziatorio per i nostri peccati (cosa confessata da entrambe le parti); ma se oltre a Cristo vi siano altri mediatori, sia di redenzione che di intercessione, e se oltre al sacrificio della croce si debba ammettere qualsiasi altro sacrificio veramente propiziatorio (cosa che essi sostengono e noi respingono). Non è in discussione se Dio debba essere adorato e adorato (su questo siamo entrambi d'accordo); ma se oltre a Dio possiamo e dobbiamo legittimamente adorare e invocare le creature. La questione non è se Cristo sia il capo della Chiesa (cosa affermata da entrambe le parti); ma se oltre a Cristo anche il papa sia un capo secondario (che è il loro errore, al quale noi ci opponiamo). Infine, per non parlare di altre teste, non è in discussione se siamo giustificati dalla fede comprendendo il merito di Cristo (che sosteniamo con le Scritture); ma se siamo giustificati anche per le opere (che essi sollecitano e noi respingiamo). Poiché risulta evidente che questi capi della nostra fede non entrano in conflitto con i nostri avversari, non si può negare che la nostra fede, contenuta in questi capi, sia vera e, di conseguenza, che la Chiesa che la professa sia vera. Né si può dire che la sua falsità venga colta per quanto riguarda gli articoli negativi perché non siamo disposti a ricevere e credere a tutto ciò che ci impongono di credere. Una cosa è non credere a tutto ciò che viene imposto per essere creduto; un altro a credere a ciò che è falso. I cattolici-romani possono rimproverarci la prima, ma non la seconda. Né la mancanza di quella fede può essere rivolta contro di noi come una colpa,

VIII. Tuttavia, poiché con vari pregiudizi tentano di rovesciare la verità della nostra fede e della nostra chiesa, è necessario dimostrare brevemente la loro inutilità. Il primo è:

(1) il crimine di scisma: ci siamo separati dalla chiesa di Roma e quindi siamo stati separati dalla vera chiesa. Ma si possono dare varie risposte:

  • (a) Ogni secessione non è cattiva e scismatica, ma solo quella fatta in modo avventato e ingiusto. Poiché ciò non si può dire dei nostri (che avevano cause gravissime e sommamente necessarie), non può imputarci lo scisma (come è stato da noi altrove dimostrato, Disputa 1, “De Necessaria Secessione”, Opera [1848], 4: 3-27).
  • (b) Si suppone gratuitamente che separarsi dalla chiesa di Roma e separarsi dalla vera chiesa siano la stessa cosa. Eppure differiscono molto l’uno dall’altro. Ci siamo separati sì dalla chiesa romana e papale, ma non per questo ci siamo separati dalla vera chiesa di Cristo; anzi, proprio per questo motivo abbiamo abbandonato la comunione romana, per conservare la comunione di Cristo, con la quale essa era incompatibile (asistatos).
  • (c) Poiché il privilegio dell'infallibilità non è stato concesso né a Roma, né ad alcuna Chiesa particolare visibile (come abbiamo già dimostrato), nessuno può pretendere che la separazione dalla sua comunione sia ingiusta, a meno che non abbia dimostrato in anticipo che la verità della dottrina è con lei. Infatti, se è vero che una chiesa è eretica o idolatra, chi può dubitare che il credente debba necessariamente separarsi da essa se vuole provvedere alla sua salvezza (poiché è del tutto obbligato)? Perché non penso che nessuno sano di mente vorrebbe adottare quel paradosso crudo ed empio dell'autore del libro de praejudi (vale a dire: "Non bisogna mai separarsi dalla chiesa di Roma; anzi, anche se fosse eretica e idolatra"), come se l'eresia e l'idolatria non fossero incompatibili (asystatoi) con la salvezza e Paolo vi avesse detto falsamente non vi era alcuna comunione di Cristo con Belial, della luce con le tenebre, del tempio di Dio con gli idoli, e che gli idolatri sarebbero stati esclusi dal regno dei cieli.

IX. (2) La novità della Riforma è sollecitata come dimostrazione della novità della fede. Ma qui la fede viene falsamente confusa con la Riforma. La fede è il corpo della dottrina trasmessa da Cristo che contiene tutto ciò che dobbiamo credere o fare per la salvezza. La riforma non è altro che l'eliminazione degli errori e delle corruzioni introdotte dal papato nella dottrina di fede e nella pratica trasmessa da Cristo. La Riforma è in effetti nuova (cioè fatta di recente, come supponendo che lo stato precedente della chiesa fosse corrotto), ma non per questo motivo con questa Riforma è stata istituita una nuova fede o chiesa che prima non esisteva; piuttosto ciò che già esisteva fu migliorato dall'antica regola (cioè dalla parola di Dio). Ma non è cosa nuova che la verità venga accusata di novità e che la menzogna tenga dinanzi a sé un'antichità sacra e venerabile. Gli ebrei contestavano questa novità contro Cristo e si vantavano di essere amanti e seguaci dell'antichità (Marco 7:5 ; Matteo 15:2 ). I gentili, con il pretesto della novità, portarono all'odio i primi cristiani e ostentarono non meno con orgoglio che falsamente i monumenti della loro antichità. Ma come Cristo ha smentito la falsità di questa accusa citando le Scritture che testimoniavano di lui (Giovanni 5:39 ) e confermavano la dottrina da lui trasmessa (come i cristiani si difendevano dai gentili con le stesse armi), così i lo stesso metodo dovrebbe essere utile per scagionarci e rimuovere l'accusa sollecitata. Chiediamo che venga considerata l'antichità non delle persone, ma della dottrina (che riteniamo sia giusta per noi).

X. (3) Un altro pregiudizio è il difetto della nostra vocazione e missione, di essere autoldetoi, senza autorità né diritto di riformare la Chiesa, e per questo da condannare anche inascoltati. Ma:

(a) questo è gratuitamente supposto, non dimostrato. Infatti affermiamo che né ai nostri riformatori è mancata una chiamata legittima, né a noi manca (come si dimostrerà quando parleremo della vocazione dei pastori),

(b) Ancora una volta si suppone erroneamente che una chiamata ordinaria sia sempre necessaria per l'esercizio del ministero e della riforma della chiesa perché c'è una regola per la chiesa istituita e da conservare, un'altra per essere restaurata e riformata. Come in uno Stato ben ordinato, non è lecito a nessuno insorgere contro i comandanti in capo ordinari e se qualcuno lo tentasse, si renderebbe colpevole di sedizione e tradimento; ma se ciò avvenisse in uno stato turbato allo scopo di scongiurare ogni tradimento suscitato contro il re e il regno, non sarebbe ora considerato un crimine degno di punizione, ma un'azione eroica e meritevole di lode. Pertanto, se qualcuno, in disprezzo dell'ordine ben stabilito nella Chiesa, volesse invadere il sacro ufficio senza una chiamata (come fecero gli anabattisti e simili disturbatori), sarebbe meritatamente condannato. Ma quando il ministero stesso è corrotto, quando nella Chiesa tutto è turbato e incombe il pericolo più immediato di distruzione, se qualcuno volesse provvedere alla salvezza propria e del prossimo, non avrebbe bisogno di una chiamata particolare, né avrebbe bisogno di aiuto. non vogliono altra autorità che lo zelo per la gloria di Dio e il desiderio della propria salvezza (al cui procurarsi ciascuno è tenuto da una chiamata generale).

Ora noi sosteniamo che questo era lo stato della chiesa di Roma e siamo pronti a dimostrarlo a partire dalla più alta corruzione della fede che prevaleva in essa. Se lo affermiamo falsamente, dobbiamo essere considerati colpevoli di avventatezza e insolenza. Ma se così è stato dimostrato, chi potrà biasimarci se volessimo provvedere in tempo alla nostra salvezza con il rifiuto della menzogna e dell'errore e con la pubblica professione della verità?

c) Ingiustamente sostengono che noi (anche inascoltati) possiamo essere condannati per un difetto di missione, poiché le leggi stesse lo vietano costantemente. Perciò Nicodemo: «La nostra legge», disse, «giudica qualcuno prima di ascoltarlo e di sapere quello che fa?». (Giovanni 7,51 ). Come infatti si potrebbe condannare senza la massima temerità ciò che non si conosce? E come si può conoscere ciò che non viene esaminato? Inoltre, poiché la verità concilia l'ascolto da parte di chiunque ci venga portata, se la nostra dottrina è vera, dobbiamo essere ascoltati anche se non abbiamo una missione esterna; ma se fosse falso, anche se avessimo una missione, saremmo detestati e non ascoltati, e per questo tanto più che la missione va provata dalla dottrina e non la dottrina dalla missione.

XI. (4) I disaccordi sono un pregiudizio sotto il quale soffrono le chiese evangeliche. Ma non possono impedire loro di conservare il nome di vera Chiesa, perché sono d'accordo sul fondamento. E se esistono delle differenze (che Dio ha voluto permettere per provare la nostra fede), si tratta di articoli meno necessari, nei quali può esserci disaccordo senza toccare l'essenza della fede salvifica: come un tempo le Chiese apostoliche avevano le loro differenze e macchie, come risulta dagli Atti degli Apostoli e dalle epistole paoline; né ne furono esenti le chiese orientale e occidentale, latina e greca, africana e italiana, le quali non per questo cessarono di essere vere chiese. Ancora una volta, le contese e le divergenze tra gli evangelici sono molto minori di quelle che si agitano tra i cattolici-romani, i quali, come abbiamo visto prima, spesso si accusano a vicenda di eresia. Né notiamo qui i giudizi più rigidi di alcuni di coloro che prendono il nome dal grande Lutero, i quali, trascinati da sinistri pregiudizi, sono soliti attaccarci. Infatti, per quanto duramente ci abbiano trattato, non cessiamo di onorarli con affetto fraterno. E se, messi da parte i loro pregiudizi e i loro affetti privati, esaminassero seriamente la cosa stessa secondo la legge dell’amore, della verità e della prudenza cristiana, non sarebbero tanto contrari ad un pio sincretismo e ad una riconciliazione con noi, o almeno ad una tolleranza reciproca, alla quale non pochi tra i più moderati non sono contrari.

XII. (5) Il quinto pregiudizio è la vita dei Riformatori la quale, essendo contaminata da tanti vizi, nessuno poteva facilmente credere che Dio volesse servirsi di tali strumenti per il compimento di un'opera così grande. Ma molte cose dimostrano la falsità di questo pregiudizio:

(a) Si suppone che la verità della fede dipenda dalla vita e dalla pratica dei pastori; mentre deve essere misurata non dalla vita degli uomini peccatori (che non sono altro che strumenti di cui Dio si serve), ma dalla rivelazione e verità di Dio solo, suo autore,

(b) Con lo stesso pregiudizio i Farisei e i Sadducei di i vecchi tentarono di rovesciare Cristo e la sua dottrina, accusandolo di blasfemia, sedizione, impostura, golosità e arti diaboliche. Né esisteva altro modo di trattare gli apostoli e i piissimi servitori di Dio, ai quali per noi essere simili sotto questo aspetto non dovrebbe essere non solo vergognoso, ma glorioso.

(c) Sebbene crediamo che i nostri riformatori non fossero né infallibili né incapaci di peccare, ma uomini di passioni (homoiopatheis) simili a quelle degli altri (a cui nulla di umano era estraneo) e non senza macchie e colpe, tuttavia il fatto di essere i più lontani dai crimini loro imputati, la loro notevole pietà e lo dichiara sufficientemente la nota integrità della loro vita e della loro morale e le rare virtù con le quali si raccomandarono e ottennero una testimonianza dai loro stessi avversari. E queste calunnie così offensive sono state così spesso confutate e accusate di falsità, che devono aver perso ogni vergogna coloro che non arrossiscono nel portarle ancora avanti. Vedi le difese dei nostri teologi per Zwingli, Lutero, (Pietro) Martire, Calvino e Beza; da Rivet, Dumoulin, Drelincourt e altri; e soprattutto la risposta recentemente pubblicata, in cui l'autore prosegue accuratamente tale argomento (Jurieu, Histoire du Calvinisme 1.3, 4, 8, 15 ss. [1683], pp. 74-95, 133-47, 199 ss.).

d) Se fossimo disposti a recriminare, con quanto miglior diritto e più verità si potrebbero imputare loro i vizi e i delitti, di cui abbondava la corte romana al tempo della Riforma, di cui molti cattolici-romani vividamente descrivono lo stato più corrotto (come si è già visto), per cui imperatori e re cercarono così spesso con tanto zelo la riforma sia nel capo che nelle membra?

XIII. (6) È una calunnia sulla violenza e la crudeltà di cui viene accusata la nostra fede, come se fosse stata stabilita con la spada, con il sangue e con la forza delle armi, scatenando per questo guerre sante. Perciò il più malvagio Maimbourg, colpito da una furia folle, proprio all'inizio della sua Histoire du Calvinisme (1682), scritta non tanto con inchiostro quanto con sangue, si accanisce impotente contro di essa e lavora insaziabilmente su quest'unica cosa: di sottoporre al ridicolo del mondo con le falsità più sfacciate e le calunnie più vili, non solo le anime pie dei santi e coloro che sono ben meritevoli della chiesa di Dio, ma soprattutto di esporre all'odio e all'esecrazione di tutti, la dottrina stessa costruito sull'unico fondamento sia dei profeti che degli apostoli, come madre gravida di empietà, di turbamenti e di controversie, quando dice che il Calvinismo rinnovò «tutto ciò che è furore e follia, ribellione, perfidia, avarizia, ambizione, crudeltà e le più selvagge le passioni avevano animato anticamente le persone più malvagie, affinché si affermasse con la spada e con il fuoco”. Ma che nulla è più falso di questa atrocissima falsità, lo dice la cosa stessa, né possono essere ignoranti coloro che conoscono la storia del periodo in cui avvenne la Riforma. La fede di Cristo è sempre come se stessa; le sue armi non sono carnali, ma potenti attraverso Dio per distruggere le fortezze e i ragionamenti (che si levano contro la conoscenza di Dio) e per portare ogni pensiero prigioniero all'obbedienza a Cristo (2 Corinzi 10: 4).

Poiché fin dal principio fu fondata non con le armi, ma con la sola predicazione della parola e con il sangue degli apostoli e le sofferenze dei martiri, così in nessun altro modo fu restituita al suo primitivo splendore; non per mezzo di un braccio di carne, ma per il braccio del Signore e per lo scettro invincibile del vangelo, che è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede. Come la Chiesa è stata fondata con il sangue, così col sangue è cresciuta, sopportando e non infliggendo ingiurie. “L'armatura della chiesa è la fede; la corazza della Chiesa è la preghiera, che vince l’avversario», dice Ambrogio (Al riguardo delle vedove 8,49 [NPNF2,10:399; PL 16,263]). Se in questa circostanza furono fatti dei movimenti o scatenate delle guerre, non sono da attribuire alla fede (che persuade proprio il contrario), ma alla furia e alla crudeltà dei nostri avversari, che tentarono di distruggere con il fuoco e con la spada. Né si dovrebbero imputare subito alla fede le guerre civili spesso combattute dai principi per se stessi (anche se con il pretesto della fede). Vedi Jurieu, Histoire du Calvinisms, pt. 2 (1683), pp. 271-557, dove l'autore, ripercorrendo la storia della Riforma in Svizzera così come in Inghilterra, Scozia, Francia, Belgio e altri luoghi, dimostra nel modo più chiaro che essa era lontanissima dalla violenza e crudeltà attribuita ad esso; ma che ciò possa con la massima giustizia essere ribattuto contro il papato, di cui dimostra la terribile ferocia e crudeltà con gli argomenti più convincenti ("Historic du Papisme", in Histoire du Caivinisme, Pt. 3 [1683]).

XIV. (7) Si tratta di una calunnia sulla confusione e sui molteplici disordini (atassia) che si dice siano sorti nel mondo a seguito della Riforma. Ma neppure questa falsa accusa deve commuoverci. Così Elia nell'antichità fu accusato di essere un disturbatore d'Israele (1 Re 18:17 ). E ai primi cristiani furono imputati tutti i mali e le calamità accadute all'Impero Romano. Ma come Elia non turbò Israele, né il cristianesimo fu causa delle miserie dell'Impero, così neppure la nostra fede (che concorda con quel cristianesimo più puro) può essere chiamata causa della confusione che regna nel mondo. Non respira altro che pace e concordia; ritiene che nulla sia più pericoloso e da evitare della confusione e dell'anarchia; non elogia nulla in modo più efficace del buon ordine (eutassiano) e delle buone leggi. E se qualche confusione è sorta per la sua causa, non deriva di per sé dalla sua dottrina, ma accidentalmente solo a causa della contumacia e della ribellione degli uomini che, non potendo sopportare quella luce, hanno cercato in ogni modo di spegnerla. Proprio come Cristo professa: “Non sono venuto a portare la pace sulla terra, ma la spada e il fuoco” ( Mt 10,34 ).

XV. (8) Poi c'è la calunnia riguardante l'indipendenza, sia nella chiesa che nello stato, che ci porta a non riconoscere alcuna autorità nella chiesa e ad essere ostili ai poteri superiori. Ma nulla potrebbe essere detto più ingiustamente e più estraneo alla nostra fede. Perché chi l'ha salutato fin dalla soglia, può ignorare quanto poco favorisca l'indipendenza; con quanto zelo si oppone ad essa affinché tutte le cose siano fatte decentemente e in ordine (kata taxin) nella Chiesa mediante l'istituzione della legittima autorità e del governo? Né è ignoto che tra i capi principali della nostra fede sia annoverata l'obbedienza dovuta alle potenze superiori, alle quali siamo tenuti ad obbedire non solo per motivo di ira, ma anche per motivo di coscienza. Vuole quindi che queste due cose siano sempre legate da un legame indissolubile: «Temere Dio e onorare il re; per rendere a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Lasciamo l'indipendenza a coloro che si sottraggono alla giurisdizione del magistrato e pensano di essere talmente elevati al di sopra dei re che da loro dipendono le loro corone, che possono conferire o togliere a loro piacimento.

XVI. (9) Alla calunnia del fanatismo e del libertinismo che gli oppositori vogliono siano figli della nostra Riforma perché ci siamo scrollati di dosso il giogo del papa e vi abbiamo introdotto uno spirito privato. Ma che la nostra Riforma non abbia nulla in comune con settari di questo genere, la cosa stessa (anche se fossimo fermi) lo dimostrerebbe chiaramente. Sicché in verità nulla è più contrario al fanatismo e al libertinismo dello spirito della Riforma, il quale non sollecita nulla più fortemente del desiderio di santità e del metodo ben consolidato di vivere secondo la parola di Dio. E non si oppone ad altro che a quella setta furiosa e fanatica degli uomini impuri e proiettori di ogni lussuria. Chi ha combattuto contro di loro con più forza del nostro Calvino? Chi ha rivelato più chiaramente l'empietà e l'impurità delle sue dottrine? E poiché l'adesione alla sola Scrittura è il fondamento primario della nostra fede, trascurando tutte le ispirazioni e rivelazioni segrete e immediate, chi non vede quanto ciò sia estraneo al fanatismo, che continuamente si vanta delle sue nuove rivelazioni e ispirazioni? Né, se desideriamo che ogni credente con spirito di discrezione possa giudicare una dottrina proposta secondo la regola della parola, introduciamo per questo uno spirito privato e fanatico. Né se scuotessimo il giogo tirannico del papato volessimo togliere il credente da ogni giogo affinché si buttasse a capofitto in tutti i delitti; ma la nostra intenzione era così più giustamente di sottoporlo alla legge di Cristo e al suo soave giogo. Ma ciò che sconsideratamente e falsamente imputano alla nostra Riforma, noi lo ribattiamo in modo veritiero e giusto contro la Chiesa di Roma, la quale, come se fosse il trono e l'impero del fanatismo, tutti i fanatici sono usciti dal suo seno (dove ogni giorno ricorrono) a nuove ispirazioni e visioni, se si deve istituire una nuova dottrina o un culto o si deve confermare un miracolo o istituire un ordine religioso). Ciò risulta evidente anche dai fondatori di ordini ([S.] Domenico, [S.] Francesco, Ignazio ed altri, che si vantano continuamente di rivelazioni e visioni per conciliare la fede in se stessi), come è stato pienamente dimostrato da Stillingfleet (A Discourse Riguardo all'idolatria praticata nella Chiesa di Roma [1676], Question 1, passim) e da Jurieu (Histoire du Calvinism:, Pt. 1.6 [1683], pp. 106-20).