Predicazioni/Matteo/Una fede che non si lascia scoraggiare

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Una fede che non si lascia scoraggiare 

Nell'episodio evangelico dell'incontro fra Gesù e una donna cananea troviamo l'esempio di una fede che non si lascia facilmente scoraggiare. Anche quando la situazione sembra disperata lei non molla ed ottiene da Gesù quei benefici che solo lui può dare.

Oggi noi viviamo in un tempo in cui non è facile seguire coerentemente il Signore e Salvatore Gesù Cristo con fede ed ubbidienza vera. Certo, vi è molta fede superficiale e formale, ma la fede “impegnata”, la fede “incrollabile”, la fede che tutto investe e tutto “si gioca” in Gesù è cosa rara. Quanti ostacoli, infatti, si frappongono oggi davanti a chi vorrebbe accogliere l’invito e la sfida dell’Evangelo di Gesù Cristo! Vi sono le pressioni del conformismo sociale, lo scetticismo e l’indifferenza cronica, le molte seduzioni a vivere solo in funzione del presente e di piaceri immediati, il relativismo, la confusione delle fedi e delle ideologie, il liberalismo che tutto annacqua e rende incerto, il materialismo, la durezza del nostro cuore… Solo una fede forte e perseverante, però, potrà ottenere ciò che in Gesù Cristo è promesso e possibile, una fede che “non si dà pace” fintanto che non ottiene quello che l’Evangelo promette, una fede che “lotta con Dio” come Giacobbe che vuole ottenere ad ogni costo le benedizioni di Dio. Nel libro della Genesi, infatti, troviamo il patriarca Giacobbe che per tutta una notte lotta con un personaggio misterioso che rappresenta Dio. Che cosa gli dice Giacobbe? «Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!» (Genesi. 32:26). Presunzione? No, Iddio si compiace di benedire chi Lo cerca con tutto il cuore. “Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore” (Geremia. 29:13), dice il Signore.

Un esempio di fede perseverante ed incrollabile lo troviamo nel testo del vangelo secondo Matteo, al capitolo 15, dal versetto 21. Ecco una donna che manifesta una fede viva, forte e perseverante in Gesù come Salvatore, una fede disposta a resistere di fronte ad ogni ostacolo, fino a raggiungere i risultati concreti desiderati.

La donna Cananea. "Poi Gesù, partito di là, si diresse verso le parti di Tiro e di Sidone. Ed ecco una donna Cananea, venuta da quei dintorni, si mise a gridare, dicendo: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide! Mia figlia è terribilmente tormentata da un demone!». Ma egli non le rispondeva nulla. E i suoi discepoli, accostatisi, lo pregavano dicendo: «Licenziala, perché ci grida dietro». Ma egli, rispondendo, disse: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele». Ella però venne e l'adorò, dicendo: «Signore, aiutami!». Egli le rispose, dicendo: «Non è cosa buona prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma ella disse: «È vero, Signore, poiché anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le rispose, dicendo: «O donna, grande è la tua fede! Ti sia fatto come tu vuoi». E in quel momento sua figlia fu guarita" (Matteo 15:21-28).

Il Signore e Salvatore Gesù Cristo era venuto come un’israelita all’interno del popolo e della tradizione di Israele. Egli era ed è il compimento ultimo della fede d’Israele, popolo eletto di Dio. Si sarebbe quindi potuto dire che il movimento di Gesù di Nazareth non fosse che “una questione interna” e che non interessasse altri che quel popolo e quella tradizione particolare. Certo. Gesù, il Cristo, il Messia, era venuto per Israele, ma solo chi aveva vista corta avrebbe potuto dimenticare ciò che era stato preannunciato dai profeti, cioè che Egli era venuto prima per Israele e poi, da Israele, come "trampolino di lancio" al mondo intero. Nel testo di oggi vediamo un Gesù che sembra indisponibile a manifestare le Sue virtù ad una donna straniera ad Israele, come pure una donna che “gli strappa” a tutta forza quelle benedizioni che da Lui ella vorrebbe ottenere, non per sé stessa, ma per la sua amata figliola, tormentata nell’anima e nel corpo.

Qui troviamo Gesù che si reca in un territorio al di fuori dei confini di Israele, quello di Tiro e Sidone, corrispondente oggi al Libano. Era un territorio abitato da cananei, il popolo che anticamente era stato respinto dalla terra data da Dio ad Israele e che coltivava una religione ed una cultura decisamente pagana ed idolatra. Come mai Gesù esce da Israele? Sicuramente per dare un primo segno della sua missione universale e come denunzia dell'incredulità e ostinazione contro di lui di molti suoi avversari in Israele. Ecco così che Gesù si reca in luoghi oscuri, dove altrettanto fitte erano le tenebre morali e spirituali. Gesù, però, è luce anche per le tenebre più fitte, là dove il principe del male sembra spadroneggiare incontrastato, tormentando anime e corpi asserviti al suo potere tirannico.

Non appena giunge in quei luoghi, in cui pure era arrivata la fama di Gesù, la Sua presenza non passa ignorata e nell’indifferenza generale. Qualcuno esce subito “allo scoperto” senza vergogna, pregiudizio o scrupolo: “…ed ecco una donna cananea di quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide. Mia figlia è gravemente tormentata da un demonio»” (22). Ecco una donna che, vissuta e cresciuta nel contesto di una cultura pagana, come direbbe l’apostolo Paolo, è: “…senza Cristo, esclusa dalla cittadinanza d'Israele ed estranea ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo” (Efesini. 2:12). Lo era veramente, non solo delusa dalla sua propria cultura e religione impotente a salvare, ma pure colpita nei suoi affetti più cari dalle disastrose conseguenze di valori e situazioni per certi versi attraenti, ma solo ingannevolmente. Grazie a Dio, anche nelle situazioni più improbabili, vi sono persone che prendono coscienza dei danni causati dalla cultura pagana e reagiscono accostandosi con fiducia al Salvatore Gesù Cristo ed implorandone a viva voce l’intervento. A Gesù, infatti, si rivolge in modo insistente ed importuno, gridando a Lui  richieste di soccorso. Gli parla espressamente della sua triste situazione. Essere genitori ed assistere impotenti alla rovina dei propri figli, è terribile. Il Signore e Salvatore Gesù Cristo, anche in casi come questi, non solo è “l’ultima speranza”, ma la sola speranza, per questo è importante che i genitori portino a Cristo i loro figli, con la preghiera, l’esempio e l’insegnamento esplicito.

Questa donna chiede pietà, grazia, misericordia. Non pretende nulla che possa suonare come una ricompensa ad un suo merito. Sa di non aver vissuto come avrebbe dovuto e, magari, di non aver protetto a sufficienza sua figlia. Non pretende l’intervento di Gesù come qualcosa di dovuto, tuttavia implora la Sua misericordia. Sa di non appartenere al popolo di Dio, quel popolo che Dio aveva benedetto legandosi ad esso con un pattodi grazia.. Non pretende di condividere queste benedizioni, ma, più avanti, chiederà almeno solo “gli avanzi” di un tale generoso “banchetto”.

Gesù non respinge mai chi vada a Lui con fede. Qui, però, la reazione di Gesù alla richiesta implorante ed insistente della donna, condivisa dai Suoi discepoli, è inaspettata. Ma egli rispose: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele»” (25,26). Sembra una contraddizione con tutto ciò che Gesù di solito faceva, e con il fatto stesso che Egli, quel giorno, si sia recato in quella terra. Perché? Conoscendo Gesù, il Suo amore, la Sua misericordia, la Sua pazienza, la Sua disponibilità costante anche quand’era oggettivamente stanco, possiamo ben concluderne che,nel fare così, Egli avesse i Suoi buoni motivi, pastorali, didattici, pedagogici, verso i Suoi discepoli, verso chi lo avvicinava, verso di noi… E’ così anche quando sembra che Dio non risponda alle nostre preghiere. Il Suo volto può sembrare talvolta duro e severo, ma il cuore è pieno d’amore. Forse Gesù la tratta così per metterla alla prova. Sapeva quel che c’era nel cuore di quella donna, conosceva la forza della sua fede e quanto lei fosse capace, per la di Lui grazia, a infrangere la forza dello scoraggiamento. Gesù sembra trattenere le Sue benedizioni, affinché il loro valore sia maggiormente apprezzato.  A volte Dio sembra non rispondere per provare e comprovare la fede, per verificarne la sincerità e aumentarla! Che delusione, che scoraggiamento da parte della donna, e che prova, sia per i discepoli che per la donna. Pensate che anche dopo questo, la donna si scoraggi? Niente affatto! Insiste! Per lei le ragioni basate sulla nazionalità non contano. La donna così insiste: “Ella però venne e gli si prostrò davanti, dicendo: «Signore, aiutami!»” (25). Lo fa senza vergogna, ma umilmente, controbatte ragione a ragione! Non solo osa discutere con Gesù, il Maestro, ma nessuna donna avrebbe mai osato tanto! In lei non c’è nessun’arroganza. Gesù sembra inflessibile sulle Sue posizioni.- Gesù rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini»” (26). Questo sembra definitivamente “tagliare le gambe” ad ogni sua speranza e l’avrebbe portata alla disperazione se non avesse avuto, indubbiamente, una fede forte. La grazia dell’Evangelo e le cure miracolose erano per Lui “cibo per i figli”, favori particolari che appartenevano a un popolo particolare, quello che Iddio aveva scelto. Gli Israeliti si consideravano, per questo, privilegiati, e consideravano con grande disprezzo i pagani, quasi che pensassero: “Se Iddio ha scelto noi come Suoi figli, vuol dire che gli altri non sono degni di tali benedizioni! Sono dei cani!”. Gesù è come se avesse risposto: “Come puoi aspettarti di mangiare il cibo dei figli, tu che non sei nemmeno della famiglia?”. La donna, però, risponde umilmente, ammettendolo senza problemi: “Si, è vero, lo ammetto, sono come un cane, ma anche i cani mangiano gli avanzi della tavola dei padroni!”. Per implorare Gesù la donna si era posta in ginocchio e guardava Gesù dal basso all’alto, davvero come un cane che implora cibo. Quella donna non avrebbe certo voluto privare Israele delle benedizioni di Dio. Stava solo chiedendo che una parte, un avanzo, di quelle benedizioni fosse data anche a lei. Coloro che sono consapevoli di non meritare nulla, sono riconoscenti anche solo di ricevere delle briciole! Per un credente è preziosa anche solo una minima parte dei benefici di Cristo, anche qualche briciola soltanto del pane della vita!  Inoltre, con acume e sagacia spirituale, quella donna comprende il punto che Gesù stava facendo in questa singolare esperienza: una fede attiva e vivente può far si che ciò che pare essere contro di noi, sfavorevole, si trasformi in qualcosa a noi favorevole. La fede trova sempre motivi di incoraggiamento persino in ciò che normalmente sarebbe scoraggiante, e ci fa avvicinare ancora di più a Dio afferrandosi proprio a quella mano che sembra solo cacciarci via!

Ciò che sembrava all’inizio “un racconto che finisce male” si trasforma, così, in un “lieto fine”. Gesù aveva previsto ogni fase di quell’incontro ed aveva voluto che il tutto si trasformasse in un’importante “esperienza didattica”: “Allora Gesù le disse: «Donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi». E da quel momento sua figlia fu guarita” (28). Come nella lotta fra Giacobbe e l’angelo, che avevo menzionato all’inizio, da questa lotta la donna ne esce vittoriosa. L’angelo avrebbe potuto sbaragliare del tutto Giacobbe, ma si lascia vincere affinché, da quest’esperienza, apprenda qualcosa. E’ lo stesso per la “lotta” fra la donna cananea e Gesù che, benevolmente “si lascia vincere”. Quella donna, benché cananea, e quindi, di cultura e tradizione pagana, viene approvata. Afferma la Scrittura: “…infatti non tutti i discendenti d'Israele sono Israele; né per il fatto di essere stirpe d'Abraamo, sono tutti figli d'Abraamo; anzi: «È in Isacco che ti sarà riconosciuta una discendenza». Cioè, non i figli della carne sono figli di Dio; ma i figli della promessa sono considerati come discendenza” (Ro. 9:6-8).

Ora Gesù, da quel che dice, “sembra davvero essere Lui” ed assumere il Suo vero volto. Egli loda così la fede della donna: “«Donna, grande è la tua fede”. E’ la sua fedeche Egli esalta. E’ vero che pure vi erano in lei diverse altre caratteristiche di notevole rilievo: sapienza, umiltà, pazienza, perseveranza nella preghiera, queste però erano, e sono ancora oggi, il prodotto di una fede autentica. Fra tutte le grazie che onorano Cristo, la fede è la più grande, e deve essere grande e vigorosa, solo così potrà cogliere le virtù di Cristo. La grandezza della fede consiste molto in un’adesione risoluta a Gesù Cristo, amarlo, confidare in Lui come Amico, anche quando sembra venire contro di noi come un nemico. E’ vero che basta anche una piccola fede per essere accolti da Cristo, eppure una grande fede sarà molto valorizzata. Gesù, così, miracolosamente guarisce la figlia di quella donna: “…ti sia fatto come vuoi». E da quel momento sua figlia fu guarita”. I grandi credenti possono avere ciò che desiderano basta solo che lo chiedano. Quando la nostra volontà si conforma a quella di Cristo, la Sua volontà concorrerà ai nostri desideri. Coloro che sono disposti a non negare nulla di sé stessi a Cristo, troveranno che, alla fine, Egli non negherà loro nulla, anche se il Suo volto può sembrarci dapprima avverso. Alla fine accade esattamente ciò che la volontà di Cristo aveva espresso: “E da quel momento sua figlia fu guarita”, la fede di quella madre trionfa e sua figlia viene guarita.

Avevamo osservato come oggi noi viviamo in un tempo in cui non è facile seguire coerentemente il Signore e Salvatore Gesù Cristo con fede ed ubbidienza vera. Molti, infatti, sono gli ostacoli che si frappongono davanti a chi vorrebbe accogliere l’invito e la sfida dell’Evangelo di Gesù Cristo! Solo, però, una fede forte e vigorosa in Cristo, una fede che sappia osare, pur essendo umile, potrà ottenere il fine della fede. Non c’era nulla che avrebbe dissuaso quella donna dall’ottenere quello per il quale Gesù era venuto in questo mondo, e gli impedimenti frapposti dovevano solo essere una prova per confermare e fortificare la sua fede.

Qualcuno, però, potrebbe dirmi: “…io, però, non ho questo tipo di fede, e quindi sarò tagliato fuori dalle benedizioni di Cristo!”. Questo ragionamento, però, è logico solo in apparenza. E’ assolutamente vero che la fede è un dono, ma il dono è disponibile a chiunque lo chieda! Ciascuno di voi ha la possibilità di chiedere a Dio questo tipo di fede, la sola che otterrà dei risultati, e di chiederla insistentemente fino a riceverla. Sentite che cosa dice la Scrittura di un padre che chiedeva aiuto a Gesù per suo figlio: “…ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: «Credo, aiutami nella mia incredulità»” (Marco 9:22,23). Non siete da meno di quella madre e di quel padre. Fate così e otterrete ciò che Dio ha promesso.

Riduzione da una predicazione di Paolo Castellina dell'11 ottobre 2003.