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Una domanda importante che pochi si fanno 

“Giudicate un uomo dalle sue domande più che dalle sue risposte” diceva un saggio. Farsi domande è un atto creativo: é l’espressione di un atteggiamento che comprende curiosità, pensiero indipendente, apertura mentale, capacità di negoziare con il caos e l’incertezza. Di fronte alla realtà tanti non si fanno domande e finiscono intrappolati. Il Salmo 15 si fa una domanda importante che riguarda il nostro rapporto con Dio. Molti non se la fanno e finiscono nei guai. Essa ci pone di fronte ad un dilemma che però solo l’Evangelo di Gesù Cristo ce ne dà la soluzione.

C’è una domanda che la maggior parte dei nostri contemporanei non si pone più o comunque della quale non se ne preoccupano più di quel tanto. Se la poneva in forma poetica l’antico scrittore del Salmo 15 quando si chiedeva: “O Eterno, chi dimorerà nella tua tenda? Chi abiterà sul tuo monte santo?” (15:1).

Si pone questa domanda chi conosce chi è Dio e l’assoluta necessità della creatura umana di essere e rimanere in comunione con Lui.  Dio, infatti, è il nostro bene supremo e da Lui dipende tutta la nostra vita. Questa domanda sorge pure dalla consapevolezza che vi sono precise condizioni da assolvere per poter essere e rimanere in comunione con Dio: la conformità con gli eccelsi criteri etici e morali che caratterizzano Dio stesso.

Qui, però, sta il problema: a causa dell’evidente corruzione morale e spirituale della nostra natura, chi mai potrebbe essere veramente all’altezza della comunione con Dio, dalla quale dipende tutto il nostro essere e benessere? Si comprende così il dilemma che aveva portato l’apostolo Paolo ad esclamare: “Misero me uomo! Chi mi libererà da questo corpo di morte?” (Romani 7:24). Vedete così come la domanda iniziale del Salmo: “O Eterno, chi dimorerà nella tua tenda? Chi abiterà sul tuo monte santo?” (15:1) abbia vaste implicazioni.

Questa questione, però, nemmeno se la pongono coloro per i quali Dio non è che un’astrazione frutto della fantasia umana. Ritengono che non vi sia alcuno “in cielo” al quale debbano rendere conto della loro vita. La loro coscienza ogni tanto li mette in crisi, è vero, ma è facile venire a patti con essa. Ci si può facilmente giustificare e metterla a tacere. Per loro non esiste alcuna regola morale oggettiva di vita con la quale debbano confrontarsi, se non quelle stabilite dalle convenzioni umane e dalla cultura. Della questione della giustizia, quindi, non se ne preoccupano più di quel tanto. Sono onesti, dicono, e se hanno problemi con la giustizia umana, possono sempre rivolgersi ad un buon avvocato... Questa domanda non se la pongono neppure quelli che credono in un Dio che comunque è tollerante e sarà buono e misericordioso verso di loro - una loro persuasione di incerta origine. Quindi non se ne preoccupano più di quel tanto neanche loro. Gli standard morali e spirituali che permetterebbero la nostra comunione con Dio non li prendono quindi troppo seriamente. Ci sono, infine, quelli che credono di poter conciliarsi con Dio attraverso la diligente conformità alle regole e pratiche religiose stabilite dalle religioni. Quando si trovano in difetto di giustizia possono sempre, dicono, avvalersi di vari mediatori e avvocati terreni e celesti pronti alla bisogna.

Faremmo però meglio a prendere sul serio quanto si domanda l’autore ispirato del Salmo e non appoggiarci al nostro discutibile intendimento. Ascoltiamolo per intero:

O Eterno, chi dimorerà nella tua tenda? chi abiterà sul tuo monte santo? Colui che è puro e agisce con giustizia, e dice la verità come l'ha nel cuore; che non calunnia con la sua lingua, né fa male alcuno al suo vicino, né insulta il suo prossimo. Agli occhi suoi è spregevole il malvagio, ma onora quelli che temono l'Eterno. Se ha giurato, fosse anche a suo danno, non muta; non dà il suo denaro a usura, né accetta regali a danno dell'innocente. Chi fa queste cose non sarà mai smosso” (Salmo 15).

 I criteri di giustizia stabiliti da Dio 

Questo Salmo esprime sommariamente quali siano i criteri di giustizia che Dio si aspetta dalle creature umane e che garantirebbero la loro stabile comunione di vita con Lui. Dio, infatti, esige che noi viviamo, come creature fatte a sua immagine e somiglianza, in conformità ai Suoi criteri di giustizia. Siamo stati, infatti, creati e posti in questo mondo come Suoi rappresentanti e reggenti.

1. Dimorare in questo mondo che a Dio appartiene, abitare in esso degnamente alla Sua presenza e in Sua rappresentanza, lo può fare chi è puro e agisce con giustizia, vale a dire, chi “cammina in modo irreprensibile e fa ciò che è giusto” (ND). Si tratta della persona integra che vive in conformità con le regole di condotta che Dio ha stabilito, la Sua Legge morale che, come afferma l’apostolo Paolo, “... è certamente santa, e il comandamento santo, giusto e buono” (Romani 7:12). Essere “puri” nel nostro comportamento vuol dire non contaminare la nostra condotta con principi e comportamenti fondati su presupposti estranei a ciò che Dio ci ha rivelato.

Questo Salmo non menziona tutti i comandamenti riassunti nel Decalogo, ma li presuppone. Lo fa in forma poetica e cantabile in forza del principio: “La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente; istruitevi ed esortatevi gli uni gli altri con ogni sapienza; cantate di cuore a Dio, sotto l'impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali” (Colossesi 3:16).

2. La persona che vuole essere e rimanere in comunione con Dio è pure quella che “dice la verità come l'ha nel cuore”. Che cosa vuol dire avere la verità nel cuore ed esprimerla? Per “cuore” si intende il centro del nostro essere, quello che determina tutta la nostra natura, tutto ciò che esprimiamo con le nostre azioni e parole. E’ quanto presuppone il comandamento: “Non attestare il falso contro il tuo prossimo” (Deuteronomio 5:20), non dire falsa tesimonianza. Ricordate la formula di giuramento che si fa in tribunale: “Giuro di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità”? Questo vuol dire avere per padre Dio ed essere conformi a Lui. Così era Gesù. Egli poteva dire: “Vi ho detto la verità che ho udito da Dio” (Giovanni 8:40). Non così, però, quelli che la Scrittura chiama: “i figli del diavolo” che complottavano per sbarazzarsi di Gesù. Un giorno Egli aveva loro detto: “Voi siete dal diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro; egli fu omicida fin dal principio e non è rimasto fermo nella verità, perché in lui non c'è verità. Quando dice il falso, parla del suo perché è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Il mondo oggi ne è pieno tanto che è stato giustamente chiamato: l’impero della menzogna, ad ogni livello. Chi vuole essere in comunione con Dio, però, ama la verità ed esprime la verità.  Come dice l’Apostolo: “Quindi, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode siano oggetto dei vostri pensieri” (Filippesi 4:8).

3. Sarà e rimarrà in comunione con Dio chi: “... non calunnia con la sua lingua, né fa male alcuno al suo vicino, né insulta il suo prossimo”. Si tratta del profondo rispetto che il figlio di Dio deve avere per le altre persone, per i loro diritti ed esigenze vitali, senza discriminazione alcuna. L’Apostolo prima di dirci: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù”, afferma: “... non facendo nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, avendo ciascuno di voi riguardo non alle cose proprie, ma anche a quelle degli altri” (Filippesi 2:3-4).  Chi non ha la verità nel cuore e non l’esprime, infatti, non si fa scrupolo di calunniare e danneggiare il prossimo per imporsi e promuovere i suoi interessi privati. Lo vediamo continuamente all’opera fra le persone e fra le nazioni. La calunnia è la menzogna denigratoria, la falsa accusa che si muove a qualcuno, pur sapendolo innocente, inventata per danneggiarlo, diffamarlo, screditarlo, il ferire la reputazione di un'altra persona in modo malizioso e falso. Il “far male al suo vicino” si riferisce all'imposizione di danni fisici, mentali, spirituali, finanziari, ecc. L’insulto è un’offesa grave arrecata a qualcuno, espressa con parole o comportamenti ingiuriosi, sprezzanti. Il giudice iniquo di una parabola di Gesù ammette: “Benché io non tema Dio e non abbia rispetto per alcun uomo... ” (Luca 18:4). Le due cose, infatti, van da sé: non avere rispetto né per Dio né per le altre persone, fatte a Sua immagine e somiglianza. Quanti “giudici iniqui” ci sono e che nemmeno sono mai stati nominati giudici!

4. “Agli occhi suoi è spregevole il malvagio, ma onora quelli che temono l'Eterno”. Il figlio di Dio apprezza ed incoraggia coloro amano e rispettano Dio come pure chiunque dimostra di essere per la giustizia e la verità. Non si sottrae dall’esprimere riprovazione per ciò che è male agli occhi di Dio perché magari pensa che non gli convenga farlo. La Scrittura dice: “Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, anzi piuttosto denunciatele” (Efesini 5:11). Egli non loda, lusinga per compiacenza o fini interessati o vili chi non lo meriterebbe, ma loda e incoraggia chi lo merita. Non teme di prendere chiara posizione condannando ciò che è male in modo appropriato quando è necessario farlo. Gesù disse: “Semplicemente, dite ‘sì’ quando è ‘sì’ e ‘no’ quando è ‘no’: tutto il resto viene dal diavolo” (Matteo 5:37 TILC).

5. Il figlio di Dio è fedele nelle sue promesse: “Se ha giurato, fosse anche a suo danno, non muta”. Le Scritture prendono sul serio i giuramenti. Un giuramento è una promessa solenne e vincolante, a volte fatta in nome di Dio. Questo salmo dice che mantenere i giuramenti, anche quelli che sono dolorosi, è tra le virtù che qualificano una persona a rimanere alla presenza di Dio.

6. Infine, “non dà il suo denaro a usura, né accetta regali a danno dell'innocente”. Il principio ha a che fare con lo sfruttamento dei poveri. A quel tempo (come adesso), alcuni creditori applicavano alti tassi di interesse che assicuravano che una persona povera non potesse mai uscire dai debiti. I creditori potevano minacciare i debitori delinquenti con la prigione o essere venduti come schiavi.  La legge di Dio contro l'usura aveva lo scopo di impedirlo. Ci sono molti modi per essere usurai, come offrire prestiti o altre offerte che sfruttino indebitamente gli altri. Che dire poi del dare o ricevere tangenti o “bustarelle”? La Parola di Dio lo considera un abominio, perché vuol dire pervertire la giustizia, falsare un giusto processo. Dio non accetta tangenti (Deuteronomio 10:17) e comanda di non prenderne (Esodo 23:8; Deuteronomio 16:19). Secondo questo salmo, questo tipo di comportamento squalificano una persona dallo stare alla presenza di Dio.

Chi è mai all’altezza di tutto questo ?

Tutti i comportamenti illustrati da questo Salmo sono quelli che rendono una persona degna di stare alla presenza di Dio (nel tempo e nell’eternità). Essi devono caratterizzare tutti gli autentici figli di Dio, perché di Dio ne condividono la natura morale. In questo modo essi spandono, secondo un’espressione della Scrittura, “il profumo di Cristo”. L’Apostolo stesso, però, che ci insegna questo, si chiede: “Chi è sufficiente a queste cose?” (2 Corinzi 2:16). Già, chi mai potrebbe essere all'altezza di un compito di questo genere? Chi è che ne sia tanto idoneo?

Di fatto, per noi stessi è praticamente impossibile vivere all’altezza di tali criteri e per questo non potremo mai oggettivamente sperare di poter stare alla presenza di Dio. Dobbiamo essere onesti e non illuderci a questo riguardo magari vantando ipocritamente di esserne in condizione. Il dilemma che già avevamo menzionato all’inizio aveva portato l’apostolo Paolo ad esclamare: “Misero me uomo! Chi mi libererà da questo corpo di morte?” (Romani 7:24).

Questo dilemma lo porta però alla soluzione. Ascoltate tutto ciò che egli scrive: “Io mi diletto nella legge di Dio, secondo l'uomo interiore, ma vedo un'altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e mi rende prigioniero della legge del peccato che è nelle mie membra. Misero me uomo! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore” (Romani 7:22-25). Perché “grazie a Gesù Cristo”? Perché la soluzione sta proprio lì: nella Sua misericordia Dio provvede la grazia della riconciliazione con Sé attraverso l’efficace opera del Salvatore Gesù Cristo. Essa ripara i guasti prodotti in noi dal peccato e ci fa tornare ad essere in comunione con Lui. Difatti: “E’ grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1 Corinzi 1:30). Quello che non abbiamo: sapienza, giustizia e santificazione, Egli ce ne fa dono allorché ci affidiamo completamente alla Persona ed opera di Cristo Gesù. Ricevendo questi doni e avvalendocene potremo presentarci con fiducia di fronte a Dio ed esserne accolti.

Di più: quando li riceviamo fin da oggi subentra in noi, per opera dello Spirito Santo di Dio una graduale trasformazione della nostra natura. La Scrittura dice: “Non conformatevi a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Romani 12:2), come pure: “Noi tutti, contemplando a viso scoperto (...) la gloria del Signore, siamo trasformati nella stessa immagine di lui, di gloria in gloria, secondo il Signore, che è lo Spirito” (2 Corinzi 3:18). Dio, dunque in Cristo ci rende possibile essere giusti, santi e redenti. Coloro che sono stati rigenerati in Cristo sono così riabilitati, resi gradualmente abili a vivere secondo gli standard di giustizia di Dio, la Sua Legge, alla quale essi volentieri si conformano.

La domanda iniziale del Salmo: “O Eterno, chi dimorerà nella tua tenda? Chi abiterà sul tuo monte santo?” trova così una risposta: coloro che sono riconciliati con Dio attraverso la Persona e l’opera di Cristo. Che voi possiate trovarvi in quella felice condizione!

Paolo Castellina, 21 gennaio 2023