Teologia/La predestinazione dovrebbe essere insegnata e predicata pubblicamente

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La predestinazione dovrebbe essere insegnata e predicata pubblicamente?

Il teologo riformato Francesco Turrettini (1623-1687) in questo articolo tratto dalla sua opera “Teologia elenctica”, spiega i motivi per i quali non dovremmo temere di insegnare e predicare la dottrina biblica della predestinazione a salvezza in Cristo, ma sempre a modo e a tempo.

La predestinazione dovrebbe essere insegnata e predicata pubblicamente? Lo affermiamo.

Alcuni fratelli di Francia al tempo di Agostino sollevarono questa domanda. Poiché nei suoi libri contro i Pelagiani aveva inserito e inculcato molte cose riguardanti la predestinazione, per difendere così la verità contro le loro empie dottrine, molti ne furono turbati [come appare dalle due lettere di Prospero, discepolo di Agostino, e di Ilario, il presbitero; cfr «Lettere 225 e 226 ad Agostino» (FC 32,119-29 e 129-391)]. La ragione non era che lo giudicassero del tutto falso, ma perché pensavano che la sua predicazione fosse pericolosa e odiosa, meglio essere nascosta che messa in risalto.

Al giorno d'oggi ci sono alcuni della stessa opinione. Stanchi delle controversie sorte da questa dottrina in quasi ogni epoca, pensano che sia meglio per la pace della chiesa e la tranquillità della coscienza lasciare stare da parte queste questioni (poiché, essi dicono, da esse si suggeriscono scrupoli e si generano dubbi atti a indebolire la fede dei deboli e condurre gli uomini alla disperazione o alla sicurezza carnale). Ma questa opinione è più onesta che vera e non può essere facilmente accolta da coloro che hanno conosciuto i più ricchi frutti di consolazione e di santificazione da ridare ai credenti da questa dottrina propriamente intesa. Pensiamo quindi che questa dottrina non dovrebbe essere né del tutto soppressa per un'assurda modestia né curiosamente forzata da un'avventata presunzione.

Occorre piuttosto insegnarla con sobrietà e prudenza a partire dalla Parola di Dio, affinché si evitino due scogli pericolosi: da un lato, quello della «ignoranza affettata», che non vuole vedere nulla e si acceca volutamente nelle cose rivelate; dall'altro quello della “curiosità ingiustificata” che si impegna a vedere e comprendere tutto anche nei misteri. Colpiscono i primi che (peccando per difetto) pensano che dovremmo astenerci dal proporre questa dottrina; e su questi ultimi che (peccando eccessivamente) vogliono rendere tutto in questo mistero scrupolosamente accurato (exonychizein) e ritengono che in esso nulla debba essere lasciato inesplorato (“anexereunifton”). Contro entrambi, sosteniamo (con gli ortodossi) che la predestinazione può essere insegnata con profitto, purché ciò sia fatto con sobrietà e secondo la parola di Dio.

Le ragioni sono:

(1) Cristo e gli apostoli lo insegnarono spesso (come appare dal Vangelo, Matteo 11:20, 25; 13:11; 25:34; Luca 10:20; 12:32; Giovanni 8:47; 15 :16 e in altri luoghi; e dalle epistole di Paolo (l'intero Romani 9 e Romani 8:29, 30; Efesini 1:4, 5; 2 Timoteo 1:9; 1 Tessalonicesi 5:9 ; 2 Tessalonicesi 2:13). Né diversamente si esprimono Pietro, Giacomo e Giovanni, i quali parlano ripetutamente di questo mistero ogni volta che se ne presenta l'occasione. Ora, se era giusto che loro lo insegnassero, perché non è giusto che noi lo impariamo? Perché Dio dovrebbe insegnare ciò che sarebbe stato meglio non dire? Perché ha voluto proclamare quelle cose che sarebbe meglio non sapere? Vogliamo essere più prudenti di Dio o prescrivergli delle regole ?

(2) È una delle principali dottrine evangeliche a fondamento della nostra fede. Non può essere ignorata senza grave danno alla Chiesa e ai credenti. Essa infatti è la fonte della nostra gratitudine a Dio, la radice dell'umiltà, il fondamento e l'ancora più salda della fiducia in ogni tentazione, il fulcro della più dolce consolazione e lo sprone più potente (“incitamentum”) alla pietà e alla santità.

(3) L'insistenza degli avversari (che hanno corrotto questo capo primario della fede con errori mortali e calunnie infami che sono soliti riversare sulla nostra dottrina) ci impone la necessità di trattarla in modo che la verità possa essere giustamente esposta e liberato dalle più false ed inique recriminazioni degli uomini mal disposti. Come se introducessimo una necessità fatale e stoica; come se con essa volessimo estinguere ogni religione nella mente degli uomini, per calmarli sul letto della sicurezza e della profanità o gettarli nell'abisso della disperazione; come se avessimo reso Dio crudele, ipocrita e autore del peccato - rabbrividisco solo a menzionarlo. Ora, poiché tutte queste cose sono perfettamente false, dovrebbero indiscutibilmente essere confutate da una sobria e sana esposizione della dottrina della parola di Dio.

Sebbene gli uomini malvagi spesso abusino di questa dottrina (impropriamente intesa), non si deve quindi negarne l'uso legittimo nei confronti dei pii (a meno che non si voglia avere più riguardo per gli uomini malvagi che per i credenti). Se, a causa dell'abuso di alcune persone, dovessimo astenerci dalla proposta di questo mistero, dovremmo egualmente astenerci dalla maggior parte dei misteri della religione cristiana di cui i malvagi abusano, di cui ridono e di cui fanno satira (come il mistero della Trinità, dell'incarnazione, della risurrezione e simili).

Le calunnie lanciate contro la dottrina di Paolo dai falsi apostoli non potevano indurlo a sopprimerla; sì, ne parlò approfonditamente nel suo modo ispirato così da poter chiudere la bocca agli avversari. Perché allora dovremmo astenerci dalla sua presentazione? Seguiamo soltanto le oRomanie di Paolo e, con lui, parliamo e tacciamo.

Se alcuni abusano di questa dottrina o per dissolutezza o per disperazione, ciò non accade di per sé per la dottrina stessa, ma accidentalmente, per il vizio degli uomini che più malvagiamente la strappano a loro propria distruzione. Non esiste infatti dottrina da cui si possano trarre incitamenti più potenti alla pietà e sgorgare flussi più ricchi di fiducia e di consolazione (come si vedrà a suo luogo).

Il mistero della predestinazione è troppo sublime per essere compreso da noi riguardo al perché (a Dio) (poiché è avventato chi tenta di scoprirne o di attribuirne le ragioni e le cause). Ma ciò non impedisce che esso venga insegnato nella Scrittura quanto al fatto che sia da noi feRomaniamente sostenuto. Qui dunque bisogna distinguere le cose: l'una, ciò che Dio ha rivelato nella sua parola; l'altro, ciò che ha nascosto. I primi non possiamo disprezzarli (se non in modo avventato). "Le cose segrete", dice la Scrittura, "appartengono a Dio; ma quelle cose che sono rivelate appartengono a noi e ai nostri figli" (Deuteronomio 29:29). Trascurare le cose rivelate è indice di ingratitudine, ma scrutare le cose nascoste argomenta l'orgoglio: «Non dobbiamo dunque negare ciò che è evidente perché non possiamo comprendere ciò che è nascosto», come si esprime Agostino [Sul dono della perseveranza 37 [NPNF1, 5:540; PL 45.10161].

I padri prima di Agostino parlarono con più parsimonia di questo mistero non perché giudicassero meglio ignorarlo, ma perché non si presentava l'occasione per discuterlo più ampiamente (non essendo ancora sorta l'eresia pelagiana). È vero infatti che talvolta si sono espressi senza sufficiente cautela. Tuttavia Agostino (Sul “Il Dono della perseveranza”) dimostra che non passarono sotto silenzio questa verità. Chi, infatti potrebbe ignorare ciò che è così chiaramente esposto nelle Sacre Scritture? – la testimonianza di Abrogio, Cipriano e Gregorio Nazianzeno essere addotto a questo scopo.

Seppure pensiamo che la predestinazione debba essere insegnata, non supponiamo, inoltre, che la curiosità umana debba essere incoraggiata, ma crediamo che qui ci sia bisogno di essere insegnata, ma crediamo che qui ci sia bisogno di grande sobrietà e prudenza; sia affinché possiamo rimanere entro i limiti prescritti dalla Scrittura, senza sforzarci di essere saggi oltre ciò che è scritto, sia affinché possiamo avere prudentemente riguardo per le persone, i luoghi e i tempi per regolare la proposizione di essa. Infatti non deve essere pronunciata immediatamente e in prima istanza, ma gradualmente e lentamente. Né dovrebbe essere enunciata equamente in tutte le sue parti, poiché alcune dovrebbero essere inculcate più frequentemente come più utili e più adatte alla consolazione dei pii (come la dottrina dell'elezione), ma altre dovrebbero essere trattate con più parsimonia. come la riprovazione). Né dovrebbe essere proposto tanto al popolo della Chiesa quanto ai neofiti.

Ancora una volta, la predestinazione deve essere considerata non tanto a priori quanto a posteriori. Non che si possa scendere dalle cause agli effetti, ma ascendere dagli effetti alle cause. Non che dobbiamo srotolare con curiosità "il libro della vita" per vedere se vi sono scritti i nostri nomi (cosa che ci è vietata), ma che dobbiamo consultare con diligenza "il libro della coscienza", cosa che non solo ci è consentito, ma ci è stato anche comandato di fare, affinché possiamo sapere se il sigillo di Dio è impresso nei nostri cuori e se si possono trovare in noi i frutti dell'elezione (cioè fede e pentimento, il che è il modo più sicuro per procedere verso la conoscenza salvifica di quella dottrina). In una parola, qui devono essere evitate tutte le domande curiose e infruttuose, e quelle che Paolo chiama "le questioni stolte e insensate”  (2 Timoteo 2:23) - che di solito generano lotte e contese. Il nostro unico scopo dovrebbe essere quello di accrescere la nostra fede, non di alimentare la curiosità; lavorare per l'edificazione, non lottare per la nostra gloria.

Domanda: In che senso vengono usate le parole tradotte con 'predestinazione', cioè “prognoseos”, "ekloges" e "protheseos", in questo mistero?

Poiché le Scritture (il cui significato genuino getta grande luce sulla conoscenza della cosa stessa) usano diverse parole per spiegare questo mistero, dobbiamo premettere alcune cose che le riguardano.

Innanzitutto qui ricorre la parola "predestinazione", e non bisogna ignararla. Infatti, sebbene la parola "proorismou" non esista nelle Scritture, tuttavia il verbo da cui deriva lo si legge spesso (Atti 4:28; Romani 8:29, 30; Efesini 1:5). Inoltre predestinare (o "proorizein" dalla forza del verbo) significa deteRomaniinare qualcosa riguardante le cose prima che avvengano e dirigerli verso un certo fine.

Tuttavia, gli autori lo intendono in tre modi.

(1) Più ampiamente per ogni decreto di Dio sulle creature e soprattutto sulle creature intelligenti in vista del loro fine ultimo. Quindi è spesso impiegato dai padri per la stessa provvidenza.

(2) Più specialmente per il consiglio di Dio riguardante gli uomini come caduti per essere salvati dalla grazia o per essere dannati dalla giustizia (che è comunemente chiamato "elezione" e "riprovazione").

(3) Soprattutto per il decreto di elezione, che è chiamato "la predestinazione dei santi". Sempre secondo quest'ultimo, può essere intesa in due sensi (“schesin”): non solo per la destinazione al fine, ma particolarmente per la "destinazione ai mezzi" (in questo senso è usato da Paolo quando dice che Dio predestinato coloro che egli preconosceva essere "conformi all'immagine del Figlio suo", Romani 8:29, 30). Qui è chiaro che la predestinazione si distingue dalla prescienza e si riferisce soprattutto al fine. Così, dopo aver detto che Dio ci ha scelti in Cristo, avendoci predestinati all'adozione di figli ( "proorisasian" , Efesini 1:5) per indicare la destinazione dei mezzi ordinati per ottenere la salvezza destinata dall'elezione.

Riguardo a questa parola, inoltre, ci si chiede se si debba riferire solo all'elezione o se abbracci anche la riprovazione. Questa controversia fu già sollecitata con veemenza nella questione di Gottschalk nel IX secolo, Giovanni Erigena Scoto sosteneva che si adattava solo all'elezione [De Divina Praedestinatione liber (PL 122.355,4401)]. D'altra parte Gottschalk, i lionesi e Remigius, il vescovo (a loro nome), lo estesero alla riprovazione. La stessa questione si pone ora tra noi e i papisti. Infatti i papisti (ai quali il teRomaniine “riprovazione” è odioso) sostengono che debba essere usato nel primo senso. Perciò sono soliti chiamare i reprobi non predestinati, ma “preconosciuti”; e non subordinano ma oppongono la riprovazione alla predestinazione [come BellaRomaniino, Gregorio de Valentia e Pighius, De libero hominis arbitrio 8.2 (1642), p. 137]. Con essi sembrano essere d'accordo anche alcuni ortodossi, sebbene non con lo stesso obiettivo in vista. Ma noi (anche se siamo disposti a confessare che il teRomaniine predestinazione è, secondo l'uso della Scrittura, spesso limitato all'elezione; tuttavia non solo dal significato proprio della parola ma anche dall'uso della Scrittura e dalla consuetudine ricevuta che pensiamo che sia giustamente esteso alla riprovazione in modo da abbracciare entrambe le parti del consiglio divino (elezione e riprovazione), nel senso in cui lo intendiamo qui.

Le ragioni sono:

(1) la Scrittura estende la parola "proorizein" agli atti malvagi di quei reprobi che procurarono la crocifissione di Cristo: "il figlio dell'uomo se ne va come è stabilito” cioè “kata a horismenon" (Luca 22:22; Atti 4:28). Erode e Ponzio Pilato non ha fatto altro che ciò che la mano di Dio ha disposto che fosse fatto. Né si dovrebbe obiettare che non si tratta della loro riprovazione, ma dell'ordinazione della crocifissione a un buon fine. Queste cose non devono essere contrastate, ma composte. La crocifissione di Cristo (che è per noi mezzo di salvezza) era per i crocifissori mezzo di dannazione (che dipendeva dal giustissimo decreto di Dio).

(2) In secondo luogo, la Scrittura usa frasi equivalenti quando dice che alcune persone sono destinate all’ira (1 Tessalonicesi 5:9; 1 Pietro 2:8), adatte alla distruzione (Romani 9:22), ordinate alla condanna (Giuda 4), fatti a disonore (Romani 9:21) e per il giorno del male (Proverbi 16:4). Se la riprovazione è descritta in queste frasi, perché non può essere espressa con la parola “predestinazione”?

(3) Terzo, perché la definizione di predestinazione (cioè l'ordinazione di una cosa al suo fine mediante mezzi prima che avvenga) non è meno adatta alla riprovazione che all'elezione.

(4) In quarto luogo, i padri spesso parlano così: "Noi confessiamo gli eletti alla vita e la predestinazione degli empi alla morte" (Concilio di Valenza, Mansi, 15:4). «Egli compie ciò che vuole, usando adeguatamente anche le cose cattive, come se fossero le migliori, alla dannazione di coloro che giustamente ha predestinati alla punizione» [Agostino, Enchiridion 26 (100), (FC 3:454; PL 40.2791); cfr. anche il suo "Trattato sui meriti e sul perdono dei peccati", 2,26 (171, NPNFI, 5:551; CG 21,24, FC 24:387-941; Fulgentius, Ad Monimum I (PL 65,153-781). «La predestinazione è duplice: o degli eletti al riposo o dei reprobi alla morte» (Isidoro di Siviglia, Sententiarum Libri tres 2.6 (PL 83.6061)].

Anche se in verità nelle Scritture talvolta la predestinazione viene intesa in senso stretto per la predestinazione dei santi o l'elezione alla vita, non ne consegue che non possa essere usata in modo più ampio. Né se gli oggetti della riprovazione e dell'elezione sono opposti, gli atti stessi sono, quindi (da parte di Dio), reciprocamente opposti tra loro. Possono infatti procedere dalla stessa via agendo nella massima libertà.

La seconda parola che ricorre più frequentemente è “prognosi”. Paolo ne parla più di una volta: "che egli preconobbe" (hous proegno), Romani 8:29); "egli non ha respinto il suo popolo che "proegna" (Romani 11:2); e sono chiamati eletti «secondo la prescienza» (kata prognosin , 1 Pietro 1:2). Poiché i Pelagiani antichi e più moderni abusano falsamente di questa parola per stabilire la preveggenza della fede e delle opere, dobbiamo osservare che la prognosi può essere fatta in due modi: o teoricamente o praticamente. Nel primo caso viene considerata la semplice conoscenza da parte di Dio delle cose future, che si chiama prescienza e appartiene all'intelletto. In quest'ultimo viene considerato l'amore pratico e il decreto che Dio ha foRomaniato riguardo alla salvezza di singole persone e appartiene alla volontà. In questo senso, la conoscenza è spesso considerata gioia e approvazione (Salmo 1:6; Giovanni 10:14; 2 Timoteo 2:19). Quindi “ginoskein” significa non solo conoscere ma anche conoscere e giudicare riguardo ad una cosa (poiché il Plebiscitum non è la conoscenza del popolo, ma la frase - dal verbo “scisco”, che significa "decretare e determinare"). Pertanto, quando la Scrittura usa la parola “prognoseos” nella dottrina della predestinazione, non è nel primo senso per la semplice prescienza di Dio con la quale egli prevedeva la fede o le opere degli uomini.

(1) Perché con ciò egli preconosceva anche coloro che riprovava, mentre qui si tratta della prescienza propria dell'effetto.

(2) La pura prescienza non è la causa delle cose, né impone loro un metodo o un ordine, ma le scopre (come accade qui nella catena della salvezza).

(3) Perché Dio non poteva prevedere altro che ciò che Egli stesso aveva concesso e che avrebbe seguito la predestinazione come effetto, e non addirittura l'avrebbe preceduta come causa, come verrà dimostrato in seguito. Ma in quest'ultimo senso è intesa come "prescienza pratica" (cioè amore ed elezione di Dio), affinché non possiamo supporre che sia senza ragione, anche se le ragioni della sua saggezza possono sfuggirci (in che modo Si dice che Cristo sia stato preconosciuto [“proegnsmenos”], cioè preordinato da Dio "prima della fondazione del mondo", 1 Pietro 1:20).

Ancora una volta, in quella benevolenza e prescienza pratica di Dio distinguiamo:

(1) l'amore e la benevolenza con cui Egli ci persegue;

(2) il decreto stesso con cui ha deciso di rivelarci il suo amore mediante la comunicazione della salvezza.

Accade quindi che la prognosi venga ad un tempo considerata più ampia per entrambi (cioè amore ed elezione, come in Romani 8:29 e Romani 11:2); in un altro, più strettamente per amore e favore che sono la fonte e il fondamento dell'elezione. Così ne parla Pietro quando dice che i credenti sono «eletti secondo la prescienza» ( kata prognosin ), cioè l'amore di Dio (1 Pietro 1,2).

In terzo luogo, dobbiamo spiegare la parola "ekloges" ("elezione") che ricorre e poi ricorre, ma non sempre con lo stesso significato. A volte denota una chiamata a qualche ufficio politico o sacro (come Saulo è "eletto" (1 Samuele 10:24); Giuda "eletto", cioè all'apostolato, Giovanni 6:70]. A volte designa un'elezione esterna e la separazione di un certo popolo dal patto di Dio (nel qual senso si dice che il popolo di Israele è eletto da Dio, Deuteronomio 4:37). Ma qui è inteso oggettivamente per gli stessi eletti (come “ekloge epetychen” - "l'elezione" [cioè, gli eletti] "l'ha ottenuto, e gli altri sono stati accecati", Romani 11:7); o formalmente per l'atto di elezione di Dio (che è chiamato “ekloge charitos”, Romani 9:11). Anche in questo caso quest'ultima può essere considerata sia nel decreto antecedente (come se fosse dall'eternità) sia nell'esecuzione successiva (poiché avviene solo nel tempo mediante la chiamata). Cristo si riferisce a questo in Giovanni 15:16: "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi"; e «Voi non siete del mondo, ma vi ho scelti dal mondo» (v. 19). Agostino unisce entrambe le forme (“schesin”): «Noi siamo eletti prima della fondazione del mondo mediante quella predestinazione nella quale Dio aveva previsto le sue cose future avrebbero avuto luogo; noi siamo però scelti fuori dal mondo mediante quella vocazione con la quale Dio adempie ciò che ha predestinato» (Sulla predestinazione dei santi).

L'elezione quindi con la forza della parola è più rigorosa della predestinazione. Tutti infatti possono essere predestinati, ma non tutti possono essere eletti, perché chi elegge non prende tutti, ma sceglie alcuni tra molti. L'elezione di alcuni implica necessariamente il superamento e il rifiuto di altri: «Molti sono i chiamati», dice Cristo, «ma pochi gli eletti» (Mt 20,16); e Paolo: "L'elezione ha vinto, e gli altri sono stati accecati" (Romani 11:7). Perciò Paolo usa il verbo heilto per designare l'elezione, che implica la separazione degli alcuni dagli altri: «Dio fin dal principio “heilto”, cioè vi ha presi e vi ha separati per la salvezza mediante la santificazione dello Spirito e la fede nella verità: (2 Tessalonicesi 2:13).

In quarto luogo, “prothesis” è spesso usata da Paolo in materia di elezione per denotare che questo consiglio di Dio non è un atto di volontà vuoto e inefficace, ma il proposito costante, determinato e immutabile di Dio (Romani 8:28; 9:11; Efesini 1:11). Poiché la parola è della massima efficacia (come ci dicono gli antichi grammatici) ed è chiamata distintamente da Paolo “prothesis tou ta energountos” - "il proposito di colui che opera tutte le cose secondo il consiglio della sua propria volontà" (Efesini 1:11). . Talvolta viene applicato all'elezione come “prothesis kat' eklogen” — "il disegno di Dio secondo l'elezione" (Romani 9:11); e si dice che siamo "predestinati" (“kata prothesin”, Efesini 1:11). A volte è unito alla chiamata: "chi è chiamato secondo il suo disegno" (“tois kata prosthesin kletois”, Romani 8:28). Poiché sia l’elezione che la chiamata dipendono e sono fondate su questo proposito di Dio.

Ora, sebbene queste parole siano spesso usate in modo promiscuo, tuttavia sono spesso distinte; non senza ragione vengono usate dallo Spirito Santo per denotare le varie condizioni ("scheseis") di quel decreto che non potrebbero essere spiegate così adeguatamente con una sola parola. Infatti il decreto può essere concepito in rapporto al principio da cui scaturisce, o all'oggetto di cui si tratta, o ai mezzi con cui si realizza. Per quanto riguarda il primo, “"protheseos"” o “eudokias” (che denota il consiglio e il beneplacito di Dio) è menzionato come la prima causa di quell'opera. Per quanto riguarda il successivo, si chiama “prognosi” o “ekloge” (che si occupa della separazione di alcune persone da altre fino alla salvezza). Riguardo a quest'ultimo si usa la parola "proorismou" secondo la quale Dio ha preparato i mezzi necessari all'ottenimento della salvezza. La protesi si riferisce alla fine; progn5sis si riferisce agli oggetti; proorismo ai mezzi; “prodiesis” alla certezza dell'evento; “prognosi” ed “ekloge” all'unicità e distinzione delle persone; “proorismos” all'ordine dei mezzi. Quindi l'elezione è certa e immutabile mediante “prothesin”; determinato e definito dalla “prognosi”; e ordinata da “proorismon”.

Questi tre gradi (se così possiamo dire per rispondere a tre atti nell'esecuzione temporale: come infatti saremo glorificati presso il Padre, redenti dal Figlio e chiamati per mezzo dello Spirito Santo, così il Padre ha deciso dall'eternità di glorificarci con Lui stesso. Questa è “prothesis”. Ci ha eletti nel suo Figlio. Questa è prognosi. Ci ha predestinati alla grazia e ai doni dello Spirito Santo (che suggella in noi l'immagine del Figlio attraverso la sua santità e la sofferenza sulla croce). Questo è “proorismos”: come il Padre manda il Figlio, il Figlio con il Padre manda lo Spirito Santo e viceversa, lo Spirito Santo ci conduce al Figlio, e il Figlio alla fine ci conduce al Padre.

Le parole con cui viene descritta la predestinazione delle membra vengono usate anche per esprimere la predestinazione del capo. Infatti riguardo a lui si parla ugualmente di prothesis quando Paolo dice “hon proetheto hilastion” (Romani 3:25); prognosi dove abbiamo “proegnesmenos” (1 Pietro 1:20); e “proorismos”, non solo quando si dice che “horistheis” è il Figlio di Dio (Romani 1:4), ma anche quando si dice che la sua morte sia avvenuta per il determinato consiglio di Dio e per la sua predestinazione, che “proorismos” sia fatto tutto ciò che è stato fatto da Erode e Ponzio Pilato (Atti 2:23).