Letteratura/Istituzione/3-03

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Indice generale

Istituzioni della religione cristiana (Calvino)

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CAPITOLO 3

SIAMO RIGENERATI PER MEZZO DELLA FEDE; IL RAVVEDIMENTO

1. Sebbene abbia già in parte insegnato in che modo la fede possieda Cristo, e come per mezzo di essa godiamo dei benefici datici da lui, la nostra conoscenza sarebbe ancora oscura se non spiegassimo inoltre quali frutti e quali effetti i credenti sentono in loro.

Non senza ragione il riassunto dell'Evangelo è condensato nel ravvedimento e nella remissione dei peccati. Se dunque si tralasciano questi due punti, tutto ciò che si potrà predicare o discutere intorno alla fede sarà debole e di ben poca importanza, se non del tutto inutile. Gesù Cristo ci dà novità di vita e riconciliazione gratuita, che otteniamo per mezzo della fede: la ragione e l'ordine richiedono dunque che io cominci qui a trattare questi due argomenti.

Dalla fede passeremo innanzitutto al ravvedimento. Dopo aver rettamente inteso questo punto, potremo facilmente scorgere in che modo l'uomo sia giustificato dalla sola e pura accettazione del perdono dei suoi peccati, e che la santificazione effettiva della vita, come si suol dire, non è affatto separata da una tale imputazione gratuita di giustizia. Il non rimanere cioè senza buone opere e l'essere considerati giusti senza buone opere, sono cose che vanno perfettamente d'accordo.

È indubbio che il ravvedimento non solo segue passo dopo l'altro la fede, ma ne deriva. Infatti, essendo la remissione dei peccati offerta dall'Evangelo affinché il peccatore, liberato dalla tirannia di Satana, dal giogo del peccato e dal misero asservimento ad esso entri nel Regno di Dio, nessuno può abbracciare la grazia dell'Evangelo senza allontanarsi dai suoi errori per seguire la retta via, e senza far di tutto per riformarsi.

Coloro che ritengono che il ravvedimento preceda la fede e negano che esso ne derivi, come un frutto prodotto dall'albero, non hanno mai compreso la sua caratteristica e la sua natura, e sono indotti in questo errore da un argomento del tutto inconsistente.

2. Gesù Cristo e san Giovanni Battista, dicono, hanno dapprima, con i loro discorsi, invitato il popolo al pentimento e poi ranno annunciato che il Regno dei cieli era vicino (Mt. 3,; 4.17). Essi citano anche il fatto che un simile mandato è stato affidato agli Apostoli, e che san Paolo, secondo il racconto li san Luca, afferma di aver eseguito questo ordine (At. 20.1).

Ma fermandosi a giocare con le sillabe, non sanno vedere il senso e la portata di queste parole. Quando infatti Gesù Cristo Giovanni Battista pronunciano l'esortazione. "Pentitevi, perché il Regno di Dio si è avvicinato ", non lo fanno forse ravviando la causa del pentimento nel fatto che Gesù Cristo ci offre grazia e salvezza? Queste parole equivalgono dunque a dire: lato che il Regno di Dio si è avvicinato, per questa ragione ravvedetevi. Anche san Matteo, riferendo questa predicazione di san Giovanni, dice che è stata compiuta la profezia di Isaia concernente la voce che grida nel deserto: "Preparate la via al Signore, raddrizzate i suoi sentieri " (Is. 40.3). Ma l'ordine del profeta è che questa voce deve cominciare con la consolazione l'annuncio della buona novella.

Tuttavia, quando diciamo che la matrice del pentimento è la fede, non riteniamo necessario un intervallo di tempo perché esso sia generato; vogliamo affermare che l'uomo non può pentirsi rettamente, senza riconoscere di appartenere a Dio. Ma nessuno può accettare di appartenere a Dio, senza avere anzitutto riconosciuto la sua grazia. Queste cose saranno più chiaramente spiegate nel corso della trattazione.

Forse sono stati ingannati dal fatto che parecchi sono vinti lai terrori della loro coscienza, o sono indotti e spinti a mettersi al servizio di Dio prima di aver conosciuto la sua grazia, anzi prima di averla gustata. È un timore quale si riscontra nei fanciulli che non sono guidati dalla ragione; tuttavia alcuni lo considerano una virtù, in quanto lo giudicano simile alla vera ubbidienza a cui esso prepara gli uomini. Non si tratta ora di ricercare in quanti modi Gesù Cristo ci attira a se, o ci dispone ad un retto sentimento di pietà; dico soltanto che non si può trovare alcuna dirittura se non laddove lo Spirito, che egli ha ricevuto per comunicarlo ai suoi membri, regna.

In secondo luogo, seguendo l'insegnamento del Salmo, secondo cui Dio è propizio affinché lo si tema (Sl. 130.4) , aggiungo che mai l'uomo avrà per lui il rispetto dovuto se non confida nella sua clemenza e bontà, e nessuno sarà mai ben deciso ad osservare la sua legge, se non è persuaso che colui al quale serve gradisce il suo servizio. Ma l'indulgenza di cui Dio si vale verso di noi è un segno del suo favore paterno e lo dimostra anche l'esortazione di Osea: "Venite, torniamo all'Eterno, poiché se ha distrutto, ci guarirà; se ha colpito, ci darà la salute " (Ho 6.1). Vediamo in queste parole che la speranza di ottenere il perdono deve servire da sprone ai peccatori, affinché non marciscano nelle loro colpe.

Del resto, coloro che inventano un nuovo modo di essere cristiani e sostengono che per ricevere il battesimo bisogna trascorrere alcuni giorni in cui ci si esercita in penitenza prima di essere ricevuti ad aver comunione con la grazia dell'Evangelo, non presentano, nel loro errore e nella loro follia, alcuna consistenza. Mi riferisco a parecchi Anabattisti, in particolare a quelli che vogliono essere definiti spirituali, e alla gentaglia quale i Gesuiti ed altre sette. Ma è frutto di uno spirito di follia, il voler dedicare alcuni giorni al ravvedimento, mentre questo deve esser proseguito, da parte del cristiano, per tutta la vita.

3. Alcuni dotti, vissuti molto tempo fa, volendo parlare del pentimento in modo semplice, secondo la regola della Scrittura, dissero che esso consiste in due parti: la mortificazione e la vivificazione. Essi intendono la mortificazione come un dolore e un terrore interiore frutto della coscienza del peccato e del sentimento del giudizio di Dio. Infatti, quando qualcuno è condotto alla vera conoscenza del suo peccato, comincia a odiarlo e a detestarlo; allora veramente si trova a dIs.gio in cuor suo, si riconosce misero e confuso e desidera essere diverso da quello che è. Inoltre, quando è toccato dal sentimento del giudizio di Dio (poiché l'uno deriva immediatamente dall'altro) , allora umiliato, spaventato e abbattuto, trema, si scoraggia e perde ogni speranza. Questo è il primo elemento del pentimento, chiamato contrizione.

Essi intendono la vivificazione come una consolazione prodotta dalla fede: l'uomo, turbato dalla coscienza del suo peccato e spaventato dalla paura di Dio, gettando il suo sguardo sulla di lui bontà e misericordia, sulla grazia e la salvezza che sono in Gesù Cristo, si rialza, respira, riprende coraggio e par tornare dalla morte alla vita.

Queste due parole, rettamente intese, esprimono assai bene la realtà del pentimento; dato però che costoro identificano la vivificazione con la gioia che un'anima prova quando è pacificata dai suoi tormenti e dalle sue angosce, dissento da loro, in quanto questa parola esprime piuttosto la volontà di vivere bene e santamente, nel senso che l'uomo muore a se stesso per vivere in Dio. Questo è il rinnovamento di cui abbiamo parlato.

4. Gli altri, pur vedendo che questo termine è inteso in senso diverso nella Scrittura, hanno stabilito due tipi di pentimento. Per distinguerli, hanno definito il primo "legale "; in esso il peccatore, afflitto dal bruciore del suo peccato e come paralizzato dal terrore della collera di Dio, rimane legato in questo smarrimento, senza potersene liberare. Hanno definito l'altro "evangelico ": in esso il peccatore, gravemente turbato in se stesso, si eleva tuttavia più in alto, accogliendo Gesù Cristo come medicamento della sua ferita, come consolazione della sua paura e rifugio della sua miseria.

Caino, Saul, Giuda sono esempi di pentimento legale (Ge 4.13; 1 Re 15.30; Mt. 27.4). Descrivendoceli, la Scrittura vuol significare che dopo aver sperimentato il peso del loro peccato hanno avuto paura della collera di Dio; ma assorti unicamente nel pensiero della vendetta e del giudizio di Dio sono sprofondati in questo pensiero. Il loro pentimento dunque altro non è stato se non una porta dell'inferno: essendovi già entrati nel corso della presente esistenza hanno cominciato a soffrire l'ira della maestà di Dio.

Vediamo il pentimento evangelico in tutti coloro che, punti in se stessi dal pungolo del peccato ma rialzatisi fiduciosi nella misericordia di Dio, si sono rivolti a lui. Ezechia fu sconvolto quando ricevette l'annuncio di morte; ma piangendo pregò, e guardando alla misericordia di Dio riprese fiducia (4 Re 20.2; Is. 38.1). Gli abitanti di Ninive furono spaventati dall'orribile minaccia della loro rovina, ma ricoperti di sacchi e di cenere pregarono, sperando che il Signore sarebbe tornato sulla sua decisione e avrebbe deviato il furore della sua ira (Giona 3.5). Davide confessò di aver peccato molto gravemente nel fare il censimento del popolo, ma aggiunse: "Signore, cancella l'iniquità del tuo servo! " (2 Re 24.10). Di fronte al rimprovero di Nathan, riconobbe il peccato di adulterio, si prostrò dinanzi a Dio, ma attese parimenti il perdono (2 Re 12.13e 16). Tale fu il pentimento di coloro che, udendo la predicazione di san Pietro, furono sconvolti nel loro cuore, ma confidando nella bontà di Dio aggiunsero: "Che faremo noi, fratelli? " (At. 2.37). Tale fu anche il pentimento di san Pietro che pianse amaramente ma non cessò di sperare (Lu 22.62; Mt. 26.75).

5. Tutte queste cose sono vere, tuttavia, se intendo bene la Scrittura, bisogna intendere in altro modo il termine pentimento. Il confondere, infatti, come fanno costoro, fede e ravvedimento contrasta con quel che dice san Paolo negli Atti, l'aver egli scongiurato Giudei e Gentili a ravvedersi dinanzi a Dio, e a credere in Gesù Cristo (At. 20.21). In questo passo egli considera la fede e il ravvedimento come cose diverse; può forse il vero ravvedimento sussistere senza la fede? No, certo; ma benché non si possano dividere, bisogna tuttavia distinguerli. Come la fede non può sussistere senza speranza, ma fede e speranza sono cose diverse, così ravvedimento e fede, sebbene uniti da un legame inscindibile, devono tuttavia essere congiunti piuttosto che confusi fra loro.

Non ignoro che con il termine ravvedimento si intende tutta la conversione a Dio, conversione di cui la fede è una delle parti principali, ma quando ne avremo spiegato la natura e le caratteristiche, si vedrà in che senso ciò è detto.

Il termine usato dagli Ebrei per designare il ravvedimento significa conversione o ritorno; quello usato dai Greci significa cambiamento di decisione e di volontà. La realtà corrisponde bene a queste etimologie, in quanto il fatto del ravvedimento consiste in questo: essendoci allontanati da noi stessi, volgerci a Dio; e avendo abbandonato le nostre decisioni e la nostra volontà iniziale, assumerne una nuova.

Perciò, a mio giudizio, potremo definire con esattezza il ravvedimento in questo modo: è una radicale conversione dalla nostra vita naturale, per seguire Dio nella via che egli ci indica, conversione derivante da un timor di Dio retto e non finto, che consiste nella mortificazione della nostra carne e del nostro uomo vecchio, e nella vivificazione da parte dello Spirito. In questo senso bisogna intendere tutte le esortazioni contenute negli scritti dei Profeti e degli Apostoli, per mezzo delle quali essi invitano gli uomini del loro tempo a ravvedersi. Volevano infatti far sì che, turbati per i loro peccati e afflitti dal timore del giudizio di Dio, si umiliassero e prostrassero davanti alla sua maestà che avevano offesa, e tornassero nella retta via. Così, quando parlano di convertirsi e di tornare al Signore, di pentirsi e di ravvedersi (Mt. 3.2) , tendono sempre a questo fine.

Perciò la storia sacra chiama ravvedimento il fatto di essere condotti a seguire Dio: quando gli uomini, avendolo disprezzato per folleggiare nelle loro cupidigie, cominciano a ritornare alla sua Parola (1 Re 7.3) , e sono pronti a seguirlo dove egli li chiamerà. San Paolo e san Giovanni Battista esortano a produrre frutti degni del ravvedimento, volendo affermare che bisogna condurre una vita che dimostri ed attesti in tutte le sue azioni un tal pentimento (Lu 3.8; Ro 6.4; At. 26.20).

6. Prima di proseguire, gioverà però spiegare più ampiamente la definizione summenzionata, che presenta soprattutto tre punti degni di attenzione.

Riguardo al primo, quando definiamo il ravvedimento una conversione di vita a Dio, richiediamo un cambiamento, non solo riguardo alle opere esterne, ma anche nell'anima, affinché, spogliatasi della sua vecchia natura, essa produca, in seguito, frutti degni del suo rinnovamento. È quanto vuole esprimere il Profeta quando ordina a coloro che esorta al pentimento di avere un cuor nuovo (Ez. 18.31). Perciò Mosè ripetutamente, volendo indicare al popolo di Israele la vera conversione, li esorta a convertirsi con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima, e parlando della circoncisione del cuore, allude ai loro sentimenti più nascosti. Questa espressione è spesso ripetuta dai Profeti. Nessun passo, tuttavia, definisce la vera natura del ravvedimento meglio del quarto capitolo di Geremia, in cui Dio parla in questo modo: "Israele, se tu ti converti convertiti a me. Coltiva bene la terra del tuo cuore, e non seminare fra le spine. Sii circonciso per il Signore, e togli ogni impurità dal tuo cuore " (Gr. 4.1.3.4).

Notiamo che egli sottolinea il fatto che per iniziare a vivere bene non possono cominciare in altro modo se non sradicando ogni empietà dal loro cuore. E per spronarli in modo più pressante li avverte che hanno a che fare con Dio, nei riguardi del quale non si guadagna nulla Cl. tergiversare perché egli ha in abominio la doppiezza di cuore. Per questo motivo Isaia si beffa di tutte le opere degli ipocriti, che in quel tempo si sforzavano di emendare esteriormente la loro vita con cerimonie, senza tuttavia impegnarsi a spezzare i vincoli iniqui con cui opprimevano i poveri (Is. 58.6). Inoltre, in questo stesso passo, mostra quali siano le opere che devono seguire un vero ravvedimento.

7. Nel secondo punto abbiamo detto che il ravvedimento procede da un retto timor di Dio. Perché la coscienza del peccatore sia condotta al pentimento, bisogna infatti che sia anzitutto turbata dal giudizio di Dio. Quando sarà radicato nel cuore dell'uomo il pensiero che Dio dovrà un giorno salire sul suo trono di giudizio, per chieder conto di tutte le opere e parole, questa coscienza non lascerà riposare il povero peccatore né lo lascerà respirare un solo istante pungolandolo e stimolandolo sempre a condurre una vita nuova, affinché possa presentarsi senza timore a questo giudizio.

Spesso la Scrittura, quando ci esorta al pentimento, ci ricorda perciò che Dio un giorno giudicherà il mondo. Come in questo passo di Geremia: "Affinché il mio furore non esca come un fuoco, senza che qualcuno lo possa spegnere, a causa della vostra perversità " (Gr. 4.4). E nel discorso che san Paolo fece ad Atene: "Come Dio ha lasciato che gli uomini camminassero nell'ignoranza, ora annuncia loro di ravvedersi, poiché ha stabilito un giorno in cui giudicherà il mondo con giustizia " (At. 17.30); così in molti altri passi. Altre volte, per mezzo delle punizioni già avvenute, la Scrittura dimostra che Dio è giudice, affinché i peccatori sappiano che una pena molto più grave li aspetta se non si correggono al più presto. Ne abbiamo l'esempio al capitolo ventinovesimo del De

Poiché l'inizio della nostra conversione a Dio avviene quando abbiamo in odio e in orrore il peccato, l'Apostolo dice che la tristezza che è secondo Dio è la causa del pentimento (2 Co. 7.10) , definendo tristezza secondo Dio non solo il timore del castigo ma l'odio e l'esecrazione per il peccato, avendo coscienza del fatto che dispiace a Dio. Questo non deve sembrare strano perché, se non fossimo pungolati per davvero, la pigrizia della nostra carne non potrebbe essere mai corretta; nessun pungolo sarebbe anzi sufficiente a scuoterla dalla sua insensibilità se Dio non facesse un passo di più mostrandoci i suoi castighi. Oltre l'abbrutimento c'è anche la ribellione, che ha bisogno di essere piegata a grandi colpi di martello. È la nostra perversità dunque che costringe Dio a far uso di severità, rigore e minacce, visto che non servirebbe affatto allettare con la dolcezza quelli che dormono.

Non citerò le testimonianze che si trovano qua e là in tutta la Scrittura. Il timor di Dio è anche chiamato introduzione al ravvedimento, per un'altra ragione. Infatti, quand'anche un uomo potesse essere ritenuto in tutto e per tutto perfetto nelle virtù, se egli non orienta la sua vita al servizio di Dio, potrà sì esser lodato dal mondo, ma sarà in abominio al cielo, poiché la parte principale della giustizia consiste nel rendere a Dio l'onore che merita, onore di cui lo frodiamo in malo modo quando ci manca l'intenzione di assoggettarci al suo governo.

8. Dobbiamo ora spiegare il terzo punto: abbiamo detto che il ravvedimento consta di due elementi, la mortificazione della carne e la vivificazione da parte dello Spirito. I Profeti lo espongono abbastanza bene, pur parlando con la semplicità richiesta dall'ignoranza del popolo Cl. quale dovevano trattare, quando dicono: "Cessate di fare il male, e consacratevi al bene " (Sl. 34.15). "Purificatevi dalle vostre impurità, lasciate da parte la vostra vita perversa; imparate il bene, datevi alla giustizia, alla misericordia "ecc.. . (Is. 1.16.17). Invitando gli uomini ad allontanarsi dal male, essi richiedono che tutta la loro carne, cioè la loro natura, sia mortificata poiché è piena di iniquità. Si tratta di un comandamento assai difficile, in quanto richiede la rinuncia a se stessi, e l'abbandono della nostra natura. Poiché non bisogna credere che la carne sia dovutamente mortificata, se non quando viene annientato e abolito tutto ciò che abbiamo da per noi stessi. Ma visto che tutti i pensieri e sentimenti della nostra natura sono in lotta contro Dio e nemici della sua giustizia (Ro 8.7) , il primo passo nell'obbedienza della Legge è la rinuncia alla nostra natura ed a ogni nostra volontà.

Quel testo del Profeta definisce in seguito il rinnovamento di vita mediante i frutti che ne derivano: giustizia, discernimento e misericordia; non sarebbe infatti sufficiente compiere opere esteriori se l'anima in primo luogo non le amasse e fosse disponibile per queste opere. Ciò avviene quando lo Spirito di Dio, avendo trasformato le nostre anime santificandole, le dirige a tal punto verso nuovi pensieri e sentimenti da poter dire che esse sono diverse da quel che erano in precedenza. Di fatto, per natura, ci allontaniamo da Dio e non tendiamo né aspiriamo mai a quel che è buono e retto finché non abbiamo imparato ad abbandonare il nostro io. Ecco perché così spesso ci è chiesto di spogliare il vecchio uomo, di rinunciare al mondo e alla carne e di adoperarci, abbandonando le nostre cupidigie, per essere rinnovati nel nostro modo di pensare.

Il termine "mortificazione ", ci dice quanto sia difficile per noi dimenticare la nostra natura; esso infatti significa che non possiamo essere piegati né formati al timor di Dio, né imparare i rudimenti della pietà, se non essendo messi a morte dalla spada dello Spirito ed essendo ridotti con violenza al nulla. È come se Dio dicesse che ci è necessario morire ed essere annullati in tutto ciò che abbiamo, prima che ci accolga o accetti come suoi figli.

9. L'una e l'altra cosa ci provengono dalla comunione che abbiamo con Cristo. Poiché se siamo realmente partecipi della sua morte, per virtù di questa morte il nostro vecchio uomo è crocifisso e il cumulo di peccato, che risiede in noi, è annullato affinché la corruzione della nostra natura primitiva non abbia più potere (Ro 6.6). Se siamo partecipi della sua risurrezione, per mezzo di essa noi siamo risuscitati in novità di vita, e questa vita è una risposta alla giustizia di Dio.

Per esprimermi in breve, dirò che il ravvedimento è una rigenerazione ad opera dello Spirito, il cui scopo è far sì che sia restaurata l'immagine di Dio, oscurata e quasi cancellata in noi dalla trasgressione di Adamo. Così si esprime l'Apostolo quando dice che, tolto il velo, noi contempliamo la gloria di Dio, trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, ad opera dello Spirito di Dio (2 Co. 3.18). E: "Siate rinnovati nella vostra anima, e rivestite l'uomo nuovo, creato ad immagine di Dio nella giustizia e nella vera santità " (Ef. 4.23). E in un altro passo: "Rivestite l'uomo nuovo, rinnovato secondo la conoscenza e l'immagine di colui che l'ha creato " (Cl. 3.10). Con questa rigenerazione, siamo ricondotti per grazia di Cristo nella giustizia di Dio, da cui eravamo scaduti per colpa di Adamo; come piace a Dio ricostruire nella loro integrità tutti coloro che adotta nell'eredità della vita eterna.

Questa restaurazione non si compie né in un minuto, né in un giorno, né in un anno: ma Dio cancella nei suoi eletti le corruzioni carnali, del continuo, nel succedersi del tempo, ed a poco a poco; non cessa di purificarli dalle loro impurità, di consacrarli a se come templi, di ricondurre i loro sensi ad una autentica purezza, affinché si esercitino tutta la vita nel ravvedimento, sapendo che questo combattimento ha termine soltanto con la morte.

Tanto più grave è l'impudenza di un certo apostata, che mi rimprovera di confondere lo stato della vita presente con la gloria futura, dato che interpreto, con san Paolo, l'immagine di Dio come uno stato di vera santità e giustizia; quasi che, per definire questo o quello, non fosse necessario parlare di perfezione e integrità. Dicendo che Dio ci restaura a sua immagine, non neghiamo che lo faccia mediante un accrescimento continuo; ma a seconda del punto di avanzamento di ognuno, questa immagine di Dio in lui riluce in misura maggiore (2 Co. 4.18). Dio, per far raggiungere ai suoi credenti quella meta, impone loro per tutta la vita la via del ravvedimento, ed essi non cessano di camminarvi.

10. In questo modo la rigenerazione libera i figli di Dio dall'asservimento al peccato: non già rendendoli insensibili agli attacchi della carne, come se possedessero pienamente la libertà ma piuttosto lasciando loro motivo continuo di combattere, per metterli alla prova; e non solo per metterli alla prova, ma per renderli maggiormente coscienti della loro debolezza. Tutti gli scrittori dotati di un sano intendimento concordano nel dire che permane nell'uomo rigenerato fonte e fomite di male, da cui derivano le continue cupidigie che lo allettano e lo incitano al peccato. Per di più essi riconoscono che tutti i credenti sono a tal punto irretiti in questa corruzione da non potervi opporre resistenza, sì che spesso sono condotti all'adulterio, l'avarizia, l'ambizione o altri peccati.

Non è necessaria una lunga disputa per sapere qual sia stata l'opinione degli antichi Dottori a questo riguardo; sant'Agostino da solo può bastare per tutti, poiché ha raccolto le loro opinioni con fedeltà e grande diligenza. Se qualcuno dunque vuol sapere quel che gli antichi hanno detto su questo punto, li rimando a quell'autore.

Si potrebbe però pensare che sussista fra sant'Agostino e noi una certa divergenza; egli, infatti, affermando che tutti i credenti, mentre abitano questo corpo mortale sono a tal punto soggetti a concupiscenze da non poter fare a meno di concupire, non osa tuttavia definire "peccato "una tal malattia, ma chiamandola "infermità "dice che essa diventa peccato quando, oltre l'immaginazione e la rappresentazione, segue nell'uomo la messa in opera o il consenso: quando cioè la volontà ottempera al desiderio iniziale. Noi, al contrario, riteniamo che ogni concupiscenza da cui l'uomo è solleticato per agire contro la legge di Dio è peccato; affermiamo pure che la perversità, che genera in noi quelle concupiscenze, è peccato. Diciamo dunque che il peccato abiterà sempre nei credenti finché non saranno spogliati da questo corpo mortale, poiché la perversità della concupiscenza, contraria alla dirittura, è insita nella loro carne.

Tuttavia egli non sempre si astiene dall'usare il termine "peccato "in tale accezione, come quando dice: "La fonte da cui provengono tutti i peccati, cioè la concupiscenza, è definita peccato da san Paolo. Questo peccato, riguardo ai santi, cessa di dominare durante la vita terrena, ed è annullato in cielo ". Con queste parole afferma che nella misura in cui i credenti sono soggetti a concupiscenze, sono colpevoli come peccatori.

2. Riguardo all'affermazione che Dio purifica la sua Chiesa da ogni peccato e che nel battesimo promette la grazia della liberazione e la attua nei suoi eletti (Ef. 5.26.27) , noi la riferiamo all'imputazione piuttosto che alla sostanza del peccato. Dio, Cl. rigenerare i suoi, fa si che il regno del peccato sia abolito in loro, in quanto li fa oggetto della potenza del suo Spirito Santo per renderli forti e vincitori nella lotta che devono affrontare; da quel momento il peccato cessa soltanto di regnare, non di abitare in loro. Perciò diciamo che l'uomo vecchio è crocifisso ed è abolita per i figli di Dio la legge del peccato, quantunque le tracce permangano (Ro 6.6) , non già per dominare in loro ma per umiliarli rendendoli consapevoli della loro infermità. Affermiamo bensì che tali residui di peccato non sono loro imputati, come se non esistessero; ma affermiamo che ciò accade in virtù della misericordia di Dio. E così, sebbene assolti per grazia, non cessano, di fatto, di essere peccatori e colpevoli

Ci è facile confermare questo pensiero, visto che per provarlo troviamo testimonianze evidenti e probanti nella Scrittura. Infatti che cosa potremmo desiderare di più esplicito delle tesi di san Paolo nel settimo capitolo dell'epistola ai Romani? Anzitutto, che egli si riferisca alla persona dell'uomo rigenerato l'abbiamo già precedentemente dimostrato e sant'Agostino cita ragioni perentorie per dimostrarlo. Tralascio il fatto che egli si serva dei termini "male "e "peccato ". Ancorché i contradditori possano cavillare su queste due parole, chi negherà che opporsi alla legge di Dio sia peccato? e che lo sia l'impedimento a fare il bene? Infine, chi non ammetterà che c'è colpa dovunque ci sia povertà spirituale? San Paolo dice che tutte queste cose sono comprese nella corruzione di cui parliamo.

Abbiamo inoltre un argomento certo, che può risolvere tutta la questione. Nella Legge infatti ci è ordinato di amare Dio con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze. Se è necessario che tutte le parti della nostra anima siano a tal punto ripiene dell'amore di Dio, è evidente che chiunque possa concepire nel suo cuore anche solo un minimo desiderio o un pensiero che lo distolga dall'amore di Dio e lo conduca verso qualcosa di vano non obbedisce a questo comandamento. Non rientra forse nelle facoltà dell'anima l'essere toccati e mossi da qualche appetito, il concepire qualcosa nella mente o l'andarvi dietro? Quando dunque in questi pensieri c'è vanità e peccato, non è forse segno che qualche parte dell'anima è vuota e priva dell'amor di Dio? Chi non riconosce dunque che tutte le concupiscenze della carne sono peccato e che la malattia di concupire, insita in noi, è la fonte del peccato, negherà altresì che la trasgressione della Legge sia peccato.

12. A chi ritiene sragionevole una condanna globale dei desideri da cui l'uomo naturale è affetto, i quali sono stati posti nell'uomo da Dio autore della natura, rispondiamo che non condanniamo affatto i desideri che Dio ha posti nell'uomo nella primitiva creazione e che non si potrebbero sradicare da noi se non sradicando la nostra stessa umanità; ma ci limitiamo a riprovare gli appetiti sregolati, disordinati e che contrastano con l'ordine di Dio.

Tutte le parti della nostra anima sono così corrotte dalla perversità della nostra natura, che in ogni nostra opera traspaiono disordini ed intemperanze; in quanto tutti i desideri che formuliamo non si possono astrarre da tale situazione, per questa ragione li definiamo peccaminosi.

Formulando in modo più semplice il problema diciamo che i desideri ed appetiti dell'uomo sono malvagi, e li condanniamo come peccati non in quanto naturali, ma in quanto disordinati. E son disordinati per il fatto che nulla di puro e integro può procedere dalla nostra natura viziosa e impura. Agostino stesso, a questo riguardo, non va così oltre come potrebbe sembrare a prima vista. Quando intende evitare le calunnie dei Pelagiani tralascia a volte il termine "peccato ", ma quando scrive che la legge del peccato permane nei santi e che solo la colpa è loro tolta, si dimostra abbastanza conforme alla nostra interpretazione.

13. Citeremo qualche altra affermazione dei suoi scritti per illustrare con maggiore evidenza il suo pensiero su questo punto. Nel secondo libro contro Giuliano dice: "Nella rigenerazione spirituale vi è annullamento della legge del peccato, ma essa permane nella carne mortale; è annullata, in quanto la colpa è abolita dal sacramento per cui i credenti sono rigenerati; essa permane, perché produce i desideri contro cui i credenti stessi devono lottare ". E: "La legge del peccato che risiedeva ancora nelle membra di san Paolo e perdonata Cl. battesimo, non già eliminata ". E spiegando perché sant'Ambrogio definì iniquità un tal peccato, dice che egli parla di una legge di peccato, che dimora in noi benché la colpa sia perdonata Cl. battesimo, poiché è cosa iniqua che la carne combatta contro lo Spirito. E: "Il peccato è morto quanto alla colpa a cui ci teneva legati; tuttavia si ribella, pur essendo morto, finché sia purificato essendo sepolto dalla perfezione ".

Nel quinto libro parla ancora più chiaramente: "Come l'accecamento del cuore "dice "è peccato in quanto causa del non credere in Dio ed è punizione per il peccato in quanto il cuore fiero e altero viene in tal modo punito, ed è causa del peccato in quanto genera cattivi errori, così la concupiscenza della carne, contro cui lo spirito buono lotta, è peccato in quanto contiene disubbidienza contro l'esser governati dallo Spirito; è punizione del peccato in quanto ci è imposta a causa della ribellione del nostro primo padre; è causa del peccato, sia che vi consentiamo, sia che ne siamo contaminati fin dalla nostra nascita "In questo passo sant'Agostino non ha difficoltà a definire peccato l'infermità che rimane in noi dopo la rigenerazione poiché, dopo aver confutato il loro errore, non teme le calunnie dei Pelagiani.

Come pure nella quarantunesima omelia su san Giovani dice: "Se servi la legge del peccato secondo la tua carne, fa' quel che dice l'Apostolo: Che il peccato non regni nel tuo corpo, e tu non ubbidire al suo desiderio (Ro 6.12). Non proibisce che ci sia, ma dice che non vi deve regnare. Mentre sei in vita è inevitabile che il peccato sia nelle tue membra; tuttavia bisogna togliergli il dominio e non fare quel che ordina ".

Coloro che asseriscono che la concupiscenza non è peccato citano quel che dice san Giacomo, che la concupiscenza genera il peccato dopo averlo concepito (Gm. 1.15). Non è però difficile sciogliere questa obiezione: se non riferiamo questo passo alle cattive opere o peccati attuali, come vengono chiamati, neanche la cattiva volontà sarà considerata peccato. Anche se egli chiama le opere cattive "figlie della concupiscenza ", attribuendo loro il nome di peccato, non ne deriva tuttavia che il concupire non sia una cosa cattiva e da condannare di fronte a Dio.

14. Alcuni Anabattisti vanno fantasticando non so quale sregolata intemperanza in luogo della rigenerazione spirituale dei credenti: che cioè i figli di Dio (come pare loro) , essendo ricondotti allo stato di innocenza, non si devono curare di porre freno alle concupiscenze della loro carne, ma devono seguire lo Spirito come guida, sotto la cui direzione non è possibile errare. Non avessero reso pubblica questa dottrina con tanta arroganza, si stenterebbe a credere che la ragione dell'uomo possa cadere in tali eccessi. Di fatto si tratta di una mostruosità orribile; ma è giusto che la presunzione di chi muta in menzogna la verità di Dio sia così punita.

Chiedo dunque loro se viene soppressa ogni differenza tra turpitudine ed onestà, giustizia ed ingiustizia, bene e male, virtù e vizio. Questa differenza, dicono costoro, trae origine dalla maledizione del vecchio Adamo, da cui siamo liberati per mezzo di Cristo. Non vi sarà dunque alcuna differenza fra adulterio e castità, onestà e calcolo, verità e menzogna, giustizia e furto. Si abbandoni, dicono, ogni frivolo timore e si abbia il coraggio di seguire lo Spirito che non suggerirà mai nulla di male fintanto che ci si sottometterà alla sua guida.

Chi non manifesterebbe qualche stupore di fronte a sì assurdi propositi? Eppure è una filosofia diffusa e ben accetta a coloro che, accecati dalla follia delle loro concupiscenze, hanno smarrito il senso comune. Ma, vi domando, che specie di Cristo ci inventano e quale Spirito ci tirano fuori? Riconosciamo sì un solo Cristo ed il suo Spirito soltanto, quale i Profeti l'hanno promesso e quale l'Evangelo annuncia esser stato rivelato, ma riguardo ad esso non udiamo nulla di simile. Poiché quello Spirito che la Scrittura ci rivela non favorisce omicidii, adulteri, ubriachezze, orgoglio, contesa, avarizia e frode ma è autore di amore, castità, sobrietà, modestia, pace, temperanza e verità. Non uno spirito di sogni o di agitazioni che si manifesta or qua or là indifferentemente nel bene quanto nel male, ma spirito pieno di sapienza e intelligenza in vista di discernere il bene ed il male Non spinge l'uomo ad una licenza senza freno e dissoluta, ma come discerne il bene dal male così gli insegna a seguire l'uno e a fuggire l'altro.

Ma perché spendere tanta fatica a refutare queste rabbiose assurdità? Lo Spirito di Dio non è per i cristiani un parto assurdo della loro fantasia, che si sono creati sognando o che hanno ricevuto da altri; lo conoscono come lo presenta la Scrittura, quando afferma che ci è dato in vista della santificazione per condurci, nell'obbedienza, alla giustizia di Dio, dopo averci purificati da impurità e lordura. Questa obbedienza non può sussistere se le concupiscenze (a cui costoro vogliono lasciare libero corso) non sono domate e sottomesse. È detto inoltre che lo Spirito ci purifica bensì mediante la sua santificazione, ma permangono in noi, finché siamo racchiusi nel nostro corpo mortale, molte infermità; ne consegue che, essendo lungi dalla perfezione, dobbiamo progredire quotidianamente e, irretiti in molti peccati, ci è necessario combattere.

Di conseguenza occorre vigilare con diligenza per evitare di essere colti di sorpresa dai tradimenti e dagli inganni della nostra carne; e non dobbiamo riposare quasi non fossimo in pericolo, a meno di crederci più innanzi nella santità di vita di san Paolo stesso, che era molestato dai pungiglioni di Satana (2 Co. 12.7) perché fosse perfetto in virtù malgrado le infermità, e che non parlava per modo di dire quando descriveva quel combattimento tra carne e spirito che sentiva nella sua persona (Ro.7.6).

15. Non senza ragione l'Apostolo, nel definire il ravvedimento, cita sette cose che lo producono in noi, oppure ne derivano come frutti ed effetti, o ne sono membra e parti. Queste cose sono premura, giustificazione, sdegno, timore, ardore, zelo, punizione (2 Co. 7.2). Non mi azzardo a definirle cause o effetti del ravvedimento, poiché hanno l'apparenza delle une e degli altri. Si possono anche definire disposizioni d'animo connesse al ravvedimento. Ma, tralasciando questi problemi, possiamo capire il senso di ciò che san Paolo intende; mi basterà dunque esporre semplicemente il suo pensiero.

Egli dice dunque che la tristezza che è secondo Dio genera in noi premura, poiché colui che è veramente toccato dal dispiacere di aver offeso Dio è del pari incitato e pungolato a pensare e a cercare con cura come liberarsi dai legami del diavolo, a provvedere anche per l'avvenire a non essere sorpreso dai suoi tranelli, e ad aver cura di mantenersi sotto la guida dello Spirito Santo al fine di non essere colto in fallo per noncuranza.

In secondo luogo menziona la giustificazione, a cui non dà il significato di una difesa, di cui il peccatore si serve per sfuggire al giudizio di Dio, negando di aver sbagliato o minimizzando il suo errore, ma piuttosto di una scusa che consiste più nel chiedere perdono che nel mettere avanti il proprio buon diritto. Così un bimbo suscettibile di correzione, riconoscendo isuoi sbagli e confessandoli a suo padre, si affida al suo perdono e per ottenerlo afferma convinto di non aver mai disprezzato suo padre né di averlo offeso per cattiva disposizione di cuore; e questo suo scusarsi non ha come fine il farsi considerare giusto ed innocente, ma solo ottenere il perdono.

Lo sdegno, di cui parla appresso, c'è quando il peccatore si adira in cuor suo con se stesso, Si accusa e Si indispettisce contro di se, considerando la sua perversità e la sua ingratitudine verso Dio.

La parola timore esprime la paura che coglie e sorprende i nostri cuori ogniqualvolta pensiamo al rigore di Dio contro i peccatori e, d'altra parte, a quello che abbiamo meritato. E inevitabilmente siamo agitati da una spaventosa pena che ci spinge all'umiltà, rendendoci più accorti per il futuro. La premura, di cui ha parlato, deriva da questo timore.

La parola desiderio mi pare esser stata usata dall'Apostolo per indicare una ardente disposizione a compiere il nostro dovere verso Dio, disposizione a cui ci deve soprattutto condurre la coscienza delle nostre colpe.

Il conseguente zelo tende al medesimo fine, in quanto indica l'ardore da cui siamo mossi quando ci pungolano come sproni pensieri come questi: che ho fatto? dove sarei caduto se la misericordia di Dio non mi avesse soccorso?

Menziona in ultimo la punizione: quanto più siamo aspri e severi nell'accusarci, tanto più dobbiamo sperare che Dio ci sarà misericordioso. Non può essere, infatti, che un'anima credente, toccata dall'orrore del giudizio di Dio, non si adoperi a punire se stessa; i credenti conoscono la pena che nasce dalla confusione, dal timore, dalla vergogna, dal dolore e dal dispiacere provati nel riconoscere le proprie colpe dinanzi a Dio.

Ricordiamoci tuttavia che è necessario mantenere una certa moderazione per non essere travolti dalla tristezza, poiché le coscienze timorose sono anche troppo inclini a cadere nella disperazione. Satana ricorre comunemente a questo trucco: immergere il più profondamente possibile in questo abisso di tristezza tutti coloro che vede abbattuti dal timore di Dio, al punto che non riescano mai a risollevarsi. Il timore che produce umiltà, senza distoglierci dalla speranza di ottenere il perdono, non può superare un giusto limite: l'Apostolo ammonisce il peccatore a vigilare onde, impegnandosi in questa critica e odio di se, finisca coll'essere sopraffatto da uno spavento così grande da perdere ogni coraggio (Eb. 12.3). Questo tenderebbe ad allontanarci da Dio e a farcelo evitare: sarebbe un atteggiamento opposto al ravvedimento Cl. quale Dio ci chiama a sé.

Molto utile, a questo proposito, l'avvertimento di san Bernardo: il dolore per i peccati è necessario, a condizione che non sia continuo. È pure necessario distoglierci dal ricordo delle nostre vie, che ci tiene stretti in angoscia e tormento, per passeggiare nel ricordo dei benefici di Dio come in una bella pianura. "Mescoliamo "dice "il miele e l'assenzio affinché l'amaro giovi alla nostra salute, quando lo beviamo incorporato al dolce. E se vi considerate con umiltà, considerate Dio secondo la sua bontà ".

16. Possiamo ora capire quali siano i frutti del ravvedimento: sono le opere compiute per servire e onorare Dio, le opere di carità congiunte ad una vera santità e innocenza di vita; quanto più ognuno si sforza di conformare la sua vita alle indicazioni della legge di Dio, tanto più darà segni di essere veramente pentito. Pertanto lo Spirito, volendo esortarci al pentimento, ci propone ovvero tutti i precetti della Legge ovvero il contenuto della seconda tavola; sebbene in altri passi, dopo aver condannato l'impurità del cuore, ci spinga anche a dimostrare con testimonianze esterne la realtà del nostro pentimento. E di questo i lettori avranno un quadro vivo quando descriverò la vita cristiana.

Non raccoglierò qui i passi dei Profeti, che da un lato si fanno beffe della leggerezza di coloro che si sforzano di placare Dio con cerimonie, giudicandole giochi di bambini, e insegnano dall'altro che, quand'anche la vita sia esteriormente integra, non è questo l'essenziale, in quanto Dio guarda al cuore. Chiunque sarà un po' versato nella Scrittura capirà facilmente da se, senza altri commenti, che nulla giova, nel nostro rapporto con Dio, se non si comincia dall'atteggiamento interiore del cuore. Ed il passo di Gioele servirà bene ad illuminare gli altri: "Lacerate" dice "i vostri cuori, e non i vostri vestiti, ecc. " (Gl. 2.13). L'uno e l'altro concetto sono esposti anche nelle parole di san Giacomo: "Voi, malvagi, lavate le vostre mani; voi, doppi d'animo, purificate i vostri cuori, " (Gm. 4.8). li vero che queste parole pongono in primo piano quanto e accessorio, ma e significativo che subito dopo indichino il principio e la fonte nel ripulire le impurità nascoste, affinché l'altare per sacrificare a Dio sia innalzato nel cuore stesso.

Ci sono alcuni altri esercizi esteriori di cui ci serviamo, in privato, per umiliarci o per domare la carne, e in pubblico per attestare il nostro pentimento. Tutto questo deriva da quella punizione di cui parla san Paolo. Sono infatti caratteristiche di dolore interiore il gemere ed il piangere, l'odiare ed il fuggire ogni piacere, pompa e vanità, l'astenersi da banchetti e delizie. Chi infine conosce la serietà della ribellione della carne cerca tutti i rimedi per reprimerla. Colui che valuta quanto sia grave offesa la violazione della giustizia di Dio non ha riposo né requie finché, con la sua umiltà, non abbia reso gloria a Dio.

Gli antichi Dottori parlano spesso di tali esercizi esteriori quando devono trattare dei frutti del ravvedimento pur senza fondarne su questi l'essenza. I lettori mi perdoneranno se esprimo il mio parere: essi si sono soffermati troppo su queste piccolezze, e chi riflette con diligenza concorderà, spero, con me. Nel raccomandare con tanta insistenza questa disciplina corporale, inducevano sì il popolo ad accettarla con grande devozione, oscuravano però quel che doveva essere in primo piano. Commettevano anche un altro errore: erano un po' troppo eccessivi e rigorosi nelle correzioni, come avremo modo di dire altrove.

17. Alcuni, vedendo che i Profeti affermano che ci si deve pentire con pianti e digiuni, rivestiti di un sacco e Cl. capo coperto di cenere (pratica indicata specialmente da Gioele) (Gl. 2.12) , ritengono che l'elemento principale del ravvedimento consista nel piangere e nel digiunare. dobbiamo pertanto porre rimedio al loro errore.

In quel passo di Gioele, il discorso sulla conversione totale del nostro cuore al Signore e sul lacerare non già i nostri vestiti ma il nostro cuore, si addice perfettamente al ravvedimento. I pianti e i digiuni non sono considerati come conseguenze sempre necessarie, ma come circostanze che particolarmente si addicevano a quel tempo. Avendo annunziato ai Giudei una spaventosa vendetta di Dio, egli li ammonisce affinché la prevengano non solo correggendo la loro vita, ma anche umiliandosi e mostrando segni di tristezza. Come anticamente un uomo, accusato di un delitto, per impetrare misericordia dal giudice si lasciava crescere la barba, non si pettinava e si vestiva a lutto, analogamente era opportuno che il popolo, accusato dinanzi al trono di Dio, attestasse con segni esteriori che non chiedeva altro che di ottenere il perdono dalla sua clemenza.

Sebbene l'abitudine di vestirsi con un sacco e di gettarsi ceneri sul capo fosse tipica di quel tempo e ci sia oggi completamente estranea, tuttavia i pianti e i digiuni non sarebbero oggi fuor di luogo ogniqualvolta il Signore ci preannunzia qualche avversità. Quando infatti fa sorgere un qualche pericolo, vuole annunciare che è pronto a far vendetta, e già equipaggiato. A ragione, dunque, il Profeta esortava a piangere e digiunare, cioè a dar segno di tristezza, coloro ai quali aveva predetto che il giudizio di Dio è pronto per perderli. Analogamente, oggi, non sarebbe male se i pastori delle Chiese, quando vedono avvicinarsi qualche calamità, guerra, carestia o pestilenza, facessero notare al loro popolo che è bene pregare il Signore con pianti e digiuni, ricordando che l'essenziale è di lacerare i cuori, non le vesti.

Certo, non sempre il digiuno è associato al pentimento; si addice tuttavia in modo particolare a coloro che vogliono attestare che riconoscono di aver meritato l'ira di Dio, e nondimeno cercano perdono nella sua clemenza. Gesù Cristo lo ritiene adatto al tempo dell'angoscia e della tribolazione e giustifica i suoi apostoli che non digiunavano mentre erano con lui: quello era infatti il tempo della gioia; afferma che avrebbero avuto occasione di digiunare nel tempo della tristezza, quando li avrebbe privati della sua compagnia (Mt. 9.15). Mi riferisco al digiuno solenne e pubblico, poiché la vita del cristiano dev'essere improntata ad una tal sobrietà da assomigliare dall'inizio alla fine, ad un digiuno ininterrotto.

Ma questo punto sarà esposto fra poco, quando tratterò della disciplina della Chiesa; non mi dilungo a parlarne.

18. Aggiungerò ancora questo: quando il termine "ravvedimento "viene riferito alla dichiarazione esteriore che fanno i peccatori per dar prova di un cambiamento in meglio, è sottratto al suo significato naturale. Una tal professione non è tanto un convertirsi a Dio quanto un confessare la propria colpa per ottenerne perdono e grazia. Ravvedersi con la cenere e il sacco altro non è che proclamare che abbiamo in orrore i nostri peccati e proviamo dolore perché Dio ne è gravemente offeso. È una specie di confessione pubblica per mezzo della quale, condannandoci davanti a Dio, ai suoi angeli ed a tutti, preveniamo il giudizio meritato. Infatti san Paolo, rimproverando la superficialità di coloro che si perdonano troppo facilmente, dice: "Se ci condannassimo noi stessi, non saremmo condannati da Dio " (1 Co. 11.31).

Del resto non è sempre necessario far sì che gli uomini siano testimoni del nostro pentimento; ma il confessare segretamente a Dio i nostri peccati è una parte del ravvedimento che non si può omettere. Non c'è infatti motivo perché Dio debba perdonare i peccati a cui indulgiamo e che nascondiamo con ipocrisia affinché non li metta in luce. E non solo è opportuno riconoscere le colpe che commettiamo di giorno in giorno, ma una grave caduta ci deve spingere più innanzi, e ricordarci le offese che sembravano sepolte già da molto tempo.

È quel che Davide insegna Cl. suo esempio. Vergognandosi grandemente del misfatto che aveva commesso riguardo a Bath Sceba, si riconosce corrotto, infetto e rivolto al male sin dal grembo materno (Sl. 51.7). E non per minimizzare la sua colpa, come molti che, accusandosi di essere uomini peccatori, si nascondono fra la moltitudine, cercando una scappatoia nel confondersi con il genere umano. Davide agisce in ben altro modo: in tale circostanza accresce e peggiora con franchezza la sua colpa ricordando che, incline al male fin dalla sua infanzia, non ha cessato di accumulare peccati su peccati. In un altro passo fa un esame della sua vita trascorsa per chiedere perdono degli sbagli commessi nella sua giovinezza (Sl. 25.7). Di fatto daremo prova di essere ben consci della nostra ipocrisia solo quando, gemendo sotto il fardello e piangendo per la nostra miseria, cercheremo la liberazione divina.

Conviene anche notare che il ravvedimento a cui Dio ci impegna ininterrottamente durante tutta la vita differisce da quello con cui, persone cadute in qualche atto malvagio o oltraggiosamente datesi alla dissolutezza o, respingendo il giogo di Dio, allontanatesi da lui, sono come risuscitate dalla morte alla vita. Spesso la Scrittura, esortando al ravvedimento, lo paragona sia ad un cambiamento, che ci ritrae dall'inferno per condurci al regno di Dio, sia ad una risurrezione. Quando è detto che il popolo s'è ravveduto, significa che si è allontanato dall'idolatria e da altri simili errori. Per questo motivo san Paolo ordina a coloro che non si sono ravveduti dalle loro dissolutezze, adulteri e impurità, di portare il lutto a causa di una tal durezza di cuore (2 Co. 12.21) Questa differenza dev'essere ben osservata affinché, quando alcuni sono esortati a pentirsi, non riteniamo di non aver più bisogno di convertirci giorno per giorno a Dio, e affinché non diventiamo indifferenti, quasi la mortificazione della carne non ci riguardasse più. Infatti le malvage cupidigie da cui siamo del continuo solleticati ed i peccati che abbondano in noi non ci permettono di impigrirci, se soltanto ci diamo cura di emendarci. Il ravvedimento particolare richiesto a coloro che il diavolo ha strappato dal servizio di Dio e avvolto nelle reti della morte, non impedisce che, in generale, tutti debbano pentirsi, e non abolisce il ravvedimento ordinario a cui la corruzione della nostra natura ci deve spingere.

19. Se è vero (come è noto) che la sostanza dell'Evangelo si riassume nel pentimento e nella remissione dei peccati, non è forse vero che il Signore giustifica gratuitamente i suoi servitori al fine di reintegrarli contemporaneamente nella vera giustizia, mediante la santificazione ad opera del suo Spirito? Giovanni Battista, il messaggero mandato per preparare la via a Cristo (Mt. 11.10) , riassumeva così la sua predicazione: "Ravvedetevi, poiché il regno di Dio è vicino " (Mt. 3.2). Inducendo gli uomini a ravvedersi, li invitava a riconoscersi peccatori ed a condannarsi dinanzi a Dio con tutte le loro opere, sì da desiderare con tutto il cuore la mortificazione della carne e la nuova rigenerazione ad opera dello Spirito di Dio. Annunciando il regno di Dio li chiamava alla fede. Con la proclamazione della sua vicinanza alludeva alla remissione dei peccati, alla salvezza e alla vita, ed in genere a tutti i benefici che riceviamo in Cristo.

Gli altri evangelisti dicono (Mr. 1.4; Lu 3.3) che Giovanni è venuto predicando il battesimo del ravvedimento per la remissione dei peccati. Ciò significa che ha insegnato agli uomini, stanchi e oppressi in modo assoluto dal carico e dal peso dei loro peccati, a rivolgersi al Signore e a concepire in loro stessi una speranza autentica di grazia e salvezza.

Anche il nostro signor Gesù Cristo, dopo il suo battesimo, ha iniziato a predicare dicendo: "Il regno di Dio è vicino: ravvedetevi e credete all'Evangelo " (Mt. 4.17). Con queste parole dichiara anzitutto che nella sua persona i tesori della misericordia di Dio sono aperti e svelati. In secondo luogo invita al ravvedimento; ed infine richiede fiducia e certezza nelle promesse di Dio. In un altro passo, volendo riassumere in breve tutto ciò che ha attinenza all'Evangelo, dice che è necessario che egli soffra, che risusciti dai morti e che nel suo nome siano predicati il ravvedimento e la remissione dei peccati (Lu 24.46).

È quanto hanno annunciato anche gli apostoli dopo la sua risurrezione, dicendo che era stato risuscitato da Dio per recare al popolo di Israele il ravvedimento e la remissione dei peccati (At. 5.31). Il ravvedimento nel nome di Cristo è predicato quando gli uomini, ammaestrati dall'Evangelo, prendono coscienza dal fatto che tutti i loro pensieri, i loro movimenti, i loro sentimenti e le loro opere sono corrotti e viziosi, e che devono di conseguenza essere rigenerati e rinascere, se vogliono aver accesso al regno di Dio. La remissione dei peccati è predicata quando si indica agli uomini che Gesù Cristo è stato fatto, per loro, redenzione, giustizia, salvezza e vita e che per mezzo suo e nel suo nome essi sono ritenuti giusti e innocenti davanti a Dio (1 Co. 1.30). In tal modo la sua giustizia è loro gratuitamente imputata. Riceviamo l'uno e l'altro per mezzo della fede (come l'abbiamo illustrato e dichiarato altrove) tuttavia, essendo l'oggetto della fede rappresentato dalla bontà di Dio, da cui i nostri peccati sono perdonati, è stato necessario stabilire la differenza che intercorre tra fede e ravvedimento.

20. Come l'odio per il peccato, che è l'inizio del ravvedimento, ci dà anzitutto accesso alla conoscenza di Cristo (il quale si fa conoscere solo ai poveri peccatori afflitti che gemono, si tormentano, sono oppressi e, affamati e assetati, afflitti da dolore e miseria, vengono meno) (Is. 61.1; Mt. 11.28; Lu 4.18) , così, dopo aver iniziato a ravvederci, dobbiamo proseguire in questo ravvedimento per tutta la nostra vita, e non desistere fino alla morte, se vogliamo vivere e dimorare nel nostro signor Gesù Cristo. Egli infatti è venuto per chiamare i peccatori, ma chiamarli al ravvedimento (Mt. 9.13; At. 3.26). Ha recato benedizione agli uomini che ne erano indegni, ma affinché ognuno di loro si converta dalla sua iniquità. La Scrittura è ricca di tali pensieri. Quando il Signore infatti ci offre la remissione dei nostri peccati è solito chiederci contemporaneamente un cambiamento di vita, volendo che la sua misericordia sia per noi causa e stimolo di miglioramento: "Procacciate "dice "il diritto e la giustizia: poiché la salvezza si è avvicinata (Is. 56.1). E: La salvezza verrà a Sion e a coloro che, in Israele, si convertono dalle loro iniquità " (Is. 59.20). E: "Cercate il Signore quando lo si può trovare; invocatelo mentre è vicino. Che il malvagio abbandoni la sua via ed i suoi pensieri perversi, e si rivolga al Signore, ed egli avrà pietà di lui " (Is. 55.6.7). E ancora: "Tornate al Signore in novità di vita, affinché i vostri peccati siano cancellati " (At. 3.19). In quest'ultimo passo bisogna osservare che questa condizione è aggiunta non già per significare che il perdono dei peccati si ottiene in base al nostro cambiamento di vita, ma piuttosto (in quanto il Signore vuol far misericordia agli uomini affinché raddrizzino le loro vite) per insegnarci quale deve essere la meta a cui dobbiamo tendere se vogliamo ottenere il perdono di Dio. Così, dunque, finché abiteremo in questa prigione rappresentata dal nostro corpo mortale, dovremo ininterrottamente combattere contro la corruzione della nostra natura e tutto ciò che in noi è secondo natura. Platone dice che la vita di un filosofo è una meditazione sul morire; con maggior pertinenza possiamo dire che la vita di un cristiano è un impegno e un esercizio costante per mortificare la carne fino a che, essendo questa completamente morta, lo Spirito di Dio regni in noi. Sono del parere che chi ha imparato a esercitare su di se un giudizio radicale ha imparato molto, non già per fermarsi a questo punto senza procedere oltre, ma piuttosto per sospirare e tendere a Dio affinché, radicato nella morte e nella risurrezione di Cristo, si proponga di ravvedersi del continuo. Chi sia veramente mosso dall'odio per il peccato non può certo agire diversamente. L'uomo, infatti, non ha mai odiato il peccato senza contemporaneamente amare la giustizia. Questa formulazione, semplicissima fra tutte, mi pare accordarsi molto bene con la verità delle sacre Scritture.

21. Che il ravvedimento sia un eccellente e singolare dono di Dio mi pare così ovvio, in base a quanto detto in precedenza, che non è necessario soffermarvisi più a lungo. È anche detto che la Chiesa primitiva dell'età apostolica glorificava Dio, meravigliandosi che egli avesse concesso ai pagani il ravvedimento in vista della salvezza (At. 11.18). E san Paolo avverte Timoteo di essere paziente e mite verso gli increduli "per vedere se Dio darà loro il pentimento, affinché conoscano la verità e si sottraggano ai legami del diavolo nei quali sono trattenuti (2Ti 25.26). Vero è che Dio, in passi innumerevoli della Scrittura, annuncia ed afferma che vuole la conversione di tutti, e rivolge di solito a tutti l'esortazione a cambiar vita; ma l'efficacia di questo appello dipende dallo Spirito di rigenerazione. Crearci la nostra natura umana, da soli, sarebbe certo più facile che effettuare questo mutamento in una migliore natura in base alle nostre capacità ed al nostro impegno. Perciò, non senza ragione, siamo chiamati l'opera di Dio, essendo stati creati per le buone opere da lui preparate perché camminassimo in esse (Ef. 2.10) , non solo per un giorno, ma per tutto il corso della nostra vocazione. Tutti coloro che Dio vuol preservare dalla rovina, li vivifica e li rinnova Cl. suo Spirito, per riformarli a se. Non perché il ravvedimento possa considerarsi causa della salvezza ma perché, come abbiamo già indicato, esso è inseparabile dalla fede e dalla misericordia di Dio come attesta Isaia: il Redentore è venuto in Giacobbe per coloro che si ritraggono dalle loro iniquità " (Is. 59.20). Dev'essere chiaro per noi che il timor di Dio non regnerà nei nostri cuori finché lo Spirito santo abbia compiuto la sua opera per condurci alla salvezza.

Ecco perché i credenti, lamentandosi per bocca di Isaia di essere abbandonati da Dio, ravvisino un segno di riprovazione nel fatto che egli indurisce i loro cuori (Is. 63.17). E l'Apostolo, volendo escludere dalla speranza di salvezza gli apostati, che hanno del tutto rinnegato Dio, dice che è impossibile che si pentano di nuovo (Eb. 6.6). Rinnovando coloro che non vuol lasciare in perdizione, Dio li fa oggetto del suo favore paterno e, al fine di attirarli, fa risplendere su loro i raggi della sua luce. Indurendo invece il cuore dei reprobi, la cui empietà è irremissibile, li colpisce per farli perire. È questa la vendetta di cui l'Apostolo minaccia gli apostati, che coscientemente e volontariamente si ribellano alla verità dell'Evangelo e, così facendo, si beffano di Dio, respingendo la sua grazia in modo vergognoso, profanando e calpestando il sangue di Gesù Cristo, anzi, per quanto sta in loro, crocifiggendolo di nuovo (Eb. 10.29). L'Apostolo in quel passo non vuole gettare in disperazione tutti coloro che hanno peccato coscientemente, ma indicare semplicemente che è colpa imperdonabile il rinunciare in modo globale alla dottrina dell'Evangelo, e non deve sembrare strano se Dio, così gravemente disprezzato, la punisce con estremo rigore, anzi non la perdona mai. Infatti l'Apostolo ritiene impossibile che chi è stato illuminato una volta, ha ricevuto la grazia dal cielo, è stato reso partecipe dello Spirito Santo ed ha assaporato la parola di Dio e i beni della vita futura, possa essere condotto a ravvedersi se ricade nuovamente. Ciò significa infatti crocifiggere per la seconda volta il figlio di Dio e farsene beffa (Eb. 6.4). E, in un altro passo: "Se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non ci rimane più alcun sacrificio per i peccati ma un'orribile attesa del giudizio " (Eb. 10.26).

Sono questi i passi che, malinterpretati dai Novaziani, hanno anticamente turbato la Chiesa. Queste parole appaiono, a prima vista, inaccettabili; alcuni illustri personaggi perciò hanno pensato che questa epistola fosse apocrifa, anche se in verità essa rivela in ogni suo passo uno spirito apostolico. Il nostro dissenso essendo solo con coloro che ne accettano l'autenticità, è facile dimostrare che queste affermazioni non costituiscono affatto una conferma del loro errore.

Anzitutto è necessario che l'Apostolo sia d'accordo Cl. suo maestro, il quale assicura che ogni peccato ed ogni bestemmia saranno perdonati eccettuato il peccato contro lo Spirito Santo che non è perdonato né in questo mondo né nel mondo futuro (Mt. 12.31; Lu 12.10). L'Apostolo si è limitato a questa eccezione, altrimenti risulterebbe nemico della grazia di Cristo. Di conseguenza, quel che è detto non concerne questo o quel peccato in particolare, per i quali non esisterebbe alcun perdono, ma solo il peccato che procede da una violenza radicale e che non si può scusare con l'attenuante della debolezza. È chiaro, infatti, che chi oltrepassa in questo modo ogni limite è posseduto dal diavolo.

22. Per meglio intendere questo, occorre sapere in che consista quel misfatto abominevole che non sarà perdonato. L'esegesi che ne dà sant'Agostino, secondo cui si tratterebbe di un indurimento e di un'ostinazione che perdurano fino alla morte, sfidando la grazia, contrasta con le parole di Cristo, secondo le quali non sarà perdonato nel presente secolo: poiché o questo sarebbe detto invano, oppure può essere commesso in questo mondo. Secondo sant'Agostino, invece, non viene commesso se non quando si persevera in esso fino alla morte. La tesi di altri, che fanno consistere il peccato contro lo Spirito Santo nell'invidiare i beni del prossimo, non mi pare aver alcun fondamento.

Dobbiamo ora dare la vera definizione che, fondandosi su testimonianze sicure, annullerà facilmente le altre. Pecca contro lo Spirito Santo colui che, toccato dalla luce della verità di Dio in modo tale da non poter dire, per giustificarsi, di ignorarla, tuttavia vi resiste con deliberata perversione, unicamente Cl. proposito di resistervi. Poiché il signor Gesù, volendo spiegare quel che aveva detto, aggiunge di conseguenza che chi avrà parlato contro di lui sarà perdonato, ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito non otterrà nessun perdono (Mt. 12.31; Mr. 3.29; Lu 12.10). E san Matteo, anziché definire questo atteggiamento bestemmia contro lo Spirito, lo definisce "Spirito di bestemmia ".

Come può uno recare ingiuria al figlio di Dio senza che ciò ridondi sullo Spirito Santo? questo avviene quando un uomo, per ignoranza, contrasta la verità di Dio senza averla conosciuta e, per ignoranza, denigra il Cristo, pur avendo una tal disposizione per cui non vorrebbe per nulla spegnere la verità di Dio, quando gli venisse rivelata, o dire una sola cattiva parola contro colui che riterrebbe essere Cristo. Una persona di questo tipo pecca contro il Padre e contro il Figlio. Così oggi molti odiano e rigettano la dottrina dell'Evangelo ma, se si rendessero conto che si tratta dell'Evangelo, la terrebbero in grande onore e la seguirebbero con tutto il cuore.

Coloro che hanno invece coscienza del fatto che l'insegnamento che combattono è di Dio, e tuttavia continuano ad opporgli resistenza e cercano di distruggerlo, bestemmiano contro lo Spirito, in quanto combattono contro la luce che era data loro dalla potenza dello Spirito Santo. Esistevano persone del genere fra i Giudei; pur non potendo ostacolare lo Spirito che parlava per bocca di Stefano, tuttavia si sforzavano di resistergli (At. 6.10). È fuor di dubbio che alcuni erano mossi da uno zelo sconsiderato per la Legge ma è chiaro che altri inveivano con malanimo ed empietà contro Dio, cioè contro l'insegnamento che, non lo potevano ignorare, procedeva da Dio. Tali erano i Farisei, che Gesù Cristo redarguisce: per rovesciare la potenza dello Spirito Santo la diffamavano come se fosse emanazione di Beelzebub (Mt. 9.34; 12.24). Ecco dunque in che consiste lo spirito di bestemmia: l'arroganza dell'uomo che, deliberatamente, cerca di annullare la gloria di Dio. È quel che san Paolo indica quando dice che, incredulo per incuria e ignoranza, ha ottenuto misericordia (1 Ti. 1.13). Se l'ignoranza unita all'incredulità gli ha permesso di ottenere il perdono, ne deriva che non v'è alcun perdono quando l'incredulità è consapevole e deliberatamente malvagia.

23. Che l'Apostolo parli non di una colpa individuale ma di una rivolta universale con cui i dannati si allontanano da ogni speranza di salvezza è facile da capire, se ci si bada. Che Dio si renda inesorabile verso di loro non fa meraviglia visto che, secondo la testimonianza di san Giovanni, non erano nel numero degli eletti, quando si sono allontanati da lui (1 Gv. 2.19). Infatti egli rivolge la sua parola contro coloro che pensavano poter tornare al cristianesimo dopo avervi rinunciato. Volendoli sottrarre a questa fantasticheria e nociva opinione, fa una osservazione verissima: coloro che hanno una volta rinnegato Gesù Cristo, coscientemente e nel pieno delle loro facoltà, non possono più essere suoi membri. Lo rinnegano, non già coloro che con una vita disordinata trasgrediscono la sua Parola, ma quelli che deliberatamente la respingono in modo categorico.

I Novaziani e i loro seguaci interpretano dunque erroneamente il termine "cadere "pensando che si riferisca a chi, istruito dalla legge di Dio che non bisogna rubare, tuttavia lo fa. Il testo va però letto in modo dialettico. Quando si parla di coloro che sono caduti dopo essere stati illuminati, aver gustato la parola di Dio, la sua grazia celeste e i beni della vita futura ed esser stati illuminati dallo Spirito Santo (Eb. 6.4) , bisogna chiedersi se hanno spento la luce dello Spirito con malvagità deliberata, respingendo la parola di Dio ed il sapore della sua grazia e allontanandosi dal suo Spirito. Quando infatti l'uomo si allontana totalmente da Dio e rinnega tutto il Cristianesimo, non vi è peccato singolo ma rivolta generale contro Dio.

In effetti, per dimostrare più chiaramente che si tratta di un 'empietà malvagia e deliberata, aggiunge a chiare lettere l'avverbio "volontariamente ". Quando dice che non rimane più alcun sacrificio per coloro che peccano con volontà cosciente dopo aver conosciuto la verità (Eb. 10.26) , non nega che Cristo sia un sacrificio perpetuo per cancellare le iniquità dei credenti (quel che aveva trattato in precedenza nel corso di quasi tutta l'epistola, illustrando il sacerdozio di Cristo) ma intende che non ne rimane alcun altro quando si respinge quello. Lo si respinge calpestando deliberatamente la verità dell'Evangelo.

24. Riguardo all'obiezione che l'escludere un peccatore dalla remissione dei peccati, quando chieda misericordia, è crudeltà eccessiva, indegna della clemenza di Dio, la risposta è facile.

Infatti non dice che Dio negherà loro il perdono se si convertono a lui ma dice, senza possibilità di dubbio, che essi non si volgeranno mai al pentimento in quanto Dio, per suo giusto giudizio, a causa della loro ingratitudine, li colpirà con un accecamento eterno. Il fatto che applichi a questo riguardo l'esempio di Esaù, che ha tentato invano con lacrime e pianti di riacquistare la primogenitura che aveva persa, non contraddice affatto a ciò (Eb. 12.16); e neanche quel che dice il Profeta, che quando grideranno il Signore non li esaudirà (Za. 7.13). Con questo linguaggio, infatti, la Scrittura non indica un vero pentimento o un'invocazione a Dio, ma piuttosto la distretta in cui i malvagi, posti di fronte alla più grave calamità, sono costretti a riconsiderare quel che prima consideravano scherzo e favola: che cioè tutto il loro bene risiede nell'aiuto di Dio. Non possono però chiederlo o implorarlo di cuore, ma gemono sol perché esso e stato loro tolto. Perciò il Profeta con il termine "clamore "e l'Apostolo con il termine "lacrime "non indicano altro che l'orribile tormento da cui gli iniqui sono spinti nella disperazione e nello sconforto, vedendo che non hanno alcun rimedio alla loro disgrazia all'infuori della bontà di Dio, sulla quale non possono in alcun modo fare assegnamento.

È necessario sottolinearlo chiaramente, altrimenti Dio si contraddirebbe affermando per bocca del suo Profeta che sarà pronto a far grazia e a dimenticare ogni cosa non appena il peccatore si convertirà a lui (Ez. 18.20.21). Ma, come ho già detto, è chiaro che il cuore dell'uomo non si potrà mai convertire se non quando sia prevenuto dalla grazia che viene dall'alto. Per quanto riguarda l'invocare Dio, la sua promessa non verrà mai meno; ma nei passi citati tanto la conversione quanto la preghiera sono intese come un tormento confuso e cieco da cui i reprobi sono agitati constatando che hanno bisogno di cercare Dio, per trovare rimedio ai loro mali, e, tuttavia, lo sfuggono il più possibile.

25. L'Apostolo dice che non si può placare Dio fingendo di pentirsi: ci si può però domandare in che modo il re Achab ottenne il perdono, sviando da se la punizione preannunciatagli (2 Re 21.28.29) , visto che il suo fu uno spavento solo momentaneo, e non si è corretto, ma ha continuato il suo riprovevole andazzo di vita. Si è rivestito sì di un sacco, ha cosparso il suo capo di polvere, si è coricato in terra e si è umiliato dinanzi a Dio, e la Scrittura gliene rende testimonianza; ma non ha significato nulla stracciare i suoi vestiti quando il cuore era e rimaneva indurito e pieno di malvagità. Eppure Dio l'ha esaudito per fargli misericordia. Rispondo che Dio, pur perdonando agli ipocriti per un certo tempo, mantiene sempre la sua ira su di loro, e che ciò avviene non tanto in loro favore quanto per dare un esempio a tutti. Infatti qual vantaggio ha ricavato Achab dalla riduzione del suo castigo? Semplicemente che non è accaduto, durante la sua vita, ciò che temeva. La maledizione di Dio non ha però cessato di essere costantemente presente nella sua casa, benché nascosta; ed egli non ha evitato di perire per l'eternità.

Altrettanto dicasi di Esaù che, sebbene respinto, ottiene una benedizione temporanea con le sue lacrime (Ge 27.38-40). Ma poiché l'eredità spirituale era riservata a uno solo dei fratelli ed Esaù era reietto mentre Giacobbe era eletto, tale reiezione gli ha chiuso la porta alla grazia di Dio. E tuttavia, per un uomo rozzo qual era, gli è stato concesso il sollievo di godere a sazietà del grasso della terra e della rugiada del cielo. È quanto ho detto poc'anzi, che ciò accade per dare esempio agli altri affinché imparino a rivolgere la loro attenzione ed i loro desideri al vero pentimento. Non sussiste il minimo dubbio che Dio sia incline e pronto al perdono verso tutti coloro che si convertiranno a lui di cuore, visto che estende la sua clemenza fino a coloro che ne sono indegni, solo nel caso però che dimostrino una qualche prova di dolersi delle loro colpe.

All'opposto, ci viene insegnato quale vendetta sia preparata per coloro che si beffano delle minacce di Dio e non ne tengono conto, irrigidendosi con atteggiamento spudorato e cuore di ferro, per renderle vane. In questo modo Dio ha ripetutamente teso la mano ai figli d'Israele per aiutarli nella loro disgrazia, benché le loro grida fossero simulate ed il loro cuore doppio e sleale, come lamenta nel Salmo, dove è detto che subito dopo tornavano al loro precedente modo di vita (Sl. 78.36). Infatti li ha voluti condurre ad un pentimento autentico e proveniente dal cuore, mostrandosi così benevolo verso di loro, e li ha voluti rendere inescusabili. Tuttavia non si deve pensare che, perdonando per un certo tempo la pena, egli si trattenga per sempre; anzi si presenta alla fine con un rigore maggiore contro gli ipocriti e raddoppia le punizioni perché risulti chiaro quanto gli dispiace la menzogna. Tuttavia, come già dissi, egli indica con alcuni esempi la sua generosità nel perdonare affinché i credenti siano tanto più incoraggiati a correggere i loro sbagli, e l'orgoglio di coloro che si ribellano allo sprone sia più gravemente condannato.