I progetti per il futuro di un uomo anziano (Genesi 12:1-4)

Domenica 5 Marzo 2023 – Seconda domenica di Quaresima

(Solo predicazione, 20′)

(Servizio di culto completo con predicazione, 58′)

Letture bibliche: Salmo 121; Genesi 12:1-4; Romani 4:1-17; Giovanni 3:1-17

Che cosa può ancora riservare la vita a un uomo di 75 anni e a sua moglie pure d’età avanzata? Anche le Sacre Scritture dicono: “La nostra vita dura settant’anni, ottanta, se tutto va bene; ma il nostro agitarci è fatica e dolore, la vita passa presto e noi voliamo via!” (Salmo 90:10). Normalmente oggi se la salute regge, se ha una pensione sufficiente, se ha il sostegno di una famiglia amorevole e una casa, può dire di potersi “godere il meritato riposo” considerando con soddisfazione ciò che ha conseguito nella sua vita e dedicarsi così ai suoi nipoti e magari ai suoi “hobby preferiti”. Questo non è sempre scontato, ma presumiamo che normalmente sia così. Il senso della vita, però, va molto al di là di quello e può aprirsi verso l’insospettabile e l’inaudito.

Per il ,personaggio dell’antico Abramo, la sua vita e carriera non termina ma inizia all’età di 75 anni diventando emblematicamente “il padre di tutti quelli che credono in Dio” (Romani 4:11), modello dell’’amico di Dio per eccellenza (Giacomo 2:23). La memoria della sua sorprendente vicenda ci è tramandata da un passato per noi lontanissimo, dato che era vissuto circa 4000 anni fa – quella che gli storici chiamano “la tarda età del bronzo”, in Mesopotamia (l’attuale Iraq). Abramo è il padre, il progenitore, del popolo ebraico, da cui proviene, sul piano umano, il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. Per noi cristiani la figura di Abramo è molto importante come esempio di fede e di obbedienza a Dio, come pure figura di riferimento nella storia della salvezza. La sua vicenda, spesso menzionata anche nel Nuovo Testamento, continua a essere una fonte di ispirazione e di riflessione.

All’età di 75 anni, dunque, Abramo sente la chiamata di Dio a partirsene con i suoi per una stupefacente avventura. Ascoltiamo il testo biblico che ci parla di questa chiamata, nel libro della Genesi, al capitolo 12.

“L’Eterno disse ad Abramo: “Vattene dal tuo paese e dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va’ nel paese che io ti mostrerò: e io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione: benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra”. E Abramo se ne andò, come l’Eterno gli aveva detto, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran” (Genesi 12:1-4).

Che cosa Abramo abbandona

Abramo sente nel suo cuore l’appello a partire con i suoi dalla Mesopotamia verso una destinazione a lui ignota per qualcosa che tanti avrebbero definito “assolutamente folle”. Anziani e fino a quel momento senza figli, perduta ogni ragionevole speranza di poterne avere, sentono però che diventeranno l’origine di “una grande nazione”. Forse che Abramo era insoddisfatto della sua vita, magari un fallito e che insiste per avere, nonostante tutto, “una seconda chance”? Tutt’altro!

Non ci viene detto molto del contesto della vocazione di Abramo, ma le evidenze storiche e archeologiche sono sufficienti per darcene un’idea sufficiente. L’abitato di Caran (o Haran) era situato sulla via principale che collegava Ur dei Caldei e la Mesopotamia alla Siria ed è la prima tappa del suo viaggio intrapreso da Abramo con suo padre Tera, suo nipote Lot e il resto della sua famiglia in ubbidienza alla chiamata di Dio. La città di Ur, di fatto il luogo dove provenivano (Genesi 11:31), era situata nella regione della Caldea in Mesopotamia ed era uno dei principali centri culturali e religiosi della regione. I Caldei sono noti per le loro abilità astronomiche, commerciali e tessili, come pure per il loro commercio di spezie, pietre preziose e metalli. Ad Ur vi era il grande tempio dedicato al culto del dio lunare Nanna ed era molto importante nell’antica Mesopotamia. Rappresentava una delle principali forme di religiosità della regione. Il tempio di Nanna a Ur era un centro di vita religiosa e culturale della città, e il suo culto prevedeva la celebrazione di numerosi riti e cerimonie e per il suo ziggurat, una grande torre a gradoni utilizzata per scopi religiosi, gestiti da una classe sacerdotale influente. Insomma, un contesto prospero, sicuro e di grande importanza e prospettive. Che senso avrebbe avuto abbandonarlo?

Non abbiamo informazioni precise sulla professione di Abramo e della sua famiglia, ma ci sono indizi che suggeriscono che potessero essere stati coinvolti nella produzione di tessuti e nella lavorazione della lana, e che fossero relativamente benestanti e rispettati nella loro comunità, magari come mercanti o artigiani. Che cosa avrebbe potuto volere di più dal punto di vista materiale?

Per quanto riguarda la sua età, nel contesto storico in cui visse Abramo, l’età di 75 anni non era considerata particolarmente anziana. La speranza di vita era certo molto più bassa di quella che conosciamo oggi, ma la maggior parte delle persone viveva abbastanza a lungo da poter vedere i propri figli crescere e avere famiglie proprie. Inoltre, gli anziani erano rispettati e considerati saggi nella società del tempo, e spesso ricoprivano ruoli di guida e di autorità. Indubbiamente l’età di 75 anni di Abramo nel momento della sua chiamata rappresenta comunque un’età avanzata. Onorato, rispettato e protetto, benché senza figli propri, che cosa avrebbe voluto avere di più, Abramo? La promessa di Dio di far diventare Abramo il padre di una grande nazione, quindi, era particolarmente sorprendente e significativa. Abramo aveva sentito nel suo cuore, dunque, un’impellente chiamata e non solo non l’avrebbe resistita, ma si sarebbe opposto a tutti coloro che, possiamo verosimilmente supporre, l’avrebbero con insistenza scoraggiato a farlo. “Una follia”, dunque, “un colpo di testa”. Non era forse già una grande benedizione essere nelle condizioni prospere di Abramo e vivere in una così grande, bella e prospera città? Abramo e Sara non avevano potuto avere figli, va bene, ma, diremmo noi, i figli non sono il tutto nella vita e poi certo si poteva occupare, se avesse voluto (e presumibilmente lo faceva) dei figli del suo parentado prossimo.

Benedizioni maggiori

Anche noi avremmo forse criticato Abramo e chissà che cosa gli avremmo detto per dissuaderlo dai suoi “folli” progetti. Abramo, però, voleva raggiungere benedizioni migliori e diverse rispetto a quelle di cui già aveva goduto. Dio, infatti, gli fa questa promessa: “Ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione”.  Non equivochiamo: Abramo non cercava un’imperitura grandezza mondana per sé stesso, come se le sue ambizioni fossero senza limite. Voleva “un nome” maggiore di ciò che questo mondo – e i suoi idoli – può offrire. Voleva servire il Dio vero e vivente, Creatore del cielo e della terra, ed essere effettiva fonte di benedizione – nel suo cuore egli sapeva che le divinità alle quali la sua gente rendeva culto – erano vani simulacri.

All’inizio della nostra riflessione avevamo citato il versetto del Salmo 90 che dice: “I giorni dei nostri anni arrivano a settant’anni; o, per i più forti, a ottant’anni; e quel che ne fa l’orgoglio, non è che travaglio e vanità; perché passa presto, e noi ce ne voliamo via”. Esso sottolinea sottolinea la brevità e la fragilità della vita umana e l’impermanenza delle cose. Ma che cosa più conta in essa? Solo le benedizioni, il contributo morale e spirituale che potremmo lasciare a chi ci seguirà. Qui sta l’origine del pensiero genuinamente ebraico che considera la vita come un dono di Dio e il fatto che la transitorietà umana può essere trascesa quando consideriamo la vita come una sfida per compiere il bene e per servire Dio. Il tempo a nostra disposizione è limitato e prezioso e quindi esso deve essere investito in finalità di valenza eterna. Tutto passa presto e ciò che resta sono solo le opere che abbiamo compiuto al servizio degli eterni propositi di Dio e al servizio del prossimo – in una parola il Regno di Dio. E’ il concetto ebraico di tikkun olam, l’invito a prendersi cura del mondo e a lavorare per renderlo un posto qualitativamente migliore. Esso sottolinea la responsabilità dell’individuo di compiere azioni positive e di aiutare gli altri, in linea con gli insegnamenti della Legge di Dio. E’ la chiamata, la vocazione, a diffondere la shalom, la pace ad ogni livello, la solidarietà e la compassione.

L’appello di Dio a rendere Abramo “un agente di benedizione” compare a questo punto nel libro della Genesi, come la risposta della misericordia di Dio alle maledizioni in cui era incorso il genere umano. Genesi 1-11 racconta, infatti, la storia della storia umana dall’inizio ad Abramo. È una triste storia che include la Caduta (capitolo 3), l’assassinio di Abele (4:1-16), la malvagità dell’umanità e il Diluvio (capitoli 6-8), la nudità di Noè e la maledizione di Canaan (9:18-27 ), e la storia di Babele (11:1-9). Questi capitoli includono cinque maledizioni (3:15, 17; 4:11; 8:21; 9:25), ma dopo ogni atto del giudizio divino ci sono corrispondenti atti di grazia. L’uomo e la donna non muoiono subito. Dio segna Caino, ma non lo uccide. Dio preserva Noè, la sua famiglia e gli animali dal diluvio. Noè maledice Canaan (9:26-27) ma Canaan vive per diventare una nazione (10:15-20). Tuttavia, lo schema si rompe con la storia di Babele. A quell’episodio non corrisponde un atto di grazia. Il capitolo 10 elenca i discendenti di Noè e dei suoi figli (Sem, Cam e Jafet), ed è spesso indicato come la Tavola delle Nazioni perché i discendenti di ogni figlio diventano varie nazioni. Nel racconto della chiamata di Abramo, Dio promette ad Abramo: «Farò di te una grande nazione» e «Benedirò quelli che ti benediranno» (12:3). La stretta vicinanza di queste promesse e della Tavola delle Nazioni (capitolo 10) non può essere casuale. Dio sceglie Abramo per una chiamata speciale, ma userà Abramo come veicolo per benedire il resto della razza umana. E’ così con Abramo che inizia qualcosa di nuovo e speciale. da lui sorgerà un popolo eletto da Dio la cui missione sia quella di servirlo fedelmente e dal seno del quale nascerà il Messia, il Salvatore del mondo, Gesù di Nazareth. E’ dall’efficace opera di Gesù che, infatti, nasce un’umanità nuova, riscattata, rigenerata, indubbiamente la più grande benedizione possibile, quella che ci solleva, per grazia, attraverso la fede in Lui, dalle inevitabili conseguenze negative del peccato.

Tutto sulla base della fiducia

Quando Dio chiama Abramo, egli non esita e non si volta indietro. Va verso ciò che per lui è ancora ignoto, ma si fida di Dio. In questo egli è “adatto al regno di Dio”, come disse Gesù: “Nessuno che abbia messo la mano all’aratro e poi riguardi indietro, è adatto al regno di Dio” (Luca 9:62). Questa non è l’ultima volta che Dio chiamerà Abramo ad uscire con fede. Più avanti nel tempo, Dio comanderà ad Abramo di sacrificare il suo unico figlio, oggetto della promessa di Dio. Anche in questo caso Abramo è pronto a ubbidire con fiducia: “Egli ritenne Dio potente anche da far risuscitare i morti, tant’è che lo riebbe per una specie di risurrezione” (Ebrei 11:19). Difatti tale sacrificio sarà evitato.

Queste due chiamate di Dio ad Abramo – la prima a tagliare i legami con il suo passato (12:1) e la seconda a tagliare i legami con il suo futuro (22:2) – servono per tutto il resto della Bibbia come il gold standard per fedeltà, obbedienza e discepolato. Non molte persone raggiungono mai quello standard, ma Abraamo è un promemoria di ciò che è possibile. Queste storie non solo ci sfidano a dare tutto a Dio, ma ci assicurano anche che Dio è fedele, che Dio ricompenserà la nostra fedeltà.

Possiamo essere sicuri che Gesù conosceva queste due storie come il palmo della sua mano: niente gli sarebbe stato più familiare. Queste storie della fedeltà di Abraamo alla chiamata di Dio a lasciare la sua casa (12:1) e a sacrificare suo figlio (22:2) fanno da sfondo a diverse dichiarazioni di Gesù: come “E chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per amore del mio nome, ne riceverà cento volte tanti ed erediterà la vita eterna” (Matteo 19:29). Questi racconti non solo ci sfidano a dare tutto con fiducia a Dio, ma ci assicurano anche che Dio è fedele, che Dio ricompenserà la nostra fedeltà.

E’ per questo fondamentale atto di fede, di fiducia senza riserve in Dio, che è scritto: “Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto di giustizia” (Romani 4:3; Genesi 15:6), vale a dire portato in conto di perfetto adempimento d’ogni suo dovere. Da questo fondamentale atto di fede sarebbe conseguita ogni altra cosa.

Per il ,personaggio di Abramo, la sua vita e carriera inizia a 75 anni – nulla è impossibile per Dio – diventando emblematicamente “il padre di tutti quelli che credono in Dio” (Romani 4:11), modello dell’’amico di Dio per eccellenza (Giacomo 2:23). Egli rimane ancora oggi il modello sia di chi ricevere l’annuncio dell’Evangelo in Cristo Gesù che di coloro che ubbidiscono con fiducia alla volontà di Dio espressa dalla sua Legge rivelata. Qualunque sia la nostra età, i progetti di Dio per il nostro futuro sono e rimangono degni di fiducia e si riveleranno per noi e per chi ci circonda di grande benedizione. Siatene certi!

Paolo Castellina, 25 febbraio 2023


Sintesi di Genesi 12:1-4

Il passo di Genesi 12:1-4 racconta la chiamata di Abramo da parte di Dio a diventare nel corso del tempo un popolo che lo serve destinato ad essere di benedizione per il mondo intero. Dio gli ordina di lasciare la sua terra, la sua parentela e la casa di suo padre, e di andare verso un luogo che Dio gli mostrerà. Abramo gli dà completa fiducia diventando così imperituro modello di credente e amico di Dio per persone di ogni tempo e paese. Dio fa una promessa solenne ad Abramo: lo renderà grande e lo benedirà, renderà grande il suo nome e lo farà diventare di benedizione per gli altri. In obbedienza a questa chiamata, Abramo parte con la sua famiglia e quello che ha. La storia di Abramo ci parla di una grande fede e di un coraggio straordinario. Abramo ha il coraggio di lasciare la sua terra, la sua casa e il suo popolo, le sicurezze di questo mondo, per seguire la chiamata di Dio. La sua fede in Dio è così forte che si fida di Lui anche quando non conosce la destinazione finale. Abramo si affida completamente alla promessa di Dio e ha il coraggio di partire in obbedienza a Lui. La storia di Abramo ci invita a riflettere sulla nostra stessa fede in Dio e sulla nostra disposizione a seguire la Sua chiamata, anche quando ci sembra difficile o incerta. Come Abramo, siamo chiamati a mettere la nostra fede in Dio e a confidare nelle Sue promesse, anche quando non conosciamo il risultato finale. La storia di Abramo ci insegna che la fede e l’obbedienza possono portare grandi benedizioni nella nostra vita ed a quella di chi ci circonda.

Domande per la riflessione:

  • Come ti sentiresti se Dio ti chiamasse a lasciare tutto e ad andare verso un luogo sconosciuto? Saresti disposto a fare il passo di fede che Abramo ha fatto?
  • In che modo la storia di Abramo ti ispira nella tua vita di fede? Come puoi applicare i suoi insegnamenti nella tua vita quotidiana?
  • Quali sono le benedizioni che hai ricevuto dalla tua fede in Dio? Come puoi condividere queste benedizioni con gli altri?
  • Quali ostacoli o paure potrebbero impedirti di seguire la chiamata di Dio nella tua vita? Come puoi superare questi ostacoli e seguire la Sua chiamata?
  • In che modo la storia di Abramo ti incoraggia ad avere coraggio e a mettere la tua fede in Dio, anche quando le cose sembrano incerte o difficili?
  • La vocazione di Abramo corrisponde a quella in cui Gesù chiamava persone a seguirlo come Suoi discepoli. Che cosa dobbiamo noi abbandonare per seguirlo come Suoi discepoli?
  • La volontà di Dio espressa nella Sua Parola è sempre buona, giusta e benefica. Come possiamo esserne persuasi?