Una domanda che da sempre l’umanità si è posta:  Che cos’è l’uomo? 

Domenica 20 settembre 2026 – Diciassettesima domenica dopo Pentecoste

[Culto completo con predicazione – 6′ 26″]

[Solo predicazione – 26′ 13″]

[Dialogo introduttivo]

Nella vastità dell’universo

Secondo le più recenti teorie scientifiche l’universo osservabile avrebbe un diametro stimato di circa 93 miliardi di anni luce, sebbene le dimensioni reali del cosmo siano di gran lunga superiori. Le stime basate sull’inflazione cosmica suggeriscono, però, che l’intero universo sia immensamente più vasto, forse centinaia di volte o addirittura infinito. Di fronte a questa realtà, difficilmente per noi immaginabile, la domanda che sorge spontanea di fronte a tale vastità, è: “Che cos’è l’uomo”, l’essere umano, se non meno di un irrilevante “microbo”? Questa domanda se la ponevano pure gli antichi, quando contemplavano, anche solo ad occhio nudo, la vastità del cielo stellato e si facevano le loro riflessioni.

Che cosa sia l’essere umano, quale sia la sua natura e la sua collocazione nel mondo rispetto ad altri esseri viventi, rimane il campo di studio filosofico dell’antropologia. Al riguardo, l’antropologia ha elaborato molte teorie. Spesso riducono le loro spiegazioni ad ambiti diversi, come se la natura dell’essere umano potesse essere compresa limitandola, per esempio, alla sola biologia, al suo aspetto sociale oppure a quello economico.

La straordinaria ricchezza della natura umana è colta, però, dal complesso dell’insegnamento biblico. La Bibbia, nella diversità dei suoi stili letterari, non ci offre un’antropologia strutturata, così come non ci fornisce un trattato di teologia bello e pronto. Essa ci dà autorevoli punti fermi, dei chiari “segnali indicatori”, partendo dai quali possiamo personalmente farci le nostre riflessioni e, per coloro che ne hanno il dono e che ne hanno ricevuto il compito, impostare sia una teologia che un’antropologia – la prima al riguardo di Dio, la seconda al riguardo della natura umana.

Nella Bibbia troviamo dei testi che espressamente si pongono la domanda: “Che cos’è l’uomo?”. I primi due sono il Salmo 8 e il Salmo 144, il terzo nel Nuovo Testamento nel contesto della Lettera agli Ebrei (2:6). Si tratta di testi poetici, dei cantici che esprimono la meraviglia dei loro autori su come Dio si interessi fattivamente dell’essere umano – cosa davvero straordinaria – di fronte alla vastità dell’universo creato. Rifletteremo oggi solo su quanto ci comunica il Salmo 8 in armonia con il complesso dell’insegnamento biblico. Cercheremo di scoprire in esso quali siano i particolari “segnali indicatori” che, per suo mezzo, Dio ci dà sulla natura umana e, indubbiamente, sulla nostra vita personale.

Il testo biblico

Ascoltiamo, dunque, il Salmo 8.

“O Eterno, Signore nostro, quant’è magnifico il tuo nome in tutta la terra! Tu hai posto la tua maestà nei cieli. Dalla bocca dei fanciulli e dei lattanti tu hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici, per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore. Quand’io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte, che cos’è l’uomo che tu ne abbia memoria? e il figlio dell’uomo che tu ne prenda cura? Eppure tu l’hai fatto di poco inferiore a Dio, e l’hai coronato di gloria e d’onore. Tu l’hai fatto signoreggiare sulle opere delle tue mani; hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi:  pecore e buoi tutti quanti e anche le fiere della campagna; gli uccelli del cielo e i pesci del mare, tutto quello che percorre i sentieri dei mari. O Eterno, Signore nostro, quant’è magnifico il tuo nome in tutta la terra!”.

Quando il salmista alza gli occhi verso il cielo stellato, rimane colpito dall’immensa grandezza di Dio e dalla nostra apparente piccolezza e insignificanza. Tuttavia, il Salmo 8 ci rivela che la maestà del Creatore non ci schiaccia, né ci invita a fuggire dalle nostre responsabilità quotidiane per cercare magari una spiritualità distaccata dalla realtà. Al contrario, Dio ha scelto proprio noi, esseri così fragili, per affidarci un incarico grandissimo: prenderci cura di questo mondo. La nostra dignità non deriva dalle nostre capacità o dai nostri successi, ma dalla grazia di Dio che ci chiama a sviluppare il creato a noi accessibile attraverso il nostro lavoro, la famiglia, la scienza e la società, trasformando ogni nostra azione onesta in un atto di culto.

Purtroppo, a causa della caduta, l’umanità ha distorto questo mandato e ha cercato di governare il mondo per la propria gloria anziché per quella di Dio. Ma l’Evangelo ci annuncia che Gesù Cristo, il vero e perfetto Uomo, è venuto a recuperare ciò che avevamo perduto, facendosi umile fino alla croce per essere poi coronato di gloria e autorità su ogni cosa. Questa vittoria di Cristo ci libera dall’egoismo e ci chiama a vivere nel mondo con rinnovata speranza: non dobbiamo abbatterci come se la nostra vita fosse futile e vana, né a isolarci dal mondo, ma a operare in ogni ambito della cultura con la certezza che Gesù è il Signore di ogni cosa e che per la Sua grazia, in Lui, la nostra vita ritrova il suo significato perduto e ci abilita a servire il prossimo partecipando così al restauro di questo mondo per la Sua gloria.

Questo Salmo ci dà almeno quattro “segnali indicatori” per la nostra vita. Vediamoli.

1. Primo segnale indicatore: Dio  all’inizio ed alla fine

In primo luogo, questo Salmo inizia e termina con Dio: “O Eterno, Signore nostro, quant’è magnifico il tuo nome in tutta la terra!” (1,9). Questo è il modo più fecondo di comprendere la questione. Conoscere l’essere umano nasce dal riconoscimento di Dio e dalla lode per le Sue magnifiche opere. La Bibbia non è interessata primariamente alla domanda astratta: «Che cos’è l’uomo?» come se fosse una domanda teoretica autonoma, cioè in riferimento ad una teoria, ad una speculazione o alla conoscenza pura, in contrapposizione a ciò che è pratico o applicato. Quando pone una domanda simile essa è inserita nella relazione fra Dio, uomo e creazione. L’essere umano, creatura di Dio, e la più eccellente fra tutte, e viene compreso a partire dalla sua posizione nell’ordine della creazione e davanti a Dio. Tutto è visto in maniera relazionale. Non si parte dall’uomo isolato per poi chiedersi se egli abbia o possa avere eventualmente una relazione con Dio. È piuttosto il contrario: l’uomo è sempre già posto in una relazione fondamentale di tipo religioso e può comprendere sé stesso soltanto in rapporto con Dio, il Dio vero e vivente – in funzione sua, mai da solo. Giovanni Calvino lo sottolinea nella prima frase della sua “Istituzione della religione cristiana” quando scrive: “Quasi tutta la somma della nostra sapienza – quella che, a ben vedere, merita di essere chiamata vera e piena sapienza – consiste in due parti: conoscere Dio e conoscere noi stessi” (Istituzione 1:1:1). La conoscenza di Dio e la conoscenza di noi stessi sono legate inseparabilmente. Senza Dio l’essere umano perde significato, non rimane che “polvere”, come dice la maledizione susseguente al fatale distacco da Dio del nostro progenitore Adamo: “… finché tornerai nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere, e in polvere ritornerai” (Genesi 3:19). Senza Dio siamo solo “polvere”. Sorprende forse il nichilismo degli increduli?

2. Secondo segnale indicatore:  la sapienza di questo mondo è accecata

In secondo luogo il Salmo introduce un accento polemico. La poesia del Salmo 8, benché sublime, non si perde in decorazioni barocche, ma introduce elementi rilevanti e davvero polemici. Dice al versetto 2: “Dalla bocca dei fanciulli e dei lattanti tu hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici, per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore” (v. 2). Che c’entra questo, si potrebbe dire? Questa parola colpisce l’arroganza umana quando vuole considerarsi autonoma da Dio e parlare della creatura umana prescindendo da Lui. La provvidenza di Dio, per manifestarsi all’umanità, non aspetta che l’uomo raggiunga l’età della maturità, ma fin dall’alba dell’infanzia risplende così intensamente da essere sufficiente a confutare tutti i presuntuosi che, con il loro empio disprezzo di Dio, vorrebbero sapere spiegare la realtà senza considerare il Dio vivente e vero. I sapienti di questo mondo, con il loro “parlare difficile”, la loro retorica e i loro sofismi vengono svergognati dai bambini stessi, perché le lingue dei bambini, sebbene non sappiano ancora esprimersi bene, sono pronte ed eloquenti a sufficienza per celebrare la gloria di Dio creatore. L’autore del Salmo afferma che i neonati e i lattanti sono testimoni sufficientemente potenti da rivendicare la provvidenza di Dio.

Gesù stesso, entrando trionfalmente a Gerusalemme viene accolto con entusiasmo dalla “plebe ignorante” così come viene considerata dai suoi avversari farisei (Giovanni 7:49) e dai bambini. In quell’occasione, risponde, con questo stesso Salmo alla domanda di chi ne è scandalizzato: “Odi tu quello che dicono costoro?”. E Gesù disse loro: “Sì. Non avete mai letto: ‘Dalla bocca dei fanciulli e dei lattanti hai tratto lode’?” (Matteo 21:16). Davide, dunque, ha la migliore ragione per dichiarare che, sebbene le lingue di tutti coloro che hanno raggiunto l’età adulta tacciano, la bocca muta dei bambini è sufficientemente capace di celebrare la lode di Dio. Di più: dice che questi sono invincibili campioni di Dio che, quando si tratta di combattere, possono facilmente disperdere e sbarazzarsi di tutto l’esercito di quanti empiamente disprezzano Dio..

Questo concetto è ribadito dall’apostolo Paolo (considerato “cianciatore” e “balbuziente” dai filosofi di Atene) quando scrive: “Vi ho predicato e insegnato senza abili discorsi di sapienza umana. Era la forza dello Spirito a convincervi. Così la vostra fede non è fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. Anche noi però, tra i cristiani spiritualmente maturi, parliamo di una sapienza. Ma non si tratta di una sapienza di questo mondo né di quella dei potenti che lo governano, e che presto saranno distrutti. Parliamo della misteriosa sapienza di Dio, del suo progetto di farci partecipare alla sua gloria. Dio lo aveva già stabilito prima della creazione del mondo, ma noi non lo avevamo conosciuto. Nessuna delle potenze che governano questo mondo ha conosciuto questa sapienza. Se l’avessero conosciuta non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (1 Corinzi 2:4-8 TILC).

3. Terzo segnale indicatore:  l’unicità e la dignità della creatura umana

In terzo luogo il Salmo proclama la dignità unica della creatura umana. Qui troviamo la sua domanda centrale: “Quand’io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte, che cos’è l’uomo che tu ne abbia memoria? e il figlio dell’uomo che tu ne prenda cura? Eppure tu l’hai fatto di poco inferiore a Dio, e l’hai coronato di gloria e d’onore” (3-5).

Di fronte all’immensità del creato si potrebbe dunque dire che la creatura umana non sia altro che un minuscolo ed insignificante “microbo”, per altro “dannoso”. Eppure Dio l’ha coronata di gloria ed onore, l’ha resa unica nel suo genere. In un universo così vasto si potrebbero immaginare molte altre creature senzienti e, di fatto l’espressione tradotta come “tu l’hai fatto di poco inferiore a Dio” si potrebbe anche tradurre come “Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli” (CEI1974). Dio, però, nella Sua Parola indica come Egli non abbia creato alcun altro come “a sua immagine e somiglianza” (Genesi 1:26). Questo lo dobbiamo prendere molto sul serio, non come espressione di un’indebita presunzione umana, ma come indicazione del destino unico nel suo genere che ci è accordato. Anzi, stupefacente proprio se messo a confronto con la vastità del resto del creato e ancor più stupefacente perché, secondo la stessa rivelazione biblica, la creatura umana si trova in condizione di grave corruzione – conseguenza del peccato. Quale maggiore indicazione della dignità umana potrebbe esserci considerando come, nonostante tutto, Dio si prenda cura di noi tanto da entrare in questo mondo in Cristo Gesù e sacrificandosi per conseguire la salvezza di chi si affida a Lui? L’Apostolo scrive: “Infatti, mentre eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi. Difficilmente uno muore per un giusto, ma forse per un uomo buono qualcuno ardirebbe morire, ma Dio mostra la grandezza del proprio amore per noi, in quanto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Romani 5:6-8).

4. Quarto segnale indicatore: le nostre responsabilità

In quarto ed ultimo luogo, il Salmo mette in evidenza quale siano le responsabilità che ci sono affidate,  che sono il senso stesso della nostra esistenza. Dice: “Tu l’hai fatto signoreggiare sulle opere delle tue mani; hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi: pecore e buoi tutti quanti e anche le fiere della campagna; gli uccelli del cielo e i pesci del mare, tutto quello che percorre i sentieri dei mari” (7-9). Proprio così: non dobbiamo abbatterci come se la nostra vita fosse futile e vana, né dobbiamo isolarci dal mondo cercando “realtà alternative”. Siamo chiamati ad operare in ogni ambito della cultura, in ubbidienza alla Sua volontà rivelata, sviluppandola per la gloria di Dio. Come dice il Salvatore Gesù Cristo nella Parabola dei talenti di Matteo 25:14-30: “Avverrà come a un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servitori e affidò loro i suoi beni: a uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì” (Matteo 25:14-15). Notate come tutti ne ricevano – nessuno escluso. L’inutilità della vita, che tanti lamentano, mostra solo come noi siamo, di fatto, dei “fannulloni”: non ci rendiamo conto di “chi siamo” davanti a Dio e di quali siano le responsabilità che in questo mondo ci sono state affidate. Secondo le nostre capacità, in dipendenza dai “talenti” che abbiamo ricevuto, siamo chiamati a investirli e farli fruttare nel luogo dove Egli ci ha posti. Altrimenti saremo considerati solo, in quel senso, “servi inutili” e ben meritevoli di essere “gettati nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridore dei denti” (Matteo 25:30).

Conclusione

Per concludere: fin dall’antichità, osservando la vastità del cielo stellato, l’umanità si è posta la questione: “Che cos’è l’uomo?” ed al riguardo ha elaborato molte e diverse teorie che rientrano nella categoria scientifica dell’antropologia. La Bibbia non ci consegna una teoria filosofica dell’uomo bella e pronta, ma ci rivela la posizione, la vocazione, la condizione e la destinazione dell’uomo davanti a Dio: cartelli indicatori che ci fan veracemente comprendere “chi siamo”.  Essa non risponde necessariamente alla domanda filosofica «qual è la sostanza dell’uomo?», ma ci impedisce di comprendere l’essere umano separandolo dalla sua origine, dalla sua responsabilità, dal suo rapporto con Dio, dalla creazione, dal peccato e dalla redenzione che può trovare in Cristo Gesù. La filosofia cristiana che ne deriva può e deve riflettere su questi dati sia a livello personale che accademico. Noi troviamo la nostra ragion d’essere in Dio; dobbiamo guardarci da concezioni fallaci che ci portano lontano dalla verità rivelata; dobbiamo valorizzare l’unicità e la dignità di ogni creatura umana e, infine, riscoprire il compito che Dio ci ha affidato in questo mondo, singolarmente e collettivamente. Tutto questo con la certezza che il Salvatore Gesù Cristo è il Signore di ogni cosa e che per la Sua grazia, in Lui, la nostra vita ritrova il suo significato perduto e ci abilita a servire il prossimo partecipando così al restauro di questo mondo per la Sua gloria.

Paolo Castellina, 7 settembre 2026

Approfondimenti

– La Bibbia ci fornisce una teoria antropologica?

– Versione inglese