Confessioni di fede/Westminster/Catechismo minore/cmw081
Catechismo minore di Westminster |
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81. D. Che cosa si proibisce nel decimo comandamento?
R. Il decimo comandamento proibisce ogni insoddisfazione con la condizione in cui ci troviamo, invidia o dolore per i beni del nostro prossimo ed ogni sisordinata commozione d'animo o d'affetti per ciò che gli appartiene.
Riferimenti biblici
- "E Acab se ne tornò a casa sua triste e irritato per quella parola dettagli da Nabot d'Izreel: «Io non ti darò l'eredità dei miei padri!» Si gettò sul suo letto, voltò la faccia verso il muro, e non prese cibo" (1 Re 21:4);
- "Ma tutto questo non mi soddisfa, finché vedrò quel Giudeo Mardocheo sedere alla porta del re»" (Ester 5:13);
- "Non mormorate, come alcuni di loro mormorarono, e perirono colpiti dal distruttore"'' (1 Corinzi 10:10).
Commento
La domanda numero 81 del Catechismo minore di Westminster chiede: "Che cosa si proibisce nel decimo comandamento?". Ad essa risponde: "Il decimo comandamento proibisce ogni insoddisfazione con la condizione in cui ci troviamo, invidia o dolore per i beni del nostro prossimo ed ogni disordinata commozione d’animo o d’affetti per ciò che gli appartiene".
Si potrebbe condensare il suo insegnamento nel concetto: Cuore appagato, desideri redenti.
Il decimo comandamento va al cuore della Legge. Dopo aver regolato parole, azioni e rapporti visibili, Dio scende nella sfera più intima: i desideri. Qui il peccato si mostra nella sua radice. Non si tratta solo di voler “avere di più”, ma di non accettare il posto che Dio ci ha assegnato, di guardare ciò che è dell’altro con uno sguardo carico di invidia, amarezza o frustrazione.
Il Catechismo parla con finezza di disordinata commozione d’animo: non ogni desiderio è peccato, ma lo diventa quando si sgancia dalla fiducia nella provvidenza di Dio e dalla carità verso il prossimo. Il decimo comandamento, così inteso, smaschera l’illusione moderna secondo cui il problema sarebbe solo ciò che facciamo, e non ciò che amiamo.
Viviamo in una cultura che alimenta sistematicamente l’insoddisfazione: confronti continui, desideri indotti, aspettative crescenti. In questo contesto il decimo comandamento suona quasi controcorrente, eppure è profondamente liberante.
L’invidia non è solo un peccato “privato”: corrode la gratitudine, avvelena le relazioni, rende opaca la gioia. Dove domina la concupiscenza, anche i doni di Dio diventano motivo di inquietudine.
Il Vangelo, però, non si limita a dire “non desiderare”, ma ci insegna a desiderare meglio. In Cristo impariamo che la vera ricchezza non consiste nel possesso, ma nella comunione con Dio. Un cuore riconciliato con il Padre può finalmente riposare, e guardare al bene dell’altro senza amarezza ma con sincera benevolenza.
🙏 Preghiamo. Signore nostro Dio, tu conosci i movimenti segreti del nostro cuore. Liberaci dall’invidia, dall’insoddisfazione e dai desideri disordinati. Insegnaci a riconoscere con gratitudine il posto che ci hai dato, e a gioire del bene che concedi agli altri. Plasma in noi un cuore contento, fiducioso nella tua provvidenza, e orientato a trovare la nostra gioia in Te solo. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.
Ulteriore commento
Nel decimo comandamento si prescrive ogni insoddisfazione e malcontento della nostra propria condizione, invidia o avvilimento per i beni del nostro prossimo, ogni brama disordinata e voglia per tutto ciò che gli appartenga.
La legge di Dio richiede più che un conformarvisi esteriore: richiede santità o rettitudine interiore di cuore. Magari non abbiamo commesso molti dei peccati che i Comandamenti condannano, ma nella nostra mente quante volte li abbiamo infranti? Il desiderio può essere inteso come la radice di tutti i mali (Giacomo 1:14,15).
La brama di ciò che altri possiedono comincia da un cuore insoddisfatto, confrontandosi con altri. L'accontentarsi con ciò che Dio ci ha dato è la chiave per non commettere peccati dei quali poi ce ne dovremmo pentire. Questo non significa che non possiamo migliorare il nostro benessere e la nostra condizione esteriore: dobbiamo usare diligentemente le capacità che Dio ci ha dato. Dobbiamo però accontentarci dei limiti sia delle nostre capacità che delle nostre opportunità, senza lamentarci se qualcuno possa più di noi (Ga. 5:26; Giacomo 3:14,16). C'è un senso in cui possiamo dire che non siamo stati creati uguali.
Come possiamo allora giungere ad essere soddisfatti di ciò che abbiamo? Non lo impareremo mai fintanto che Dio stesso non diventerà la nostra ricompensa. Quando noi troviamo in Dio il nostro tutto, cosa mai di più potremmo desiderare? Egli, e le ricchezze eterne conservate nel cielo, valgono più di tutto quanto potremmo avere qui sulla terra, e queste benedizioni sono nostre in Gesù Cristo (Matteo 6:19-21; 2 Pietro 3:12). "Desiderate ardentemente i doni maggiori" (1 Corinzi 12:31).